L’orizzonte ermeneutico della rifondazione mancusiana
Nell’attuale panorama teologico-filosofico italiano, segnato da una progressiva secolarizzazione e da un’emorragia di consenso verso le istituzioni ecclesiastiche tradizionali, l’opera Gesù e Cristo (Garzanti, 2025) di Vito Mancuso si impone come un tentativo ambizioso di risposta alla crisi di credibilità del cristianesimo storico. Non ci troviamo di fronte a una mera biografia del Nazareno, né a un trattato di dogmatica nel senso classico del termine; il volume si configura piuttosto come un manifesto programmatico di “rifondazione” del cristianesimo, operata attraverso una dissezione chirurgica del nesso ipostatico che, per due millenni, ha tenuto insieme la figura storica di Gesù di Nazaret e la figura teologica del Cristo della fede. L’autore, muovendo da una prospettiva che egli stesso definisce di “coinvolgimento totale” unito a una necessaria “distanza critica”, si propone un duplice scopo: storico e teologico. Sul piano storico, l’obiettivo è liberare la figura di Gesù dalle sovrastrutture dogmatiche che ne hanno oscurato l’autenticità ebraica e umana; sul piano teologico, l’intento è proporre una nuova sintesi, un “neo-cristianesimo” capace di parlare alla coscienza contemporanea, ormai allergica alla metafisica sacrificale e alla mitologia della redenzione vicaria.
La tesi centrale che attraversa le oltre settecento pagine del volume è la radicale distinzione, se non la contrapposizione, tra due soggetti: Gesù, il profeta del Regno di Dio, e Cristo, il mito redentivo costruito dalla Chiesa nascente. Questa distinzione, lungi dall’essere una novità assoluta (essendo stata il motore della ricerca storico-critica fin dal XVIII secolo), viene qui radicalizzata e posta a fondamento di una proposta spirituale che intende salvare il “messaggio” sacrificando il “messaggero” nella sua veste divina tradizionale. Mancuso sostiene che la simbiosi “Gesù-Cristo” è oggi insostenibile e che il cristianesimo, inteso come religione della redenzione dal peccato originale tramite il sangue della croce, non sia la religione di Gesù (il gesuanesimo), ma una costruzione successiva, un artefatto teologico i cui architetti principali furono Pietro e, soprattutto, Paolo di Tarso.
Tuttavia, un’analisi approfondita dell’opera rivela una tensione irrisolta, un paradosso ermeneutico che costituisce il cuore della presente recensione critica. Mentre Mancuso ostenta un massiccio ricorso agli strumenti dell’esegesi storico-critica contemporanea — citando ampiamente i giganti della Third Quest come John P. Meier, E.P. Sanders e Geza Vermes per accreditare la sua ricostruzione del “Gesù ebreo marginale” — l’approdo teologico a cui giunge sembra ignorare le conseguenze più profonde di tali studi. La sua proposta di ridurre il cristianesimo a un’etica della libertà e dell’amore, depurata dall’escatologia apocalittica e dal dramma della redenzione, configura un sorprendente ritorno alle categorie della Teologia Liberale del XIX secolo (in particolare al programma di Adolf von Harnack), eludendo le critiche devastanti che la teologia dialettica (Karl Barth) e l’escatologia conseguente (Albert Schweitzer) hanno mosso a tale approccio oltre un secolo fa.
Questa analisi si propone di esplorare nel dettaglio tale paradosso, esaminando la fenomenologia della scissione tra Gesù e Cristo, la decostruzione dei dogmi soteriologici (peccato, espiazione, risurrezione) e la natura del “neo-cristianesimo” proposto, per valutare se tale operazione rappresenti davvero una via d’uscita per la fede contemporanea o se, al contrario, rischi di dissolvere la specificità cristiana in un generico umanesimo religioso.
La fenomenologia della scissione: anatomia di un dualismo
La dicotomia fondativa: ontologia e missione
Il punto di partenza dell’argomentazione di Mancuso è una serie di antitesi strutturali, presentate con una retorica efficace volta a scardinare l’identificazione dogmatica tra il Nazareno e il Figlio di Dio niceno. Non si tratta di sfumature, ma di identità contrapposte.
- Origine e natura: Gesù nasce a Nazaret, figlio di Giuseppe e Maria, ha fratelli e sorelle, è immerso nella cultura ebraica del suo tempo. Cristo nasce a Betlemme (secondo la teologia della profezia), è generato dal Padre ante omnia saecula, è figlio unico e Vergine, concepito senza seme umano per preservarne la purezza ontologica.
- Messaggio e missione: Gesù annuncia l’imminenza del Regno di Dio, un evento storico-escatologico di trasformazione del mondo, e insegna un’etica della giustizia radicale. Cristo annuncia se stesso come oggetto di fede, fonda la Chiesa come istituzione di salvezza e istituisce sacramenti per la remissione dei peccati, spostando l’asse dalla trasformazione del mondo alla salvezza dell’anima individuale.
- Destino: Gesù muore come un fallito storico, gridando l’abbandono di Dio (Eloì, Eloì, lemà sabactàni), schiacciato dalla potenza romana e dal rifiuto delle autorità religiose. Cristo muore trionfante, “consegnando lo spirito” e dichiarando che “tutto è compiuto” (tetélestai), realizzando un piano preordinato di redenzione cosmica.
Questa fenomenologia della scissione non è meramente descrittiva, ma profondamente assiologica. Mancuso attribuisce al “Gesù della storia” il primato della verità storica e dell’autenticità spirituale, mentre il “Cristo della fede” appare come una sovrastruttura mitologica, una “Idea” platonica sovrapposta alla “Storia”. L’autore identifica una “triplice processualità” nella formazione del cristianesimo, che segna il progressivo allontanamento dalla fonte originaria:
- Gesù: Fornisce il “materiale” grezzo (vita, parole, carisma, conflitti). È la base storica imprescindibile ma insufficiente a spiegare il cristianesimo attuale.
- Pietro: Pone la “prima pietra” teologica interpretando la morte in croce non come fallimento ma come espiazione voluta da Dio (“secondo le Scritture”). È il momento in cui la storia diventa kerygma.
- Paolo: Agisce come “supremo architetto”, trasformando l’intuizione di Pietro in un sistema teologico universale di redenzione dal peccato originale, staccando definitivamente il culto dalla matrice ebraica del gesuanesimo e facendone una religione misterica di salvezza.
Il ruolo di Paolo: l’invenzione del cristianesimo
Mancuso dedica ampio spazio alla figura di Paolo, definito “il supremo architetto” del cristianesimo. L’analisi si concentra su come Paolo, che non ha mai conosciuto il Gesù storico, abbia operato una trasmutazione alchemica del messaggio evangelico. Mentre Gesù predicava il Regno, Paolo predica Cristo. Mentre Gesù si rivolgeva alle “pecore perdute della casa d’Israele”, Paolo si rivolge ai Gentili, eliminando la Legge (Torah) come via di salvezza e sostituendola con la fede nel Risorto.
Il “secondo Paolo” (quello delle grandi lettere dogmatiche, Romani e Galati) è colui che introduce i concetti fondamentali che diverranno l’ossatura del cristianesimo dogmatico: la croce come “strumento di espiazione” (hilastérion), il peccato come condizione universale ineluttabile, la grazia come unica via di giustificazione. Mancuso evidenzia come questa costruzione sia estranea al pensiero di Gesù, che credeva nella possibilità dell’uomo di compiere il bene e di essere giusto davanti a Dio attraverso l’osservanza della Legge dell’amore, senza bisogno di mediazioni sacrificali cruente. L’operazione paolina è vista come una “cristianizzazione del gesuanesimo”, un processo che ha garantito il successo universale della nuova religione (adattandola alla mentalità ellenistica e imperiale) al prezzo però di tradire l’intenzione originaria del fondatore.
L’uso strumentale dell’esegesi storica: tra Meier e Harnack
Il riferimento alla “Third Quest”
Uno degli aspetti più rilevanti dell’opera è il costante riferimento allo “Stato dell’arte” della ricerca biblica. Mancuso cita esplicitamente autori come John P. Meier (Un ebreo marginale), E.P. Sanders (Gesù e il giudaismo) e Geza Vermes (Gesù l’ebreo) per validare la sua ricostruzione del Gesù storico. Questi studiosi sono i protagonisti della cosiddetta Third Quest, la fase della ricerca che, a partire dagli anni ’80 del Novecento, ha ricollocato Gesù saldamente all’interno del giudaismo del Secondo Tempio, sottolineandone l’ebraicità, la dimensione profetica e, soprattutto, l’orizzonte apocalittico-escatologico.
Mancuso accetta e utilizza questi dati per decostruire il dogma di Calcedonia (Gesù vero Dio e vero uomo). Se Gesù era un ebreo del I secolo, non poteva pensarsi come la Seconda Persona della Trinità, né poteva avere intenzione di fondare una nuova religione separata dall’ebraismo, né tantomeno poteva concepire la sua morte come un sacrificio per il peccato originale (concetto estraneo all’ebraismo palestinese). In questo senso, l’uso di Meier e Sanders è funzionale alla pars destruens del libro: serve a dimostrare l’implausibilità storica dei dogmi cristologici.
Il cortocircuito ermeneutico
Tuttavia, emerge qui il paradosso centrale. La Third Quest, nel restituirci un Gesù ebreo e apocalittico, ci restituisce anche un Gesù “estraneo” alla sensibilità moderna. Il Gesù di Sanders e Meier è un profeta che annuncia l’imminente fine del mondo, l’irruzione catastrofica di Dio nella storia, il giudizio finale. È una figura “strana”, lontana dall’umanesimo liberale, immersa in una visione del mondo mitologica che non è la nostra.
Mancuso riconosce questo dato: ammette che Gesù attendeva la fine imminente e che si è sbagliato (“l’errore di Gesù”). Ma invece di accogliere la sfida di questa estraneità (come fece Schweitzer), compie una manovra ermeneutica di “selezione e adattamento”. Egli classifica l’escatologia apocalittica come un “errore storico” o un “limite culturale” di Gesù, per poi estrarre dal suo messaggio un nucleo etico-spirituale atemporale: l’amore, la libertà, la giustizia interiore.
In questo passaggio, Mancuso si allontana radicalmente dalla Third Quest (che insiste sull’inscindibilità tra messaggio etico e scenario apocalittico) per riabbracciare, forse inconsapevolmente, il metodo della Teologia Liberale del XIX secolo. Adolf von Harnack, nel suo celebre L’essenza del cristianesimo (1900), operava esattamente la stessa distinzione: bisognava separare il “nocciolo” (il messaggio etico di Gesù sulla paternità di Dio e il valore infinito dell’anima umana) dal “guscio” (l’apocalittica ebraica, i dogmi greci, le credenze nel demonio).
Mancuso ripropone questa operazione di “decorticazione”: scarta l’apocalittica come “guscio” caduco (l’errore sulla fine del mondo) per salvare il “nocciolo” dell’etica relazionale. Così facendo, trasforma Gesù da profeta escatologico (quale emerge dalla ricerca storica che pure cita) a maestro di saggezza universale, funzionale al suo progetto di “neo-cristianesimo”. È un Gesù che, paradossalmente, viene validato dagli storici nella sua ebraicità, ma poi viene “de-giudaizzato” nella sua rilevanza teologica per diventare un’icona dell’umanesimo spirituale.
La decostruzione dei dogmi soteriologici: contro la “teologia del sangue”
Il nucleo incandescente del libro è la critica serrata, etica prima ancora che teologica, ai dogmi fondamentali del cristianesimo storico: Peccato Originale, Redenzione, Espiazione. Mancuso identifica in questi concetti la “malattia” del cristianesimo, ciò che lo rende oggi “invendibile” e moralmente ripugnante per una coscienza formata ai valori della dignità umana e della responsabilità individuale.
L’amaro frutto di Agostino: il peccato originale
L’autore attacca il dogma del Peccato Originale come una costruzione pessimistica di Agostino d’Ippona, estranea all’insegnamento di Gesù. Mentre Gesù guardava all’essere umano con fiducia nella sua capacità di conversione e di bene (“agatocentrismo”), la teologia paolino-agostiniana ha imposto una visione “amartiocentrica” (centrata sul peccato, hamartía).
- Analisi storica: Mancuso ricostruisce la genesi del dogma, evidenziando il ruolo di Agostino come “padre” di questa dottrina e contrapponendogli la figura di Pelagio, il monaco britannico che difendeva la libertà naturale dell’uomo e la sua capacità di compiere il bene senza una grazia stravolgente. L’autore riabilita le istanze di Pelagio (e del successivo umanesimo di Pico della Mirandola), sostenendo che la visione cattolica ha umiliato l’uomo per esaltare indebitamente la grazia divina.
- Critica teologica: Mancuso vede nel peccato originale il “motore” artificiale creato dalla Chiesa per giustificare la necessità della redenzione. Si tratta di un “rovescio” della Buona Novella: si inventa una malattia mortale e ereditaria per poter vendere l’unica medicina disponibile (Cristo e la Chiesa). Senza una colpa ereditaria che danna l’umanità a priori, l’intero edificio della soteriologia sacramentale crolla.
Il rifiuto dell’espiazione vicaria: “strumento di espiazione”
Ancora più radicale è la critica alla teologia della Croce come sacrificio espiatorio. Mancuso definisce “eticamente inaccettabile” l’idea che Dio Padre richieda il sangue di un innocente (il Figlio) per placare la propria ira o soddisfare la propria giustizia offesa dai peccati umani.
- Analisi del linguaggio paolino: L’autore si sofferma sull’espressione di Paolo in Romani 3,25, dove Cristo è definito hilastérion (“strumento di espiazione” o “propiziatorio”). Mancuso legge in questo termine la reificazione di Gesù: egli non è più un fine in sé (come vorrebbe l’imperativo kantiano), ma un mezzo, uno strumento usato da Dio per una transazione metafisica.
- Critica alla teologia della soddisfazione: L’autore critica la teoria della “soddisfazione vicaria” di Anselmo d’Aosta (Cur Deus homo?), secondo cui l’offesa a Dio richiede una riparazione infinita che solo un Uomo-Dio poteva offrire. Per Mancuso, questa concezione fa di Dio un sovrano feudale ossessionato dal proprio onore o, peggio, un “moloch” che necessita di sangue per perdonare. È la “teologia del macellaio”, un residuo di religiosità arcaica e violenta che non ha nulla a che fare con il Dio-Abbà predicato da Gesù.
- Gesù non voleva morire: Sul piano storico, Mancuso insiste sul fatto che Gesù non cercò la morte come scopo della sua missione. La preghiera nel Getsemani e il grido sulla croce testimoniano che la morte non era un piano concordato nella preesistenza divina, ma una tragedia storica subita a causa della sua fedeltà alla verità. La teologia della “necessità della croce” è una razionalizzazione ex post.
La risurrezione: tra storia e simbolo
Coerentemente con la sua impostazione razionalista, Mancuso affronta il dogma della Risurrezione fisica. Pur dedicandovi il capitolo VII, la conclusione è scettica o, nel migliore dei casi, agnostica. Le contraddizioni nei racconti evangelici (tomba vuota, natura del corpo risorto che mangia pesce ma passa attraverso i muri) rendono impossibile affermare la storicità dell’evento fisico.
- Irrilevanza soteriologica: Il punto fondamentale per Mancuso non è tanto se la tomba fosse vuota o meno, ma che la risurrezione fisica non è necessaria per la validità del messaggio di Gesù. In un “neo-cristianesimo” etico, la salvezza non dipende da un miracolo biologico avvenuto duemila anni fa, ma dall’adesione alla verità dell’amore qui e ora. La risurrezione viene demitizzata e ridotta a simbolo della vittoria spirituale del bene, perdendo il suo carattere di evento fondativo ontologico.
Gesuanesimo vs. cristianesimo: due religioni a confronto
Mancuso formalizza la distinzione tra due religioni distinte che convivono, spesso in tensione, sotto lo stesso tetto ecclesiale: il gesuanesimo e il cristianesimo.
Il gesuanesimo: la religione di Gesù
Il gesuanesimo è la religione che Gesù stesso praticava e insegnava. Le sue caratteristiche sono:
- Teocentrismo radicale: Dio (il Padre) è l’unico assoluto. Gesù non predica se stesso, ma il Regno di Dio e la sua giustizia.
- Agatocentrismo: Al centro c’è il bene (agathòs), non il peccato. L’uomo è capace di bene e Dio lo guarda con fiducia.
- Ortoprassi: Ciò che conta non è la fede dogmatica, ma l’agire concreto (“Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre”).
- Immediatezza: Gesù pone l’uomo direttamente di fronte a Dio, senza bisogno di mediazioni sacerdotali o sacrificali complesse.
Il cristianesimo: la religione su Gesù
Il cristianesimo è la religione costruita su Gesù dai suoi seguaci (Pietro e Paolo).
- Cristocentrismo: Gesù diventa l’oggetto del culto, il Kyrios.
- Amartiocentrismo: Il sistema ruota attorno al peccato (hamartía) e alla necessità di redenzione.
- Ortodossia: La salvezza dipende dall’accettazione di verità di fede (dogmi) e dalla partecipazione ai sacramenti.
- Mediazione: La Chiesa e i sacramenti diventano indispensabili per accedere alla grazia.1
Mancuso sostiene che la storia della Chiesa è stata la storia della progressiva emarginazione del gesuanesimo a favore del cristianesimo. Il suo progetto è invertire questa tendenza.
Il neo-cristianesimo: una proposta di rifondazione
Nel capitolo IX, “Neo-cristianesimo”, Mancuso delinea la sua proposta positiva. Di fronte alla crisi irreversibile del cristianesimo dogmatico, egli auspica una “rifondazione” basata su pilastri radicalmente diversi da quelli della tradizione.
Cristianesimo senza redenzione
La proposta più audace è quella di un “cristianesimo senza redenzione”. Se il peccato originale è un mito e l’espiazione vicaria è immorale, il concetto stesso di “essere salvati” da qualcun altro deve cadere. La salvezza non è un atto giuridico forense (essere dichiarati giusti grazie ai meriti di Cristo), ma un processo di “salute” interiore, di fioritura umana, di armonizzazione con il principio vitale del cosmo (Dio/Logos). In questo senso, Gesù salva non morendo, ma insegnando a vivere. Egli è il “salvatore” in quanto maestro ed esempio, non in quanto vittima sacrificale.
Libertà, bene, amore
Il “neo-cristianesimo” si fonda sulla triade “Libertà, Bene, Amore”. È una fede laica, sganciata dall’obbedienza all’autorità ecclesiastica e fondata sull’autonomia della coscienza. La verità non è un deposito dogmatico da custodire, ma una ricerca continua che avviene nella libertà. Il bene è l’unico criterio di giudizio, superiore a ogni appartenenza confessionale. L’amore è la sostanza di Dio e l’unica legge del credente.
Pluralità delle vie e deismo etico
Mancuso approda esplicitamente al riconoscimento della “Pluralità delle vie”. Se Gesù non è l’unico redentore ontologico, ma un maestro di saggezza, allora non può vantare un’esclusiva sulla verità. Egli si affianca ad altri grandi maestri dell’umanità come Socrate, Buddha, Confucio. Il rifiuto dell’esclusivismo cristiano (“nessun altro nome”, Atti 4,12) apre le porte a un universalismo religioso che assomiglia molto a un Deismo Etico: una religione razionale, fondata su valori morali condivisi, dove le figure storiche dei fondatori sono simboli eminenti ma non assoluti di una verità divina che trascende ogni singola manifestazione storica.
Il ritorno della teologia liberale e le critiche ignorate
È nel confronto con la storia della teologia che emerge la criticità maggiore dell’operazione di Mancuso. Sebbene presentata come una novità (“neo-cristianesimo”) supportata dalla scienza moderna, la sua proposta ricalca fedelmente gli schemi della Teologia Liberale dominante tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
L’ombra di Harnack
La somiglianza con il programma di Adolf von Harnack è impressionante. Nelle sue lezioni su L’essenza del cristianesimo (1900), Harnack sosteneva che il Vangelo riguarda il Padre e non il Figlio; che l’essenza del cristianesimo è la paternità di Dio e l’infinito valore dell’anima umana; che il dogma, la cristologia greca e l’apocalittica sono un “guscio” che va rimosso per ritrovare il “nocciolo” etico di Gesù.
Mancuso compie esattamente la stessa operazione: rimuove il guscio paolino/dogmatico (redenzione, peccato, divinità di Cristo) per recuperare il nocciolo gesuano (etica, regno interiore). Come Harnack, Mancuso riduce Gesù a un maestro di morale sublime, la cui divinità risiede nella sua perfetta coscienza di Dio, non nella sua sostanza metafisica.
Il silenzio su Schweitzer e Barth
Ciò che rende problematica questa operazione è che Mancuso sembra ignorare le ragioni storiche e teologiche che portarono al crollo della Teologia Liberale nel XX secolo.
- La critica escatologica (Albert Schweitzer): Nel 1906, con la sua Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Schweitzer dimostrò che non è possibile separare il Gesù etico dal Gesù apocalittico. Il Gesù storico era un profeta alieno, convinto dell’imminente fine del mondo, la cui etica era un'”etica interinale” per il tempo della crisi, non una morale borghese universale applicabile alla società moderna. Mancuso accetta il dato apocalittico come “errore”, ma poi pretende di estrarre da Gesù un’etica universale valida per l’uomo contemporaneo, operazione che Schweitzer aveva giudicato illegittima: non si può modernizzare Gesù senza tradirlo.
- La critica teologica (Karl Barth): La teologia liberale crollò definitivamente con la Prima Guerra Mondiale, che spazzò via l’ottimismo antropologico su cui si fondava. Karl Barth, nel suo commento all’Epistola ai Romani (1919), reagì contro la riduzione del cristianesimo a etica o esperienza religiosa soggettiva. Barth ribadì l’alterità assoluta di Dio (“Totalmente Altro”), la centralità della rivelazione verticale che giudica la storia umana, e la necessità della Croce non come esempio morale, ma come giudizio e grazia radicale. Il “neo-cristianesimo” di Mancuso, con il suo rifiuto del peccato originale e la sua fiducia nella bontà naturale dell’uomo (“agatocentrismo”), appare teologicamente ingenuo di fronte alla tragicità del male radicale che ha segnato il Novecento. La proposta di un’auto-salvezza etica (“Deismo Etico”) ignora l’abisso della condizione umana che la teologia della redenzione, pur nel suo linguaggio mitico, cercava di prendere sul serio.
Conclusione
Gesù e Cristo di Vito Mancuso è un’opera che, con onestà intellettuale e passione, porta alle estreme conseguenze una tendenza diffusa nel cristianesimo contemporaneo: il disagio verso il dogma e la ricerca di una spiritualità “leggera”, compatibile con la ragione scientifica e la sensibilità democratica. La distinzione tra Gesù e Cristo, l’analisi della stratificazione dei Vangeli e la critica alla teologia sacrificale sono condotte con rigore argomentativo e offrono preziosi spunti di riflessione per chi voglia ri-proporre il messaggio cristiano nell’età contemporanea.
Tuttavia, la pars construens del libro rivela una fragilità strutturale. Nel tentativo di salvare il cristianesimo rendendolo ragionevole ed etico, Mancuso finisce per svuotarlo del suo skandalon, della sua specificità irriducibile. Il “neo-cristianesimo” proposto assomiglia più a una nobile filosofia religiosa universale che alla fede nel Dio che muore in croce per amore delle sue creature. Ripromettendo le tesi della Teologia Liberale senza confrontarsi adeguatamente con il loro fallimento storico, Mancuso offre una risposta che rischia di essere anacronistica: un Gesù addomesticato, ridotto a maestro di “buone maniere” spirituali, incapace forse di rispondere al dramma del male e della morte con la potenza paradossale della Risurrezione.
In definitiva, se il cristianesimo si riduce a “Libertà, Bene, Amore”, diventa certamente più accettabile, ma forse anche superfluo, poiché tali valori sono già patrimonio dell’umanesimo laico. La sfida che il libro lascia aperta, forse suo malgrado, è se sia possibile un cristianesimo che non sia né dogmatismo fossile né etica borghese, ma mantenga la forza urticante dell’evento di Cristo senza tradire la storia di Gesù.

Caro Adriano Virgili,
ho letto con molto interesse la tua recensione. Purtroppo i credenti cristiani sono pochissimo interessati alla conoscenza di Gesù storico. Per la moltitudine Gesù e Cristo sono la stessa cosa.
Buona giornata
Francesco Sammartino
Mi aspettavo francamente una critica al vetriolo e sono invece molto favorevolmente sorpresa per la pacatezza e l’ equilibrio di giudizio per una opera che non ho ancora letto, e conosciuto se non da
recensioni di scomposto disprezzo, da coloro che si ritengono padroni e custodi di verità indiscutibili. Mancuso prende atto delle grave crisi del Cristianesimo in occidente e propone un itinerario non certamente nuovo che lo riporti alle origini sottolineando più la componente etica che quella teologica , cio’ che e’ necessariamente sgradito sia ai fondamentalisti che alla Chiesa delle gerarchie .Da lui non ci si poteva del resto aspettare qualcosa di radicalmente diverso , .Grazie per la
bella sintesi
“La sfida che il libro lascia aperta, forse suo malgrado, è se sia possibile un cristianesimo che non sia né dogmatismo fossile né etica borghese, ma mantenga la forza urticante dell’evento di Cristo senza tradire la storia di Gesù.” La più bella considerazione che si poteva fare difronte ai numerosi stimoli di Mancuso. Un Gesù che diventa Cristo per l’umanità.
Interessante riepilogo del pensiero Mancusiano attraverso il suo nuovo Libro. Conoscendo da tempo Mancuso, ritengo che voglia continuare onestamente il percorso iniziato con l’anima e il suo destino, cercando di riconsiderare la dogmatica religiosa cattolica che per millenni ha condotto le coscienze verso un oscurantismo per poter dominare le masse attraverso il potere religioso e politico. Molti dei dogmi religiosi sono in coscienza impresentabili per una mente libera che voglia veramente discernere il concepibile dalla retorica fantastica orientata ad una mira di dominio spirituale. Questo atteggiamento della chiesa ha inevitabilmente allontanato dalla sua dottrina moltissime persone anche alla luce di rivelazioni dettate dalla scoperta del pensiero orientale che evidenziano come il il messaggio dogmatico cattolico preteso come unica verità non sia affatto unica verità. personaggi come Raimon Panikkar hanno affrontato e dato respiro a un universo non concepito attraverso la dogmatica cattolica.
Caro Professor Virgili,
La ringrazio molto per l’attenzione che ha dedicato al mio lavoro. Penso che Lei abbia visto bene nel collocarmi accanto alla teologia liberale: in effetti preferisco di gran lunga von Harnack a Barth, così come Erasmo a Lutero e Origene ad Agostino (a parte le fase giovanile neoplatonica che mi risuona totalmente).
Davvero la ringrazio per il tempo e la scrupolosità della sua analisi, non ho ancora letto tutto il suo testo perché devo prendere un treno, ma quello che ho visto è più che sufficiente per rinnovarle il mio ringraziamento e la mia stima.
Leggerò tutto con attenzione e sono certo che ne trarrò beneficio, non si smette mai di imparare, e per fortuna, perché imparare è una delle cose più belle per un essere umano. Ancora grazie e buon lavoro
Grazie a lei per aver dedicato attenzione a questa mia recensione persa nel web.
Credo che la conclusione della recensione, con la sua velata proposta di conciliazione tra Gesù e Cristo, tenti un percorso ormai improponibile, se davvero si reputano corretti i risultati della ricerca storica. La chiave sta, a mio parere, nel mantenere un’idea di sacrificio come valore personale, slegato dalla teologia dell’espiazione riparatoria, e connesso invece con una sorta di eccedenza di amore che nessun umanesimo laico può dare. Se il cristianesimo si riconosce come la religione del decentramento da sé e dello svuotamento di sé, allora può restare vitale in un mondo dominato dall’egotismo.
A detta di molti di coloro che si occupano professionalmente di questa ricerca, si tratta di una conciliazione tutt’altro che improponibile.
Se è possibile, magari anche in modo sintetico, sarei curioso di capire in che modo tale conciliazione è possibile. Lo scrivo con il desiderio sincero di apprendere.
In parte ti ha risposto il Prof. Boccaccini, che appunto uno di quelli che si dedicano professionalmente a questa ricerca. Per mio conto ho scritto un paio di libri in cui il tema viene toccato e da tempo sta lavorando ad un volume specifico sullo stesso.
Che si debba distinguere tra il Gesu’ storico e il Cristo della fede e’ un dato indubbio, che li si debba contrapporre lo trovo invece piu’ discutibile. L’idea di un’origine cosmica del male che precede le trasgressioni, ad esempio, non e’ una invenzione cristiana ma un’antica idea presente nell’apocalittica giudaica fin dal IV secolo a.C. La dimensione apocalittica del pensiero di Gesu’ non e’ una sovrastruttura che possa essere rimossa ed e’ un tutt’uno con la sua azione di riforma sociale e morale in questo mondo. Molto meglio e’ per me vedere il rapporto tra il Gesu’ storico e il Cristo dei suoi seguaci in termini di continuita’/discontinuita’, con i discepoli che sviluppano o reinterpretano in modo certo creativo elementi gia’ presenti nel pensiero gesuano. Il cristianesimo e’ frutto di un progressivo e complesso processo di evoluzione, non di una invenzione che radicalmente cancella e sostituisce l’originale messaggio gesuano.
Buongiorno professor Virgili,
Sono Roberto Verolini, ex docente di scienze naturali e nel passato ricercatore freelance presso l’Università degli Studi di Camerino, per la quale ho pubblicato alcuni saggi sugli aspetti antropologici e filosofici della religione e sul dibattito darwinismo fede.
Ho appena finito di leggere il libro di Mancuso che lei ha recensito e sono rimasto sconcertato nel notare come il tentativo di Mancuso di definire una nuova interpretazione dei vangeli (il gesuanesimo) possa vedere nei risultati delle nostre ricerche una positiva soluzione.
Ancora più le nostre conclusioni sembrano poter ovviare alle critiche che lei ha sollevato al lavoro di Mancuso.
In estrema sintesi la nostra tesi risolve il problema della corretta interpretazione del mito del peccato originale proponendo una lettura in cui questo misterioso evento è inteso non come una trasformazione ontologica dell’essere umano ma come fatto storico socio culturale (di cui abbiamo addirittura riscontri antropologici) a carico di popolazioni del neolitico.
Altro aspetto importantissimo è il fatto che questa interpretazione risolve tutti i problemi sollevati dalla teoria darwiniana dell’evoluzione nei confronti della canonica lettura del magistero cattolico.
Ma non voglio farle perdere altro tempo.
Semmai lei fosse interessato avrei piacere di inviarle del materiale inerente alla nostra ricerca.
Pertanto le chiedo di fornirmi un indirizzo postale (magari da inviarmi tramite la mia casella di posta elettronica: veroby@virgilio.it).
Cordiali saluti
Roberto Verolini
Buongiorno prof. Virgili, ho scritto una replica alla sua recensione che si può leggere sul mio sito e sulla mia pagina Facebook (Vito Mancuso filosofo teologo). Sarebbe scientificamente corretto, ritengo, segnalarne l’esistenza anche nella pagina fb Kairos dove c’è la sua recensione. Cordiali saluti e ancora grazie per l’attenzione al mio lavoro
Grazie infinite. L’ho letta e pubblicherò domani una breve replica, che non vuole però essere il secondo atto di un botta e risposta da tirare avanti in modo indefinito. Credo né io ne lei si abbia la voglia e il tempo per un tale esercizio. Vuole solo essere un chiarimento della mia posizione come storico e come cristiano.
Prof. Virgili e dott. Mancuso,
Sto seguendo il vs interessante scambio epistolare.
Al che mi permetto una domanda: come si concilia in particolare il profilo (morale e apocalittico) del Gesù del gesuanesimo, la visione enochica del male con l’attuale paradigma scientifico (soprattutto nella sua valenza evoluzionistico darwiniana e in considerazione del fatto che risulta scientificamente impossibile concepire quel libero arbitro esatto da tutte le chiavi di interpretazione da voi prese in considerazione)?
Grazie per ogni vs eventuale riscontro…
Roberto Verolini
ho trovato interessanti anche se non nuovi alcuni spunti del prof Mancuso in particolare riguardo il concetto di peccato originale (malamente sviluppato da Agostino) e l’assurdità di un Padre che chiederebbe il sacrificio del Figlio come riparazione. Nella cesura fra Gesù e Cristo però c’è una cosa che non torna. Come l’unione di queste due figure possa essere stata fatta da Pietro il pescatore (Paolo non lo conosceva e non avrebbe saputo di Gesù se il movimento non avesse già preso bene), che per quanto simpatico è un irruento pasticcione (ben evidenziato dal monologo di Benigni) e non avrebbe certo avuto la capacità di traghettare la figura di Gesù a Paolo per farla diventare il Cristo della fede. Ecco che c’è bisogno di un avvenimento sconvolgente (“ho letto Sulle tracce del Nazareno” e “La resurrezione di Gesù, un indagine ” del prof Virgili e mi paiono su questa linea) che può essere appunto la resurrezione o la discesa dello Spirito Santo per dare coraggio e “sapienza” agli apostoli “brancaleone” Continuo a seguire con interesse
Mah… a me pare paradossale che qualcuno che ha fatto studi teologici seri ritenga che la dottrina dell’espiazione vicaria possa essere letta come l’idea di un Dio sanguinario che vuole la morte di Cristo. Ovviamente non è questo il senso della croce (per quanto una certa lettura dell’interpretazione anselmiana possa, oggettivamente, indurre a crederlo). Certo non era questo il senso che alla croce davano i padri della chiesa. Anche sul tema dell’interpretazione agostiniana della dottrina del peccato originale originato trovo che non ci sia nulla di maldestro, ma solo una logica rigorosa, anche se espressa in una terminologia “giuridica” che alla “delicata” sensibilità moderna può risultare sgradevole.
Egregio prof. Virgili,
non ritiene doveroso un intervento intellettuale e, soprattutto, onesto (come quello del prof. Mancuso), atto a scongiurare la scomparsa della nostra religione dal nostro tempo?
Non le pare che le chiese, sempre più vuote, nonché l’imperare di strumenti di falsa divulgazione e violenza, debbano interessare gli studiosi ad una comune ricerca, più che una disputa, di una “novità” che ponga fine a tutto ciò avvicinando i giovani (e non) alla fede?
Grazie
Il problema è: che cosa rimane della “fede” nella prospettiva mancusiana? Un po’ come il volere salvare la manifattura italiana delocalizzandola all’estero, non trovi?
Buongiorno,
sono filosoficamente e teologicamente un grande ignorante, ho fatto solo studi scientifici, sono nato oltre 75 anni fa da una famiglia cattolica veneta, la mia formazione non poteva non essere che cattolica, ma sin da piccolo, senza avere nessuna istruzione in merito percevivo dentro di me un grande disagio nel mettere assieme quel che sostanziamente predicava il Gesù dei vangeli con tutta la sovrastruttura costruitaci sopra dalla chiesa. Non sapevo praticamente niente né di Pietro né di Paolo, ma avevo già inconsapevolemte capito che Gesù non era Cristo. Questa mia consapevolezza mi ha portato a considerare il cristianesimo, con i suoi riti, con le sue astrusità, con la sua concezione di unico detentore della verità, come una cosa lontanissima da me e quindi mi sono da allora considerato e poi ufficialmente dichiarato ateo. Però ho sempre pensato che ciò che predicava Gesù, a parte certe parabole effettivamente imbarazzanti o incomprensibili, corrispondeva alla mia visione di giustizia verità e armonia che la mia vita e il mondo in genere dovrebbe avere. Quando ho sentito Mancuso, di cui non ho sino ad ora mai letto nulla, pubblicizzare il suo libro, mi è sorto il desiderio di acquistarlo e leggerlo, suscitando fra l’altro non poco stupore fra i miei familiari e amici che ben conoscono il mio anticlericalismo.
Attualmente lo sto leggendo, e devo dire che contrariamente a quello che mi aspettavo, cioè di capirci poco, la lettura è semplice e il pensiero di Mancuso efficace, almeno per me che mi trovo, inconsapevolmente d’accordo con la sua tesi, cioè che Gesù è una cosa e il cristianesimo tutt’altra. Mancuso non dice proprio così, ma una cosa è lui che frequenta il tema da sempre ed è il suo mestiere, altro sono io che data la mia ignoranza e modalitá di affrontare le cose, non posso che procedere per grandi approssimazioni.
Comunque per me molto interessante e di piacevole lettura, non credo mi fará modificare la mia convinzione. Conoscere un poco di più è in ogni caso una ricchezza.
Luigi