Giuseppe Ricciotti (1890–1964), abate ordinario dei Canonici Regolari Lateranensi, illustre orientalista, archeologo e storico del cristianesimo, pubblicò la sua corposa Vita di Gesù Cristo nel 1941 presso la Tipografia Poliglotta Vaticana. L’opera ottenne un successo editoriale travolgente e immediato: nel giro di un solo anno, nonostante il drammatico contesto della Seconda guerra mondiale, registrò ben quattro edizioni e oltre ventimila copie vendute, venendo successivamente tradotta in numerose lingue e costantemente ristampata fino ai giorni nostri (sembra che fosse stata letta ed apprezzata dallo stesso Mussolini, con grande scorno del Ricciotti stesso, che nutriva genuini sentimenti antifascisti).
Per comprendere la genesi e l’importanza dell’opera di Ricciotti, è necessario ricostruire il panorama degli studi biblici nella prima metà del Novecento, un’epoca che vide il mondo cattolico affrontare la cosiddetta crisi modernista. Sul versante protestante e laico, la prima ricerca del Gesù storico (First Quest) era giunta a una fase di stallo e di radicale scetticismo storiografico: dopo il crollo dell’ottimismo liberale ottocentesco (smantellato dalla riscoperta della tensione escatologica ad opera di Johannes Weiss e Albert Schweitzer), l’avvento della Formgeschichte (la storia delle forme promossa da Rudolf Bultmann, Martin Dibelius e Karl Ludwig Schmidt) aveva dichiarato l’impossibilità scientifica di ricostruire una biografia psicologica o cronologica di Gesù, riducendo i vangeli a puri documenti della fede kerygmatica delle prime comunità. Sul versante cattolico, l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X e la condanna di Alfred Loisy avevano generato un clima di forte sospetto e irrigidimento dottrinale nei confronti dell’applicazione del metodo storico-critico ai testi sacri. Continue reading →
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