La ricerca sul Gesù storico rappresenta uno degli ambiti più complessi e affascinanti dell’indagine storiografica antica. L’obiettivo primario degli specialisti contemporanei è quello di ricostruire la figura del Nazareno applicando un rigoroso “criterio di plausibilità storica”: Gesù deve essere compreso all’interno del suo specifico contesto, ovvero il multiforme e turbolento giudaismo del I secolo, e la sua vita deve poter spiegare in modo logico e consequenziale la reazione delle autorità che lo portarono alla morte, nonché la successiva nascita del movimento cristiano. In questo vasto sforzo ricostruttivo, l’analisi del processo e dell’esecuzione di Gesù costituisce un banco di prova fondamentale per qualsiasi sintesi storiografica. Negli ultimi decenni, grazie al contributo metodologico di studiosi di primissimo piano, si è consolidato un solido consenso accademico riguardo alle dinamiche storiche, politiche e giuridiche che condussero il predicatore galileo sulla croce. È proprio alla luce di questo robusto consenso internazionale che risulta interessante e necessario valutare la recente opera del celebre biblista Israel Knohl, La disputa messianica (Milano, Adelphi, 2025), un testo di innegabile erudizione teologica che propone una rilettura del processo a Gesù incentrata quasi esclusivamente su una controversia dottrinale interna all’ebraismo. Sebbene l’opera di Knohl offra spunti esegetici di grande fascino e converga su alcuni specifici punti con la storiografia odierna, una disamina rigorosa rivela come la sua tesi principale si distanzi significativamente, rimanendo per molti aspetti metodologicamente arretrata, rispetto alle acquisizioni fattuali dell’attuale indagine sul Gesù storico.
Per comprendere i limiti della ricostruzione di Knohl, è indispensabile delineare innanzitutto i contorni del consenso storiografico contemporaneo. Il punto di partenza imprescindibile è fornito dagli studi di E.P. Sanders, le cui ricerche hanno fissato una serie di dati definiti come “fatti inattaccabili” o quasi universalmente riconosciuti dagli storici. Tra questi fatti spiccano il battesimo di Gesù a opera di Giovanni Battista, la sua predicazione in Galilea, la sua discesa a Gerusalemme e, soprattutto, la sua crocifissione da parte dei romani con l’accusa di essere un pretendente al trono. Sanders e il consenso degli specialisti (tra cui studiosi come Bart D. Ehrman) identificano con chiarezza l’evento storico scatenante che precipitò la crisi: l’azione dimostrativa compiuta da Gesù nel recinto del Tempio di Gerusalemme. Questo gesto, lungi dall’essere una mera metafora spirituale, fu percepito immediatamente sia dalle autorità giudaiche di Gerusalemme come una minaccia intollerabile all’ordine pubblico, portando direttamente alla decisione di arrestare e neutralizzare il Nazareno.
Per quanto riguarda le specifiche dinamiche processuali, la storiografia critica ha operato un drastico e necessario ridimensionamento del cosiddetto “processo giudaico” narrato dai vangeli. Le fonti sinottiche descrivono una formale seduta notturna del Sinedrio in cui Gesù sarebbe stato interrogato, avrebbe confessato la propria divinità e sarebbe stato formalmente condannato a morte per il reato di blasfemia. Tuttavia, giuristi e storici hanno evidenziato innumerevoli incongruenze in questo resoconto. Le indagini rigorose di diversi specialisti hanno chiarito che l’udienza notturna di fronte al Sommo Sacerdote Caifa non ebbe i contorni di un vero e proprio dibattimento capitale formale. Si trattò, con ogni probabilità, di una semplice udienza preliminare, una sorta di interrogatorio di polizia o istruttoria volta a raccogliere capi d’accusa da presentare al prefetto romano, al fine di sbarazzarsi rapidamente di un potenziale sovversivo in un frangente in cui l’aristocrazia templare e gran parte dei membri del Sinedrio erano impegnati con i preparativi della Pasqua. La teologizzazione del processo davanti al Sinedrio (che, a detta dell’attuale consenso storiografico, assai probabilmente non ci fu), imperniata sulla disputa dottrinale e sull’accusa formale di blasfemia, è oggi considerata dalla maggioranza degli specialisti come una costruzione o retroiezione apologetica della Chiesa primitiva, desiderosa di spostare la colpa dai romani alle autorità religiose ebraiche.
L’unico vero procedimento giudiziario (perché un provinciale come Gesù non aveva diritto ad un vero e proprio processo), quello che ebbe valenza giuridica e che condusse materialmente all’esecuzione, fu quello celebrato di fronte a Ponzio Pilato. Pilato operò seguendo i principi della giurisprudenza provinciale, istruendo un processo per cognitio extra ordinem, una procedura snella che garantiva al governatore romano un’ampia flessibilità nell’emettere sentenze e nel gestire le accuse a tutela dell’Impero. A questo riguardo, il contributo di Giorgio Jossa è dirimente: egli definisce come un dato storico “assolutamente certo” che Gesù sia stato condannato a morte dal prefetto romano per il crimine prettamente politico di laesa maiestas (lesa maestà o sedizione). La prova inconfutabile di questa dinamica risiede nel macabro ma esatto titolo affisso sulla croce, “Re dei Giudei”, che indicava la motivazione giuridica ufficiale: Gesù fu giustiziato in quanto percepito come un sedizioso e un pretendente regale. Jossa sottolinea con grande equilibrio che l’accusa politica non fu un mero “falso grossolano” inventato dalle autorità giudaiche per ingannare Pilato, bensì un’accusa che affondava le sue radici nell’azione concreta e nella predicazione di Gesù (incluso l’incidente al Tempio) nel contesto esplosivo della Giudea del I secolo. La condanna fu dunque, come ribadito da Hellen Bond, l’esito del brutale opportunismo politico del governatore romano volto a stroncare ogni potenziale focolaio di ribellione.
In questo consolidato e raffinato panorama accademico si inserisce La disputa messianica di Israel Knohl. L’autore propone una tesi suggestiva che sposta il fulcro del dramma dalla politica alla teologia. Knohl argomenta che il processo a Gesù non fu un complotto politico, ma il momento culminante di un millenario “conflitto interno all’ebraismo” riguardante la natura stessa del Messia. L’autore rintraccia due correnti inconciliabili all’interno della Bibbia: da un lato la “Torah sacerdotale”, che esige un abisso insormontabile tra l’uomo e un Dio puro e trascendente, escludendo a priori l’idea di un Messia semi-divino; dall’altro, la tradizione dei Profeti e dei Salmi, che eleva la figura del re attribuendogli tratti celesti. Secondo Knohl, i giudici di Gesù non erano i farisei (che, come Gesù, attendevano un Messia esaltato e semi-divino), ma l’élite dei sadducei. Nel momento in cui Gesù, durante il processo notturno, rivendicò per sé attributi divini, egli perpetrò agli occhi dei giudici sadducei la blasfemia suprema, violando la rigida alterità divina prescritta dalla loro teologia. Il processo sarebbe stato, in sostanza, una diatriba esegetica sfociata in tragedia.
Prima di analizzare i limiti di questa ricostruzione, è doveroso e intellettualmente onesto riconoscere all’opera di Knohl alcuni meriti significativi, evidenziando i punti in cui la sua analisi si avvicina e concorda con le acquisizioni della storiografia contemporanea. In primo luogo, Knohl ha il grande pregio di smantellare, con solide argomentazioni testuali e storiche, l’atavico e velenoso pregiudizio che attribuisce al popolo ebraico la colpa collettiva del deicidio. L’autore dimostra acutamente come la stragrande maggioranza del popolo e la leadership farisaica dell’epoca condividessero con Gesù le medesime premesse teologiche sull’attesa di un Messia. Questo elemento è in perfetta sintonia con il consenso storiografico che vede Gesù come una figura profondamente radicata nel giudaismo e che godeva di una qualche popolarità tra le plebi rurali. In secondo luogo, Knohl circoscrive correttamente la responsabilità della cattura e della consegna di Gesù a una ristretta élite aristocratica, quella sacerdotale sadducea, isolandola dal resto della popolazione. Infine, egli riconosce un dato fattuale imprescindibile: furono i romani a eseguire materialmente la condanna, dal momento che il potere di vita e di morte (jus gladii) sfuggiva alle autorità locali. In questi intenti e in queste specifiche conclusioni, il lavoro di Knohl si rivela prezioso e in dialogo costruttivo con l’esegesi moderna.
Tuttavia, quando si sposta l’indagine dalla storia delle idee teologiche alla nuda e cruda ricostruzione storiografica delle dinamiche processuali, il paradigma proposto ne La disputa messianica presta il fianco a perplessità metodologiche sostanziali. Valutata sotto la lente rigorosa della ricerca del Gesù storico, l’opera di Knohl si distanzia e rimane notevolmente indietro rispetto all’attuale consenso degli specialisti.
Il primo, evidente limite dell’impostazione di Knohl consiste in una sorta di “ingenuo letteralismo” nei confronti dei resoconti evangelici della passione. Nel costruire l’intero climax della sua narrazione attorno al formale dibattito teologico notturno in casa di Caifa e all’accusa di blasfemia, l’autore sembra accogliere come cronaca storica fattuale un testo che decenni di critica della redazione hanno dimostrato essere una elaborata retroiezione. Come sottolineano gli storici, scambiare l’udienza preliminare giudaica per un rigoroso processo canonico incentrato sulla natura di Dio significa ignorare che la formalizzazione e la teologizzazione di quella seduta rispondono alle urgenze apologetiche e cristologiche delle prime comunità cristiane, e non alla realtà di un’azione di polizia condotta in condizioni di emergenza alla vigilia della Pasqua.
In secondo luogo, riducendo l’evento che ha cambiato la storia dell’Occidente a un alterco da seminario teologico tra due scuole interpretative ebraiche (il rigorismo sadduceo contro la visione profetica di Gesù), l’opera compie una drastica e problematica “depoliticizzazione” della figura di Gesù. Questa prospettiva elude completamente uno dei “fatti inattaccabili” fissati da E.P. Sanders: il nesso causale inscindibile tra l’incidente al Tempio e l’arresto. L’aristocrazia sadducea non aveva bisogno di imbastire una raffinata disputa sull’esegesi del Salmo 110 per decidere di arrestare il Nazareno. Il loro movente, come evidenzia l’attuale consenso accademico, era eminentemente politico e pragmatico: la presenza di Gesù in una Gerusalemme gremita di pellegrini che festeggiavano la liberazione di Israele, rappresentava una minaccia per l’ordine pubblico e rischiava di innescare una reazione brutale da parte dei romani. Le autorità giudaiche non agirono come un tribunale dell’inquisizione, ma come un organo di realpolitik dedito a far sì che nulla potesse disturbare il pacifico svolgimento della festività.
Infine, l’approccio di Knohl marginalizza fatalmente il ruolo dell’Impero romano, relegando Pilato a una sorta di esecutore materiale di una sentenza ecclesiastica giudaica. Questo aspetto contrasta frontalmente con gli studi più accreditati sulla materia. Il processo romano non fu un’appendice, ma l’unico evento giuridicamente rilevante. Pilato condannò Gesù non perché questi avesse infranto il rigido monoteismo sadduceo, ma perché si presentava – o, assai più probabilmente, era percepito – come un pretendente messianico di tipo davidico. Nel mondo antico, e specialmente in una provincia instabile come la Giudea, proclamare l’avvento imminente del Regno di Dio portava con sé implicazioni inevitabilmente sovversive per il regno di Cesare. L’opportunismo di Pilato si accanì contro un sedizioso politico, disinteressandosi totalmente delle dispute interne al giudaismo sulla natura umana o divina del Messia.
Concludendo, La disputa messianica è un testo di indubbio fascino. Tuttavia, valutata strettamente sotto la lente della storiografia, la ricostruzione del processo appare viziata da un eccesso di idealismo. Ridurre la tragedia del Golgota a un malinteso esegetico (tra parentesi fondato su una ricostruzione eccessivamente angusta del contesto religioso giudaico del I secolo, che era assai più multiforme di quanto non traspaia dalle pagine del libro) significa perdere di vista la cruda realtà dei fatti storici: la morte di Gesù fu determinata dalla realpolitik dell’aristocrazia giudaica e dalla spietata efficienza di Ponzio Pilato e non da un nobile ma astratto dibattito sulla natura della trascendenza divina.

Ottima disamina. Nascono in me (ignorante) alcune domande. La situazione esplosiva ed emergenziale in quelle 24 ore non salta fuori nettamente anche leggendo i testi evangelici? Se come dice nell’ultima frase la morte di Gesù fu determinata (anche) dalla realpolitik dell’aristocrazia giudaica, come possiamo minimizzare il ruolo dei sacerdoti, farisei o sadducei che fossero, nel consegnare Gesù a Pilato dopo aver per giunta cercato a lungo testimoni per l’accusa? Non lo facciamo forse per i sensi di colpa legati alla strumentalizzazione di questi fatti in chiave antisemita? E soprattutto: se Gesù è Figlio di Dio e Dio lui stesso, vale ancora il “criterio di plausibilità storica” secondo il quale egli deve essere per forza compreso all’interno del suo specifico contesto e la sua vita deve poter spiegare in modo logico e consequenziale la reazione delle autorità che lo portarono alla morte? E’ come se un gruppo di eminenti fisici o chimici ci venisse a dire che la moltiplicazione dei pani e dei pesci o la trasformazione dell’acqua in vino non sono avvenute perché scientificamente impossibili. Chiedo scusa per la semplificazione, ma spero renda un poco l’idea dello straniamento che provo quando leggo le disamine storico-critiche che partono dall’assunto “Gesù-uomo” senza prendere minimamente in considerazione l’ipotesi che fosse (o meglio “sia”) effettivamente anche Dio. Gesù è di gran lunga il personaggio che ha contribuito maggiormente, e da solo, a cambiare il mondo: perché?
Perchè il retroterra teologico è ininfluente nel considerare il movente della consegna di Gesù?
Le cose si possono benissimo combinare insieme. Di fatto la realpolitik può anche influenzare una propria interpretazione delle scritture e la stessa interpretazione rafforzare una decisione fondata sulla realpolitik (è più convwniente che muoia uno…).
Credo che Gesù di Nazaret non costituisse oggettivamente una minaccia agli occhi del potere romano e che – anche da parte sua – avesse cercato realmente di disinnescare la portata politica immediata delle sue azioni, conoscendo benissimo tra l’altro i timori e le macchinazioni della élite templare (cfr. lo sforzo di sottrarsi ai tentativi di investitura, il discorso sul “figlio di Davide”, la parabola dei vignaioli omicidi, il rifiuto della violenza). Lo faceva però in nome di una pretesa “più alta” della politica, cioè di una pretesa teologica. Fu questa che innanzitutto allarmò il Sinedrio. Così al procuratore romano la condanna a morte probabilmente doveva sembrare troppo per un idealista disarmato con un certo seguito tra i ceti rurali, mentre ai membri sadducei del sinedrio la condanna a morte doveva sembrare ancora “troppo poco”, proprio a causa dei temi teologici e dei simboli che la sua predicazione aveva ormai attivato. Questi ultimi infatti – ancora dopo la sua morte – avrebbero continuato a richiedere un controllo ideologico assiduo ed una repressione energica: anche in assenza di fatti tumultuosi o di altre minacce per l’ordine pubblico.