Adriano Virgili

L’eredità ambivalente del metodo comparativo: un’analisi di “Folklore nell’Antico Testamento” di James George Frazer

L’eredità ambivalente del metodo comparativo: un’analisi di “Folklore nell’Antico Testamento” di James George Frazer

La riproposizione nel panorama editoriale italiano di un’opera monumentale quale Folklore nell’Antico Testamento: Studi sulla religione comparata, sulla leggenda e sulla Legge di James George Frazer, pubblicata originariamente nel 1918 e ora edita da Mimesis (Milano-Udine, 2025) a cura di Leonardo Resta, costituisce un’occasione di straordinario rilievo per la comunità degli studiosi di storia delle religioni, di antropologia culturale e di esegesi biblica, nonché per il lettore colto desideroso di confrontarsi con le radici metodologiche delle scienze umane moderne. Questo imponente lavoro, che si colloca idealmente a fianco del più celebre Il ramo d’oro, rappresenta non soltanto una miniera inesauribile di materiali etnografici e mitologici, ma anche un documento storico imprescindibile per comprendere la temperie culturale dell’Inghilterra vittoriana ed edoardiana, un’epoca in cui la fiducia nel progresso scientifico e l’espansione coloniale fornivano il substrato ideologico per la costruzione di grandi sintesi comparative volte a dimostrare l’unità psichica del genere umano e l’evoluzione lineare del pensiero dalla magia alla religione, fino alla scienza. Accostarsi oggi a questo testo richiede tuttavia un’operazione ermeneutica complessa e duplice: da un lato è necessario riconoscere i meriti indiscutibili di Frazer, che con la sua erudizione sterminata e la sua prosa elegante ha contribuito in modo decisivo a desacralizzare lo studio della Bibbia, sottraendola all’isolamento teologico per inserirla nel vasto flusso della storia culturale dell’umanità; dall’altro, è imperativo esercitare una vigilanza critica costante nei confronti dei presupposti teorici dell’autore, in gran parte superati dagli sviluppi successivi dell’etnologia e dell’analisi storico-religiosa, che hanno smantellato il paradigma evoluzionista unilineare e l’approccio decontestualizzante tipico dell’antropologia “da poltrona” (armchair anthropology). Continue reading →

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Presentazione del volume “La Bibbia non parla di UFO”

Presentazione del volume “La Bibbia non parla di UFO”

Credo che a tutti coloro che si occupano a vario titolo di bibbia e storia del giudaismo e delle origini cristiane, prima o poi, capiti di ricevere domande insistenti su questo o quell’autore “alternativo” che propone teorie mirabolanti attorno ai temi legati alle Scritture. Nel mio caso, tutto è iniziato con le continue richieste di opinioni su un noto biblista torinese appassionato di ufologia, le cui teorie sulla Bibbia come cronaca di contatti alieni hanno riscosso un notevole successo mediatico. Mi trovavo spesso in difficoltà nel rispondere, non perché le sue tesi fossero complesse e solidamente argomentante, ma, al contrario, perché le ritenevo talmente assurde e prive di ogni logica da implicare lunghe premesse di carattere metodologico prima di poter essere decotruite e se ne potesse mostrare la fallacia. Il problema con certi autori, infatti, non sta nelle singole proposte che avanzano, me nel metodo, o meglio nella completa assenza di metodo, con cui le avanzano. Stanco di dover spiegare ogni volta il perché certe assurdità sono tali da un punto di vista epistemologico, ho così deciso di rispondere una volta per tutte, e l’ho fatto scrivendo questo libro, La Bibbia non parla di UFO, nato inizialmente come una provocazione sui social e poi diventato un testo organico. Continue reading →

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Teoria dell’evemerismo fantascientifico-Critica della paleoastronautica come forma di riduzionismo tecnologico e negazione del pensiero mitopoietico

Teoria dell’evemerismo fantascientifico-Critica della paleoastronautica come forma di riduzionismo tecnologico e negazione del pensiero mitopoietico

L’esegesi dell’evemerismo fantascientifico e la crisi dell’ermeneutica

L’intersezione tra teologia, archeologia e cultura popolare ha generato, nel corso del XX secolo, un fenomeno ermeneutico singolare che proponiamo di definire “Teoria dell’evemerismo fantascientifico”. Questa corrente di pensiero, popolarmente nota come Teoria degli Antichi Astronauti (Ancient Astronaut Theory – AAT) o paleocontatto, postula che le divinità delle religioni antiche non siano proiezioni simboliche, metafisiche o sociali, bensì entità biologiche extraterrestri tecnologicamente avanzate, la cui presenza fisica sulla Terra in epoche remote sarebbe stata fraintesa e divinizzata dall’umanità primitiva. Sebbene spesso liquidata dall’accademia come pseudoarcheologia, l’AAT merita un’analisi rigorosa non per il suo valore probatorio, che la comunità scientifica ritiene nullo, ma come sintomo di una specifica patologia interpretativa della modernità: l’incapacità di concepire il sacro se non attraverso la lente del materialismo tecnologico. Continue reading →

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L’ombra di Seth e il dio asino: anatomia di una calunnia millenaria tra Egitto, Roma e gnosi

L’ombra di Seth e il dio asino: anatomia di una calunnia millenaria tra Egitto, Roma e gnosi

L’accusa di onolatria rivolta agli ebrei e successivamente ai primi cristiani rappresenta uno degli aspetti più singolari della storia religiosa della Tarda Antichità. La genesi della stessa ha una storia complessa che affonda le radici in uno dei casi di sincretismo culturale più interessante del mondo greco-romano. Questo non può essere inquadrato come una semplice diceria popolare, ma sorge da una complessa interazione tra teologia egizia, polemica ellenistica e interpretazione romana, così come di ardite speculazioni esoteriche. Al centro di questo strano malinteso si colloca l’antica associazione dell’egiziano dio Seth, e del greco Tifone, con l’asino, animale considerato impuro a causa del suo legame ontologico con il deserto, il caos e le forze che minacciavano l’ordine cosmico stabilito dal Ma’at, vale a dire l’architettura morale e fisica della realtà. Quando i giudei divennero una presenza consistente in Egitto, in ragione della loro associazione culturale col deserto e del loro rifiuto di rappresentare la divinità, il loro Dio fu associato a Seth-Tifone, dando origine alla diceria che questo fosse un essere dalla sembianza asinina. Tale associazione di origine probabilmente popolare fu successivamente razionalizzata e trasformata in “fatto storico” dagli intellettuali alessandrini e romani, per poi ascendere ai cieli dell’astrologia e infine cristallizzarsi nella teologia inversa degli gnostici. Continue reading →

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La narrazione del sacro tra memoria e affetto. Recensione del volume “Vite di Cristo e di Maria” a cura di Daniele Solvi

La narrazione del sacro tra memoria e affetto. Recensione del volume “Vite di Cristo e di Maria” a cura di Daniele Solvi

L’uscita del volume Vite di Cristo e di Maria. Testi brevi dal XII al XV secolo (a cura di Daniele Solvi, collana “Magazzino mediolatino” n. 3, La Giustizia Penale e Spolia, Roma 2024, ISBN 9788894684261), curato con maestria filologica e sensibilità interpretativa, costituisce un evento di riliveo nel panorama editoriale italiano dedicato alla medievistica e alla storia della spiritualità. Non ci troviamo di fronte a una mera antologia di testi devozionali, bensì a un’operazione culturale raffinata che colma una lacuna storiografica significativa: la comprensione delle modalità attraverso cui l’uomo medievale, monaco o laico, ha rielaborato, interiorizzato e “riscritto” la biografia di Gesù. In un mercato editoriale spesso polarizzato tra la ristampa anastatica di grandi classici della teologia e la manualistica divulgativa di superficie, questo volume si impone come una “chicca” per la sua capacità di offrire al lettore una selezione di testi brevi, spesso inediti o di difficile reperimento in traduzione italiana, che rappresentano il laboratorio vivente della pietà occidentale. Continue reading →

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L’anatomia di un fallimento imperiale. La strategia, i soldi e la nemesi nella persecuzione di Valeriano

L’anatomia di un fallimento imperiale. La strategia, i soldi e la nemesi nella persecuzione di Valeriano

Sul polveroso fronte orientale, da qualche parte tra le rovine di Edessa e le terre contese della Mesopotamia, si consumò nel 260 uno degli eventi più traumatici e surreali della storia romana: l’imperatore Publio Licinio Valeriano, l’uomo che incarnava la maiestas di Roma, fu catturato vivo dal re persiano Shapur I. Non cadde in battaglia come un eroe, ma finì in catene, trasformato – se dobbiamo credere alle fonti cristiane come Lattanzio, intrise di una comprensibile Schadenfreude – in uno sgabello umano per aiutare il sovrano sasanide a montare a cavallo. La fine ingloriosa di Valeriano segnò l’epilogo di un regno che, solo pochi anni prima, aveva tentato una delle operazioni di polizia politica più sofisticate e mirate dell’antichità: lo smantellamento chirurgico della Chiesa cristiana. Per comprendere la natura specifica di questo scontro, che insanguinò il triennio 257-260, è necessario abbandonare la retorica del martirologio, che spesso appiattisce tutto sotto l’etichetta dell’odio religioso, e adottare lo sguardo disincantato dello storico che osserva i meccanismi del potere. La persecuzione di Valeriano non fu un atto di follia, né una semplice replica di quanto accaduto in precedenza; fu un tentativo razionale, cinico e disperato di salvare un Impero in bancarotta colpendo quella che ormai era percepita come una ricca e organizzata struttura parallela allo Stato. Continue reading →

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