La credibilità del cristianesimo nell’epoca contemporanea. Una risposta alle tesi di John Shelby Spong

  1. La crisi epistemologica e la sfida della Nuova Riforma

Il cristianesimo contemporaneo si trova ad affrontare una profonda crisi epistemologica, culturale e teologica. L’emergere della scienza moderna, le rivoluzioni copernicana e darwiniana e lo sviluppo di un paradigma filosofico post-illuminista hanno indotto molti pensatori a interrogarsi sulla sostenibilità intellettuale della dottrina cristiana tradizionale. Tra le voci più radicali emerse in questo panorama c’è quella di John Shelby Spong (1931-2021), il quale, mosso dalla constatazione di un inesorabile declino della religione istituzionale, ha formulato un manifesto per una “Nuova Riforma” articolato in dodici tesi. L’assunto fondamentale di Spong è che il cristianesimo, per poter sopravvivere nel mondo contemporaneo, debba abbandonare il “teismo” classico, l’interpretazione letterale delle Scritture e i dogmi fondamentali riguardanti l’incarnazione, la redenzione, i miracoli e la risurrezione. La sua tesi centrale sostiene che le categorie teistiche tradizionali, che descrivono un essere sovrannaturale esterno al mondo capace di invaderlo miracolosamente, non sono più credibili per l’uomo moderno.

La nostra breve analisi cercherà di dimostrare che la destrutturazione del cristianesimo proposta da Spong si fonda su un duplice e fatale errore di base, sia di natura esegetica sia di natura metafisica. In primo luogo, dal punto di vista esegetico, la critica di Spong colpisce un approccio letteralista e fondamentalista alle Scritture che la moderna esegesi storico-critica ha già ampiamente superato, dimostrandone l’insostenibilità intellettuale. In secondo luogo, dal punto di vista filosofico e teologico, la sua critica al “teismo” si scaglia contro una concezione antropomorfica di Dio, identificabile, come un “personalismo teistico”, ignorando del tutto la profondità e il rigore della metafisica classica dell’essere, in particolare quella sviluppata da San Tommaso d’Aquino.

Attraverso un approccio metodologico che unisce l’esegesi biblica contemporanea per la risoluzione delle questioni di carattere testuale e la metafisica tomista per l’analisi delle questioni ontologiche, questo articolo fornirà la traccia di una possibile risposta strutturata a queste obiezioni. Verrà dimostrato come il cristianesimo classico non solo sia intellettualmente credibile, ma offra l’unica struttura metafisica coerente per comprendere la realtà nella sua interezza. Il pensiero dell’Aquinate, inestricabilmente legato allo studio dell’essere in quanto essere, fornisce gli strumenti speculativi per smantellare le false dicotomie proposte da Spong, restituendo alla fede cristiana la sua piena statura razionale.

  1. Fondamenti metodologici: esegesi moderna e metafisica dell’essere

Per rispondere adeguatamente alle tesi di Spong, è imperativo stabilire i corretti fondamenti metodologici. Il primo passo consiste in un radicale cambio di prospettiva riguardo alla natura dei testi sacri. La moderna indagine esegetica invita a considerare la Scrittura non come un monolite o un singolo libro redatto da un unico autore con uno stile omogeneo, ma piuttosto come una vasta e stratificata “biblioteca”. All’interno di questa raccolta convivono una pluralità di voci, teologie, stili e generi letterari. L’errore fondamentale del lettore moderno, cresciuto in un’epoca post-illuminista e profondamente influenzato dall’empirismo, è quello di applicare a ogni testo biblico un unico criterio di verità, coincidente con la corrispondenza fattuale e la precisione storiografica.

Leggere un testo poetico, una visione apocalittica o un mito delle origini come se fosse una cronaca giornalistica è un grave errore di metodo che genera inevitabilmente fraintendimenti e porta alle derive del fondamentalismo. L’approccio letteralista si rivela essere una forma di violenza ermeneutica che impone al testo i significati della nostra epoca, rifiutandosi di compiere il necessario viaggio a ritroso per comprendere il contesto, la cultura e le limitazioni umane degli autori. La grandezza dell’opera biblica non risiede nell’assenza di elementi umani, ma nel fatto che gli autori, condividendo l’immaginario e i miti del loro tempo, li abbiano riplasmati per comunicare una visione radicalmente nuova di Dio e dell’umanità. Dunque, non si deve difendere la Bibbia dalla storia, ma occorre leggerla all’interno della storia, accettando che la parola divina si sia incarnata in strutture limitate e imperfette.

Parallelamente, il secondo fondamento metodologico risiede nel recupero della metafisica dell’essere. Il pensiero moderno, influenzato dal razionalismo, dal nominalismo e dall’idealismo, ha progressivamente smarrito il significato trascendentale dell’essere, riducendo la filosofia all’analisi del linguaggio o all’epistemologia. La metafisica scolastica, che trova in San Tommaso d’Aquino il suo vertice assoluto, si configura invece come la scienza dei primissimi principi dell’essere. Essa si fonda sulla dottrina dell’atto e della potenza, e sulla distinzione reale tra essenza ed esistenza nelle creature. Come evidenziato dalla ricerca filosofica contemporanea, questa struttura metafisica non è affatto un relitto del passato, ma offre gli strumenti speculativi più rigorosi per comprendere la causalità, la teleologia, l’identità e la natura profonda della realtà. La sintesi tomista permette di superare le strettoie dello scientismo, dimostrando che l’indagine empirica non esaurisce affatto l’intelligibilità del cosmo, ma ne coglie solo gli aspetti suscettibili di misurazione quantitativa.

  1. La decostruzione del teismo e il Dio della metafisica classica

La prima e più fondamentale tesi di Spong asserisce che il “teismo”, inteso come la credenza in un essere sovrannaturale, dotato di potere, che abita in qualche luogo esterno al mondo e che è capace di invaderlo miracolosamente, è ormai un concetto privo di credibilità. Da questa asserzione iniziale discendono a cascata tutte le sue successive decostruzioni, in particolare la seconda tesi, la quale sostiene che, essendo crollata l’idea teistica di Dio, diventa insensato e concettualmente fallimentare cercare di comprendere Gesù Cristo come l’incarnazione di una siffatta divinità.

L’argomentazione di Spong si fonda su un colossale errore categoriale. Egli confonde la nozione di Dio propria del teismo classico con quella del cosiddetto “personalismo teistico” o di una forma di deismo antropomorfico, diffusosi in epoca moderna. Spong immagina un Dio che è concepito come un ente tra gli altri enti (sebbene il più grande e potente di tutti), posizionato spazialmente o dimensionalmente “all’esterno” dell’universo, che interviene nel mondo come un agente estraneo che manipola dall’esterno le leggi fisiche. Una tale concezione è effettivamente vulnerabile, ed è corretto affermarne la morte intellettuale, ma essa non ha nulla a che vedere con l’ortodossia metafisica cristiana e con la concezione di Dio sviluppata da San Tommaso d’Aquino.

Per l’Aquinate, Dio non è assolutamente il membro supremo di una classe di enti. Nella visione tomista, ogni creatura finita presenta una composizione reale e intrinseca tra l’essenza (essentia), ovvero il principio potenziale che limita e definisce che cosa è la cosa, e l’atto d’essere (actus essendi), ovvero l’attualità che fa esistere l’essenza. Poiché in ogni creatura c’è una distinzione reale tra ciò che essa è e il fatto che essa esiste, nessun ente creato possiede la ragione sufficiente della propria esistenza al suo interno. Il regresso delle cause efficienti non può procedere all’infinito e deve necessariamente terminare in una Causa Prima incausata, in cui l’essenza non limita l’esistenza. In questo Essere Supremo, essenza ed esistenza coincidono in modo assoluto. Come dichiara inequivocabilmente San Tommaso: «Deus est suum esse» (Dio è il suo stesso essere) (Summa Theologiae, I, q. 3, a. 4). La natura divina è l’Ipsum Esse Subsistens, l’Atto d’Essere stesso sussistente, un Atto Puro (Actus Purus) privo di qualsiasi potenzialità.

Di conseguenza, Dio non è un ente “fuori” dal mondo che “invade” la realtà. Egli è il fondamento ontologico primario della realtà stessa, la condizione di possibilità affinché qualsiasi cosa possa esistere in ogni istante. L’Aquinate spiega con somma chiarezza l’immanenza radicale di Dio nel cosmo: «Dio è in tutte le cose, e vi è intimamente» («Deus est in omnibus rebus, et intime», Summa Theologiae I, q. 8, a. 1). Non si tratta di una forma di panteismo, poiché Dio trascende infinitamente il mondo a motivo della semplicità e dell’infinitezza assoluta del Suo Essere; ma, simultaneamente, Egli è immanente in modo totale al mondo in quanto causa efficiente, esemplare e finale che dona e conserva l’essere di ogni creatura.

Il rapporto tra Dio e il mondo non è quello di un monarca distante che agisce dall’esterno, ma si comprende unicamente attraverso la dottrina della partecipazione. Tutte le cose create non sono l’essere, ma hanno l’essere per partecipazione, in misura limitata dalla loro essenza. Tommaso afferma: «Tutto ciò che è qualcosa per partecipazione rimanda a un altro che sia la stessa cosa per essenza, come a suo principio supremo». Pertanto, quando Spong sostiene che non possiamo più credere a un “Dio esterno”, sta paradossalmente invocando la necessità di recuperare la metafisica tomista della partecipazione, la quale non ha mai concepito l’azione divina come una violazione estrinseca o un’invasione spaziale, bensì come l’attualizzazione più intima della forma e dell’esistenza della creatura. Il teismo classico non è affatto morto; è la sua caricatura moderna ad essere perita. E su questa base metafisica incrollabile, l’Incarnazione cessa di essere l’assurdità logica criticata da Spong per rivelarsi come il mistero supremo della comunicazione dell’essere.

  1. L’incarnazione e la metafisica della persona

La seconda e la quarta tesi di Spong attaccano frontalmente la cristologia classica. Avendo rifiutato il teismo, Spong giudica concettualmente fallimentare l’idea che Gesù sia l’incarnazione di una divinità teistica e bolla il concepimento verginale come un’impossibilità biologica che distrugge la dottrina della divinità di Cristo.

Per rispondere a queste obiezioni, occorre dispiegare la metafisica della persona e l’esegesi del testo biblico. Dal punto di vista esegetico, i racconti dell’infanzia di Gesù e del concepimento verginale non devono essere letti come referti medici o resoconti ostetrici. L’esegesi contemporanea dimostra che l’autore biblico utilizza generi letterari specifici per veicolare verità teologiche profonde. Il concepimento verginale è il segno letterario e teologico che l’origine di Cristo non scaturisce dal puro corso della storia umana, ma è un’iniziativa radicale, gratuita e assoluta di Dio. Affidare la valutazione della divinità di Cristo a una critica della “biologia letterale” significa commettere il grave errore metodologico di sovrapporre i moderni criteri empirici alle intenzioni narrative dell’autore sacro, compiendo quella violenza ermeneutica che l’indagine critica ha il compito di scongiurare.

Dal punto di vista metafisico, l’Incarnazione non rappresenta la trasformazione di Dio in un uomo o la sostituzione di un principio vitale umano con uno divino, configurazioni che violerebbero il principio di non contraddizione e la stessa immutabilità dell’Atto Puro. San Tommaso chiarisce che l’Unione Ipostatica avviene in persona e non in natura. La natura divina e la natura umana restano distinte, integre, inconfuse e inalterate, ma si uniscono ineffabilmente nell’unica ipostasi (persona) del Verbo eterno.

L’Aquinate fa propria la definizione di persona formulata da Boezio: «Persona est naturae rationalis individua substantia» (La persona è la sostanza individuale di natura razionale), che egli approfondisce ulteriormente precisando: «Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in natura rationali» (La persona significa ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura, ovvero un sussistente in una natura razionale) (Summa Theologiae I, q. 29, a. 3). La persona è il sussistente concreto a cui appartiene, in modo primario e incondizionato, l’atto d’essere (actus essendi). Nel mistero dell’Incarnazione, l’atto di esistere infinito e increato del Verbo si comunica a una natura umana perfetta e assunta nel grembo di Maria. Non c’è dunque un Dio “esterno” che si traveste da creatura, ma il Principio stesso dell’essere che assume nella propria sussistenza personale una natura creata, portando a compimento la capacità della natura umana di essere elevata e unita al suo Creatore.

Riguardo all’impossibilità biologica del concepimento verginale sollevata da Spong, la metafisica tomista risponde richiamando la dottrina della causalità. L’Autore della natura e dell’essere non è ontologicamente sottomesso o limitato dalle leggi formali e materiali delle cause seconde. Se Dio, in quanto Ipsum Esse Subsistens, è la causa universale ed efficiente di ogni forma e di ogni materia, nulla osta metafisicamente che Egli possa operare un effetto sul piano biologico aggirando la catena ordinaria delle cause efficienti secondarie (la generazione umana naturale). Questo intervento non è una correzione di un errore naturale, ma la manifestazione di un ordine teologico superiore, inteso a comunicare l’origine divina e trascendente dell’umanità del Verbo.

  1. Creazione, evoluzione e la verità metafisica della caduta

La terza tesi di Spong decreta che la narrazione biblica di una creazione perfetta e finita, dalla quale gli esseri umani sarebbero precipitati nel peccato, costituisce una mera “mitologia pre-darwiniana e assurdità post-darwiniana”. L’implicazione di questa tesi è che la teoria dell’evoluzione renda impossibile sostenere la dottrina della caduta e del peccato originale.

Anche in questo caso, l’analisi esegetica disinnesca l’obiezione alla radice. I primi capitoli della Genesi non sono cronache storiche o trattati di biologia, ma appartengono al genere letterario del “mito delle origini”. Come evidenziato dagli esegeti, queste narrazioni sono costruzioni letterarie e teologiche che si avvalgono dei miti dell’antico Vicino Oriente, riplasmandoli per comunicare una verità inaudita su Dio e sull’umanità. Leggere la storia dei progenitori come cronaca oggettiva è un atto di miopia intellettuale. Ad esempio, la rilettura che l’apostolo Paolo fa della figura di Adamo in contrapposizione a Cristo (Romani 5) non canonizza la storicità biologica del primo uomo, ma utilizza la figura mitica per esprimere teologicamente la solidarietà universale dell’umanità nel peccato e la portata altrettanto universale della redenzione. Non vi è alcuna necessità ermeneutica di postulare un’età dell’oro biologica o una perfezione primordiale incompatibile con l’evoluzione darwiniana.

Tuttavia, il superamento del letteralismo non significa che la dottrina della caduta sia priva di valore ontologico. La metafisica e l’antropologia di San Tommaso d’Aquino offrono una chiave di lettura formidabile e del tutto immune alle critiche evoluzionistiche. Tommaso fonda la sua antropologia sull’ilemorfismo aristotelico: l’essere umano è una singola sostanza composta da materia prima (il principio di potenzialità) e forma sostanziale, che nell’uomo è l’anima razionale.

In virtù della sua natura materiale, il corpo umano è naturalmente e intrinsecamente corruttibile. La corruzione, il dolore e la morte fisica non sono difetti imprevisti, ma necessità derivanti dalla composizione materiale. Tommaso è chiarissimo nell’affermare che la morte è naturale per l’uomo in quanto composto di materia. Pertanto, i processi di evoluzione, decadimento e morte descritti dalla biologia moderna descrivono esattamente il funzionamento della natura umana presa in se stessa, nel suo aspetto materiale.

Cosa rappresenta, allora, il peccato originale e la caduta? L’Aquinate opera una distinzione essenziale tra i princìpi intrinseci della natura umana e i doni preternaturali e soprannaturali. Nel disegno originario, Dio aveva dotato la natura umana di una grazia speciale (la giustizia originale) che manteneva l’intelletto sottomesso a Dio, la volontà sottomessa all’intelletto, e le passioni inferiori e il corpo sottomessi alla volontà. Questa integrazione perfetta preservava (potenzialmente) l’uomo dalla mortalità e dalla concupiscenza. La caduta non è un mutamento nella genetica o nella biologia della specie, ma è la privazione colpevole di questa grazia ordinante.

Privato dei doni preternaturali a causa del peccato, l’essere umano è stato restituito alla sua pura condizione naturale materiale. L’evoluzione biologica, con le sue dinamiche di sopravvivenza, lotta e morte, non fa che descrivere il funzionamento della natura umana non più integrata dall’armonia della grazia originale. La teleologia naturale dell’uomo rimane intatta, ma egli si trova in uno stato di vulnerabilità, bisognoso dell’intervento salvifico. Vale qui il sommo principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit» (La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona) (Summa Theologiae I, q. 1, a. 8, ad 2). L’assurdità post-darwiniana denunciata da Spong si rivela essere solo un’incomprensione della rigorosa ontologia scolastica, che distingue mirabilmente tra natura materiale e grazia elevante.

  1. La possibilità e il significato del miracolo in un universo retto da leggi reigorose

La quinta tesi di Spong decreta che le narrazioni dei miracoli nel Nuovo Testamento non possono più essere interpretate, in un mondo post-newtoniano e governato dalla scienza moderna, come eventi soprannaturali operati da una divinità incarnata. Spong aderisce a un pregiudizio empirista (fortemente debitore del pensiero di David Hume) secondo il quale l’universo è un sistema chiuso, deterministico, in cui le leggi di natura sono rigide prescrizioni inviolabili, rendendo il miracolo un’impossibilità logica.

6.1 La fallacia dello scientismo

La critica di Spong poggia su un fondamento epistemologico fallace noto come scientismo. Come evidenziato dai più recenti studi nella filosofia della scienza e nella metafisica tomistica contemporanea, limitare l’intera realtà ai soli fenomeni quantificabili, prevedibili e controllabili misurati dalla fisica significa scambiare il metodo per l’ontologia. La fisica ottiene un successo straordinario proprio perché astrae matematicamente dal mondo naturale, decidendo metodologicamente di ignorare le cause finali e le cause formali, concentrandosi solo sugli aspetti misurabili. Concludere che tutto ciò che non può essere catturato dalle equazioni della fisica non esista è un grave errore logico. Per utilizzare una celebre analogia, è come se chi usa un metal detector concludesse che nel mondo esistono esclusivamente oggetti metallici, ignorando l’esistenza di legno, pietra o acqua perché questi non sono rilevati dal suo strumento. La scienza descrive le regolarità dei fenomeni, ma non può, per sua stessa natura, escludere metafisicamente l’esistenza di altre dimensioni della realtà o l’intervento di cause non misurabili.

6.2 Causa prima, cause seconde e leggi di natura

Per comprendere il miracolo in modo intellettualmente sostenibile, occorre rigettare la visione meccanicistica delle leggi di natura (intese come editti matematici imposti alla materia) e recuperare la visione aristotelico-tomista. In questo quadro, le cose naturali operano secondo regolarità perché possiedono delle nature (o essenze) specifiche, dalle quali promanano intrinseche potenze causali o propensioni. Le “leggi di natura” sono semplicemente la descrizione astratta di come le essenze delle cose operano tendenzialmente e teleologicamente.

San Tommaso risolve l’apparente conflitto tra natura e miracolo attraverso la fondamentale distinzione tra la Causa Prima (Dio) e le cause seconde (le creature). Dio conferisce alle creature non solo l’atto d’essere, ma anche l’intrinseca dignità della causalità: le cause seconde sono cause vere, che producono realmente i loro effetti. Tuttavia, la loro capacità di esistere e di agire dipende momento per momento dall’influsso attualizzante della Causa Prima.

Un miracolo non è una “violazione” della natura, quasi che Dio entrasse in conflitto con delle regole estrinseche o correggesse un difetto di progettazione. San Tommaso definisce rigorosamente il miracolo: «Illa quae a Deo fiunt praeter ordinem causarum in rebus creatis solitum, miracula dicuntur» (Quelle cose che sono fatte da Dio al di fuori dell’ordine consueto delle cause nelle cose create, sono chiamate miracoli) (Summa Contra Gentiles III, 101). Poiché l’intero universo e ogni potenza causale sono mantenuti nell’essere dall’actus essendi partecipato, non c’è alcuna contraddizione logica o metafisica nel fatto che l’Autore dell’essere produca un effetto materiale aggirando la mediazione della causalità naturale proporzionata. Il miracolo è metafisicamente coerente: è la sospensione dell’effetto di una causa seconda dovuta all’influsso diretto della Causa Prima. Rigettare i miracoli a priori non è un trionfo della scienza, ma il dogmatismo di una filosofia materialista che ha precluso l’indagine razionale sull’essere.

  1. Redenzione, risurrezione ed escatologia: la salvezza come pienezza dell’essere

Nelle tesi 6, 7 e 11, Spong respinge con forza la teologia dell’espiazione (giudicandola immorale), la dottrina della risurrezione corporea e l’idea di una vita dopo la morte strutturata su una logica di premi e punizioni.

7.1 L’espiazione: solidarietà ontologica, non sostituzione penale

La ripulsa di Spong nei confronti della redenzione si scaglia contro i modelli tardo-scolastici e calvinisti della sostituzione penale, in cui un Dio Padre adirato esige il sangue del Figlio innocente per placare la propria ira. La soteriologia di San Tommaso si distanzia in modo incommensurabile da questa caricatura giuridica. Per l’Aquinate, l’efficacia salvifica della croce non risiede affatto nel dolore fisico inflitto, né in una logica di transazione contabile. Essa risiede nell’immensità della carità (amore) e dell’obbedienza di Cristo.

Poiché Cristo è una persona divina che ha assunto la natura umana, le sue azioni hanno un valore ontologico infinito. La salvezza deve essere compresa attraverso la metafisica della partecipazione e della solidarietà organica: Cristo, costituito come Capo del corpo mistico (l’umanità), compie un atto di amore supremo che sovrabbonda di grazia, reindirizzando la natura umana, corrotta dalla privazione del peccato, verso il suo fine ultimo, ovvero la comunione beatifica con l’Esse Subsistens. La croce non è la punizione di un Dio sadico, ma l’assunzione totale della miseria umana da parte dell’Essere stesso per trasfigurarla dall’interno.

7.2 L’ilemorfismo e la necessità della risurrezione carnale

Spong ritiene inaccettabile la risurrezione fisica. Questo scetticismo nasce da un dualismo platonico-cartesiano latente, che considera il corpo un mero guscio accidentale. Tuttavia, l’antropologia tomista si fonda rigorosamente sull’ilemorfismo: l’essere umano non è uno spirito intrappolato in una macchina, ma una singola, mirabile sostanza composta da materia prima (potenzialità) e forma sostanziale (l’anima razionale, che è l’atto primo del corpo).

L’anima umana, essendo capace di operazioni che trascendono la materia (come la conoscenza degli universali e l’autocoscienza riflessiva), possiede l’atto d’essere in proprio ed è pertanto sussistente e incorruttibile; può sopravvivere alla disgregazione del composto materiale. Nonostante ciò, San Tommaso è categorico: l’anima separata dal corpo si trova in uno stato “innaturale” e ontologicamente incompleto. Essendo per sua natura la forma del corpo, l’anima mantiene una naturale, intrinseca e insopprimibile propensione teleologica a informare la materia.

Da questa premessa deriva il celebre assioma che fonda l’antropologia non-dualista di Tommaso (nel suo Commento alla Prima Lettera ai Corinzi): «Anima mea non est ego» (La mia anima non è il mio “io”, non è la mia persona). Se l’anima da sola non costituisce la persona umana completa, la salvezza escatologica richiede rigorosamente la risurrezione del corpo affinché la persona riacquisti la sua interezza sostanziale e possa godere della pienezza della beatitudine. La risurrezione non è dunque il residuo di una mentalità magica o un mito primitivo, ma il necessario e coerente coronamento metafisico della natura umana redenta. Dal punto di vista esegetico, i vangeli non descrivono la rianimazione di un cadavere (come nel caso di Lazzaro), ma lo squarcio di una dimensione escatologica: un corpo trasfigurato dallo Spirito, la cui identità ontologica con il Crocifisso è garantita dalle ferite gloriose.

7.3 Escatologia, teleologia e il giudizio di verità

L’insofferenza di Spong per un aldilà fondato sul “controllo comportamentale” di premi e punizioni (Tesi 11) si scontra con il concetto teleologico della libertà umana. In San Tommaso, la morale non è l’imposizione di un legislatore tirannico, ma l’intrinseco dinamismo dell’ente verso il perfezionamento della propria natura. L’uomo, dotato di intelletto e volontà, tende per sua struttura ontologica verso il Bene Universale, che coincide con Dio stesso. Il principio trascendentale afferma infatti che «Bonum et ens convertuntur» (Il bene e l’essere sono convertibili) (Summa Theologiae I, q. 5, a. 1).

Il peccato è inteso ontologicamente come privazione, una scelta deliberata di beni inferiori e caduchi a scapito del Fine Ultimo. Il giudizio ultraterreno non è una vendetta estrinseca o un calcolo punitivo, ma il sigillo della Verità sulla traiettoria ontologica liberamente scelta dalla volontà umana durante la vita terrena. Coloro che hanno rifiutato il Bene fino alla fine sperimentano la fissità della loro scelta (l’inferno come radicale allontanamento dall’Essere e dal Bene), mentre coloro che si sono allineati alla Verità Prima entrano nella visione beatifica, che rappresenta la massima attualizzazione dell’intelletto umano e il compimento del desiderio naturale.

  1. Etica, preghiera e la dignità inviolabile della persona umana

Le ultime tesi del manifesto di Spong propongono l’abbandono di una preghiera concepita come richiesta a una divinità teistica di intervenire nella storia e condannano fermamente ogni forma di discriminazione etica, istituzionale o sociale, basata sul presupposto che “tutti gli esseri umani portano l’immagine di Dio” (Tesi 12).

8.1 La metafisica della preghiera come partecipazione provvidenziale

Se Dio, come stabilito dalla metafisica tomista, è l’Atto Puro, assolutamente semplice, immutabile e fuori dallo scorrere del tempo, è logicamente evidente che la preghiera di petizione non può avere lo scopo di fornire informazioni a un Dio ignorante, né di persuaderlo a cambiare la Sua mente o alterare i Suoi piani perfetti.

Tuttavia, l’Aquinate salva brillantemente l’efficacia della preghiera inserendola nel maestoso quadro della Divina Provvidenza. Come insegna San Tommaso: «Non enim propter hoc oramus ut divinam dispositionem immutemus, sed ut id impetremus quod Deus disposuit per orationes sanctorum esse implendum» (Noi non preghiamo per mutare la disposizione divina, ma per impetrare ciò che Dio ha disposto che debba compiersi mediante le preghiere dei santi) (Summa Theologiae II-II, q. 83, a. 2). La preghiera non mira a mutare i decreti di Dio, ma a causare nel tempo ciò che Dio ha eternamente disposto si realizzi mediante la libera cooperazione delle cause seconde.

Elevando preghiere a Dio, le creature dotate di intelligenza e libertà si allineano volontariamente all’ordine causale divino, assumendo il ruolo di veri e propri cocreatori all’interno della storia. La preghiera non è dunque una pratica superstiziosa rivolta a una divinità “esterna” affinché sospenda le regole, ma rappresenta la suprema attualizzazione della nostra dipendenza dalla Causa Prima e la più alta forma di partecipazione creaturale al mistero dell’Essere.

8.2 L’imago Dei e il fondamento metafisico della non-discriminazione

La dodicesima tesi di Spong, che invoca la fine di ogni discriminazione basata su razza, genere o orientamento, tocca un principio profondamente radicato nella teologia cristiana, ma le sue fondamenta etiche e ontologiche sono difese in modo immensamente più saldo dalla metafisica tomista rispetto al debole umanesimo secolare.

Per l’Aquinate, come già ricordato, la persona umana è «id quod est perfectissimum in tota natura» (ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura). La dignità umana non è un costrutto sociale, un accordo contrattualistico o una temporanea concessione sociologica moderna. Essa deriva ontologicamente dal fatto che la persona possiede una forma sostanziale spirituale, dotata della capacità intrinseca di conoscere i primissimi principi universali dell’essere e della verità, e di amare liberamente il Bene Assoluto.

Ogni essere umano, a prescindere dalle sue limitazioni accidentali, dalla sua etnia o dalle sue caratteristiche fenomeniche, è attualizzato dall’actus essendi comunicato direttamente dalla Divinità. Questo statuto ontologico fonda in modo indelebile l’imago Dei (l’immagine di Dio) in ogni individuo umano. Su questa incrollabile base metafisica, il rifiuto di qualsiasi struttura, istituzione o prassi che sminuisca l’umanità di qualunque figlio di Dio non è una novità di Spong, ma è in perfetta continuità con la legge naturale e l’etica tomista, le quali orientano la convivenza umana verso il bene comune e impongono il rispetto del valore trascendente della persona. Il cristianesimo classico, compreso rettamente nella sua struttura assiologica e metafisica, offre la motivazione più forte, universale e incorruttibile per rifiutare l’odio e la discriminazione, poiché riconoscere l’altro significa riconoscere un’ipostasi che sussiste unicamente in virtù dell’atto creativo e dell’amore dell’Esse Ipsum Subsistens.

  1. Considerazioni conclusive

L’esame rigoroso e sistematico delle “dodici tesi” di John Shelby Spong rivela che la presunta insostenibilità e inaffidabilità della fede cristiana dinanzi al pensiero moderno non è il risultato di un fallimento del cristianesimo, ma è la diretta conseguenza di una profonda incomprensione esegetica e di un drastico impoverimento filosofico. Nel tentativo, di per sé comprensibile, di salvare la fede dallo spettro di un fondamentalismo anti-intellettuale, Spong finisce col commettere un fatale errore strategico: egli abbraccia in modo acritico i dogmi limitanti del materialismo, dell’empirismo scientista e del nominalismo, scartando i fondamenti stessi del reale.

Dal punto di vista esegetico, come sottolineato dagli studi più accurati sulla formazione della Bibbia, non può e non deve limitarsi al mero dato letteralista. La Bibbia esprime un inestricabile e fecondo intreccio di storia, teologia e testimonianza esistenziale in cui l’uso di generi letterari complessi (come il mito delle origini o le narrazioni teologiche) non svilisce la verità oggettiva, ma la esalta ben oltre i confini dell’arida cronologia. L’esegesi contemporanea invita la fede cristiana a una piena maturità intellettuale, all’onestà e al rigoroso discernimento storico-critico, dimostrando che il testo sacro, compreso nel suo contesto, resta il veicolo affidabile di una parola viva e interpellante.

Dal punto di vista filosofico e teologico, la metafisica della scuola scolastica, che trova nel sistema speculativo di San Tommaso d’Aquino il suo coronamento definitivo, fornisce una struttura logica e ontologica inattaccabile contro le superficiali obiezioni contemporanee. La decostruzione del “teismo” proposta da Spong si dissolve istantaneamente di fronte alla grandiosa intelligenza dell’Actus Purus e dell’Ipsum Esse Subsistens. Dio non abita uno spazio dimensionale oltre i confini del cosmo minacciando di inquinarne le leggi meccaniche; Egli è il Creatore increato che sostiene intimamente ogni ente, conferendogli in ogni istante l’atto di esistere, garantendo così la radicale intelligibilità del mondo.

In questa maestosa visione dell’Universo, profondamente razionale e permeata dal mistero della Partecipazione dell’essere, dottrine centrali come l’Incarnazione del Verbo, la Risurrezione della carne (assicurata dal principio insopprimibile dell’ilemorfismo) e l’intersezione causale tra causa prima e cause seconde (i miracoli) non appaiono più come relitti mitologici o assurdità logiche. Esse si rivelano, al contrario, come vertici luminosi e razionalmente solidi di una dottrina salvifica immortale. Il cristianesimo, liberato dall’onere gravoso di un biblicismo infantile e interpretato alla luce della grande sinfonia della ragione metafisica, non solo conserva intera la sua incisiva credibilità nell’era post-moderna, ma continua ad affascinare e soddisfare lo spirito umano, strutturalmente e ontologicamente aperto, per sua stessa natura, alla conoscenza della Verità e dell’Essere nella sua inesauribile totalità.

Posted by Adriano Virgili

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La confutazione delle tesi di Spong è stata al solito una lettura stimolante, complessa. Non ho le conoscenze per comprendere appieno questo scritto, ma espongo qui alcuni punti su cui mi sono sentito sollecitato. Concordo sulla necessità di non applicare a ritroso nel tempo criteri di verità adottati oggi. Visioni apocalittiche, miti delle origini, testi poetici erano il prodotto dello sforzo dei saggi del tempo di definire verità ordinatrici della storia del mondo, verità che dessero una spiegazione della presenza umana che andasse al di là del tempo di vita individuale, che sollecitassero la parte spirituale dlel’umanità, che definissero criteri anche etici e morali di guida per la nostra presenza nel mondo. Molte altre religioni hanno miti delle origini, visioni apocalittiche, storie poetiche, preghiere toccanti. Nei Salmi ci sono inni all’Amore, le tavole dei 10 comandamenti sono validissime norme di comportamento etico e morale ancora oggi a più di 2500 anni di distanza da quando furono consegnate a Mosè; ma anche l’inno allo Spirito della Montagna di certe tribù indo-nordamericane è un testo poetico e normativo assieme di una comunità. E’ Dio che parla? Certamente, Dio parla sempre secondo la sensibilità, la storia, la cultura di una comunità: parla un linguaggio comprensibile a una comunità, linguaggio che non sarebbe comprensibie, in quel tempo, presso altre comunità. Riguardo al Dio come Essere increato ec ec. ricordo una domanda della mia prof. di Storia e Filosofia al liceo: ma secondo voi, Dio è astratto o concreto? Silenzio titubante, poi uno azzarda: è astratto!. No, è concreto, rispose la prof. E’ l’Essere per eccellenza. Dunque se nella Bibbia c’è un tentativo di esprimere la pienezza di questo Essere, concezione poi elaborata dai teologi fino al citato S. Tommaso, non si fa che percorrere una strada ancora oggi praticata. Anche oggi i fisici e i filosofi si domandano: perchè l’Essere? Tra il grigio e noioso Nulla, e il colorato e fantasmagorico Essere, una decisione è stata presa, una Volontà si è espressa, un desiderio di Bene e di Bellezza si è manifestato, un Amore irrefrenabile ha vinto, uno sforzo incontenibile di Coscienza è avvenuto (v. le tesi di Federico Faggin). Se anche tutto ha avuto origine da una fluttuazione quantistica del vuoto, bene questa fluttuazione è stata qualcosa che si è opposta, si è distinta dal Nulla statico. Aveva già avuto delle buone intuizioni Eraclito. Ora il punto critico è il passaggio da questa pulsione incontenibile dell’Essere al Gesù nella Storia come incarnazione divina, pure con la concezione verginale: il passo è lungo, molto lungo, c’è un oceano di mezzo. Qui la antropizzazione della percezione del divino ai miei occhi è evidente. Non è spiegabile perchè Dio avrebbe scelto un popolo preciso, un luogo preciso del mondo per rivelarsi. E tutti i popoli vissuti prima, tutti all’Inferno? E tutti i popoli, milioni di persone, che ancora oggi, e per molto tempo ancora, non avranno idea di chi sia stato Gesù, della sua missione, di tutto ciò che è stato il Cristianesimo, perchè scartarli? Che colpa hanno? E quei popoli che invece conoscono bene il Cristianesimo, possono leggere i Vangeli, possono consultare rappresentanti del Cristianesimo per informarsi, bene questi popoli che pur conoscendo Gesù non lo riconoscono come rivelazione divina, e continuano nei loro riti e credenze religiose, come ad esempio il popolo giapponese: tutti da condannare? Tutti infedeli? Milioni, miliardi di infedeli? Qui c’è il punto critico: una religione non può pretendere di essere l’unica voce della Verità: Dio parla a tutti, anche ai popoli delle Isole Andamane, che non sanno nulla di Gesù ancora oggi, Dio parla anche al popolo giapponese, che ha un corpus di credenze e di riti affatto diversi. “Tutti gli esseri umani portano ‘immagine di Dio”, io mi riconosco bene in questa affermazione di Spong. E fatti come la concezione verginale, a mio parere perdono di importanza, rivelano ai miei occhi una specializzazione antropica figlia della storia locale di un popolo, della sensibilità locale di un popolo. Quanto alle norme etiche e morali, queste sono giustissime, ed è un miracolo che dopo 2500 siano ancora praticamente le stesse, ma queste norme non vanno praticate in previsione di un premio o nel timore di un castigo futuri: il premio o il castigo sono già qui e ora, nel momento in cui sentiamo il calore del Bene e dell’Amore e il freddo del Male e dell’Odio. Anche il “peccato originale” io non riesco a concepirlo oggi, anche se ammetto che poteva essere una Verità sentita a quel tempo. Come si fa ad accettare che tutte le generazioni successive alla Coppia progenitrice debbano portare la colpa di quella Coppia? Dio ci ha creati liberi, la colpa eventuale è di ciascuno di noi, non possiamo essere responsabili di un peccato Originale dei trisnonni del’umanità la cui responsabilità viene ereditata da tutte le generazioni. Il mio rifiuto di questa concezione è totale, assoluto. Riguardo ai miracoli, vanno rispettati come Verità valide per la mentalità del tempo. Io penso che oggi non ci sia bisogno di miracoli per credere: tutta la Vita è già un miracolo, tutto l’Universo è un miracolo continuo sotto i nostri occhi! Ecco, queste sono le mie riflessioni dopo avere le letto le sue confutazioni a Spong, consapevole di non avere l’attrezzatura mentale e di studio per comprendere molti punti del suo scritto.

Complimenti Adriano, davvero un ottimo articolo che oltretutto contiene una interessante spiegazione della filosofia di Tommaso d’Aquino. Il tuo articolo mi è talmente piaciuto che l’ho pubblicizzato sul mio canale con questo video
https://youtu.be/8iS8f0EfVlA?is=eE3XBatGRLmc9lg8

Adriano Virgili

Iberissimo.

Grazie davvero per questo scritto illuminante, completo e profondo, di altissimo livello intellettuale. Mi ci sono accostato umilmente, leggendolo con calma, stampandolo per rileggerlo e meditarlo in futuro. Sarebbe bello se la Chiesa dedicasse tempo e risorse a diffondere questo tipo di conoscenza, che rappresenta il fondamento della fede cattolica ed è, come si legge qui, perfettamente compatibile con la modernità; a meno che non la si voglia fraintendere.

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