Anatomia di un teologumeno. La scena della Madre e del Discepolo Amato sotto la croce tra inverosimiglianza storica e costruzione simbolica

L’approccio alla narrazione della passione di Gesù nel Vangelo di Giovanni, e in particolare alla celebre pericope dei versetti 19,25-27, richiede allo storico del cristianesimo un esercizio di ascesi intellettuale non indifferente. Si tratta di sospendere il giudizio di fede, quella precomprensione devozionale che per secoli ha avvolto questo testo in un’aura di intoccabilità sacra, per applicare con rigore chirurgico gli strumenti dell’agnosticismo metodologico. Non si tratta di negare la verità teologica o spirituale che il testo ha veicolato per generazioni di credenti, ma di distinguere con nettezza i piani: da una parte il piano della Historie, intesa come la nuda successione dei fatti accaduti (o non accaduti) sul Golgota intorno all’anno 30 d. C.; dall’altra il piano della Geschichte, la storia interpretata, riletta e significante, che costituisce l’ossatura della narrazione evangelica.

Quando ci si accosta al quadro giovanneo che ritrae la madre di Gesù, la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, Maria Maddalena e il misterioso “discepolo che egli amava” stanti parà tō staurō, “presso la croce”, in un’intimità colloquiale con il condannato, lo storico si trova di fronte a un bivio ermeneutico. Accettare questo racconto come un reportage di cronaca significa dover ignorare una massa critica di dati provenienti dal diritto romano, dalla storia militare, dalla fisiologia medica e dalla comparazione con le fonti sinottiche più antiche. Al contrario, riconoscere in questa scena un “teologumeno” – ossia una costruzione narrativa elaborata a posteriori dalla comunità giovannea per esprimere una verità dottrinale – permette di salvare la coerenza storica e, paradossalmente, di recuperare la profondità del messaggio che l’evangelista intendeva trasmettere.

La scena, così come ci viene presentata dal quarto vangelo, è costruita con una ieraticità solenne, quasi liturgica. Non ci sono il caos, le grida, la polvere e il sangue che ci aspetteremmo da un’esecuzione capitale nel I secolo. Ci sono invece un ordine, una simmetria e una capacità di parola che trasformano il patibolo in una cattedra e la morte in un atto di fondazione giuridica e comunitaria. Per comprendere perché questa rappresentazione sia storicamente inverosimile e come essa funzioni invece come potente macchina teologica, è necessario smontare pezzo per pezzo il meccanismo narrativo, confrontandolo con la brutale realtà della macchina di morte romana.

La barriera della realtà: la custodia militaris e l’interdizione dello spazio

Per cogliere l’abisso che separa la narrazione giovannea dalla probabile realtà storica, dobbiamo innanzitutto ricostruire l’ambiente fisico e giuridico di una crocifissione romana in Giudea. L’iconografia cristiana occidentale, sedimentata in secoli di pale d’altare e rappresentazioni sacre, ci ha abituati a visualizzare la croce come un evento quasi privato, o comunque accessibile: un palo piantato su una collina isolata, dove amici e parenti possono avvicinarsi per raccogliere le ultime volontà del moribondo, magari asciugargli il volto o porgergli conforto. Questa immagine è, dal punto di vista storico, una pia illusione.

La crocifissione non era una semplice esecuzione: era una summa supplicia, la pena suprema, uno spettacolo di stato progettato e codificato per terrorizzare le masse e riaffermare con brutalità l’autorità imperiale su una provincia turbolenta. Non si trattava di un evento disorganizzato lasciato alla gestione della folla, ma di un’operazione di polizia militare rigorosamente disciplinata. Sul luogo del supplizio, il Golgota, la sovranità non apparteneva al condannato né ai suoi simpatizzanti, ma all’imperium romano rappresentato dall’esercito.

A capo dell’esecuzione c’era un ufficiale, tecnicamente definito exactor mortis, solitamente un centurione. Egli era il responsabile legale del completamento della sentenza: doveva garantire che il condannato morisse e che la morte avvenisse secondo i tempi e i modi stabiliti dal prefetto. Questo ufficiale non operava da solo. Il protocollo romano standard prevedeva la presenza di un quaternio militum, una squadra tattica minima composta da quattro legionari per ogni condannato. Nel caso di Gesù, crocifisso insieme ad altri due condannati (definiti lestai, banditi o rivoltosi, nei sinottici), dobbiamo immaginare la presenza di almeno dodici soldati, più il centurione e verosimilmente truppe ausiliarie di supporto per il controllo della folla, data la concomitanza con la Pasqua e il rischio di tumulti.

La funzione di questi soldati, definita dalle fonti giuridiche come asservare cruces (sorvegliare le croci), non era cerimoniale. Come attestato dal Satyricon di Petronio e da altre testimonianze dell’epoca, il loro compito primario era presidiare il corpo del reo, considerato proprietà dello Stato fino al completo disfacimento o alla concessione esplicita di sepoltura. La sorveglianza serviva a impedire due cose: che il condannato venisse soccorso o liberato dai suoi complici prima della morte, e che il corpo venisse sottratto dopo il decesso per ricevere onori funebri non autorizzati. La pena della crocifissione, infatti, non terminava con la morte biologica, ma includeva la pena accessoria della negazione della sepoltura, lasciando il cadavere in pasto agli uccelli e ai cani randagi come monito supremo (che però non sempre veniva applicata).

La disciplina militare romana in questi frangenti era draconiana. La negligenza nella custodia di un condannato a morte, specialmente in un caso politicamente sensibile di crimen laesae maiestatis (lesa maestà, il crimine per cui Gesù fu condannato in quanto preteso “Re dei Giudei”), poteva comportare la pena capitale per i soldati stessi. È storicamente inconcepibile che un picchetto armato romano, perfettamente consapevole di trovarsi in un territorio ostile e potenzialmente insurrezionale, permettesse a parenti e simpatizzanti di un condannato per sedizione di rompere il cordone di sicurezza.

I soldati creavano attorno alle croci una “zona di interdizione assoluta”. Chiunque avesse tentato di avvicinarsi al patibolo sarebbe stato respinto con la forza, e probabilmente con la violenza, dalle lance dei legionari. Avvicinarsi alla croce significava entrare nello spazio giuridico del condannato, associarsi al suo crimine e sfidare l’autorità di Roma. Per le donne e per un discepolo maschio (il “Discepolo Amato”), stare “presso la croce” (parà tō staurō) non sarebbe stato un atto di pietà tollerato, ma un tentativo di interferenza in un’operazione militare, punibile con l’arresto immediato o l’esecuzione sommaria.

A questo si aggiunge il fattore dell’animosità etnica. Le truppe ausiliarie impiegate dai romani in Giudea erano spesso reclutate tra i samaritani o i siriaci, popolazioni che nutrivano un’ostilità storica e profonda verso i Giudei. Le fonti di Flavio Giuseppe documentano come i soldati romani e ausiliari cogliessero ogni occasione per deridere, umiliare e provocare la popolazione ebraica, specialmente nei momenti di tensione religiosa come la Pasqua. Immaginare che questi militari, induriti e ostili, si facessero gentilmente da parte per permettere un momento di commovente intimità familiare, un dialogo solenne e composto tra il “Re dei Giudei” e sua madre, è una proiezione pietistica che cozza violentemente contro la realpolitik dell’occupazione romana.

La croce era uno strumento di disumanizzazione totale. Il condannato veniva ridotto a oggetto (res), spogliato di ogni dignità, denudato e esposto alla vergogna pubblica. Avvicinarsi a lui significava non solo sfidare il potere romano, ma anche contaminarsi con l’impurità del supplizio e associarsi alla vergogna sociale del “maledetto da Dio” (secondo la legge ebraica, “maledetto chi pende dal legno”, Dt 21,23). La presenza del gruppo giovanneo “presso la croce” viola dunque tutte le norme di sicurezza, le prassi militari e le dinamiche sociali del I secolo. Se essi sono lì, nel testo di Giovanni, è perché l’autore li ha collocati lì letterariamente, sfidando la storia per servire la teologia.

L’anatomia del silenzio: l’impossibilità fisiologica del dialogo

Se la barriera della custodia militaris rende l’avvicinamento improbabile, l’analisi fisiopatologica della morte per crocifissione rende l’articolazione di un discorso teologico controllato, come quello riportato in Giovanni, biologicamente impossibile. La crocifissione non era progettata per permettere al condannato di pronunciare le sue ultime volontà; era una “tecnologia del terrore” studiata per massimizzare la sofferenza attraverso una lenta asfissia meccanica.

Quando un corpo viene sospeso per le braccia, con i piedi fissati al legno, la forza di gravità esercita una trazione devastante sulla cassa toracica. Il peso del corpo stira i muscoli intercostali e pettorali, bloccando la gabbia toracica in una posizione di massima inspirazione. In termini medici, il condannato si trova in una condizione paradossale: può inspirare (l’aria entra nei polmoni passivamente grazie alla trazione), ma non può espirare. L’espirazione, che nella respirazione normale è un atto passivo di rilassamento, sulla croce diventa un atto attivo che richiede uno sforzo muscolare immane.

Per espellere l’aria dai polmoni – condizione fisiologica necessaria non solo per ossigenare il sangue e rimuovere l’anidride carbonica, ma indispensabile per parlare – la vittima doveva sollevarsi fisicamente contro la gravità. Questo movimento di sollevamento comportava un prezzo di dolore atroce, calcolato sadicamente dai carnefici. Il condannato doveva fare leva sui piedi trafitti dai chiodi, caricando tutto il peso del corpo sulle ferite dove passavano i nervi plantari, causando scosse di dolore lancinante lungo le gambe. Contemporaneamente, doveva tirarsi su con le braccia, ruotando i polsi attorno ai chiodi che premevano sul nervo mediano, scatenando dolori urenti simili a scosse elettriche lungo le braccia.

Inoltre, la schiena, che era stata precedentemente flagellata e ridotta a una massa di carne viva e tessuti lacerati, sfregava violentemente contro il legno ruvido dello stipes (il palo verticale) ad ogni singolo movimento verticale necessario per respirare. Seneca, contemporaneo di questi eventi e testimone di simili supplizi, descrive questa agonia con l’espressione spiritum trahere, “trascinare il respiro”, evocando l’immagine di una lotta disperata, minuto per minuto, per ogni singolo soffio vitale.

In questo scenario di tortura cinetica, la parola non è un’opzione; è un lusso impossibile. La fonazione umana, la capacità di produrre suoni articolati e parole di senso compiuto, avviene esclusivamente durante l’espirazione controllata. Un uomo crocifisso, in stato di shock ipovolemico per la perdita di sangue dovuta alla flagellazione, con i muscoli in tetania (crampi incontrollabili) per lo sforzo e la disidratazione, e in grave debito di ossigeno, lotta per la pura sopravvivenza biologica. Ogni grammo di energia residua è convogliata nel tentativo primordiale di non soffocare.

L’ipossia (carenza di ossigeno al cervello) e l’ipercapnia (accumulo di anidride carbonica nel sangue, che porta all’acidosi) inducono rapidamente uno stato confusionale, torpore e compromissione delle facoltà cognitive superiori. Il cervello “si spegne” progressivamente, focalizzandosi solo sulle funzioni vitali di base. È dunque fisiologicamente implausibile che Gesù, in queste condizioni estreme di degrado fisico e neurologico, potesse avere la lucidità mentale e la capacità fisica di:

  1. Notare specifici individui tra la folla, distinguendoli dai soldati e dai curiosi.
  2. Indirizzare loro un discorso articolato e coerente.
  3. Gestire una formula giuridica di affidamento familiare (“Donna, ecco tuo figlio”).
  4. Pronunciare frasi teologicamente dense che fondano una nuova comunità.

Le “ultime parole” sulla croce riportate dai vangeli, e in particolare il dialogo giovanneo così strutturato e simmetrico, sfidano le leggi della fisiologia umana. Non sono le parole smozzicate e deliranti di un uomo che muore per asfissia traumatica e collasso cardiovascolare; sono le parole di un Sovrano che regna dal trono, in pieno possesso delle sue facoltà. E questo ci porta direttamente alla natura letteraria e teologica del racconto: l’evangelista non sta descrivendo la morte clinica di Gesù, ma la sua “glorificazione” teologica.

Il confronto sinottico: la distanza come dato storico

L’indagine storica non si basa solo sulla verosimiglianza esterna (il contesto romano, la fisiologia), ma anche e soprattutto sulla critica interna delle fonti. Un confronto sinottico – ovvero la comparazione analitica tra il Vangelo secondo Giovanni e i tre vangeli precedenti (Marco, Matteo, Luca) – evidenzia una discrepanza topografica fondamentale che tradisce l’intento redazionale dell’autore del quarto vangelo.

Il Vangelo secondo Marco, generalmente riconosciuto dalla critica come il più antico (scritto intorno al 70) e verosimilmente più vicino alla memoria storica degli eventi o quantomeno alla tradizione orale primitiva, afferma chiaramente che c’erano delle donne che osservavano la crocifissione. Tuttavia, Marco precisa un dettaglio topografico qui fondamentale: «C’erano anche alcune donne, che osservavano da lontano (apò makrothen)» (Mc 15,40). Tra queste vengono nominate Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome. Non viene menzionata la madre di Gesù.

Il Vangelo secondo Matteo, che segue fedelmente la traccia marciana, conferma questa posizione distanziata: «C’erano là molte donne che osservavano da lontano» (Mt 27,55). Anche Luca, pur con le sue sfumature redazionali e la sua sensibilità verso le figure femminili, mantiene i conoscenti e le donne a distanza: «Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea, stavano a distanza (makrothen) a guardare tutto questo» (Lc 23,49).

La notazione “da lontano” nei sinottici non è casuale né accessoria. Riflette la realtà della custodia militaris e la paura che attanagliava i seguaci di un condannato politico. Guardare “da lontano” era l’unica opzione possibile per chi non voleva rischiare l’arresto immediato o per chi era fisicamente bloccato dal cordone invalicabile dei legionari romani. Era una posizione di impotenza, di lutto passivo, di chi assiste alla tragedia senza poter intervenire.

Inoltre, i sinottici sono unanimi nel tacere riguardo alla presenza di discepoli maschi sotto la croce o anche solo nelle vicinanze. La tradizione più antica ricorda la fuga di tutti gli apostoli al momento dell’arresto nel Getsemani: «Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono» (Mc 14,50). Pietro segue Gesù “da lontano” solo fino al cortile del sommo sacerdote, per poi rinnegarlo e sparire dalla scena della passione pubblica. Nessuno dei Dodici, né tantomeno un “discepolo amato”, è presente al Calvario nella tradizione marciana o matteana. La solitudine di Gesù è totale, interrotta solo dagli insulti dei passanti e dei capi dei sacerdoti.

Giovanni interviene su questa tradizione consolidata con una “regia” teologica audace e consapevole. Nel quarto vangelo, la distanza spaziale viene annullata. Le donne non osservano più “da lontano”, ma vengono spostate parà tō staurō, “presso la croce” (Gv 19,25). Non solo: compare improvvisamente un discepolo maschio, mai nominato prima nei sinottici in questo contesto, che si trova fianco a fianco con la madre di Gesù.

Questa modifica topografica – spostare i personaggi dallo sfondo indistinto al proscenio dell’evento – non deriva dalla scoperta di una nuova fonte storica oculare che “corregge” l’errore di Marco. È una necessità teologica. Per Giovanni, Gesù non può morire in solitudine e abbandono, come il Gesù di Marco che grida il Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il Gesù giovanneo è il Verbo incarnato che controlla ogni istante della sua passione. Deve morire come un re che dispone le sue ultime volontà davanti a una corte ristretta ma fedele, fondando la sua comunità.

Avvicinare la Madre e il Discepolo alla croce è l’atto letterario necessario per rendere possibile il dialogo di rivelazione. Se fossero rimasti “da lontano”, come la storia e i sinottici suggeriscono, il dialogo intimo e fondativo non avrebbe potuto aver luogo. Giovanni crea lo spazio scenico perché possa risuonare la Parola. La “verità” di questa scena non sta nella sua fattualità topografica, ma nel significato che essa incarna per la fede della comunità giovannea.

La teologia della gloria: la croce come trono

Per comprendere appieno perché l’autore del quarto vangelo (l’Evangelista o la “scuola giovannea”) abbia costruito questa scena sfidando la verosimiglianza storica, dobbiamo immergerci nella specifica cristologia del testo. In Giovanni, la passione non è una kenosis, uno svuotamento o un’umiliazione, come appare in Paolo o in Marco; è al contrario un’hypsosis, un'”esaltazione”.

Fin dall’inizio del vangelo, la morte di Gesù è descritta attraverso la categoria dell'”Ora”, l’ora della sua “glorificazione”. La croce non è il patibolo della sconfitta, lo strumento di tortura infamante riservato agli schiavi, ma il trono da cui il Figlio dell’Uomo regna, giudica il mondo e ritorna al Padre. Tutto il racconto della passione in Giovanni è permeato da questa visione trionfale e sovrana: Gesù controlla ogni evento, non ne è vittima.

Si consegna spontaneamente ai soldati nel giardino, facendoli indietreggiare e cadere a terra con la sola potenza della sua voce che pronuncia il nome divino: “Sono io” (Ego eimi, Gv 18,6). Porta la croce da solo, senza l’aiuto di Simone di Cirene menzionato dai sinottici, per sottolineare la sua totale autonomia e sovranità sul proprio destino. Durante il processo davanti a Pilato, i ruoli si invertono: è Gesù che interroga il governatore, che definisce la natura del suo regno e che, di fatto, giudica il suo giudice.

E infine, sulla croce, non “muore” passivamente. Il testo greco usa un’espressione unica e densa di significato teologico: paredoken to pneuma, “consegnò lo spirito” (Gv 19,30). Non è la fine biologica di un organismo, ma un atto regale di donazione volontaria dello Spirito alla nascente comunità.

In questo contesto teologico, la scena di Gv 19,25-27 si configura come un’udienza reale o un atto di fondazione solenne. Gesù, come profetizzato in Gv 12,32 (“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”), è elevato sul suo trono. Dall’alto della croce, egli agisce come un sovrano che emana decreti e stabilisce il futuro del suo regno e della sua “casa”.

Il silenzio imposto dall’asfissia, il rantolo dell’agonia, la degradazione fisica non hanno posto in questa teologia della Gloria. Il Verbo Incarnato deve parlare, deve avere l’ultima parola, deve portare a compimento (tetelestai, Gv 19,30) la Scrittura e l’opera del Padre con piena coscienza. La scena è costruita letterariamente per mostrare che l’autorità di Gesù è intatta fino all’ultimo istante; egli dispone dei suoi beni più preziosi (la Madre) e dei suoi sudditi più fedeli (il Discepolo) con una lucidità divina che trascende la sofferenza fisica. La verosimiglianza storica (l’impossibilità di parlare e di respirare) viene sacrificata consapevolmente sull’altare della verità teologica (la sovranità del Rivelatore).

I personaggi come icone: Maria e il Discepolo

La natura di “teologumeno” dell’episodio è ulteriormente confermata dall’analisi dei personaggi coinvolti. Essi non sono presentati con i tratti biografici e psicologici di individui storici, ma con una stilizzazione che ne fa delle figure rappresentative, delle “icone” o “tipi” teologici che incarnano realtà collettive.

La Madre: Da Miriam a Sion

Un dato sorprendente, spesso ignorato dalla lettura devozionale che armonizza i vangeli, è che nel Vangelo secondo Giovanni la madre di Gesù non è mai chiamata per nome (“Maria”). Questa è invece sempre indicata funzionalmente come “la madre di Gesù” o interpellata da Gesù con l’appellativo solenne e distaccato di “Donna” (Gunai).

Questo avviene nelle uniche due scene in cui la madre compare nel quarto vangelo: all’inizio del ministero, alle nozze di Cana (Gv 2,1-11), e alla fine, sotto la croce (Gv 19,25-27). Questa disposizione crea una potente “inclusione letteraria” che abbraccia tutto il ministero di Gesù. A Cana, Gesù le dice: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Sotto la croce, l'”Ora” è finalmente giunta, e la “Donna” è di nuovo presente.

L’appellativo “Donna” non è irrispettoso, ma è altamente insolito per un figlio verso la madre nel contesto culturale ebraico del tempo. Esso segnala che ci troviamo su un piano simbolico. Rimanda alla “Donna” di Genesi (Eva, la madre dei viventi) e, in una prospettiva apocalittica, alla “Donna” dell’Apocalisse 12, coronata di stelle e perseguitata dal drago, simbolo del popolo di Dio.

In Giovanni 19, la Madre trascende la sua identità biologica e biografica per diventare figura di Sion, la personificazione dell’Israele fedele. Ella è la “Figlia di Sion” che ha atteso il Messia, che non lo ha rifiutato e che ora assiste al compimento dell’Alleanza. Rappresenta il “resto di Israele”, la matrice giudaica santa da cui proviene la salvezza (Gv 4,22), che non viene ripudiata ma trasformata e aperta a una nuova fecondità. La sua presenza sotto la croce non è quella di una madre straziata dal dolore umano (lo Stabat Mater doloroso è una lettura medievale successiva), ma quella solenne e dignitosa della Figlia di Sion che assiste al parto messianico della nuova comunità. Ella sta (eistekeisan, Gv 19,25) in piedi, salda nella fede, testimone del compimento delle promesse fatte ai padri.

Il Discepolo Amato: L’Ideale del Credente

Ancor più enigmatica e teologicamente carica è la figura del “Discepolo che Gesù amava” (hon egapa o Iesous). Mai nominato nel testo (l’identificazione con Giovanni figlio di Zebedeo è una deduzione della tradizione patristica, non un dato scritturistico esplicito), egli appare solo nel quarto vangelo e solo nei momenti decisivi dell’ultima cena e della passione.

L’esegesi critica moderna, da Schnackenburg in poi, tende a vedere in lui non solo una possibile figura storica (forse il fondatore anonimo della comunità giovannea, diverso dai Dodici), ma soprattutto un tratto ideale, una costruzione letteraria che incarna l’essenza del discepolato. Il Discepolo Amato è il prototipo del credente perfetto.

Le sue caratteristiche sono in netto contrasto con quelle di Pietro e degli altri apostoli:

  • Ha un’intimità unica con il Signore (riposa sul suo petto nell’Ultima Cena, Gv 13,23), conoscendo i segreti del cuore di Gesù.
  • Lo segue fin dentro il cortile del sommo sacerdote e fin sotto la croce, mentre Pietro rinnega e gli altri fuggono.
  • È il primo a credere nella risurrezione: corre al sepolcro, arriva prima di Pietro e, vedendo solo le bende, “vide e credette” (Gv 20,8), senza bisogno di apparizioni.

La sua presenza sotto la croce è necessaria teologicamente: egli deve essere lì per ricevere l’eredità spirituale di Gesù. Se Pietro rappresenta l’istituzione ecclesiastica e l’autorità pastorale (come confermato in Gv 21), il Discepolo Amato rappresenta la comprensione spirituale profonda, l’amore e la continuità diretta della rivelazione. È il testimone verace che garantisce la fedeltà della tradizione.

L’atto di fondazione: l’ecclesiologia della croce

Il cuore pulsante del teologumeno risiede nelle parole di affidamento reciproco: «Donna, ecco tuo figlio!» e «Ecco tua madre!». Interpretare queste frasi come un semplice atto di pietà filiale – un Gesù che, morente, si preoccupa “banalmente” del sostentamento materiale di una madre vedova affidandola a un amico – significa non solo banalizzare la densità teologica di Giovanni, ma anche ignorare il contesto culturale. Gesù aveva verosimilmente fratelli o parenti prossimi (i “fratelli di Gesù” menzionati nei vangeli) che, secondo la legge ebraica, avrebbero avuto il dovere legale di prendersi cura di lei. Affidarla a un estraneo sarebbe stato giuridicamente anomalo e socialmente offensivo per la famiglia.

Dal punto di vista storico-religioso, questa scena deve essere letta come un atto di fondazione. Gesù sta costituendo ufficialmente la nuova comunità messianica, la Chiesa, nel momento stesso in cui il vecchio mondo finisce.

  1. La Madre (Israele/Sion) riceve un nuovo figlio: Israele non è più definito dalla discendenza carnale o etnica. La maternità di Sion si espande per includere tutti i credenti, rappresentati dal Discepolo. La “Donna” diventa madre di una nuova discendenza spirituale, generata dalla fede e non dal sangue.
  2. Il Discepolo (la Comunità/Chiesa) riceve una madre: La comunità cristiana non nasce dal nulla, non è un fungo spuntato senza radici. Deve accogliere la sua radice ebraica, la tradizione dell’Alleanza, la storia della salvezza rappresentata dalla Madre. Non c’è Chiesa senza Israele.

La formula conclusiva dell’evangelista è densa di implicazioni: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,27). Il testo greco originale è molto più ricco della traduzione italiana standard. Dice eis ta idia, letteralmente “tra le cose proprie”, “nella sua proprietà”, “nel proprio spazio vitale”. Non si tratta solo di ospitalità domestica (“la portò a casa sua”). L’espressione indica un’accoglienza profonda, interiore e totale.

Il Discepolo Amato accoglie la Madre nel suo spazio spirituale, tra i suoi beni più preziosi (ta idia), come parte integrante e costitutiva della sua identità di credente. In questo gesto simbolico, l’evangelista teologizza la relazione indissolubile tra la Chiesa nascente e la matrice d’Israele: il vero discepolo è colui che accoglie la storia della salvezza (la Madre) come propria eredità spirituale, custodendola e venerandola.

Questa “ecclesiologia della croce” è il vero scopo del racconto. Giovanni vuole dire ai suoi lettori, e alla Chiesa di ogni tempo, che la comunità cristiana non nasce a Pentecoste (come in Luca-Atti), ma nasce lì, ai piedi della croce, nel momento del sacrificio supremo. Nasce dal costato trafitto di Cristo (da cui sgorgano sangue e acqua, simboli dei sacramenti eucaristia e battesimo e del dono dello Spirito) e dalla parola creatrice che unisce indissolubilmente la fede dei padri (Madre) con la fede dei nuovi credenti (Discepolo).

Per trasmettere questa verità dogmatica fondamentale – la continuità tra Israele e Chiesa, la natura spirituale della nuova famiglia di Dio – l’autore aveva assoluto bisogno che Madre e Discepolo fossero fisicamente lì, sotto il trono del Re, a ricevere l’investitura. Se la storia fattuale (i soldati, la distanza, la paura, l’asfissia) impediva questo quadro, la teologia aveva il diritto e il dovere di riscriverlo, creando uno spazio scenico dove la Verità potesse manifestarsi visibilmente.

Conclusione: la verità del simbolo oltre la cronaca

Affermare che la scena di Giovanni 19,25-27 è un “teologumeno” e non una cronaca storica non significa degradarla a “falsità” o “invenzione” nel senso moderno e peggiorativo del termine. Significa, al contrario, riconoscerne la natura di verità superiore secondo i canoni della storiografia religiosa antica. Per l’evangelista, il “vero” non coincideva necessariamente con il “fattuale” (ciò che è accaduto empiricamente e contingentemente), ma con il “significativo” (ciò che rivela il senso profondo e l’intenzione divina della realtà).

L’analisi rigorosa ci ha mostrato che l’incontro fisico e il dialogo sotto la croce sono storicamente inverosimili. La custodia militaris romana creava un vuoto sanitario e di sicurezza attorno al condannato che non ammetteva eccezioni. L’agonia per asfissia meccanica e shock traumatico impediva biologicamente la pronuncia di discorsi articolati e solenni. La tradizione sinottica, più vicina agli eventi, ricorda con onestà la distanza, la paura e l’assenza dei discepoli maschi.

Eppure, Giovanni costruisce questa scena sfidando i limiti della storia per offrirci una rivelazione teologica indispensabile. Il dialogo tra Gesù, Maria e il Discepolo Amato è una “scena madre” nel senso più alto del termine: una costruzione drammaturgica perfetta in cui, nel silenzio della morte storica, risuona la Parola teologica che fonda la Chiesa.

Non siamo di fronte a un reportage giornalistico dal Golgota, ma a un’icona verbale: un’immagine sacra dipinta con le parole per mostrare che, nella visione di fede, la croce non è un patibolo muto di sconfitta, ma il luogo dove l’amore di Dio crea, unisce e fonda una nuova famiglia universale. Riconoscere la natura teologica e non storica di questo brano non ne diminuisce la potenza spirituale; ci permette invece di ascoltare ciò che l’autore voleva veramente dirci, liberandoci dalla necessità apologetica di difendere l’indifendibile sul piano della cronaca per abbracciare finalmente la profondità vertiginosa del simbolo. È un invito a passare dalla curiosità per l’aneddoto storico alla contemplazione del mistero ecclesiologico: la Chiesa nasce sotto la croce, nell’accoglienza reciproca tra la tradizione di Israele e la novità del discepolato, sotto lo sguardo del Signore glorificato.

Posted by Adriano Virgili

8 comments

Grazie grazie
Illuminante la bellezza teologica di questo brano evangelico innalza profondamente la figura di Gesù/Cristo li unisce in un connubio perfetto.
Mi dispiace solo che la Chiesa prenda le distanze dalla teologia per ricadere nella lettura semplicistica del brano
Fa comodo così…. purtroppo

Grazie per quanto scritto a commento.

Ottimo articolo. Grazie per condividere i suoi studi.

Grazie, grazie, grazie!
Un testo illuminante 🙏❤️

Come sempre, chiaro e profondo.

Grazie per la disamina, interessante soprattutto nella parte teologica. Per quella storica, due puntualizzazioni:

1. Mentre probabilmente Giovanni ha accentuato vicinanza e colloquialità, dalle fonti emerge che le crocifissioni erano pubbliche e visibili; c’era una sorveglianza militare, ma non nel senso moderno di un cordone ermetico (“invalicabile” nel testo); la presenza di spettatori, inclusi conoscenti, era normale, soprattutto se ritenuti inoffensivi (le donne); e quindi un piccolo gruppo di familiari a distanza controllata è storicamente plausibile.

2. Studi medico-legali (es. William D. Edwards, 1986, Journal of the American Medical Association) concludono che parlare era possibile finché la vittima riusciva a sollevarsi. La difficoltà aumentava progressivamente nel tempo e l’agonia comportava probabilmente periodi alterni di coscienza e collasso, ma parlare non era fisiologicamente impossibile. È verosimile che le parole siano state poche, pronunciate con enorme sforzo, intervallate da silenzi, forse gridate più che “conversate”. Questo però è coerente con le frasi brevi riportate nei Vangeli.

Per avere un’idea realistica, invito alla visione di un film tanto controverso quanto probabilmente il più storicamente accurato, ossia La Passione di Mel Gibson. Molti forse storceranno il naso, ma è un ottimo riferimento per capire contesto, crudeltà dell’esecuzione, e probabile svolgimento.

Mi occupo professionalmente della ricerca del Gesù storico da parecchi anni, quindi un minimo di competenza in merito l’ho acquisita. Il cordone di sicurezza serviva proprio a non fare approssimare la gente alla croce. Marco, la fonte più antica, dice chiaramente che le donne infatti osservavano il tutto da lontano. Per poter udire le parole di Gesù le donne e il discepolo amato avrebbero dovuto essere in una posizione che in ragione del cordone di sicurezza, appunto, non avrebbero mai potuto occupare. Ammesso e non concesso poi che alle donne fosse stato possibile avvicinarsi alla croce a sufficienza (cosa che però è precisamente esclusa dalla nostra fonte più antica), ben diversa sarebbe stata la cosa per il discepolo amato. Ergo, non c’è attualmente nessuno specialista del Gesù storico che ritenga quanto descritto dal racconto di Giovanni un fatto storico (in quanto non solo non soddisfa alcuno dei criteri di autenticità, ma è anche inverosimile, appunto, in ragione della prassi romana a riguardo delle esecuzioni capitali).

Non ho detto nulla di diverso da quanto riportato nella sua risposta. Anzi, ho premesso che probabilmente Giovanni ha accentuato vicinanza e colloquialità (mie testuali parole), sicuramente per i motivi teologici da lei ben descritti. Volevo solo puntualizzare che il filtro non era assoluto (anche perché questo supplizio era un deterrente e la gente doveva comunque vederlo bene), come attestato da numerose fonti antiche; e che parlare appesi alla croce era difficile, ma non impossibile. Quest’ultimo punto rientra più nel mio ambito lavorativo che nel suo, quindi ritengo di poterlo affermare con un certo grado di sicurezza.

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