La Sindone di Torino nell’indagine storica e scientifica di Andrea Nicolotti

L’opera di Andrea Nicolotti, intitolata Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa (Torino, Einaudi, 2015), si impone come una lettura davvero ineludibile per chiunque desideri approcciarsi allo studio del celebre lino torinese con un metodo rigoroso e scevro da preconcetti ideologici. L’autore, attualmente professore di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Torino, non si limita a proporre una cronaca degli eventi, ma conduce una vera e propria operazione di “pulizia storiografica”, distinguendo con precisione chirurgica tra ciò che dicono effettivamente documenti e ciò che vogliono la pietà popolare o l’apologetica. Il volume si distingue per un approccio che integra la ricerca archivistica di prima mano con l’analisi critica delle prove scientifiche, offrendo una sintesi che, pur conducendo alla conclusione dell’origine medievale dell’oggetto, mantiene costantemente un tono pacato, equilibrato e scientificamente oggettivo.

La tesi centrale dell’autore, supportata da una mole impressionante di fonti consultate tra l’Italia e la Francia, è che la Sindone non sia il lenzuolo funerario di Gesù di Nazaret, ma un artefatto prodotto nel XIV secolo. Nicolotti non elude il dibattito sull’autenticità, riconoscendo che la quasi totalità della letteratura sindonica è mossa da un desiderio apologetico di dimostrare la veridicità della reliquia; tuttavia, egli sceglie di seguire la strada dello storico, il cui dovere è interrogare i documenti e smantellare quelle ipotesi che non reggono alla prova della critica. La struttura del testo accompagna il lettore attraverso il lungo silenzio di tredici secoli, analizzando la nascita del culto dei panni sepolcrali, la comparsa del lino a Lirey, il suo passaggio alla Casa Savoia e, infine, le moderne indagini scientifiche, dal radiocarbonio alle analisi microscopiche.

L’analisi dei testi cristiani antichi e il silenzio dei primi secoli

Il punto di partenza dell’analisi di Nicolotti risiede nell’esame attento dei Vangeli e della letteratura cristiana dei primi secoli. L’autore evidenzia come i resoconti evangelici siano scarni e talora contraddittori riguardo ai tessuti usati per la sepoltura di Gesù. Mentre i Sinottici (Matteo, Marco, Luca) parlano di una sindón (un telo di lino), il Vangelo di Giovanni menziona gli othónia (bende o lini al plurale) e un soudárion (un panno per il capo). Nicolotti osserva che nessuno dei primi seguaci di Gesù sembra aver prestato attenzione a questi tessuti dopo la scoperta del sepolcro vuoto: non c’è menzione di qualcuno che li abbia raccolti o conservati per fini commemorativi o taumaturgici. Questo silenzio è particolarmente significativo se confrontato con l’attenzione che la Chiesa antica prestava ad altri oggetti o luoghi della Passione.

L’autore passa poi in rassegna i testi apocrifi, come il Vangelo degli Ebrei o il Vangelo di Gamaliele, mostrando come l’interesse per i lini sepolcrali nasca tardivamente, a partire cioè dal IV o V secolo, in un contesto dominato dalla ricerca di prove tangibili della risurrezione e dalla nascita della letteratura miracolistica. In questi testi, i panni funebri appaiono spesso come talismani o strumenti di guarigione, ma i racconti sono tra loro incompatibili: c’è chi dice che la sindone fu data a un servo del sacerdote, chi a Pietro, chi a Giuseppe d’Arimatea. Nicolotti conclude che queste narrazioni non testimoniano la sopravvivenza di una reliquia specifica, ma piuttosto la proiezione di desideri devozionali su oggetti che, storicamente, non avevano lasciato traccia di sé.

Questa assenza di testimonianze prosegue nel periodo dei pellegrinaggi in Terrasanta. Nicolotti analizza i diari di viaggio di pellegrini come Egeria o l’Anonimo di Bordeaux, notando che tra le molte reliquie venerate a Gerusalemme (la croce, la colonna della flagellazione, la corona di spine) i lini sepolcrali non compaiono se non in epoca molto tarda e in forme che non richiamano la Sindone di Torino. Solo verso il 570, l’Anonimo Piacentino cita un sudario conservato in una grotta vicino al Giordano, mentre nel 680 il vescovo Arculfo descrive un sudario di circa otto piedi (due metri e mezzo), dimensioni non compatibili con il lino torinese. In nessuno di questi casi si fa menzione di un’immagine impressa sul tessuto.

La comparsa a Lirey e il memoriale di Pierre d’Arcis

Il cuore della ricostruzione storica di Nicolotti riguarda il XIV secolo, quando la Sindone appare ufficialmente nel villaggio di Lirey, in Francia. Qui, il cavaliere Geoffroy de Charny, figura di spicco della nobiltà francese, fondò una collegiata i cui canonici, verso il 1355, iniziarono a esporre il telo. Nicolotti dedica pagine fondamentali al conflitto che ne scaturì con le autorità ecclesiastiche locali. Il vescovo di Troyes, Henry de Poitiers, proibì le ostensioni sospettando una frode. Tuttavia, la testimonianza più dirompente è il memoriale redatto nel 1389 dal successore di Henry, il vescovo Pierre d’Arcis.

In questo documento, indirizzato a Papa Clemente VII, d’Arcis denuncia senza mezzi termini che la Sindone è un falso. Il vescovo riferisce che il suo predecessore aveva condotto un’indagine accurata, scoprendo la frode e identificando l’artefice che aveva “raffigurato con artifizio” (artificiose depictum) l’immagine dell’uomo crocifisso. D’Arcis sottolinea come il lino fosse usato per attirare folle e trarre profitto economico, alimentando una superstizione che il clero locale non riusciva a arginare. Nicolotti analizza la figura di Pierre d’Arcis, un giurista di formazione, sottolineando come le sue accuse non fossero frutto di malanimo personale ma di una precisa preoccupazione pastorale e dottrinale: l’idea che un oggetto simile fosse comparso dal nulla, in contraddizione con il silenzio dei vangeli, era ritenuta teologicamente inaccettabile.

L’autore esamina con attenzione anche la risposta del papato. Clemente VII, pur permettendo la prosecuzione delle ostensioni per non scontentare la famiglia Charny (a cui era legato da legami di parentela), emise una bolla nel 1390 in cui imponeva restrizioni severissime. I canonici di Lirey dovevano dichiarare ad alta voce, durante ogni esposizione, che quella stoffa non era il vero sudario di Cristo, ma solo una sua “figura o rappresentazione” (figura seu repraesentatio). Nicolotti evidenzia come questa terminologia tecnica indicasse inequivocabilmente che le stesse autorità ecclesiastiche del tempo consideravano l’oggetto un’opera umana, una sorta di sussidio visivo alla devozione, non una reliquia autentica.

L’autore affronta anche la questione dei Templari, una delle teorie più care alla sindonologia per spiegare il “periodo oscuro” della reliquia. Secondo tale ipotesi, la Sindone sarebbe stata trafugata da Costantinopoli nel 1204 e conservata segretamente dall’Ordine del Tempio fino alla sua soppressione nel 1312. L’autore smonta questa ricostruzione punto per punto, dimostrando che non esiste alcun documento che leghi i Templari alla Sindone e che la confusione tra i nomi dei protagonisti (Geoffroy de Charny il cavaliere e Geoffroy de Charnay il precettore templare) è alla base di un equivoco storiografico privo di fondamento reale.

La Sindone come reliquia dinastica: il ruolo della Casa Savoia

Un altro aspetto fondamentale trattato nel libro è la trasformazione della Sindone da oggetto di una piccola collegiata rurale a Palladium della Casa Savoia. Nicolotti ricostruisce le peripezie di Marguerite de Charny, erede di Geoffroy II, che portò con sé il lino durante i suoi viaggi per l’Europa prima di cederlo, nel 1453, al duca Ludovico di Savoia. L’autore mette in luce come questa cessione fosse avvenuta in modo irregolare, tanto che i canonici di Lirey intentarono per decenni cause legali per riavere l’oggetto o ottenere risarcimenti.

Sotto i Savoia, la Sindone ricevette una nuova “nobilizzazione”. Lo storico di corte Emanuele Filiberto Pingone, nel XVI secolo, redasse la prima storia ufficiale della reliquia, mescolando dati reali con invenzioni genealogiche e miracolistiche volte a nobilitare sia l’oggetto che i suoi proprietari. Fu Pingone a inventare la leggenda del mulo che si rifiutava di lasciare Chambéry con la Sindone, un topos agiografico tipico per sancire la volontà divina sulla collocazione di una reliquia. Nicolotti analizza come la propaganda sabauda abbia sistematicamente cancellato le memorie del conflitto con i vescovi di Troyes, trasformando un oggetto dalla storia problematica in un simbolo di legittimazione politica e religiosa.

Il trasferimento definitivo a Torino nel 1578, voluto dal duca Emanuele Filiberto per abbreviare il pellegrinaggio dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, segnò l’apice del culto pubblico. Nicolotti descrive le fastose ostensioni barocche in Piazza Castello, l’edificazione della cappella di Guarino Guarini e l’uso della Sindone come “vessillo” protettivo durante gli assedi. Questa fase storica è fondamentale per comprendere come l’autenticità dell’oggetto sia diventata un dogma di fatto per la cultura ufficiale piemontese, rendendo quasi impossibile ogni critica interna fino all’epoca moderna.

Riscontri scientifici: tessitura, radiocarbonio e immagine

L’analisi dell’autore si sposta poi sul terreno delle scienze “dure”, fornendo argomenti tecnici che corroborano la tesi che il telo sindonico sia di origine medievale. Uno degli elementi più significativi è lo studio della struttura tessile. La Sindone è un tessuto in lino con una trama a spina di pesce (saia 3:1). L’autore spiega come questo tipo di lavorazione sia estremamente complessa e richieda l’impiego di un telaio orizzontale a pedali con quattro licci, una tecnologia che si è diffusa in Occidente solo a partire dal XIII secolo. Nicolotti osserva che non esistono campioni archeologici di questo tipo provenienti dal Medio Oriente del I secolo, in cui la tessitura era molto più semplice e realizzata su telai verticali.

L’argomento scientifico più celebre e discusso è senza dubbio la datazione radiocarbonica del 1988. Nicolotti ricostruisce con meticolosità le fasi dell’esame eseguito dai laboratori di Tucson, Oxford e Zurigo sotto la supervisione del British Museum. I risultati, che collocano l’origine del lino tra il 1260 e il 1390 d.C., coincidono perfettamente con la comparsa storica a Lirey. L’autore dedica ampio spazio a smantellare le obiezioni dei sindonologi che hanno tentato di invalidare il test proponendo teorie su presunti inquinamenti batterici, incendi che avrebbero arricchito il carbonio o rammendi invisibili. Nicolotti dimostra come nessuna di queste critiche sia mai stata accettata dalla comunità scientifica internazionale, rimanendo confinate a pubblicazioni di parte o a esperimenti non riproducibili, come quelli del russo Kouznetsov, rivelatisi poi fondati su dati falsificati.

Per quanto riguarda l’immagine, l’autore analizza le teorie sulla sua formazione. Egli discute gli studi dello STURP del 1978, evidenziando come la ricerca fosse spesso orientata a escludere a priori l’ipotesi pittorica. Nicolotti riporta le conclusioni del microscopista Walter McCrone, che identificò tracce di ocra rossa e vermiglione sul tessuto, suggerendo un’origine artificiale. Anche se il meccanismo preciso di formazione rimane oggetto di dibattito (se pittura, impronta da bassorilievo riscaldato o altro), l’autore sottolinea che l’immagine presenta evidenti incongruenze anatomiche, come braccia troppo lunghe e colature di sangue che seguono le leggi della gravità sui capelli come se fossero superfici rigide, caratteristiche che indicano la mano di un artista medievale che seguiva i canoni iconografici del suo tempo.

Critica alla sindonologia e prospettive metodologiche

Un contributo prezioso del libro di Nicolotti è la critica sistematica alla “sindonologia”, intesa come disciplina autonoma e spesso autoreferenziale. L’autore mette in guardia contro quella che definisce “propaganda e falsificazione storico-scientifica”, operata da studiosi che, partendo dal dogma dell’autenticità, selezionano solo i dati che confermano la loro tesi e ignorano tutto il resto. Nicolotti cita numerosi casi in cui presunte scoperte (scritte in ebraico invisibili, monete sugli occhi di epoca pilatiana, pollini esclusivi della Palestina) si sono rivelate, a un’analisi indipendente, frutto di suggestioni o di metodologie inadeguate.

L’autore non nega il valore della Sindone come icona, ma ribadisce che la sua importanza storica risiede proprio nell’essere un documento della cultura medievale. La Sindone non è sola: l’autore la inserisce in una lista di “reliquie concorrenti”, come la sindone di Besançon (distrutta durante la Rivoluzione francese) o il sudario di Cadouin, anch’essi un tempo veneratissimi e poi riconosciuti come artefatti. La Sindone di Torino ha avuto la fortuna di godere del sostegno di una dinastia potente e di un’immagine particolarmente evocativa, che l’ha resa resistente al tempo e alle critiche.

L’indagine di Nicolotti si conclude affrontando gli eventi più recenti, come l’incendio del 1997 e il restauro del 2002. L’autore nota come anche in queste occasioni la gestione della reliquia sia stata caratterizzata da una segretezza che non ha favorito la trasparenza scientifica. La rimozione dei rattoppi applicati dalle Clarisse nel 1534 ha permesso di osservare il retro del tessuto, confermando che l’immagine non attraversa la stoffa, dato compatibile con una tecnica di contatto superficiale tipica dei manufatti artistici.

Conclusione

In definitiva, la lettura di Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa offre un’esperienza di rara onestà intellettuale. Nicolotti non intende offendere la fede dei devoti, ma rivendica il diritto della storia di accertare i fatti. Il suo lavoro dimostra che considerare la Sindone un artefatto medievale non ne diminuisce il fascino né il valore culturale; al contrario, permette di comprenderla meglio come espressione sublime di un’epoca che cercava nel visibile il riflesso dell’invisibile. La precisione delle citazioni, la solidità dei riferimenti archivistici e l’equilibrio nel trattare la complessa materia scientifica fanno di questo libro una lettura indispensabile per chiunque voglia distinguere, nel mistero della Sindone, la luce della storia dalle ombre della leggenda.

Lo sforzo dell’autore nel ricostruire la storia del culto dei tessuti sepolcrali di Cristo mostra una traiettoria evolutiva coerente. Dalla fase del silenzio assoluto si passa a quella dei resoconti leggendari e, infine, alla proliferazione di reliquie tangibili durante il Medioevo, in risposta a un bisogno di fisicità religiosa alimentato dalle Crociate e dal commercio dei sacri cimeli. La Sindone di Torino si colloca perfettamente all’apice di questo processo, rappresentando il tentativo più riuscito di concretizzare il racconto evangelico attraverso l’arte. Nicolotti ci ricorda che la storia è fatta di documenti e di prove, e che il coraggio della verità, anche quando smentisce tradizioni secolari, è l’unico modo per onorare seriamente il passato.

L’analisi dei procedimenti di radiodatazione fornita nel testo è esemplare per chiarezza. Nicolotti non si limita a riportare la data 1260-1390, ma spiega il rigore statistico dietro la medesima e la futilità dei tentativi di screditarla attraverso accuse di complotto massonico o errori grossolani. Egli pone l’accento sulla coincidenza perfetta tra il dato fisico e il dato storico: la Sindone è medievale perché i laboratori lo hanno misurato e perché i documenti del 1389 dicono che era stata appena fabbricata. Questa convergenza di prove diverse è ciò che conferisce all’opera di Nicolotti una forza persuasiva straordinaria, rendendola un modello di indagine interdisciplinare molto ben rieuscita.

Infine, la riflessione sulla sindonologia moderna evidenzia il rischio di una scienza che si fa ancella dell’apologetica. Nicolotti denuncia come l’uso di termini tecnici complessi possa talvolta servire a nascondere la debolezza di un’argomentazione storica, creando un’illusione di oggettività che inganna il pubblico non esperto. Il suo libro, dunque, è anche un invito alla vigilanza critica e alla riaffermazione della dignità delle scienze umane nel dialogo con le scienze naturali. La Sindone di Torino, nelle pagine di Nicolotti, smette di essere un “enigma insolubile” per diventare una storia umana, affascinante e profondamente rivelatrice della nostra identità culturale,

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Posted by Adriano Virgili

8 comments

Sabatino Mazziotti

L’articolo non cita i lavori quinquennali condotti nei laboratori dell’ENEA di Frascati, non spiega la tridimensionalità dell’immagine, la presenza del sangue gruppo AB presente anche in altri tali come il sudario di Oviedo e soprattutto non fa accenno al fatto che soltanto le fibrille superficiali di ogni singolo filo sono ingiallite cosa impossibile a riprodursi anche oggi.

Adriano Virgili

Leggo le tue obiezioni, ma permettimi di andare dritto al sodo: gli argomenti che citi sono i classici specchietti per le allodole usati per difendere la Sindone a oltranza, ma si sciolgono facilmente se analizzati senza pregiudizi e senza farsi accecare da un gergo fintamente scientifico. L’esperimento dell’ENEA è un esercizio di fisica moderna fuori contesto. Un falsario medievale non avrebbe usato un laser ovviaemnte, ma tecniche estremamente “rudimentali”, come il bassorilievo e lo strofinamento (frottage) con pigmenti. L’ingiallimento delle sole fibrille superficiali, che definisci “impossibile a riprodursi”, è stato infatti replicato in laboratorio da ricercatori come Luigi Garlaschelli: l’uso di un pigmento leggermente acido strofinato su un telo disteso su un bassorilievo altera e ingiallisce superficialmente la fibra di lino; col tempo il pigmento cade o viene lavato via, e rimane solo l’impronta sfumata, superficiale e priva di grumi, simile a quella sindonica. Il risultato ottenuto non è identico a quello della Sindone, ma ci si avvicina abbastanza e dimostra che ottenere un effetto del genere sarebbe stato possibile, anche se rimane ancora ignota l’esatta tecnica possibilmente usata dagli ipotetici falsari. Anche la “tridimensionalità” non ha nulla di prodigioso: è una banalissima codifica della distanza in intensità cromatica, un effetto ottico naturale che si ottiene automaticamente quando si appoggia un telo in tensione su un bassorilievo e lo si friziona con del colore. E per quanto riguarda il sangue di gruppo AB in comune con il Sudario di Oviedo, ometti di dire che la reliquia spagnola è stata datata al radiocarbonio in laboratori indipendenti, risultando un manufatto di un periodo compreso tra il VI e il IX secolo. Le analisi ematiche su reperti così antichi, degradati e manipolati nei secoli sono scientificamente precarie, e in ogni caso non si salva un reperto anacronistico collegandolo a un altro telo parimenti incompatibile con il I secolo. Ma capisci bene che questi sono temi del tutto minori, dettagli usati per confondere le acque. Il problema principale, e insormontabile, è che la Sindone pretende di essere un telo funebre del I secolo, ma presenta un tessuto che in Palestina all’epoca non si usava. L’armatura a saia 3:1 a spina di pesce e la torcitura destrorsa (a “Z”) dei fili di lino sono il marchio inequivocabile dei telai orizzontali a pedali in uso nell’Europa del XIV secolo. Nella Palestina antica si utilizzavano telai verticali a pesi, che producevano tessuti a tela semplice e filati quasi esclusivamente con torcitura sinistrorsa (a “S”). Inoltre, la fisica della figurazione ci dice che il telo è stato posato in tensione, piatto, e non avvolto strettamente come volevano invece le usanze ebraiche e la semantica dei verbi evangelici per descrivere la sepoltura di Gesù. Se un lenzuolo avesse aderito strettamente attorno a un viso umano tridimensionale, l’immagine sviluppata in piano risulterebbe deformata e sproporzionata, larga come una maschera schiacciata, aberrazione che sulla Sindone non si osserva affatto. Ancora più assurdo, da un punto di vista storico e antropologico, è pensare che i discepoli di Gesù, essendo pii ebrei osservanti della Torah, abbiano raccolto e conservato un lenzuolo macchiato di fluidi cadaverici. Per la legge ebraica, il cadavere era la fonte della massima impurità rituale, in grado di contaminare gravemente qualsiasi tessuto entrasse in contatto con esso. Immaginare il recupero e la venerazione di un simile lenzuolo nella Gerusalemme apostolica è un anacronismo totale (mentre rientra pienamente nell’orizzonte mentale dei devoti cristiani della Francia medievale). A tutto questo si aggiunge l’assordante silenzio storico: il presunto lenzuolo scompare nel nulla per ben dodici secoli. Nessun Padre della Chiesa ne parla. Ricompare improvvisamente nella Francia della metà del Trecento, in un’Europa letteralmente assetata di reliquie e animata da un lucroso mercato devozionale, mostrando un’immagine di Gesù che ricalca alla perfezione i canoni iconografici dell’epoca. Siamo onesti: se ci trovassimo di fronte a qualsiasi altro reperto storico, trionferebbe la logica abduttiva e l’oggetto verrebbe semplicemente archiviato come un misterioso e sbalorditivo artefatto medievale, in perfetta sintonia con quanto accertato persino dalla datazione al Carbonio-14. Per la Sindone, invece, si pretende che le leggi della logica, della storia, dell’archeologia e della chimica debbano essere dogmaticamente sospese, unicamente perché si desidera ardentemente che quell’oggetto sia vero a tutti i costi.

Raffaele Giovanelli

Non tutti coloro che riflettono sulla Sindone sono prevenuti. Ci sono molti argomenti che sono a favore della sua autenticità. Eccone alcuni: a differenza dell’iconografia corrente i chiodi sono stati conficcati nei polsi, se conficcati nel palmo della mano non avrebbero retto il peso. Disegnare un’immagine negativa quando neppure si conosceva il concetto di negativo è impossibile. L’immagine NON si è formata per contatto con una statua molto calda, Hanno provato ed esce una immagine semi-positiva. Quindi si dovrebbe dedure che l’immagine sarebbe stata realizzata in previsione dell’avvento della fotografia in negativo mille anni prima che la fotografia venisse scoperta?

Adriano Virgili

Sostieni che chi difende l’autenticità della Sindone si basi su prove inoppugnabili, ma gli argomenti che porti possono essere letti in modo molto diverso se si analizza il contesto storico senza pregiudizi. Partiamo dalla questione dei chiodi nei polsi. Affermi che un falsario non avrebbe mai potuto pensarci perché l’iconografia dell’epoca mostrava sempre i chiodi nei palmi. In realtà, l’immagine sindonica non è così chiara: le mani della figura sono incrociate e la macchia di sangue copre una zona che può indicare sia il polso sia la base del palmo. Inoltre, l’idea che nel Medioevo si ignorasse del tutto il problema del peso del corpo è inesatta. Alcune crocifissioni medievali mostrano chiodi nei polsi e l’uso di legare le braccia con corde era ben noto. Un artigiano incaricato di creare una reliquia realistica poteva benissimo basarsi su semplici osservazioni empiriche. L’argomento del negativo fotografico è molto suggestivo, ma si basa su un equivoco. Domandi se l’autore avesse previsto l’avvento della fotografia. Ovviamente no. Il punto è che l’immagine sulla Sindone non è un vero negativo perfetto, ma un’impronta che si comporta in modo simile a un negativo semplicemente perché le parti sporgenti di un rilievo, toccando un panno, lasciano una traccia più scura rispetto alle rientranze. Qualsiasi tecnica che preveda il contatto diretto di un telo con un corpo, un bassorilievo o un manichino cosparso di pigmenti genera naturalmente un’immagine a chiaroscuri invertiti. Non serviva conoscere l’ottica ottocentesca, bastava voler simulare l’impronta del sangue e del sudore lasciata da un corpo su un lenzuolo funebre. Riguardo alla statua riscaldata, hai ragione nel dire che gli esperimenti con quel metodo non riproducono ogni singola caratteristica della Sindone in modo identico. Ma scartare una specifica ipotesi tecnica non dimostra affatto l’autenticità del reperto. Esistono numerose altre tecniche, come il frottage su un bassorilievo o l’uso di pigmenti diluiti a base di ocra e collagene animale, che studiosi e chimici hanno dimostrato essere pienamente compatibili con le flebili tracce riscontrate sulla stoffa. La scienza ha fornito una datazione al radiocarbonio che colloca il tessuto in epoca medievale, un dato perfettamente coerente con la totale assenza di documenti storici su questo lenzuolo prima del Trecento. Chi ha realizzato quell’oggetto era un artigiano ingegnoso, ma per spiegare il suo lavoro non occorre postulare conoscenze fotografiche o eventi impossibili.

Raffaele Giovanelli

L’Ing. Brunati ha dimostrato che la misura dell’età della Sindone con il C14 è stato un FALSO

Raffaele Giovanelli

http://www.lacrimae-rerum.it/documents/a-dispetto-del-trionfo-ufficiale-dell-ateismo.pdf
In questo documento è contenuto anche l’articolo dell’Ing. Brunati dove si dimostra la falsità dei risultati della datazione della Sidone con il C14

Adriano Virgili

Se analizziamo a fondo le argomentazioni di Brunati, così come quelle di altri autori a lui vicini come Remi Van Haelst, scopriamo che non dimostrano affatto che la Sindone risalga al primo secolo. Si limitano invece a contestare alcuni aspetti statistici legati all’analisi dei dati pubblicati sulla rivista Nature nel 1989. L’errore di fondo in questo modo di ragionare sta nell’ingigantire una variazione minima per invalidare un intero quadro d’insieme. È vero che i tre laboratori incaricati, ossia Oxford, Zurigo e Tucson, hanno restituito valori leggermente distanti tra loro. Le misurazioni hanno mostrato una dispersione lievemente superiore a quella attesa per un campione perfettamente omogeneo. Brunati si attacca a questi scarti statistici, al modo in cui i margini di errore sono stati calcolati e mediati, sostenendo che la significatività statistica del test non fosse ottimale. Ma cosa comporta questo nella realtà dei fatti? Assolutamente nulla che possa avvalorare la tesi dell’autenticità. Se anche ricalcolassimo i dati adottando i modelli statistici più severi suggeriti da chi cerca di screditare l’esame, otterremmo semplicemente un allargamento della forbice temporale di qualche decennio, forse di un secolo, a causa delle inevitabili disomogeneità di un tessuto che ha subito incendi, rammendi, restauri, bolliture in olio e continue manipolazioni. Nessuna anomalia statistica e nessun errore di calcolo sulla media ponderata dei tre laboratori può spostare le lancette dell’orologio indietro di ben milletrecento anni. Per portare la datazione dal tardo Medioevo ai tempi di Ponzio Pilato, i laboratori avrebbero dovuto sbagliare la misurazione della quantità di carbonio 14 non di una frazione di punto percentuale, ma di ordini di grandezza giganteschi. Un errore simile è tecnicamente impossibile in tre strutture indipendenti che utilizzavano acceleratori di particelle all’avanguardia e che, parallelamente, hanno datato in modo corretto e unanime i campioni di controllo storicamente noti, come il mantello di San Luigi d’Angiò o le bende della mummia egizia. Prendere una piccola incongruenza sui decimali della statistica per dichiarare totalmente falso l’intero esame radiocarbonico è un classico vizio di chi parte da una conclusione precostituita e cerca appigli per giustificarla a ogni costo. La scienza lavora per approssimazioni e riconosce sempre un margine di incertezza, ma la direzione indicata dall’esame del 1988 è chiarissima: il tessuto è medievale.

Pietro Buttiglione

A fronte di tante analisi/notizie/ipotesi nella impossibilità di verifiche personali a casa mia subentra la fiducia nella serietà del redattore. Conosco Nicoletti e mi fido di lui.
Indagine troppo seria e argomentata per rifugiarsi il skantonamenti. Decisamente credibile.

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