La percezione comune della Bibbia come un oggetto granitico, un volume rilegato che contiene una sequenza immutabile di testi sacri, rappresenta uno dei più grandi anacronismi proiettati sul passato religioso dell’umanità. Per chi osserva la storia del cristianesimo con le lenti del rigore storico-religioso, la “Bibbia” non è un punto di partenza, ma il risultato di un lungo, faticoso e spesso caotico processo di negoziazione sociale, politica e identitaria. In questo scenario, l’opera di Edmon L. Gallagher e John D. Meade, The Biblical Canon Lists from Early Christianity: Texts and Analysis (Oxford, Oxford University Press, 2017), si pone come uno strumento indispensabile per decostruire l’idea di una rivelazione piovuta dal cielo già dotata di indice. Il testo non è una semplice raccolta di elenchi, ma una mappa delle tensioni che hanno animato le comunità cristiane dei primi secoli nel tentativo di definire cosa fosse “Parola di Dio” e cosa fosse, invece, produzione umana o, peggio, “perniciosa novità”.
Il valore di questo volume risiede innanzitutto nel suo coraggio metodologico: riportare l’attenzione sulle “liste” formali in un’epoca in cui la ricerca accademica ha privilegiato, forse eccessivamente, lo studio delle citazioni patristiche o dei resti archeologici. Sebbene sia vero che un autore possa citare un testo come autorevole senza che questo faccia parte di un canone chiuso, Gallagher e Meade sostengono correttamente che la lista rappresenti il momento della consapevolezza teorica, il punto in cui una comunità o un leader decidono deliberatamente di tracciare un confine. Questo approccio permette di osservare non solo quali libri venissero letti, ma quali venissero considerati normativi per la dottrina ecclesiastica, specialmente a partire dal IV secolo, quando il cristianesimo inizia a trasformarsi nella religione dell’impero.
Dalle regole della fede agli elenchi normativi: un’evoluzione semantica
Per comprendere la portata del lavoro di Gallagher e Meade, occorre fare chiarezza sulla terminologia, un ambito in cui gli autori dimostrano una precisione esemplare. Prima del IV secolo, il termine greco kanón (κανών) non indicava affatto un catalogo di libri. Nel greco ellenistico e nel primo cristianesimo, esso designava un regolo, uno strumento di misura, e in senso metaforico si riferiva alla “regola della verità” o “regola della fede” (regula fidei), cioè l’insieme delle dottrine fondamentali della predicazione apostolica. In questa fase, la “norma” non era un libro, ma una tradizione orale o un nucleo di fede vissuta. La trasformazione del termine kanón per indicare una raccolta delimitata di Scritture sacre è un processo che trova la sua prima attestazione documentata (nelle fonti giunte fino a noi) con Atanasio di Alessandria.
| Termine antico | Evoluzione del significato | Contesto d’uso originario |
| Kanon (κανών) | Da strumento di misura a indice chiuso di libri sacri. | Regola della fede, sintesi dottrinale della Chiesa. |
| Apokrypha (ἀπόκρυφα) | Da libri “nascosti” o “segreti” a testi esclusi perché falsi o eretici. | Libri riservati a circoli di iniziati (es. gnostici). |
| Antilegomena (ἀντιλεγόμενα) | Testi la cui autorità è oggetto di discussione e dibattito. | Libri “di frontiera” come l’Apocalisse o Ebrei. |
| Homologoumena (ὁμολογούμενα) | Testi universalmente riconosciuti e mai messi in discussione. | I quattro Vangeli, gli Atti, le principali lettere di Paolo. |
Questa evoluzione semantica non è un dettaglio per eruditi, ma il sintomo di una mutazione genetica del cristianesimo. Passare da una “regola” intesa come contenuto a una “regola” intesa come contenitore (la lista dei libri) segnala il bisogno di una struttura istituzionale più rigida. Gallagher e Meade analizzano con grande lucidità come le domande che ci poniamo oggi sul canone — chi ha l’autorità di decidere? quali sono i criteri di ispirazione? — fossero le stesse che tormentavano gli autori antichi, sebbene declinate con obiettivi diversi: identificare la rivelazione divina per una Chiesa che doveva distinguersi sia dal giudaismo rabbinico sia dalle molteplici correnti gnostiche o dualiste.
L’eredità ebraica e il miraggio del canone chiuso
Uno dei capitoli più affascinanti dell’opera riguarda il trattamento delle liste ebraiche, un’area in cui lo storico deve muoversi con estrema cautela per evitare di retrocedere al tempo di Gesù la chiusura del canone rabbinico, avvenuta in realtà molto più tardi. Gallagher e Meade includono la testimonianza di Flavio Giuseppe, che verso la fine del I secolo d.C. nel suo Contra Apionem parla di ventidue libri di origine divina, un numero che non è casuale ma corrisponde alle lettere dell’alfabeto ebraico. Tuttavia, gli autori mettono in guardia il lettore: Flavio Giuseppe non fornisce un elenco nominale preciso. Sappiamo che divide i testi in tre categorie (i cinque libri della Legge, tredici libri dei Profeti e quattro libri di inni e precetti morali), ma l’identità esatta di alcuni di questi scritti rimane avvolta nell’incertezza.
Questa fluidità iniziale è fondamentale per spiegare perché i primi cristiani, muovendosi nel mondo della diaspora di lingua greca, abbiano adottato la Septuaginta (LXX), una collezione che includeva libri oggi definiti “deuterocanonici” dai cattolici o “apocrifi” dai protestanti e dagli ebrei, come Tobia, Giuditta, la Sapienza o i Maccabei. Il libro di Gallagher e Meade documenta magnificamente questo “entusiasmo biblico” che portò autori come Melitone di Sardi a viaggiare fino in Palestina per accertare l’esatto numero dei libri dell’Antico Testamento. L’elenco di Melitone, conservato da Eusebio, è un documento straordinario che mostra come già nel II secolo i cristiani stessero cercando di stabilire una propria “verità” testuale, pur arrivando a conclusioni diverse: Melitone, ad esempio, omette il libro di Ester, dimostrando che il consenso non era affatto immediato.
| Fonte e Tipo di Elenco | Secolo | Numero di Libri (AT) | Caratteristiche Principali |
| Flavio Giuseppe | I | 22 | Struttura tripartita; enfasi sulla successione profetica ininterrotta. |
| Melitone di Sardi | II | ~22 | Primo tentativo cristiano di definire il canone ebraico; manca Ester. |
| Talmud (Baba Bathra) | IV-V | 24 | Ordine rabbinico classico; base per il canone ebraico moderno (Tanakh). |
| Origene | III | 22 | Riporta il canone ebraico ma riconosce il valore di altri libri cristiani. |
L’analisi di Gallagher e Meade suggerisce che la transizione al canone cristiano dell’Antico Testamento non è stata una rottura netta, ma un processo di differenziazione lenta. Gli ebrei tendevano a limitare la canonicità ai testi che si riteneva fossero stati scritti entro il periodo di Artaserse (quando si pensava che lo spirito profetico fosse cessato), mentre i cristiani, convinti che lo Spirito operasse ancora nella loro comunità, rimasero aperti a una letteratura più vasta, pur continuando a guardare al “modello delle 22/24 lettere” come a un paradigma di completezza.
Il Nuovo Testamento tra memorie apostoliche e pragmatismo ecclesiale
Se per l’Antico Testamento i cristiani avevano un punto di riferimento, seppur mobile, nel giudaismo, per il Nuovo Testamento dovettero inventare da zero i criteri di selezione. Gallagher e Meade dedicano ampio spazio al Frammento Muratoriano, tradizionalmente considerato l’elenco più antico di libri del Nuovo Testamento in lingua latina, datato alla fine del II secolo e situato nell’ambiente romano. Il frammento è una miniera d’oro per lo storico: elenca i quattro Vangeli, gli Atti di “tutti gli apostoli”, le tredici lettere di Paolo e alcune epistole cattoliche, ma esclude la Lettera agli Ebrei e include, seppur con riserva, l’Apocalisse di Pietro.
Gli autori analizzano questo documento con una sensibilità critica notevole, rilevando come la difesa dei quattro Vangeli nel Frammento Muratoriano sia probabilmente una reazione contro le pretese di gruppi eretici o contro chi, come il presbitero romano Gaio, metteva in dubbio l’autorità del Vangelo di Giovanni per contrastare il montanismo. Qui emerge una delle tesi centrali dell’opera: il canone non nasce per affermazione positiva, ma spesso per negazione polemica. Bisognava definire cosa era “sacro” per poter condannare come “profano” tutto il resto, specialmente i vangeli gnostici che proliferavano nel II e III secolo.
L’analisi prosegue con il IV secolo, il secolo d’oro (o di ferro, a seconda dei punti di vista) per la fissazione del canone. Eusebio di Cesarea rappresenta l’anello di congiunzione tra l’erudizione alessandrina di Origene e il nuovo assetto costantiniano. Nella sua Storia ecclesiastica, questi compie un lavoro da bibliotecario imperiale, classificando i libri in base alla loro ricezione nelle chiese.
| Classificazione di Eusebio | Libri Inclusi | Status Canone |
| Omologoumena | 4 Vangeli, Atti, 14 Lettere di Paolo, 1 Pietro, 1 Giovanni. | Universalmente accettati. |
| Antilegomena | Giacomo, Giuda, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni. | Discussi, ma accettati dalla maggior parte. |
| Nothoi (Spuri) | Atti di Paolo, Pastore di Erma, Apocalisse di Pietro, Barnaba, Didachè. | Rifiutati come non apostolici, sebbene utili. |
| Eretici | Vangeli di Pietro, Tommaso, Mattia. | Assolutamente da evitare, contrari alla dottrina. |
Gallagher e Meade sottolineano come l’Apocalisse di Giovanni fosse il vero “grande malato” del IV secolo: Eusebio ammette che alcuni la pongono tra i libri accettati e altri tra quelli spuri. Questa incertezza testimonia che la “chiusura” del canone non fu un atto d’autorità improvviso, ma un compromesso diplomatico tra le grandi sedi episcopali. Atanasio di Alessandria, nella sua Lettera Festale del 367, sarà il primo a fornire l’elenco esatto dei ventisette libri del Nuovo Testamento che oggi troviamo nelle nostre Bibbie, ma gli autori ci ricordano che la sua autorità non era immediatamente vincolante per l’intera cristianità: ci vorranno secoli e numerosi concili regionali (come quelli di Ippona e Cartagine) perché questo elenco diventi lo standard universale in Occidente.
Geografie della fede: la diversità regionale come norma
Un merito eccezionale del libro è la sua attenzione alle varianti regionali, rompendo l’egemonia delle fonti greche e latine. La sezione sulle liste siriache apre una finestra su un mondo in cui la “Bibbia” aveva un volto molto diverso. Per secoli, le chiese di lingua siriaca non hanno utilizzato i quattro Vangeli separati, ma il Diatessaron di Taziano, un’armonia che fondeva i testi in un’unica narrazione. Gli elenchi provenienti dal Monastero di Santa Caterina sul Sinai mostrano un canone del Nuovo Testamento più “leggero”, che per lungo tempo ha ignorato le epistole cattoliche minori e l’Apocalisse.
Questa non era ignoranza, ma una scelta deliberata legata a una diversa concezione dell’apostolicità e della tradizione. Gallagher e Meade dedicano ampio spazio anche alla tradizione etiopica, che rappresenta il caso limite di espansione canonica. La Bibbia etiope comprende oltre ottanta libri, includendo opere come il Libro di Enoc e il Libro dei Giubilei, che altrove sono stati espulsi con violenza dal perimetro sacro. Analizzare queste liste significa accettare che il cristianesimo antico non era una “chiesa unica”, ma una galassia di comunità che cercavano un terreno comune pur mantenendo specificità culturali profonde.
| Regione / Tradizione | Nucleo dell’Antico Testamento | Caratteristiche del Nuovo Testamento |
| Alessandria (Egitto) | Influsso LXX; inclusione deuterocanonici. | Fissazione precoce dei 27 libri (Atanasio). |
| Roma / Nord Africa | Transizione verso la Vulgata di Girolamo. | Iniziali dubbi su Ebrei e alcune epistole cattoliche. |
| Antiochia / Siria | Canone ebraico più Baruc e Lettera di Geremia. | Uso del Diatessaron; canone NT più ristretto. |
| Etiopia | Canone “ampio” con Enoc e Giubilei. | Include testi disciplinari come la Didascalia. |
Il volume di Gallagher e Meade documenta anche lo sforzo della “Grande Chiesa” imperiale per uniformare queste divergenze. Il Sinodo di Laodicea (363-364) è un momento di svolta terminologica: qui si parla esplicitamente di libri “canonici” (ta kanonika) in opposizione a quelli “non canonici” (ta akanonista), stabilendo quali testi potessero essere letti durante il culto pubblico. Questo pragmatismo liturgico è la vera forza motrice della canonizzazione: il canone non è nato nelle biblioteche degli studiosi, ma sugli amboni delle chiese, dove la necessità di sapere “cosa leggere domenica prossima” ha costretto i vescovi a prendere decisioni definitive.
Materialità, manoscritti e il limite della lista testuale
Un aspetto che rende The Biblical Canon Lists from Early Christianity un’opera moderna e rigorosa è l’integrazione tra le liste testuali e l’evidenza dei manoscritti. Gallagher e Meade dedicano un intero capitolo all’analisi dei grandi codici biblici del primo millennio, come il Codex Sinaiticus, il Vaticanus e l’Alexandrinus. Qui emerge una distinzione fondamentale per ogni storico: la differenza tra il “canone formale” (quello che gli autori dicono di accettare) e il “canone funzionale” (quello che effettivamente veniva copiato e usato).
Il fatto che il Codex Sinaiticus (IV secolo) contenga alla fine il Pastore di Erma e la Lettera di Barnaba non significa necessariamente che il copista li considerasse parte integrante del canone allo stesso livello di Matteo o di Paolo. Spesso i manoscritti erano progettati come “contenitori funzionali” per la vita comunitaria, includendo testi utili per l’istruzione ma non normativi per il dogma. Gallagher e Meade sono molto abili nel mostrare come un manoscritto possa essere più inclusivo di una lista, segnalando che la realtà vissuta dai fedeli era spesso molto più sfumata e meno “ossessionata dai confini” rispetto a quella dei vescovi e dei teologi.
L’appendice del libro sugli Antilegomena e gli Apocrifi è forse la sezione più utile per la divulgazione. Qui vengono riassunte le storie di ricezione di opere come la Didachè, la Terza Lettera ai Corinzi o l’Apocalisse di Pietro. Molti di questi testi furono citati come Scrittura da giganti come Origene o Clemente Alessandrino, solo per essere poi retrocessi a letture “utili ma non ispirate” o condannati come falsi. Questo processo di “declassamento” illustra perfettamente il meccanismo della selezione naturale letteraria che ha prodotto la Bibbia moderna: non è stato un giudizio estetico o puramente spirituale, ma una complessa alchimia di apostolicità presunta, uso liturgico consolidato e conformità all’ortodossia emergente.
Pregi e limiti: una valutazione critica finale
Volendo tracciare un bilancio dell’opera di Gallagher e Meade, i pregi superano di gran lunga i limiti, a patto di comprendere cosa questo libro vuole e non vuole essere. Il pregio principale è l’accessibilità documentaria: avere in un unico volume i testi originali (greco, latino, ebraico, siriaco) con traduzioni a fronte e un apparato di note aggiornato è un dono per ogni ricercatore. Gli autori adottano un tono “irenico”, evitando di schierarsi in favore di una particolare confessione religiosa, il che rende il loro lavoro perfettamente compatibile con una prospettiva laica e storico-religiosa.
Un altro punto di forza è la capacità di mostrare che la Bibbia è un oggetto storico dinamico. Gallagher e Meade demitizzano l’idea di una chiusura del canone nel 1546 (Concilio di Trento) o nel IV secolo (Atanasio), mostrando come ogni “chiusura” sia stata in realtà una tappa di un processo che continua ancora oggi nei disaccordi tra cattolici, protestanti e ortodossi. Il libro restituisce dignità alle “periferie” del canone, ricordandoci che la storia del cristianesimo non è fatta solo di vincitori, ma anche di testi che hanno perso la battaglia per la canonicità ma hanno nutrito la fede di milioni di persone per secoli.
Tuttavia, l’opera presenta dei limiti che lo studioso deve tenere in considerazione. Il focus esclusivo sulle “liste” può essere fuorviante: una lista è una dichiarazione di intenti, non una cronaca dell’uso effettivo. Come rilevato da alcuni critici, un autore può inserire un libro in un elenco per ossequio alla tradizione e poi non usarlo mai, o viceversa citare come autorevole un testo che egli stesso definisce “fuori dal canone”. Inoltre, il volume sacrifica parzialmente la dimensione liturgica: i lezionari, che indicano quali brani venissero effettivamente letti durante l’anno liturgico, offrono spesso un quadro della coscienza canonica di una comunità molto più veritiero di una lista formale redatta da un vescovo.
Infine, rimane parzialmente in ombra la questione del “testo del canone”. Definire che il libro di Daniele è canonico è solo metà dell’opera; bisogna poi decidere quale Daniele (quello breve ebraico o quello lungo greco con le aggiunte di Susanna e Bel e il Dragone) sia quello ispirato. Sebbene gli autori accennino a queste problematiche, il volume si concentra primariamente sull’identità dei libri piuttosto che sulle loro varianti testuali.
In conclusione, The Biblical Canon Lists from Early Christianity è un’opera di alta scuola filologica che riporta la discussione sulle origini della Bibbia sul terreno solido dei documenti. Per lo storico del cristianesimo, è un richiamo alla pazienza: la Bibbia non è un libro, ma una biblioteca costruita nel tempo attraverso conflitti e compromessi. Gallagher e Meade ci offrono le chiavi per entrare in questa biblioteca e ascoltare le voci di chi, millenni fa, cercava di mettere ordine nel caos del sacro, lasciandoci in eredità un canone che è, al tempo stesso, un monumento di fede e un reperto archeologico dell’umano bisogno di confini.

Il quadro generale lo conoscevo, ma la tua esposizione nei dettagli è utilissima e pregevole. Grazie
Ma nell’antica Roma i primi cristiani quanto gli ebrei credevano alla veridicità storica di personaggi biblici tipo Abramo, Mosè o Re Davide?