La crisi della ragione naturalizzata e la fondazione metafisica della conoscenza: un’analisi comparata tra Plantinga, Boulter e l’epistemologia tomista

Introduzione: il paradosso epistemico della modernità

La storia del pensiero occidentale moderno è segnata da una frattura progressiva e sempre più profonda tra la fiducia nelle capacità cognitive dell’uomo e la visione ontologica del cosmo che dovrebbe sostenere tale fiducia. Se l’alba della filosofia greca e la scolastica medievale avevano edificato un sistema in cui l’intelligibilità del reale e l’intelligenza umana si corrispondevano in una armonia garantita metafisicamente, la modernità, nel suo tentativo di emancipare la ragione da ogni tutela teologica, ha paradossalmente finito per minare le fondamenta stesse della razionalità. Al centro di questo dramma teoretico si colloca il naturalismo filosofico, inteso come quella visione del mondo che nega l’esistenza di qualsiasi realtà trascendente o soprannaturale, riducendo l’intero spettro dell’essere alla natura fisica e ai processi materiali.

È in questo contesto che emerge con forza dirompente l’Argomento Evolutivo contro il Naturalismo (EAAN) formulato da Alvin Plantinga. Tale argomento non costituisce un attacco alla scienza o all’evoluzione biologica in quanto tale, bensì una critica interna alla coerenza del naturalismo stesso. La tesi centrale è che l’unione di naturalismo ed evoluzione darwiniana conduca inevitabilmente a uno scetticismo radicale e autodistruttivo riguardo all’affidabilità delle nostre facoltà cognitive. Se la mente è il mero prodotto di processi ciechi, selezionati esclusivamente per il vantaggio riproduttivo e la sopravvivenza, non vi è alcuna garanzia che le credenze da essa generate siano vere; l’unica garanzia è che siano utili, o biologicamente vantaggiose.

Tuttavia, il panorama filosofico contemporaneo offre anche tentativi di utilizzare la biologia evolutiva in senso opposto, non per demolire la fiducia nella ragione, ma per fondare una riabilitazione del “senso comune” contro lo scetticismo filosofico moderno. Stephen Boulter, nel suo lavoro sulla riscoperta della filosofia del senso comune, propone un argomento che potremmo definire “inverso” rispetto a quello di Plantinga: l’evoluzione, proprio perché premia l’adattamento all’ambiente, deve necessariamente aver plasmato facoltà cognitive capaci di tracciare le caratteristiche reali del mondo, almeno in quei domini ecologicamente rilevanti per la sopravvivenza.

Queste due prospettive, apparentemente antitetiche nel loro uso della teoria evolutiva, richiedono un arbitrato che trascenda il piano puramente fenomenico o probabilistico. È qui che la Philosophia Perennis di San Tommaso d’Aquino offre una terza via, radicata in una concezione teleologica della natura e dell’intelletto. La metafisica tomista, con la sua definizione di verità come adaequatio rei et intellectus e la sua rigorosa analisi delle potenze dell’anima, fornisce il substrato ontologico necessario per risolvere le aporie del naturalismo e per dare fondamento alle intuizioni parziali del realismo ecologico.

In questo studio, ci proponiamo di esaminare l’architettura logica dell’argomento di Plantinga, rintracciandone le nobili radici nel pensiero di Thomas Reid e C.S. Lewis, per poi valutarne la tenuta alla luce della difesa biologica del senso comune proposta da Boulter. L’intera analisi sarà condotta attraverso la lente rigorosa del pensiero tomista, utilizzando i principi dell’Angelico Dottore — in particolare l’infallibilità dei sensi propri, la natura dell’astrazione intellettuale e la finalità intrinseca (natura nihil frustra facit) — come criterio ultimo di giudizio.

Genesi e struttura dell’argomento contro il naturalismo

Le radici reidiane: il crollo della “via delle idee”

Per comprendere la portata dell’argomento di Plantinga, è necessario risalire alla reazione contro lo scetticismo di David Hume operata da Thomas Reid, fondatore della Scuola Scozzese del Senso Comune. Reid individuò l’errore fatale della filosofia moderna — da Cartesio a Locke fino a Hume — nella cosiddetta “teoria delle idee”, ovvero la presunzione che l’oggetto immediato della conoscenza non sia la realtà esterna, ma le “idee” o rappresentazioni mentali nella mente del soggetto. Questa interposizione di un velo rappresentativo tra il conoscente e il conosciuto conduceva inevitabilmente al solipsismo e allo scetticismo: se conosciamo solo le nostre idee, come possiamo mai essere certi che esista un mondo esterno che vi corrisponda?

Reid contrappose a questa deriva i “Principi del Senso Comune”. Egli sosteneva che la costituzione della nostra natura ci impone di accettare certe credenze fondamentali — come l’esistenza del mondo esterno, la validità della memoria, l’esistenza di altre menti — non come conclusioni di un ragionamento, ma come principi primi e costitutivi. Plantinga attinge a questa tradizione quando affronta il problema della giustificazione della ragione. Reid utilizzava una celebre analogia giuridica e morale: se l’onestà di un uomo viene messa in discussione, sarebbe ridicolo, se non assurdo, chiedere a quell’uomo di produrre una dichiarazione scritta o verbale che attesti la sua onestà. La sua parola è proprio ciò che è in dubbio.

Similmente, argomenta Plantinga seguendo Reid, se il naturalismo ci fornisce una ragione per dubitare dell’affidabilità delle nostre facoltà cognitive, non possiamo utilizzare quelle stesse facoltà per costruire un argomento filosofico o scientifico che ripristini la fiducia in esse. Qualsiasi argomento “probabile o dimostrativo” sarebbe viziosamente circolare, poiché si affiderebbe alle stesse facoltà (ragione, percezione, memoria) che sono sotto accusa. Per Reid, l’affidabilità delle facoltà è un dato originario, garantito implicitamente dalla sapienza del Creatore che ha progettato la mente umana in armonia con il mondo. Ma per il naturalista contemporaneo, che ha rimosso il Creatore dall’equazione, questa garanzia svanisce, lasciando il posto a una vertigine epistemica.

L’argomento dalla ragione di C.S. Lewis

Un secondo pilastro su cui poggia l’EAAN è l’analisi condotta da C.S. Lewis nel suo celebre saggio Miracles, specificamente nel capitolo dedicato alla “Cardinal Difficulty of Naturalism”. Lewis formula quello che è noto come l’Argomento dalla Ragione (Argument from Reason), sostenendo che il naturalismo non possiede le risorse ontologiche per spiegare l’atto stesso dell’inferenza logica.

Il naturalismo, nella visione di Lewis, è costretto a spiegare ogni evento, inclusi gli eventi mentali, come il risultato di una catena di cause ed effetti puramente fisici e irrazionali. I pensieri sono, in ultima analisi, movimenti di atomi nel cervello o fluttuazioni biochimiche. Tuttavia, l’atto di conoscere una verità inferenziale (es. “Se A, allora B; ma A, dunque B”) richiede che la credenza nella conclusione sia determinata non da una causa fisica, ma dalla percezione di una relazione logica: il rapporto fondamento-conseguente.

Lewis distingue nettamente tra la relazione Causa-Effetto (che governa gli eventi naturali) e la relazione Fondamento-Conseguente (che governa le verità logiche). Se i nostri pensieri sono determinati interamente da cause fisiche irrazionali, come può la percezione di un nesso logico essere la causa della nostra credenza? Per il naturalista, un pensiero non è “vero” in virtù della sua corrispondenza con la realtà, ma è semplicemente l’effetto chimico di uno stato cerebrale precedente. Se così è, la pretesa del naturalismo di essere “vero” si autodistrugge, poiché la sua stessa affermazione è frutto di cause irrazionali, non di ragioni logiche. Plantinga riconosce esplicitamente questo debito verso Lewis, raffinando l’argomento per adattarlo al contesto della biologia evolutiva e della teoria della probabilità.

La formalizzazione di Plantinga: il “defeater” evolutivo

L’innovazione di Plantinga consiste nel tradurre le intuizioni di Reid e Lewis nel linguaggio della probabilità epistemica e della teoria dell’evoluzione. L’argomento non nega l’evoluzione; piuttosto, mostra che l’evoluzione è un “acido universale” (per usare un’espressione di Dennett, ma ritorta contro di lui) che corrode il naturalismo.

Il fulcro dell’argomento è la valutazione della probabilità condizionale che le nostre facoltà cognitive siano affidabili (R), dato il naturalismo (N) e l’evoluzione (E). Plantinga sostiene che P(R | N ∧ E) è bassa o, nel migliore dei casi, imperscrutabile.

Il punto di partenza è il “Dubbio di Darwin”. Charles Darwin stesso, in una lettera a William Graham, confessò l’orribile dubbio se le convinzioni della mente umana, che si sono sviluppate da quelle degli animali inferiori, avessero un qualche valore o fossero in qualche modo affidabili. “Ci si fiderebbe delle convinzioni della mente di una scimmia?”, chiedeva Darwin.

Da una prospettiva naturalistica, l’evoluzione seleziona i tratti fenotipici e i meccanismi neurali esclusivamente in base al loro valore adattivo (fitness), ovvero la capacità di promuovere la sopravvivenza e la riproduzione. La verità delle credenze non è un criterio di selezione; lo è solo il comportamento adattivo. Plantinga analizza quattro possibili relazioni tra credenze e comportamento in un organismo evoluto in un universo materialista:

  1. Epifenomenismo semantico: Le credenze non hanno alcuna influenza causale sul comportamento (sono come il fischio del vapore di una locomotiva).
  2. Inefficacia del contenuto: Le credenze hanno efficacia causale, ma solo in virtù delle loro proprietà elettrochimiche (sintassi), non in virtù del loro contenuto (semantica).
  3. Disallineamento: Le credenze causano il comportamento e il contenuto è rilevante, ma le credenze sono false pur producendo comportamenti utili (es. un primitivo fugge da una tigre non perché crede che lo mangerà, ma perché crede che la tigre voglia abbracciarlo e lui ha una fobia degli abbracci).
  4. Allineamento veridico: Le credenze sono vere e causano comportamenti appropriati.

Plantinga argomenta che, sotto il naturalismo, le prime tre opzioni sono molto più probabili o almeno non meno probabili della quarta. Non c’è alcun meccanismo naturalistico che garantisca che la neurofisiologia (che causa l’azione) debba mappare accuratamente il contenuto di verità della proposizione creduta. Di conseguenza, la probabilità che le nostre facoltà siano affidabili è bassa.

Se il naturalista accetta che questa probabilità è bassa o imperscrutabile, egli acquisisce un “defeater” (un motivo di confutazione) per la credenza nell’affidabilità delle proprie facoltà cognitive. E questo defeater non può essere sconfitto (è un undefeated defeater), perché qualsiasi argomento usato per ripristinare la fiducia nella ragione presupporrebbe l’affidabilità di quella stessa ragione che è in dubbio. Il risultato è un collasso epistemico totale: il naturalista non può razionalmente affermare il naturalismo, né l’evoluzione, né alcuna altra tesi scientifica.

L’argomento inverso: la difesa ecologica del senso comune

Di fronte allo scetticismo che sembra derivare dall’analisi rigorosa delle condizioni della conoscenza nel naturalismo, Stephen Boulter propone una strategia difensiva che potremmo definire “argomento evolutivo inverso”. Nel suo tentativo di recuperare la metafilosofia del senso comune, Boulter non accetta che l’evoluzione sia un acido corrosivo per la conoscenza; al contrario, la utilizza come garante pragmatico del realismo.

Le “due tribù” e il disprezzo per il volgo

Boulter inizia la sua analisi storica evidenziando una tensione millenaria tra due “tribù”: i filosofi e l’uomo comune. Da Eraclito a Platone, fino a Cartesio e Kant, la storia della filosofia è costellata dal disprezzo per le opinioni del volgo. Platone derideva Talete che cadeva nel pozzo, Cartesio cercava di liberare la mente dai pregiudizi dell’infanzia e dai sensi, Kant criticava la Scuola Scozzese per aver appellato al senso comune come a un oracolo. Bertrand Russell arrivò a definire il senso comune come “metafisica dell’età della pietra”.

Contro questa tradizione elitaria e scettica, Boulter riabilita il senso comune non come un insieme di pregiudizi culturali, ma come l’assetto cognitivo di base della specie umana, forgiato da milioni di anni di interazione con l’ambiente reale.

L’adattamento come garanzia di verità

Il cuore dell’argomento di Boulter risiede nel concetto di adattamento ecologico. Se le nostre facoltà cognitive (percezione sensoriale, inferenza causale, riconoscimento di oggetti) si sono evolute attraverso la selezione naturale, esse devono necessariamente fornire informazioni sufficientemente accurate sull’ambiente per permettere la sopravvivenza. Un organismo che percepisse sistematicamente in modo illusorio la posizione del cibo, la velocità dei predatori o la solidità del terreno, si estinguerebbe rapidamente.

Pertanto, il successo biologico della specie umana è una prova a posteriori che le nostre facoltà cognitive sono fondamentalmente affidabili. Boulter ribalta l’onere della prova: non è il realista del senso comune a dover dimostrare l’esistenza del mondo esterno contro lo scettico cartesiano; è lo scettico a dover spiegare come una specie possa sopravvivere e dominare il pianeta se le sue rappresentazioni mentali fondamentali sono sganciate dalla realtà. L’evoluzione, in questa prospettiva, funge da validazione esterna del realismo.

La distinzione dei domini ecologici

Tuttavia, Boulter è consapevole che il senso comune fallisce in ambiti come la fisica quantistica o l’astronomia relativistica. Per salvare il realismo senza cadere nell’ingenuità, introduce una distinzione fondamentale tra domini ecologicamente sensibili e domini ecologicamente insensibili.

  1. Domini Ecologicamente Sensibili: Sono quegli ambiti della realtà che hanno esercitato una pressione selettiva diretta sui nostri antenati. Comprendono il mondo mesoscopico degli oggetti fisici di media grandezza, le relazioni causali meccaniche, la psicologia delle intenzioni altrui, la navigazione nello spazio tridimensionale. In questi domini, l’evoluzione ha “tarato” le nostre facoltà per la verità (o per un’approssimazione molto vicina alla verità). Qui il senso comune è un’autorità epistemica formidabile.
  2. Domini Ecologicamente Insensibili: Sono ambiti che non hanno avuto rilevanza per la sopravvivenza nel Pleistocene, come la struttura subatomica della materia, la natura dello spazio-tempo su scala cosmica, o le verità metafisiche astratte. In questi campi, le nostre intuizioni non hanno garanzia evolutiva e possono essere fuorvianti.

L’errore filosofico, secondo Boulter, nasce spesso quando si applicano le intuizioni del senso comune ai domini insensibili (creando cattiva scienza o metafisica ingenua) o, viceversa, quando si usa lo scetticismo appropriato ai domini insensibili per negare le verità dei domini sensibili (come fanno gli idealisti o gli scettici radicali che negano l’esistenza dei tavoli e delle sedie).

La sintesi tomista: oltre il naturalismo e il pragmatismo

L’analisi comparata di Plantinga e Boulter rivela una tensione irrisolta. Plantinga dimostra che il naturalismo non può garantire la verità, ma solo l’utilità (che potrebbe essere disgiunta dalla verità). Boulter assume che l’utilità (sopravvivenza) implichi la verità, ma senza una fondazione ontologica che leghi le due cose, la sua posizione rimane vulnerabile all’obiezione di Plantinga: perché l’evoluzione dovrebbe favorire la verità semantica se la sintassi neurofisiologica è sufficiente per il comportamento?

È qui che il pensiero di San Tommaso d’Aquino, con la sua poderosa architettura metafisica, offre la soluzione che integra e supera entrambe le posizioni. Tommaso non ha bisogno di scegliere tra l’affidabilità delle facoltà (Boulter) e la necessità di un fondamento teistico (Plantinga), perché nel suo sistema le due cose sono intrinsecamente collegate.

Veritas come adaequatio: l’ontologia della verità

Per San Tommaso, la verità non è un mero accidente psicologico o un successo pragmatico. Riprendendo la definizione di Isacco Israelita e Avicenna, egli dichiara: Veritas est adaequatio rei et intellectus (La verità è l’adeguazione della cosa e dell’intelletto). Ma questa adeguazione non è un semplice “specchiamento” passivo; è radicata nell’essere stesso delle cose.

Nella Summa Theologiae (I, q. 16, a. 1) e nelle Quaestiones disputatae de veritate (q. 1, a. 2), Tommaso elabora una dottrina della verità che coinvolge tre termini: l’Intelletto Divino, la cosa creata (res), e l’intelletto umano.

  1. Verità Ontologica (Misura Misurante): Le cose naturali sono “vere” in quanto corrispondono all’idea presente nell’Intelletto Divino che le ha create. Dio è l’artefice che imprime la forma (intelligibilità) nella materia. Come afferma Tommaso citando Agostino: “Le cose sono vere in quanto sono conformi alla loro specie principale che è nella mente del Creatore”. Dunque, la realtà è intrinsecamente intelligibile perché è frutto di un atto intellettuale creatore.
  2. Verità Logica (Misura Misurata): L’intelletto umano è “vero” quando si conforma alla res. La cosa naturale è la misura del nostro intelletto (mensura intellectus nostri), mentre è misurata dall’intelletto divino (mensurata ab intellectu divino).

Questa struttura triangolare risolve il problema di Plantinga. Non c’è bisogno di postulare un miracolo evolutivo affinché la mente corrisponda alla realtà. C’è una corrispondenza preesistente garantita dal fatto che sia la mente umana (fatta a immagine di Dio) sia la natura fisica (creata dal Verbo di Dio) derivano dalla stessa fonte di intelligibilità. Natura nihil frustra facit (la natura non fa nulla invano) non è solo un principio biologico, ma teologico: Dio non crea una potenza conoscitiva (l’intelletto) senza fornirle un oggetto adeguato e la capacità di coglierlo.

L’infallibilità dei sensi: sensus circa propria sensibilia non decipitur

Boulter difende i sensi sulla base del successo adattivo. Tommaso li difende sulla base della causalità formale e della natura della potenza. Un principio cardine della gnoseologia tomista è: sensus circa propria sensibilia non decipitur (il senso non si inganna riguardo ai propri sensibili).

I “sensibili propri” sono quelle qualità che sono percepite specificamente da un solo senso e che definiscono la natura di quella facoltà: il colore per la vista, il suono per l’udito, l’odore per l’olfatto. Tommaso argomenta che una potenza passiva (come il senso) è naturalmente determinata ad essere attuata dal suo oggetto formale. L’occhio non può essere attuato se non dal colore (o meglio, dalla luce modulata dal colore). Pertanto, quando l’occhio vede, vede necessariamente un colore reale. L’errore non risiede nella sensazione in sé, ma nel giudizio che l’intelletto o la vis cogitativa compiono su quella sensazione (ad esempio, scambiare un palo colorato per un uomo).

Questo principio offre una fondazione metafisica al realismo ecologico di Boulter. Nei “domini ecologicamente sensibili”, i sensi sono infallibili non solo perché “ha funzionato” nel passato evolutivo, ma perché c’è una proporzione ontologica (proportio) tra la potenza e l’oggetto. La natura della potenza visiva è fatta per accogliere la specie intenzionale del colore.

La vis cogitativa: il ponte tra biologia e intelletto

Un punto di contatto sorprendente tra l’analisi di Boulter e quella di Tommaso si trova nella dottrina dei sensi interni, specificamente nella vis cogitativa (o ragione particolare). Anthony Lisska, nella sua ricostruzione analitica della teoria della percezione in Tommaso, identifica la vis cogitativa come la facoltà fondamentale per la percezione degli individui concreti e per la valutazione della loro rilevanza biologica.

Mentre gli animali possiedono la vis aestimativa per cogliere le intenzioni di utilità o nocività (la pecora percepisce il lupo come “da fuggire” istintivamente), nell’uomo questa facoltà è permeata dalla ragione e diventa cogitativa. Essa permette di connettere le sensazioni particolari con i concetti universali, ma soprattutto permette di operare efficacemente nel mondo dei particolari contingenti — esattamente il “dominio ecologicamente sensibile” di Boulter.

La vis cogitativa opera attraverso una sorta di “sillogismo pratico” istintivo o abitudinario, valutando l’oggetto singolare qui e ora. È questa facoltà che l’evoluzione (intesa tomisticamente come lo sviluppo delle disposizioni materiali sotto la guida della provvidenza) avrebbe affinato per garantire la sopravvivenza. Ma per Tommaso, a differenza del naturalista puro, questa facoltà non è l’apice della cognizione; è ancillare all’intelletto.

L’intelletto e l’essenza: intellectus circa quod quid est non errat

Se i sensi e la vis cogitativa ci ancorano al mondo fisico per la sopravvivenza (dando ragione a Boulter), l’intelletto umano ha una finalità che trascende la biologia: la contemplazione della verità in sé. Tommaso afferma: intellectus circa quod quid est non errat (l’intelletto non erra riguardo alla quiddità, ossia all’essenza delle cose).

Nel primo atto della mente (la semplice apprensione), l’intelletto astrae l’essenza universale dal fantasma fornito dai sensi. Poiché l’oggetto formale dell’intelletto è la quiddità della cosa materiale, quando l’intelletto concepisce, concepisce una natura reale. L’errore, ancora una volta, subentra solo nel secondo atto della mente (il giudizio), quando componiamo o dividiamo i concetti in modo non conforme alla realtà (compositio et divisio).

Ma c’è di più: intellectus semper est rectus riguardo ai primi principi. I principi di non contraddizione, di identità, del tutto e della parte, sono colti intuitivamente e infallibilmente non appena si comprendono i termini. Questa rettitudine indefettibile dell’intelletto sui primi principi è ciò che Lewis chiamava “la percezione del fondamento logico”. Essa non può essere spiegata evolutivamente (come vorrebbe un naturalista alla Boulter) perché è una necessità logica universale, non un adattamento contingente. Un adattamento può cambiare se cambia l’ambiente; il principio di non contraddizione è vero in ogni mondo possibile. Qui l’EAAN di Plantinga trova la sua conferma più forte: un processo puramente materiale e contingente non può generare la necessità logica. Solo un Intelletto necessario (Dio) può imprimere in una creatura la capacità di cogliere verità necessarie.

La teleologia della mente: natura nihil frustra facit

In ultima analisi, la risposta tomista alla crisi epistemica sollevata da Plantinga e affrontata pragmaticamente da Boulter risiede nel principio teleologico: natura nihil frustra facit.

Se l’uomo ha un desiderio naturale di conoscere la verità (omnes homines natura scire desiderant, come afferma Aristotele nell’incipit della Metafisica, commentato da Tommaso), e se la natura non fa nulla invano, allora deve esistere la possibilità reale di soddisfare questo desiderio. Un desiderio naturale vano sarebbe una contraddizione nell’ordine del creato. Questo principio esclude radicalmente lo scetticismo globale. Se le nostre facoltà fossero sistematicamente ingannevoli (come nel dubbio iperbolico cartesiano o nello scenario del demone maligno, che è una versione barocca del dubbio di Darwin), la natura umana sarebbe essenzialmente frustrata, perversa, “vana”.

Tuttavia, Tommaso ci ricorda che questo desiderio di verità non si esaurisce nella conoscenza delle cause naturali. L’intelletto umano, essendo quodammodo omnia (in certo modo tutte le cose), ha un’apertura infinita. La sua capacità di conoscere il vero finito è garanzia della sua orientazione verso la Verità Prima.

Valutazione conclusiva: la superiorità della sintesi tomista

Alla luce dell’analisi svolta, possiamo trarre le seguenti conclusioni sulla dialettica tra Plantinga, Boulter e l’eredità tomista.

  1. Validità dell’EAAN: L’argomento di Plantinga colpisce nel segno contro il naturalismo riduzionista. Senza un Dio garante, l’evoluzione cieca non può assicurare la verità delle nostre credenze, ma solo la loro utilità. La frattura tra semantica (verità) e sintassi (neurofisiologia) nel materialismo è incolmabile. Il naturalismo che pretende di usare la ragione per negare Dio sega il ramo su cui è seduto.
  2. Limiti della difesa di Boulter: La difesa del senso comune di Boulter, pur preziosa nel suo richiamo al realismo e alla biologia, rimane epistemologicamente fragile se non esce dal paradigma naturalista. Boulter presuppone ciò che deve dimostrare: che l’adattamento implichi la verità. Ma come ha mostrato Plantinga, questo è vero solo se assumiamo che il mondo sia razionalmente strutturato e che le nostre menti siano fatte per leggerlo — assunzioni che sono parassitarie di una visione teistica. Inoltre, la distinzione di Boulter tra domini sensibili e insensibili rischia di scivolare in uno strumentalismo scientifico se non è ancorata a una teoria dell’astrazione intellettuale che permetta di raggiungere la verità anche oltre il mesoscopico.
  3. La risoluzione tomista: La metafisica di San Tommaso accoglie la forza di entrambi gli argomenti purificandoli dalle aporie moderne.
    • Accoglie l’istanza di Plantinga: la ragione è affidabile solo perché è partecipazione alla Luce Divina (Lumen intellectus agentis est nobis immediate a Deo). L’uomo è affidabile perché è imago Dei.
    • Accoglie l’istanza di Boulter (e di Aristotele): la conoscenza inizia dai sensi e la natura biologica è finalizzata al reale. La vis cogitativa e i sensi esterni sono perfettamente adattati al loro ambiente, non per caso, ma per disegno provvidenziale (che può operare attraverso cause seconde evolutive).

In conclusione, la disputa contemporanea sull’evoluzione e la razionalità mostra che la “filosofia del senso comune” di Reid e la logica modale di Plantinga trovano il loro compimento e la loro stabilità solo se ancorate all’ontologia robusta dell’Aquinate. Non c’è verità senza essere, e non c’è intelligibilità dell’essere senza l’Atto Puro che è l’Ipsum Esse Subsistens. Come insegna Tommaso nel Super Evangelium S. Ioannis: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo” (Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est). Solo in questa pneumatologia della ragione la crisi del naturalismo può essere superata, restituendo all’uomo la fiducia nella sua capacità di leggere il libro della natura e, attraverso di esso, di risalire al suo Autore.

Prospetto sinottico delle posizioni

Categoria Filosofica Alvin Plantinga (EAAN) Stephen Boulter (Senso Comune) San Tommaso d’Aquino (Tomismo)
Relazione Evoluzione-Verità L’evoluzione non garantisce la verità, solo la sopravvivenza (se N è vero). L’evoluzione garantisce la verità nei domini ecologici, altrimenti l’estinzione sarebbe inevitabile. La natura è finalizzata alla verità (natura nihil frustra). Dio usa le cause seconde per ordinare le facoltà all’oggetto.
Stato del Naturalismo Autodistruttivo, incoerente, privo di fondamento per la ragione. Compatibile col senso comune se “corretto” biologicamente (ma con fondamenti metafisici deboli). Erroneo perché nega la Causa Prima e la finalità, rendendo l’intelligibilità del cosmo un assurdo.
Affidabilità delle Facoltà Garantita solo dal Teismo (Imago Dei). Garantita dalla selezione naturale (pragmatismo biologico). Garantita dalla natura ontologica delle potenze (sensus non decipitur, intellectus non errat).
Natura della Conoscenza Credenza vera garantita (Warrant). Adattamento efficace all’ambiente mesoscopico. Adaequatio rei et intellectus. Assimilazione intenzionale della forma dell’oggetto.
Ruolo della Ragione Circolare se non fondata in Dio (argomento di Reid). Strumento di sopravvivenza affidabile. Potenza spirituale ordinata all’essere universale (capax omnium).

Bibliografia

Fonti Primarie

  • Aquino, Tommaso d’. Summa Theologiae. (Particolarmente I, q. 16 sulla verità; I, q. 78-85 sulle facoltà cognitive).
  • Aquino, Tommaso d’. Quaestiones disputatae de veritate.
  • Aquino, Tommaso d’. Summa contra Gentiles. (Particolarmente IV, c. 62 per il principio sensus non decipitur).
  • Aquino, Tommaso d’. Super Evangelium S. Ioannis lectura.
  • Lewis, C.S. Miracles: A Preliminary Study. London: Geoffrey Bles, 1947 (ed. riv. 1960).
  • Reid, Thomas. Essays on the Intellectual Powers of Man. 1785.

Fonti Secondarie e Letteratura Contemporanea

  • Boulter, Stephen. The Rediscovery of Common Sense Philosophy. Palgrave Macmillan, 2007.
  • Gredt, Josephus. Elementa Philosophiae Aristotelico-Thomisticae. Vol. 1 & 2. Herder, 1961.
  • Lisska, Anthony J. Aquinas’s Theory of Perception: An Analytic Reconstruction. Oxford University Press, 2016.
  • Mondin, Battista. Dizionario Enciclopedico del Pensiero di San Tommaso d’Aquino. Edizioni Studio Domenicano, 1991.
  • Plantinga, Alvin. Warrant and Proper Function. Oxford University Press, 1993.
  • Plantinga, Alvin. Where the Conflict Really Lies: Science, Religion, and Naturalism. Oxford University Press, 2011.

Posted by Adriano Virgili

2 comments

Buongiorno dr. Virgili,
si può quindi sostenere che la cultura contemporanea è diretta conseguenza del naturalismo ? Penso in particolare a quanti settori dell’umano potrebbe applicarsi “…se l’onestà di un uomo viene messa in discussione, sarebbe ridicolo, se non assurdo, chiedere a quell’uomo di produrre una dichiarazione scritta o verbale che attesti la sua onestà. La sua parola è proprio ciò che è in dubbio….” in contrapposizione al “…sii ciò che desideri…” contemporaneo. E se “…non vi è alcuna garanzia che le credenze da essa generate siano vere…” si può concludere una sostanziale irrazionalità del senso comune contemporaneo ? Grazie
MR

La cultura contemporanea è fortemente influenzata dal riduzionismo scientistico, almeno la nostra. Anche chi non è un naturalista-ateo, quindi, tende a pensare in termini riduttivi quando si mette a riflettere su questi temi. Sto per pubblicare un libricino sul tema, spiegando come un “ritorno” alla prospettiva tomista possa “salvarci” da questi “sottoprodotti cancerogeni” del pensiero moderno.

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