Il paradigma dell’assedio e la sindrome da “Codice da Vinci”
La pubblicazione del volume La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite? (Milano, Piemme, 2026), partorito dalla collaborazione tra il giornalista Saverio Gaeta e l’enigmatica figura che si cela dietro lo pseudonimo di “Investigatore Biblico” , si inserisce a pieno titolo in quel fortunato filone editoriale che unisce il cospirazionismo religioso all’indignazione tradizionalista. L’opera si prefigge un obiettivo tanto ambizioso quanto metodologicamente disastroso: dimostrare che le recenti traduzioni ufficiali della Conferenza Episcopale Italiana (in particolare l’edizione del 2008, ma anche quella del 1974) non siano il frutto di un fisiologico e necessario aggiornamento filologico e linguistico, bensì un “progetto nascosto” frutto di un “intento preciso”: scardinare i fondamenti stessi della fede cattolica.
Scorrendo le pagine del testo, il lettore si trova immerso in un’atmosfera da thriller teologico. Non si parla più di scelte di traduzione, di critica testuale o di equivalenza dinamica, ma di “modifiche intenzionali”, di “manipolazioni”, di una “neo-lingua orwelliana” progettata a tavolino per assecondare il “fumo di Satana” penetrato nelle sacre stanze. Secondo gli autori, i biblisti incaricati dalla CEI – studiosi, linguisti e accademici di fama internazionale – si sarebbero riuniti con il malvagio scopo di “sminuire la divinità di Cristo, depersonalizzare o rendere simbolico il demonio e cancellare il senso del peccato”. Un piano di “demolizione” degno del peggior villain di un romanzo di Dan Brown, perpetrato nientemeno che attraverso l’uso spregiudicato della grammatica e dei dizionari di ebraico e greco.
Ciò che l’opera di Gaeta e del suo misterioso sodale offre non è, dunque, un’esegesi dei testi sacri, ma un’anatomia della paranoia contemporanea. Ogni variante testuale, ogni omissione di una glossa tardiva, ogni traduzione che si discosti dalla venerabile (ma imperfetta) Vulgata latina di San Girolamo viene interpretata attraverso la lente dell’ermeneutica del sospetto. L’aggiornamento post-conciliare, nato dall’esigenza di rispondere alle scoperte papirologiche dell’ultimo secolo (si pensi a Qumran o ai grandi papiri Bodmer e Chester-Beatty), viene declassato a un tentativo di compiacere la “sensibilità contemporanea” e di infettare la purezza della rivelazione con una non meglio precisata “matrice protestante”. L’approccio del volume richiede, pertanto, una decostruzione di questo vittimismo esegetico.
La maschera dell’eremita: l’inconsistenza accademica dell’anonimato
Il primo, strutturale vulnus di questa titanica impresa di smascheramento risiede proprio nell’identità del suo principale estensore. Il coautore si firma con l’evocativo, seppur grottesco, nom de plume di “Investigatore Biblico”. L’introduzione si premura di tratteggiare un ritratto a tinte fosche e vagamente romantiche, quasi si trattasse di un monaco guerriero medievale: apprendiamo che costui è un “consacrato”, che vive come “eremita urbano all’ombra di un monastero benedettino”. Per conferire la necessaria autorevolezza a questo Batman della filologia, Gaeta ci informa che l’eremita vanta un “dottorato in Teologia Biblica e la laurea in Filosofia”, e che ha trascorso decenni a studiare il greco e l’ebraico direttamente a Gerusalemme.
Ebbene, nel mondo della ricerca scientifica, biblica e accademica, l’anonimato non è un vezzo letterario ammissibile. L’esegesi seria e la critica testuale si fondano sulla peer review, sul confronto aperto tra studiosi e sull’assunzione pubblica di responsabilità per le proprie affermazioni. Nascondersi dietro uno pseudonimo per lanciare accuse di eresia, manipolazione e sabotaggio dottrinale contro l’intera gerarchia della Chiesa cattolica non è segno di umiltà spirituale o di pio distacco dalle vanità del mondo, ma l’escamotage retorico di chi sa perfettamente che le proprie tesi non resisterebbero a un vaglio accademico rigoroso.
La giustificazione addotta – secondo cui l’anonimato servirebbe a “denunciare questi travisamenti del messaggio originale” proteggendo l’identità di un consacrato – è la quintessenza della narrativa complottista. Crea l’illusione di una minoranza oppressa, dell’unico possessore di una “verità scomoda” che i poteri forti (in questo caso, l’episcopato italiano e i suoi liturgisti, accusati di praticare una “bassa sartoria” del “taglia e cuci” ) vorrebbero silenziare. Se l’Investigatore Biblico possiede un reale dottorato in teologia, la comunità scientifica attende le sue monografie su riviste indicizzate, non su un blog omonimo in cui le lezioni del Codice Sinaitico vengono trattate come infiltrazioni demoniache. L’autoproclamato difensore della “Parola autentica” rifiuta di apporre il proprio nome umano a garanzia del proprio lavoro, chiedendo al lettore un atto di fede cieca non in Dio, ma nel suo presunto curriculum nascosto.
L’equivoco metodologico: il mito dell’infallibilità della Vulgata
L’intera architettura polemica del libro poggia su un colossale, imperdonabile errore metodologico. Sebbene il testo citi frequentemente termini in ebraico e in greco, il suo confronto con le moderne edizioni critiche in lingua originale (come il Novum Testamentum Graece di Nestle-Aland) è metodologicamente viziato e parziale. L’Investigatore Biblico assume sistematicamente la Vulgata latina di San Girolamo e il testo tardo-bizantino come parametri assoluti, inalterabili e divinamente dettati della Rivelazione. Invece di accettare i risutlati della critica testuale moderna – che si basa sulle scoperte dei papiri più antichi e autorevoli del II e III secolo (come i papiri P46, P66 e P75) – il volume contesta aspramente le scelte delle edizioni critiche attuali. Di conseguenza, quando questi si confronta con i testi in lingua originale, tende a selezionare varianti testuali minoritarie o provenienti da manoscritti più tardivi che ricalcano esattamente la traduzione latina della Vulgata.
Ogni volta che la traduzione CEI 2008 – allineandosi pedissequamente alle edizioni critiche moderne – omette un’aggiunta o una glossa esplicativa inserita da copisti medievali, l’autore grida alla manomissione. La scienza della critica testuale ha stabilito da oltre un secolo il principio della lectio brevior potior (la lezione più breve è generalmente quella preferibile, in quanto i copisti tendevano ad aggiungere chiarimenti, non a togliere materiale). Per il nostro eremita urbano, tuttavia, questa non è scienza: è un complotto.
L’autore si scaglia contro quella che definisce una “deriva ideologica interna” e una “deriva protestante”. Ignora volontariamente che fu proprio la Chiesa Cattolica, con la rivoluzionaria enciclica Divino Afflante Spiritu (1943) di Pio XII e successivamente con la costituzione dogmatica Dei Verbum (1965), a imporre il ritorno alle lingue originali e l’utilizzo dei metodi storico-critici per lo studio della Bibbia. Il nostalgico Investigatore sembra auspicare un ritorno all’epoca in cui il latino era considerato l’idioma esclusivo del sacro, trattando ogni avvicinamento alle asprezze dell’ebraico masoretico o alla fluidità del greco della koiné come un cedimento al relativismo moderno.
Nelle sezioni seguenti, analizzzeremo, versetto per versetto, alcune delle “prove” di questo fantomatico complotto, dimostrando come l’insensibilità filologica e l’ossessione ideologica abbiano partorito un’opera che definire “esegesi” è un insulto al vocabolario.
Cristologia sospetta: il fantomatico complotto per declassare il Verbo
La sezione forse più tragicomica dell’opera è quella dedicata all’accusa, gravissima, secondo cui i traduttori della CEI avrebbero operato per “sminuire la divinità di Cristo”. Per dimostrare questa tesi, gli autori elencano una serie di versetti in cui le specificazioni divine presenti nelle traduzioni passate sarebbero state “amputate”. L’analisi di queste recriminazioni svela la drammatica pochezza filologica del saggio.
Partiamo da Giovanni 6,47. L’autore si straccia le vesti perché la CEI traduce “Chi crede ha la vita eterna” omettendo il pronome “in me”. Egli delira sostenendo che questo apra la porta al relativismo teologico. Tuttavia, l’espressione eis eme (in me) è clamorosamente assente nei testimoni greci più antichi e autorevoli in nostro possesso (il Papiro 66, il Papiro 75, il Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus). La CEI 2008 non ha “cancellato il riferimento a Cristo”; ha semplicemente tradotto con onestà intellettuale il testo che secondo lo status attuale della critica testuale neotestamentaria risulta essere il più probabile. L’aggiunta “in me” è una glossa posteriore inserita da copisti proprio per “aiutare” i lettori meno attenti; i traduttori moderni hanno semplicemente ripulito il testo.
Allo stesso modo, vengono avanzate delle recriminazioni sulla traduzione CEI di Giovanni 8,38 che rasentano l’assurdo. Gesù dice “presso il Padre”, e l’Investigatore lamenta la scomparsa del possessivo “mio”, presente nella Vulgata e nei codici di tipo bizantino, sostenendo che ciò trasformi Gesù in un mero “uomo ispirato”. Anche qui, i testimoni più vetusti (P66, P75, Vaticanus) riportano semplicemente to patri (il Padre). Nella sublime ed elevatissima teologia giovannea, l’uso assoluto del termine “il Padre” in bocca a Gesù indica proprio e in modo supremo la sua figliolanza divina e unica. Restaurare il testo originale in quello specifico contesto, quindi, lungi dallo sminuire la divinità di cristo, in realtà la sottolinea ancora di più.
La paranoia tocca il parossismo nell’analisi di Genesi 22,2. Nel raccontare il sacrificio di Isacco, la traduzione CEI 2008 rende: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami”. L’Investigatore urla al sacrilegio: il termine “unigenito” deve essere riservato unicamente a Gesù Cristo! Come si permettono i traduttori di applicarlo ad Isacco?. Questa obiezione denota una totale ignoranza sia dell’ebraico biblico che della tipologia patristica. Il termine originale ebraico è yachid, che significa esattamente “unico, unigenito, solo, prediletto”. Attribuire questo termine a Isacco è la traduzione letterale, esattissima, del testo ebraico. Inoltre, la teologia cristiana fin dalle origini ha visto proprio in questo yachid (Isacco, il figlio unigenito offerto in sacrificio dal padre) la più grande, perfetta prefigurazione profetica del sacrificio di Cristo (“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”, monogenes). L’autore, accecato dalla smania di scovare complotti, finisce per sferrare un attacco frontale a uno dei parallelismi teologici più ricchi e tradizionali della Scrittura, credendovi una macchinazione per sottrarre titoli a Gesù.
E ancora, in Filippesi 2,6, il famoso inno cristologico della kenosi, l’autore protesta perché la CEI traduce “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”, rispetto al precedente “uguaglianza con Dio”. Il testo greco usa l’espressione isa Theo. Il termine isa (neutro plurale di isos) esprime la modalità di esistenza, il “trovarsi nelle stesse condizioni di”. La traduzione “essere come Dio” in italiano rende perfettamente, e con sfumatura dinamica, l’idea di esistere nella medesima condizione divina, senza alterare la natura. Trasformare una microscopica sfumatura di equivalenza in una deliberata negazione della consustanzialità di Cristo dimostra un approccio che scambia l’esegesi per l’Inquisizione (fermo restando che l’esegesi attuale ritiene che per Paolo Gesù fosse divino, ma non una ipostasi di Dio, ma ovviamente questa per il Nostro Investigatore biblico non è analisi storico-critica, bensì eresia).
La lamentela su Salmi 2,2, dove “suo Messia” diventa “suo consacrato”, è parimenti infondata. Il termine ebraico Mashiach significa letteralmente “unto” o “consacrato”. Nell’Antico Testamento, i re d’Israele erano i “consacrati” di YHWH. La traduzione “consacrato” rispetta il senso storico originario del salmo davidico, lasciando al Nuovo Testamento (che lo cita) il compito di rileggerlo in chiave cristologica assoluta. Ma per il complottista, il traduttore che rispetta la stratificazione storica della rivelazione sta “favorendo letture legittime in ambito protestante”.
Demonologia ed escatologia: nostalgia canaglia per l’inferno
Se c’è un argomento che fa davvero vibrare di commossa indignazione le pagine de La Bibbia come Dio comanda, è la presunta “cancellazione” del Demonio e dell’Inferno. L’Investigatore Biblico sembra soffrire di un acuto caso di nostalgia diabolica. Il testo ribadisce ossessivamente che i traduttori post-conciliari obbediscano al diktat di “depersonalizzare o rendere simbolico il demonio”. L’esempio principe di questa congiura infernale viene individuato nel Salmo 109,6.
La CEI traduce: “Suscita un malvagio contro di lui, e un accusatore stia alla sua destra”. L’autore nota che il Testo Masoretico e la Vulgata usano “satan/diabolus”, e inveisce contro i biblisti accusandoli di codardia teologica. Il nostro illustre studioso “formatosi a Gerusalemme” finge di ignorare (o ignora genuinamente) che la parola ebraica satan non nasce nell’antico Israele come nome proprio del signore degli inferi, ma come sostantivo comune che significa “avversario”, “oppositore” o, specificamente in ambito legale, “accusatore” in tribunale. Nel contesto del Salmo 109, un aspro salmo imprecatorio in cui l’orante si scaglia contro i suoi nemici umani che lo diffamano e lo portano in giudizio, la traduzione “accusatore” è l’unica filologicamente e storicamente inappuntabile (nel testo non c’è l’articolo determinativo ha- prima di satan, pertanto il termine deve necessariamente essere inteso come facente riferimento ad un “accusatore”). Imporre la presenza metafisica del Demonio con tanto di forcone in una banale (seppur violenta) disputa legale dell’antico Israele è un anacronismo esegetico puerile.
Ma l’autore dedica le sue lacrime più inconsolabili a Isaia 14,12. La CEI 2008 traduce: “Come mai sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora?”. L’Investigatore inorridisce: dov’è finito “Lucifero”? Perché lo hanno rimpiazzato con un’immagine “astronomica”?. L’espressione ebraica è heylel ben shachar, che significa letteralmente “splendente, figlio dell’aurora”. Si trattava dell’epiteto cananeo attribuito al pianeta Venere (l’astro del mattino che appare prima del sole), utilizzato qui dal profeta Isaia in un componimento satirico per sbeffeggiare la rovinosa caduta dell’orgoglioso re di Babilonia. San Girolamo tradusse giustamente heylel con la parola latina corrispondente a Venere: colui che porta la luce, ovvero lucifer. L’identificazione di questo “Lucifero” con il Satana ribelle è una lettura allegorica cristiana molto successiva (influenzata da Luca 10,18). I traduttori della CEI hanno restituito al testo il suo preciso significato originario, storico e profetico, epurandolo dalle sovrapposizioni teologiche medievali. L’Investigatore Biblico, scambiando un sostantivo comune latino per l’identificativo anagrafico del diavolo, dimostra di studiare la Bibbia utilizzando come manuale di riferimento l’Inferno di Dante Alighieri.
Un simile, sprezzante sdegno viene riservato alla correzione del termine Inferno a favore di “Inferi” (come in Luca 16,23, la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone). L’autore accusa i traduttori di voler veicolare un “inquietante ritorno al paganesimo pre-cristiano” e di negare indirettamente la dannazione eterna. La distinzione rigorosa che la CEI (e l’esegesi moderna globale) opera tra lo Sheol/Ades (il soggiorno sotterraneo dei morti, gli Inferi, dove dimoravano tutte le anime prima della redenzione operata da Cristo) e la Gehenna (il luogo del tormento definitivo, il vero e proprio Inferno) è una delle più basilari e sacrosante correzioni delle moderne traduzioni. Il ricco Epulone e Lazzaro si trovano entrambi nell’Ades (negli Inferi), seppur in condizioni diametralmente opposte. Tradurre indiscriminatamente Ades e Gehenna con “Inferno” creava una confusione teologica madornale (ad esempio, inducendo i fedeli a credere che Cristo nel Sabato Santo fosse disceso letteralmente all’Inferno tra i dannati a patire con loro, anziché negli Inferi a liberare i Giusti). L’indignazione dell’autore si schianta pateticamente contro il muro della banale accuratezza lessicale.
Elogiamo infine la spassosa critica a Marco 8,33. Gesù redarguisce Pietro dicendo, nel greco originale, hýpage opíso mou, Satana. La Vulgata lo rende col celebre “Vade retro”. La CEI 1974 usava il teatrale “Lungi da me”. La CEI 2008, traducendo alla lettera l’avverbio spaziale greco (opiso mou), restituisce: “Va’ dietro a me, Satana”. Il nostro raffinato ermeneuta sostiene che questa traduzione faccia “apparire Gesù come chi invita il diavolo a seguirlo e quasi a convertirsi”, aprendo le porte all’eresia dell’apocatastasi (la salvezza finale dei demoni). Un volo pindarico talmente grottesco da destare ammirazione: Gesù sta intimando a Pietro (tentato da Satana) di non mettersi davanti a lui per sbarrargli la via della Croce, ma di rimettersi “dietro”, nel posto che spetta al discepolo che segue il Maestro, respingendo l’istigazione demoniaca. Trasformare un rimprovero di posizionamento discepolare nel tentativo di battezzare Belzebù è un capolavoro di fanta-teologia.
La paranoia della matrice protestante e il fantasma di Lutero
Se non sono i massoni a riscrivere la Bibbia, per l’Investigatore Biblico e Saverio Gaeta la colpa è certamente dei luterani. Un intero capitolo è dedicato all’ossessione per una presunta “deriva protestante” e un “dialogo ecumenico” che avrebbe annacquato i dogmi cattolici. La prova inconfutabile di questa infiltrazione eretica di Wittenberg nei sacri palazzi romani si troverebbe nell’uso di verbi e preposizioni apparentemente innocui, ma che nasconderebbero letali trappole teologiche. Analizziamo il ridicolo caso di Efesini 5,10.
La CEI 1974 traduceva: “Cercate ciò che è gradito al Signore”, mentre la CEI 2008 ha optato per un più discorsivo: “Cercate di capire ciò che è gradito al Signore”. Il testo greco impiega il participio dokimazontes (dal verbo dokimazo, che significa esaminare, discernere, saggiare, mettere alla prova). La traduzione “cercare di capire” rende perfettamente, in italiano corrente, l’attivo processo di faticoso discernimento spirituale ed etico richiesto dall’Apostolo Paolo. Ma nella mente febbricitante dell’autore, questo innocuo “capire” è il Cavallo di Troia dell’eresia: indicherebbe “un flebile tentativo di comprensione”, intriso di “insicurezza e relativismo”, volto a propagandare “il pensiero di Martin Lutero sulla salvezza” secondo cui le opere umane non contano nulla per salvarsi. Scorgere la dottrina della sola gratia nella sua stretta interpretazione lutrana celata dietro la scelta stilistica di tradurre dokimazo con “cercare di capire” richiede una flessibilità ginnico-mentale che trascende la filologia, approdando speditamente nel reame della psicopatologia (senza contare che il nostro Investigatore deve aver saltato la lezione del corso di teologia in cui si è perlato della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999).
Lo stesso delirante meccanismo viene applicato alla lettera agli Ebrei 10,38. Il passaggio dall’espressione “Il mio giusto vivrà mediante la fede” al nuovo “Il mio giusto per fede vivrà” (ek pisteos in greco, ex fide nella Vulgata) viene denunciato come una vera e propria capitolazione alla teoria della giustificazione per sola fide protestante. L’autore ci delizia con una prolissa omelia sulla presunta differenza metafisica tra il vivere “di” fede (intesa come linfa vitale, come nutrimento quotidiano e continuativo) e il vivere “per” fede (che indicherebbe un freddo atto iniziale e risolutivo tipico del luteranesimo). Accusa i biblisti CEI di aver “appiattito” la ricchezza cattolica per compiacere sensibilità eretiche. La realtà linguistica è assai più prosaica: nell’italiano contemporaneo “vivere per fede” e “vivere di fede” in questo contesto sono formulazioni virtualmente identiche, e la prima ricalca in modo fedele ed elegante l’originale greco ek pisteos senza sottrarre alcunché alla densità dell’esperienza spirituale del credente. Il tentativo di estorcere un’eresia sistematica da una normale preposizione dimostra un accanimento inquisitorio che mal si sposa con la serenità dello studio accademico.
Mariologia, anatomia e il terrore della carne
Il teorema del “progetto di demolizione” si applica, ovviamente, anche ai dogmi mariani e all’Incarnazione. A ben guardare, in questa sezione emerge non solo il complottismo, ma una sorta di puritanesimo anacronistico che guarda con orrore al crudo realismo della biologia biblica.
In Luca 1,28, l’assenza della frase “benedetta tu fra le donne” nella traduzione CEI del saluto dell’Angelo Gabriele fa gridare allo scandalo l’Investigatore Biblico. Egli racconta di misteriose faide tra “due fazioni” di biblisti. Come ampiamente risaputo da chiunque mastichi i fondamenti della critica testuale, tale espressione è assente nei codici Vaticanus, Sinaiticus e in numerosi altri papiri antichi. Essa rappresenta una chiarissima armonizzazione successiva, una glossa inserita da pii copisti che hanno semplicemente ricopiato per l’Angelo il saluto pronunciato poco dopo (al versetto 42) da Elisabetta. La CEI non ha affatto “sminuito” la Vergine Maria; ha restituito al Vangelo di Luca la sua accurata e austera struttura letteraria originaria. Ma chi vive cacciando spettri non accetta le lezioni dei manoscritti: preferisce auto-convincersi che i vescovi italiani detestino la Madre di Dio.
Il vertice assoluto dell’ilarità involontaria si raggiunge però con la Lettera ai Romani 1,3. Parlando dell’Incarnazione del Verbo, la CEI 1974 aveva pudicamente tradotto “nato dalla stirpe di Davide secondo la carne”, mentre la CEI 2008 traduce, letteralmente, “nato dal seme di Davide secondo la carne”. L’autore è a dir poco sconvolto. Giudica l’uso della parola “seme” come un imperdonabile “colpo basso al Mistero dell’incarnazione”, poiché “il termine seme accostato a carne, induce a pensare al suo essere stato generato da una relazione carnale”.
L’ipocrisia metodologica in questo specifico frangente è accecante. Il testo greco originale redatto da San Paolo utilizza inequivocabilmente la parola spermatos, che significa proprio “seme” o “sperma”. La venerata Vulgata di San Girolamo, sempre innalzata dall’Investigatore come scudo quando si tratta di difendere la presenza dei demoni o dei fuochi infernali, traduce pedissequamente ex semine David. La CEI 2008, in questo lodevole caso, è stata inflessibilmente fedele sia all’originale greco sia al latino geronimiano, abbandonando l’equivalenza dinamica “stirpe” per una traduzione formale più ruvida e autentica. Ebbene, l’autore che per trecento pagine ha strillato esigendo la fedeltà letterale e assoluta al testo sacro, improvvisamente s’infuria e sbraita perché la cruda parola “seme” offende la sua delicata sensibilità post-tridentina. La grottesca pretesa che il vocabolario biologico del testo paolino originale “minacci” il dogma del concepimento verginale smaschera l’intero intento del libro: gli autori non vogliono la traduzione accurata della Bibbia, vogliono una Bibbia “su misura”, un manuale di catechismo plastificato che assecondi i loro gusti devozionali, epurato da qualsiasi asperità che l’agiografo originale aveva invece scelto di utilizzare.
Ugualmente pretestuosa è la polemica su Luca 2,7. La CEI 2008 (come la 1974) traduce: “diede alla luce il suo figlio primogenito”. L’Investigatore pretende che si utilizzi il verbo “partorì” (dal greco eteken e dal latino peperit), adducendo che “diede alla luce” sfumi l’atto fisico del parto. In lingua italiana “dare alla luce” e “partorire” sono sinonimi assoluti e interscambiabili in qualsiasi registro linguistico. Immaginare in questa scelta sinonimica un losco influsso di esegeti protestanti inclini a sfumare i privilegi singolari di Maria è un processo alle intenzioni al limite della calunnia.
Il Dio “politicamente corretto”: eufemismi e l’ira cancellata
L’Investigatore Biblico individua un’ulteriore, minacciosa branca del grande complotto nella presunta volontà della CEI di rendere la Bibbia un testo “educato”, plasmato sul “politically correct” e volto a nascondere le fattezze del Dio severo, guerrigliero e punitivo, per sdoganare un pericoloso “misericordismo”. Il libro tuona contro la traduzione di Giacomo 5,4, in cui l’espressione Kyriou Sabaoth è stata resa con “Signore onnipotente”. L’autore fiuta immediatamente la “volontaria manipolazione”. Tace, però, sul fatto che la stessa Septuaginta (la versione greca dell’Antico Testamento in uso presso gli Apostoli e la prima Chiesa) traduca spessissimo il termine Sabaoth proprio con Pantokrator (Onnipotente). I traduttori CEI hanno adottato una resa teologicamente evoluta ed ecclesiasticamente validata di un titolo arcaico; non hanno certo convertito Dio al pacifismo radicale.
In Salmi 101,8 l’eremita piange calde lacrime perché il sanguinoso “Sterminerò ogni mattino tutti gli empi” è stato “ridimensionato” in “Ridurrò al silenzio ogni mattino tutti i malvagi”. Si può certamente disquisire sul fatto che “ridurre al silenzio” sia una scelta forse troppo dinamica rispetto all’ebraico atzmit, ma leggervi la chiara volontà politica di annacquare la giustizia divina per compiacere la pavida società odierna appartiene alla sfera delle proiezioni psicologiche. I morti, in fin dei conti, sono estremamente silenziosi.
La polemica raggiunge livelli di acrimonia notevoli quando si discute la traduzione del Padre Nostro. La celeberrima e travagliata modifica da “non ci indurre in tentazione” a “non abbandonarci alla tentazione” (approvata dopo estenuanti votazioni della CEI) ha suscitato ire furiose nell’area tradizionalista. L’autore si profonde in un’analisi del verbo greco eisenegkes, insistendo che la ridondanza della formula indichi senza ombra di dubbio che è proprio Dio a portare attivamente l’uomo nella tentazione per metterne alla prova la virtù. La Chiesa, però, ha modificato l’uso liturgico non certo per “falsificare” il verbo greco, ma per imprescindibili ragioni di efficacia e correttezza teologica nella lingua d’arrivo: nel lessico italiano moderno, il verbo “indurre” porta con sé un’ineluttabile accezione di coercizione malevola e istigazione al peccato, concetti radicalmente incompatibili con la natura di Dio Padre. Scegliere un’equivalenza dinamica che preservi la corretta immagine del Dio evangelico non è una codarda “svendita” alla modernità o un “buonismo” dilagante, ma il nucleo fondante del magistero pastorale.
Il lezionario come “bassa sartoria”: ignoranza della storia liturgica
Un’incomprensione macroscopica che inficia e avvelena gli ultimi capitoli del libro – ironicamente intitolati “Sartoria su misura” – riguarda la totale, abissale incapacità degli autori di distinguere tra la traduzione di un testo biblico integrale (la Bibbia da studio) e l’adattamento testuale operato all’interno di un Lezionario Liturgico.
L’Investigatore Biblico e Saverio Gaeta passano in rassegna, stravolti dall’indignazione, le molteplici “omissioni” che si verificano regolarmente durante le letture della Messa. Citano il caso della Lettera ai Colossesi 3, da cui viene escluso nella recita domenicale il perentorio passaggio sui peccati carnali che “attirano l’ira di Dio” (vv. 6-8); o la Lettera ai Corinzi 10, da cui sono espunti i severi moniti storici sull’idolatria (vv. 7-9). L’autore si avventura in ardite metafore medico-chirurgiche, accusando i “liturgisti” di “amputare il cuore stesso del messaggio”, di eseguire “taglia e cuci” abusivi, e di proporre un “Vangelo rassicurante, ma privo della sua forza profetica”, quasi che la gerarchia ecclesiale cospirasse per nascondere ai poveri fedeli la verità scomoda sui castighi divini.
Ciò che l’accreditato eremita urbano dimostra di non sapere – o ignora volutamente – è che il Lezionario non è, né è mai stato nella bimillenaria storia della Chiesa, un testo progettato per la lettura “continua” e “integrale” della Bibbia. Fin dai tempi dei Padri della Chiesa e dei primi Evangeliari, la lectio liturgica prevede storicamente dei “tagli” strutturati per l’ascolto durante il rito sacro. Queste modulazioni (che introducono spesso esordi contestualizzanti o omettono digressioni prolisse) servono a focalizzare l’attenzione dell’assemblea su un messaggio cristologico o teologico specifico, o banalmente per evitare pericopi eccessivamente lunghe e di complessa decodificazione immediata. Le omissioni nei Lezionari non sono “censure sovietiche” operate da infiltrati modernisti per instupidire il gregge e “cancellare il senso del peccato” ; sono misurate e storiche selezioni pastorali. Chi desidera meditare la pericope biblica integralmente è liberissimo di farlo aprendo il libro sacro nel silenzio della propria dimora. Scambiare la complessa redazione di un Ordo Lectionum Missae per un diabolico complotto mirato a occultare l’ira divina all’umanità rappresenta la definitiva trasfigurazione della normale prassi liturgica in una neurosi cospirazionista.
Le obiezioni sollevate si estendono peraltro a minuzie che sfiorano il grottesco, come la lamentela per la presunta abbreviazione del solenne richiamo “Abramo, Abramo” in un secco e singolo “Abramo” (Genesi 22,1). O ancora, la veemente protesta per il passaggio da “effusione” a “rugiada dello Spirito” nella Preghiera Eucaristica II. L’autore si interroga ironicamente su come la “rugiada”, simbolo di evanescenza in alcuni brani dell’Antico Testamento, possa esserle accostata. I liturgisti, in realtà, hanno semplicemente ripristinato (traducendo ros) il testo antichissimo e venerabile della preghiera attribuita a Ippolito di Roma (III secolo). Ma nella visione dell’Investigatore, tutto ciò che si discosta dalle sue abitudini preconcette è classificato ipso facto come un attacco ostile.
L’esegesi del rancore
La Bibbia come Dio comanda, presentata come opera di coraggiosa denuncia, si rivela invece un formidabile studio di caso su come l’effetto Dunning-Kruger possa essere sistematicamente applicato all’erudizione biblica. Saverio Gaeta e l’autonominato (e nascosto) Investigatore Biblico hanno eretto un altare al pregiudizio ideologico. Sfruttando la fisiologica ignoranza del grande pubblico in merito alle complesse meccaniche della critica testuale e del metodo storico-critico, il volume mira a seminare un infondato sospetto nei confronti dell’autorità ecclesiale e del lavoro faticoso e rigoroso dei biblisti, al solo fine di accarezzare e rinfocolare le paranoie della frangia più reazionaria dei credenti nostrani.
Il metodo adottato è desolante nella sua rozzezza: prendere come pietra di paragone la Vulgata latina (o antiche traduzioni italiane ottocentesche come la Martini che ad essa si rifanno ciecamente ) e confrontarla con un traduzione moderna basata sui più recenti testi critici. A ogni inevitabile discrepanza – nata dall’applicazione della moderna scienza che predilige i papiri alessandrini rispetto ai manoscritti tardo-bizantini, o dall’uso di un’equivalenza dinamica per rendere intelligibile un semitismo oscuro – l’autore grida in automatico al “sabotaggio” e alla malafede. È un’ermeneutica nutrita dal pregiudizio e dall’ignoranza: ignoranza del valore preminente dei codici onciali antichi, ignoranza delle sfide insite in ogni traduzione (che per principio non potrà mai essere perfetta), e disarmante ignoranza sulla funzione di un Lezionario liturgico.
L’insistenza quasi patologica sulla presunta cancellazione del demonio, la resistenza puritana alla parola “seme” per descrivere il lignaggio davidico dell’Incarnazione, e il malsano desiderio di preservare il lessico vendicativo dello “sterminio” non dipingono l’affresco di un eremita pio, studioso e contemplativo. Tratteggiano piuttosto il profilo di un attivista politico dell’intransigenza, ansioso di restaurare una religione dal volto punitivo, letteralista e immobile, ibernata nei costrutti linguistici dei secoli passati.
In estrema sintesi, accusare i traduttori della CEI di essersi resi complici di un oscuro e calcolato “progetto nascosto” per “cancellare il senso del peccato” o per veicolare una “neo-lingua” progressista costituisce una tesi temeraria, la quale frana rovinosamente al minimo contatto con le solide fondamenta dell’esegesi scientifica contemporanea. Se davvero l’autore di questo saggio possiede i formidabili titoli accademici sbandierati nella prefazione, la sua scelta sistematica di occultare o distorcere i princìpi elementari della filologia, unicamente per solleticare il ventre molle del cospirazionismo religioso, risulta scientificamente inaccettabile. L’unica vera “sartoria su misura” e “manipolazione intenzionale” in tutta questa vicenda è quella perpetrata dagli autori stessi: avendo scucito frammenti testuali a piacimento, operato omissioni selettive e cavalcato le paure post-moderne, hanno confezionato l’ennesimo fittizio fantasma editoriale. Al netto di alcune osservazioni proposte dal testo che, in un contesto differente, sarebbero anche state degne di una seria considerazione, di fronte a tale sfacelo metodologico, per l’accademia e per la fede non resta che tirare un velo pietoso e ribadire che la filologia non si fa nei blog protetti da pseudonimi ammiccanti.

Fantastica recensione, grazie mille. Questi sono veramente falsi profeti ed emissari del male tesi a corrompere gli animi. Preghiamo per loro
Io, da ignorante qualunque, più volte ho contestato gli articoli dell’Investigatore Biblico sui blog in cui comparivano, servendomi dei vocabolari e delle granmatiche di greco, ebraico e latino e delle traduzioni e note al testo di studiosi competenti, arrivando esattamente alle stesse conclusioni qui esposte in modo magistrale.
Secondo me è auspicabile un confronto leale e spassionato tra studiosi della disciplina biblica con questo studioso anonimo. Il confronto deve rimanere puntuale e circoscritto sulle parole o proposizioni messe in discussione dall’autore anonimo. Ben venga questo confronto! (spero)
Titolerei la recensione del Virgilio della CEI: “Il rancore e la trave del filosofo letterato. Ovvero Apologia della zuppa ed il Pan bagnato in salsa tucho”. Amen
Io non ho letto il libro, ma dato che esso è un derivato degli articoli postati in molti anni sul blog dell’ Investigatore Biblico (che seguo da tempo), posso dire che la concezione fondamentale di questo Investigatore è che non si debba partire dalla Bibbia per fare teologia, ma dal catechismo per decidere cosa debba esserci scritto nella Bibbia: quando le traduzioni non si accordano con le interpretazioni che la Chiesa ha elaborato nei secoli, il testo letterale deve essere abbandonato per adattarlo al catechismo. L’esempio del Lucifero in Isaia è lampante: dato che, molti secoli dopo Isaia, quel riferimento astronomico (il pianeta Venere, Lucifer in latino) è stato interpretato dai Padri come il demone Lucifero, non si può, secondo il nostro Anonimo, tornare al testo originale che parla semplicemente di un astro luminoso, ma bisogna far credere al popolino che in quel versetto il profeta parlasse del capo dei demoni. Il Nostro oscilla tra la fedeltà al testo e la sua interpretazione, a seconda di come gli fa comodo di volta in volta: quando una traduzione letterale non serve a dimostrare le sue tesi, dice che il testo va interpretato; quando l’interpretazione non gli piace perché non collima con le sue idee, dice che la traduzione dev’essere letterale. Egli seleziona le informazioni e le fonti prendendo e scartando ciò che gli fa comodo alla bisogna: se il testo ebraico gli dà torto, dice che bisogna guardare la Vulgata; se questa pure lo smentisce, dice di guardare la LXX; se pure questa non lo soddisfa, dice che lui l’ebraico e il greco li conosce “di suo”, alla stregua di lingue madri, e sa lui come tradurre senza bisogno di vocabolari e grammatiche. Una volta in cui egli sosteneva che una tal parola ebraica andasse tradotta in tal modo, alla mia osservazione che tutti i vocabolari di ebraico-italiano, ebraico-francese ed ebraico-inglese da fine Ottocento ad oggi gli davano torto, rispose che tutte le case editrici del mondo hanno taroccato i loro vocabolari perché fanno tutte parte del Complotto per manomettere la Bibbia. Egli utilizza le traduzioni di Martini e Ricciotti per portare acqua al suo mulino quando concordano con lui; quando gli danno torto, le ignora. L’investigatore si avvale del principio di autorità (Girolamo, LXX, Martini, Ricciotti, vocabolari vari di greco ed ebraico) finché concordano con lui; quando tutti lo smentiscono, egli diventa l’unica autorità deputata a decidere come si debba tradurre, a lui spetta l’ultima parola perché egli è il miglior biblista mai comparso sulla faccia della Terra dopo San Girolamo, egli conosce le lingue classiche meglio dei compilatori di vocabolari, degli autori di grammatiche e di tutti i biblisti del mondo. Soltanto San Girolamo può in qualche modo competere con lui, ma pure la Vulgata deve farsi da parte quando non si accorda con le idee dell’Investigatore: una volta in cui gli feci notare come la traduzione latina gli desse torto, mi rispose che bisogna sempre guardare al testo originale ebraico. Nei casi in cui l’ebraico gli dà torto, dice che bisogna guardare la LXX perché è anteriore al testo masoretico; se il testo greco non gli piace, bisogna guardare l’ebraico. Insomma, è tutto un continuo rimpallo di qua e di là dove alla fine lui deve avere sempre ragione su tutto e su tutti. C’è infine da notare come gli articoli dell’Investigatore abbiano conosciuto un’evoluzione nel corso degli anni: da una fase iniziale di totale incompetenza, in cui il Nostro dimostrava di non conoscere gli elementi basilari delle grammatiche greca e latina (ignorava l’uso dei casi, non conosceva l’analisi logica, non sapeva distinguere un complemento dall’ altro, non sapeva tradurre frasette elementari) è passato di recente, quasi improvvisamente, ad articoli decisamente eruditi sotto l’aspetto dell’analisi linguistica, scritti da qualcuno di cultura notevole soprattutto riguardo al greco, in totale contrasto col soggetto iniziale che non sapeva distinguere un genitivo da un accusativo. Ciò farebbe pensare a varie ipotesi: o l’Investigatore si è dedicato a uno studio intenso full-immersion che in tre-quattro anni lo ha trasformato da dilettante totale a luminare delle lingue classiche (il che farebbe di lui un vero genio), o esistono più investigatori sotto un unico marchio, o il soggetto iniziale ha preso ad avvalersi di software per l’analisi dei testi e di Intelligenza Artificiale per la stesura degli articoli, o si avvale della consulenza di professionisti del settore. Comunque sia, anche se la qualità degli articoli è migliorata col tempo, la caratteristica principale dell’ Investigatore è sempre la stessa: pregiudizio ostile contro l’intero mondo accademico della teologia e della biblistica, presunzione di essere solo lui il detentore della verità in materia di traduzioni e di essere solo lui il portavoce della retta dottrina, parzialità nell’utilizzo delle fonti, manipolazione ad hoc delle informazioni (per cui utilizza solo quelle a suo favore e tace quelle che potrebbero smentirlo). Un modo di “lavorare”, questo dell’Investigatore, che trova gradimento e risonanza in qualche blog di cattolici tridentini, per cui è benvenuta ogni occasione per denigrare la Chiesa successiva al Concilio Vaticano II, ma i cui gestori e seguaci non hanno le competenze per verificare di persona l’attendibilità dei suoi articoli e si lasciano ammaliare dalla citazione di qualche parola greca ed ebraica, lieti che le analisi di un tale esperto luminare (ai loro occhi) della Bibbia li confermi nel loro odio verso la Chiesa conciliare.
Grazie per questa bella disamina di uno dei tanti testi pseudoscientifici in circolazione. E’ tempo di tornare, in mezzo alle macerie del post-moderno e all’ignoranza al potere, alle basi solide, allo studio, alla pacatezza del confronto, alla sicurezza della competenza. Lascio ai frequentatori compulsivi dei social l’ebbrezza di sentirsi onniscienti e cerco umilmente di imparare come posso da chi ne sa, in tutti i campi che mi interessano. Per questo leggo il suo blog.
Per spezzare una lancia a favore dell’ Investigatore, bisogna riconoscere che quando smette i panni del filologo per fare il prete, si esibisce in articoli di carattere omiletico molto belli. Diversamente dalle trattazioni di carattere presunto “scientifico”, quelle di carattere spirituale, che purtroppo non hanno spazio alcuno nel libro in oggetto, trovo siano assai valide e di livello molto superiore alla predicazione banale che si ascolta abitualmente nelle chiese. Quel tipo di articoli non trova spazio nei blog conservatori che ospitano le invettive dell’ Investigatore sulle traduzioni, a dimostrazione che a quel tipo di credenti il messaggio spirituale della Parola di Dio non importa nulla, la Bibbia interessa loro solo finché serve a fare polemica contro i vescovi.
Purtroppo capisco solo l’italiano, il latino, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il portoghese, ma questo sacerdote parla al mio cuore e continuerò a seguirlo. Grazie Investigatore Biblico