Da “patì” a “patirono”: sintesi critica di “They Suffered under Pontius Pilate” di Fernando Bermejo-Rubio

Oltre il “Gesù-centrismo” – la tesi collettiva di Bermejo-Rubio

Il volume di Fernando Bermejo-Rubio, They Suffered under Pontius Pilate: Jewish Anti-Roman Resistance and the Crosses at Golgotha, Fortress Academic, 2023, si inserisce nel complesso e spesso congestionato campo di studi sul Gesù storico con un obiettivo dichiarato tanto ambizioso quanto provocatorio: decostruire il paradigma teologico e storiografico dominante che isola la figura di Gesù dal suo contesto di esecuzione. L’autore contesta il “Gesù-centrismo” che pervade la ricerca accademica e la pietà popolare, un approccio che, focalizzandosi esclusivamente sul destino del singolo individuo, ha, a suo dire, oscurato la comprensione storica dell’evento stesso.

La tesi centrale del libro si fonda su uno spostamento lessicale e concettuale apparentemente minimo, ma dalle conseguenze ermeneutiche radicali: il passaggio dal “patì” (He suffered) del Credo niceno al “patirono” (They suffered). Bermejo-Rubio sostiene che l’evento storico da analizzare non sia la crocifissione di Gesù, ma la crocifissione collettiva di (almeno) tre uomini al Golgota.

Partendo da questo dato—la natura collettiva dell’esecuzione, attestata da tutti e quattro i Vangeli—l’autore sviluppa una ricostruzione storica rigorosa. Egli sostiene che la presenza dei due lestai (un termine che, nel contesto della Giudea del I secolo, denota “insorti” o “ribelli” anti-romani, non comuni “ladroni”) non fosse affatto incidentale. Al contrario, Bermejo-Rubio argomenta che l’esecuzione congiunta, e in particolare la posizione centrale di Gesù “in mezzo” agli altri, sia la prova storica fondamentale che egli fosse il leader di questo specifico gruppo di resistenti. La causa poenae—il titulus “Re dei Giudei” (basileus ton Ioudaion)—non sarebbe quindi un’accusa falsa o fraintesa, ma l’accurata, seppur parodistica, verbalizzazione romana del crimine di maiestas per il quale tutti e tre (o più) furono giustiziati.

Quest’opera si colloca deliberatamente nella tradizione storiografica che, da Hermann Samuel Reimarus a S.G.F. Brandon, ha cercato di recuperare la dimensione politica e sovversiva dell’impresa di Gesù, spesso marginalizzata dall’esegesi teologica. Bermejo-Rubio, tuttavia, affronta il tema con un apparato critico e metodologico aggiornato, sfidando il consenso accademico che a suo avviso ha sottovalutato il nucleo storico di un evento intrinsecamente politico.

La pars destruens – l’inaffidabilità delle narrazioni evangeliche (analisi dei cap. 1-2)

Prima di poter ricostruire l’evento storico, Bermejo-Rubio dedica la prima parte del volume (Cap. 1-2) a una meticolosa pars destruens, smantellando la presunta affidabilità storica delle narrazioni della Passione così come sono presentate nei Vangeli canonici.

Il problema metodologico delle fonti (cap. 2)

L’approccio metodologico dell’autore (esposto principalmente nel Cap. 2) è fondamentale. Egli adotta un “minimalismo storico” rigoroso, che si posiziona in modo equidistante tra due estremi che ritiene epistemologicamente insostenibili. Da un lato, rifiuta l””ottimismo massimalista” (o “conservatorismo”), tipico di molta esegesi confessionale, che concede un’eccessiva fiducia alla storicità dei racconti evangelici. Dall’altro, respinge il “miticismo” (mythicism), che nega l’esistenza storica stessa di Gesù, considerandola un’ipercritica ingiustificata.

Per Bermejo-Rubio, i Vangeli non sono resoconti storici, ma “propaganda religiosa”. Di conseguenza, la “conoscenza comune” derivata da una lettura superficiale di queste fonti deve essere decostruita.

La decostruzione della passione (cap. 1)

Il Capitolo 1 è un esercizio sistematico di applicazione di questa ermeneutica del sospetto, che identifica una catena di implausibilità storiche, logiche e contestuali nelle narrazioni della Passione.

  • Implausibilità dell’Arresto: L’autore analizza la scena del Getsemani. La necessità di un traditore (Giuda) per identificare di notte un predicatore che insegnava pubblicamente nel Tempio è considerata assurda. Inoltre, la reazione blanda (o inesistente) della coorte armata di fronte all’attacco di un discepolo (l’episodio della spada, machaira) è vista come storicamente incredibile e teologicamente motivata (per mostrare Gesù che rifiuta la violenza).
  • Implausibilità del “Processo Giudaico”: Bermejo-Rubio è categorico nel definire il processo notturno davanti al Sinedrio una vicious fiction. Argomenta che tale processo viola tutte le procedure note per i casi capitali secondo la legge ebraica successiva (come codificato nella Mishna), ad esempio il divieto di processi notturni o durante le feste. La sua funzione narrativa è puramente apologetica: trasferire la colpa della morte di Gesù dalle autorità romane (che eseguirono la sentenza) a quelle giudaiche.
  • Implausibilità del Processo Romano: La figura di Ponzio Pilato così come ritratta dai Vangeli—un governatore esitante, quasi timoroso, convinto dell’innocenza dell’imputato—è in netto contrasto con il ritratto di un prefetto spietato e inflessibile che emerge dalle fonti contemporanee (Filone Alessandrino e Flavio Giuseppe). L’episodio di Barabba e la presunta “consuetudine pasquale” di rilasciare un prigioniero sono liquidati come invenzioni apologetiche prive di qualsiasi fondamento storico, create per accentuare la colpa della folla ebraica.
  • Implausibilità della Crocifissione: Molti dettagli della scena della crocifissione—gli insulti dei passanti, la derisione dei sommi sacerdoti, la divisione delle vesti, la confessione del centurione e persino gli insulti attribuiti ai lestai—sono analizzati da Bermejo-Rubio come esempi di “profezia storicizzata”. Non si tratterebbe di “storia ricordata”, ma di elementi narrativi creati ex novo attingendo a passaggi dei Salmi (in particolare il Salmo 22) per dimostrare il compimento delle Scritture.

L’analisi di Bermejo-Rubio non si limita a un elenco di discrepanze. Egli stabilisce una relazione causale fondamentale: le narrazioni della Passione non sono semplicemente incoerenti a causa di una memoria difettosa; sono, come egli stesso afferma, tendentiously incoherent (tendenziosamente incoerente). Questa incoerenza è il risultato di un intento apologetico deliberato. Gli evangelisti, scrivendo nel contesto post-bellico (dopo il 70 d.C.), avevano la necessità teologica e politica di “disinnescare” (deactivate) la memoria storica del loro fondatore: un messia politico, condannato per sedizione e giustiziato dai romani. Per garantire la sopravvivenza del movimento nell’Impero romano, la sua figura doveva essere depoliticizzata, e la colpa della sua morte trasferita interamente alle autorità giudaiche.

La pars construens – ricostruzione di un evento collettivo (analisi dei cap. 3-7)

Avendo demolito l’affidabilità della narrazione evangelica superficiale, Bermejo-Rubio dedica la seconda e la terza parte del volume alla pars construens: la ricostruzione del nucleo storico.

Metodologia di ricostruzione

Se la narrazione è in gran parte finzione, come recuperare la storia? Bermejo-Rubio si affida a una metodologia rigorosa basata sul “paradigma indiziario”. Rifiutando i tradizionali criteri di autenticità, che ritiene fallaci, si concentra su due strumenti principali:

  1. I “Modelli Ricorrenti” (Recurrent Patterns): L’identificazione di temi e motivi che emergono costantemente attraverso diverse fonti e strati redazionali.
  2. Il Materiale “Controcorrente” (Against the Grain): L’individuazione di dati e indizi che sono in palese contraddizione con l’agenda teologica principale degli evangelisti (la depoliticizzazione). Questi elementi “imbarazzanti”, sostiene l’autore, sono stati preservati solo perché troppo radicati nella tradizione storica per essere eliminati, e rappresentano le tracce più affidabili dell’evento originale.

Il contesto della resistenza (cap. 3-4)

Bermejo-Rubio stabilisce innanzitutto la plausibilità contestuale della sua tesi. I capitoli 3 e 4 sono dedicati a dipingere il quadro della Palestina del I secolo. L’autore contesta vigorosamente la tesi storiografica di una Giudea “tranquilla” sotto i prefetti (basata su una lettura decontestualizzata di Tacito, sub Tiberio quies). Al contrario, egli evidenzia le tensioni endemiche, la brutalità dell’amministrazione romana (come quella di Pilato ) e la continuità ideologica della “Quarta Filosofia” di Giuda il Galileo. In questo contesto, l’autore analizza le varie forme di resistenza ebraica , sostenendo che la sedizione anti-romana non era un fenomeno isolato, ma un fattore costante della vita in Giudea. Un movimento messianico e sovversivo come quello che egli attribuisce a Gesù non è, quindi, un’anomalia, ma un evento storicamente probabile.

L’eziologia dell’esecuzione (cap. 5-7)

Nei capitoli 5-7, l’autore assembla gli indizi per costruire la sua eziologia dell’esecuzione collettiva.

  • Evento Collettivo (Cap. 5): Il movimento di Gesù è ricostruito non come una scuola filosofica, ma come un “movimento millenarista”. Tali movimenti sono intrinsecamente collettivi e orientati all’azione. La creazione del gruppo dei “Dodici” non è vista come un simbolo spirituale, ma come l’atto politico di fondazione di un gabinetto di governo per la restaurazione teocratica delle dodici tribù di Israele.
  • La Causa Poenae (Cap. 6): Il cuore della pars construens è il Capitolo 6. Bermejo-Rubio raccoglie un “cluster” di prove per dimostrare che Gesù avanzò una “pretesa messianico-regale” (Royal-Messianic Claim). Egli rifiuta categoricamente le interpretazioni, antiche e moderne, secondo cui Gesù avrebbe “ridefinito” la regalità in senso puramente spirituale o non politico. Per Bermejo-Rubio, questa è l’apologetica che egli combatte. La pretesa era politica, davidica e temporale.
  • Azioni Sovversive (Cap. 7): Il Capitolo 7 identifica le azioni e le proclamazioni del gruppo che confermano questa tesi, basandosi sul materiale “controcorrente”.
    1. Ostilità verso Antipa: L’analisi del rapporto tra Gesù ed Erode Antipa (principalmente nel Cap. 5) è centrale. La ritirata di Gesù dalla Galilea non è interpretata come un viaggio missionario, ma come una fuga strategica. Antipa, che aveva già giustiziato Giovanni Battista per timore di una stasis (rivolta), vedeva in Gesù, suo successore ideologico, la medesima minaccia.
    2. Opposizione al Tributo: L’autore reinterpreta la pericope del tributo a Cesare (Marco 12,13-17). Lungi dall’essere un avallo della sottomissione, la risposta “Date a Cesare…” è letta come un capolavoro di rifiuto codificato. Nel contesto della Quarta Filosofia (che affermava che solo Dio è Signore), “le cose di Dio” significa tutto (inclusa la terra d’Israele), non lasciando quindi nulla a Cesare. Questa interpretazione sovversiva, sostiene Bermejo-Rubio, è l’unica che rende storicamente coerente l’accusa specifica mossa a Gesù in Luca 23,2: “proibisce di pagare le tasse a Cesare”.
    3. Le Spade a Getsemani: Bermejo-Rubio analizza le machairai (spade) menzionate nei racconti dell’arresto. Egli smonta l’ipotesi che si trattasse di coltelli sacrificali, argomentando filologicamente e contestualmente che si trattava di armi da combattimento (gladi). L’indizio “controcorrente” più forte è l’imbarazzante ordine di Gesù in Luca 22,36 (“venda il suo mantello e compri una spada”). Questo, unito alla presenza di armi al momento dell’arresto, dimostrerebbe la natura non pacifista del gruppo, preparato a una qualche forma di confronto armato.

Punti di forza e contributo al dibattito

La ricostruzione di Bermejo-Rubio, pur radicale, offre contributi innegabili al dibattito storiografico.

Il punto di forza principale del volume è il suo rifiuto categorico dell’individualismo metodologico. Prendendo sul serio il contesto collettivo dell’esecuzione—un dato testuale innegabile ma quasi sempre neutralizzato—Bermejo-Rubio offre una spiegazione della crocifissione che è internamente coerente e non richiede le contorsioni logiche e le implausibilità storiche che affliggono la narrazione evangelica tradizionale.

L’opera dimostra una notevole coerenza ermeneutica. A differenza delle interpretazioni che separano la predicazione di Gesù dalla sua morte, Bermejo-Rubio collega in modo organico la causa poenae (il titulus “Re dei Giudei”, che egli considera storicamente accurato nel riflettere la pretesa di Gesù ), la modalità della pena (la crocifissione, il supplizio romano per eccellenza riservato ai ribelli e ai crimini di maiestas ) e la scenografia dell’esecuzione (la posizione centrale di Gesù come parodia romana del suo ruolo di leader del gruppo di lestai ). In questa lettura, ogni elemento del Golgota acquista un senso storico preciso e interconnesso.

Inoltre, il valore metodologico dell’opera risiede nell’applicazione rigorosa del criterio “against the grain” (controcorrente) ai passaggi testualmente “oscurati” o narrativamente assurdi. Un esempio emblematico è l’analisi dell’episodio delle spade in Luca 22,35-38. La conclusione surreale dell’episodio (“Ecco qui due spade”. Ed egli disse loro: “Bastano!”) è spesso utilizzata dai critici miticisti per dimostrare la natura puramente fittizia e parabolica del racconto. Bermejo-Rubio, al contrario, utilizza questa stessa assurdità narrativa come la prova più forte della sua storicità. L’incoerenza non è un segno di finzione, ma la “cicatrice” redazionale lasciata da un evangelista (Luca) che tenta maldestramente di neutralizzare una tradizione storica ingestibile e imbarazzante: ovvero, che il gruppo era armato e che era stato Gesù stesso a ordinarlo. L’assurdità del testo diventa così una spia che tradisce la presenza di un nucleo storico che il redattore non poteva né eliminare né integrare coerentemente.

Punti deboli e analisi critica

Nonostante la sua forza critica, la pars construens del volume di Bermejo-Rubio presenta diverse vulnerabilità metodologiche, che culminano in una debolezza centrale nell’argomentazione che lega Gesù ai suoi compagni di crocifissione.

Debolezze metodologiche secondarie

Si possono identificare tre tensioni metodologiche nell’approccio dell’autore:

  1. Minimalismo Selettivo: Esiste una notevole contraddizione tra il radicale “minimalismo storico” applicato nella pars destruens e la fiducia quasi massimalista impiegata nella pars construens. Nel Capitolo 1, Bermejo-Rubio liquida quasi ogni dettaglio della scena della crocifissione (gli insulti, il centurione, la divisione delle vesti) come “finzione” teologica o “profezia storicizzata”. Tuttavia, nei Capitoli 9 e 10, egli tratta dettagli specifici della stessa identica narrazione—il numero “due” lestai, la loro qualifica di lestai, la posizione “in mezzo” e il titulus—come dati storici fattuali e affidabili, su cui costruisce l’intera impalcatura della sua ricostruzione. Questo approccio appare metodologicamente opportunistico: i dettagli che servono alla tesi politica sono considerati storici (perché “controcorrente”), mentre quelli che non servono sono scartati come “propaganda”.
  2. Gestione delle Fonti Esterne: La gestione delle fonti non evangeliche solleva perplessità. La tesi dell’autore, già avanzata in pubblicazioni precedenti, secondo cui il Testimonium Flavianum di Flavio Giuseppe fosse “originariamente un testo negativo”, si basa su argomenti filologici (come l’uso del pronome tis) che sono stati criticati da altri studiosi come filologicamente deboli e non conclusivi. Similmente, l’autore è stato criticato per aver liquidato il silenzio di Paolo sulla vita terrena e politica di Gesù come un semplice argumentum e silentio, senza affrontare la portata di quel silenzio, che secondo alcuni critici richiederebbe troppe ipotesi ausiliarie per essere spiegato all’interno di un modello di Gesù-militante.
  3. Sovra-correzione Teologica: Nel suo lodevole sforzo di smantellare la polemica anti-giudaica dei Vangeli, Bermejo-Rubio tende a minimizzare eccessivamente l’azione delle élite sacerdotali di Gerusalemme. Come notato da alcuni critici, la sua ricostruzione porta a un’assoluzione quasi totale della classe sacerdotale. Una lettura più equilibrata delle dinamiche politiche della Giudea suggerirebbe una collaborazione di interessi tra l’élite sadducea (motivata, come riporta Gv 11,48, dalla paura di un intervento romano che avrebbe disturbato la regolare continuazione del culto nel Tempio) e il prefetto Pilato (motivato dalla necessità di eliminare un pretendente messianico), piuttosto che attribuire l’intera iniziativa a Pilato.

Critica principale: la logica della deterrenza festiva (Tosefta Sanh. 11.7)

La vulnerabilità più significativa dell’opera risiede nell’anello centrale della sua argomentazione. L’intera ricostruzione di Bermejo-Rubio poggia su un sillogismo: (A) Gesù fu crocifisso perché rivendicava la regalità (Cap. 6); (B) Fu crocifisso insieme ai lestai (Cap. 9); (C) Dunque, Gesù era il capo di quei lestai.

Il punto debole fatale è l’inferenza (B C): l’autore assume che la simultaneità e la prossimità spaziale dell’esecuzione implichino necessariamente un’unità operativa e cospirativa tra i condannati. Questa inferenza non solo non è l’unica possibile, ma è meno plausibile di un’ipotesi alternativa che emerge dalla logica amministrativa romana e dalle stesse fonti rabbiniche.

Un’ipotesi alternativa, non considerata da Bermejo-Rubio, emerge dall’analisi della logica amministrativa della deterrenza penale nel contesto delle feste di pellegrinaggio. Come documentato in fonti rabbiniche quali la Tosefta (t. Sanh. 11,7) e il Talmud Babilonese (b. Sanh. 89a), la legge ebraica stessa prescriveva un trattamento specifico per i crimini considerati più sovversivi (come l’apostasia o la ribellione all’autorità dei saggi). Basandosi sull’ingiunzione di Deuteronomio 17,13 (“tutto il popolo… vedrà e avrà timore”), la prassi ebraica richiedeva che queste esecuzioni capitali non fossero private, ma avvenissero pubblicamente durante una delle tre grandi feste di pellegrinaggio (Pasqua, Pentecoste, Capanne), al fine di massimizzare l’effetto deterrente sulla folla radunata.

Sebbene questa sia una prassi ebraica, la logica amministrativa che la sottende—massimizzare l’impatto deterrente di un’esecuzione pubblica eseguendola davanti alla folla più numerosa possibile—è una strategia di controllo delle folle universale, e certamente applicabile a un governatore romano.

Pilato, noto per la sua brutalità e confrontato con una Gerusalemme sovraffollata di pellegrini per la Pasqua—un periodo rinomato per le tensioni nazionalistiche e messianiche —avrebbe avuto ogni interesse ad adottare questa medesima logica. La crocifissione collettiva del Golgota potrebbe, quindi, non essere la prova di un legame operativo tra i condannati, ma una “coincidenza amministrativa” dettata da una strategia di terrore.

Questo scenario alternativo non è solo plausibile; è metodologicamente superiore e storicamente più probabile di quello proposto da Bermejo-Rubio per una ragione fondamentale: risolve le contraddizioni interne della tesi stessa Bermejo-Rubio.

Come notato nella critica al suo “minimalismo selettivo”, Bermejo-Rubio è costretto a scartare come “finzione” gli insulti che i lestai rivolgono a Gesù (Mc 15,32b), perché contraddicono la sua tesi di un “gruppo unificato”. L’ipotesi della “coincidenza amministrativa”, invece, non richiede questa eliminazione di dati. Anzi, la rende storicamente logica: i lestai erano estranei, forse (loro sì) ribelli, che naturalmente avrebbero deriso un altro fallito pretendente messianico.

L’ipotesi amministrativa, quindi, spiega più dati (inclusi gli insulti “controcorrente”) con meno forzature metodologiche (non richiede il minimalismo selettivo di Bermejo-Rubio). Ciò spezza il nesso causale necessario (B C) della sua tesi. Il fatto che “Essi” patirono insieme non dimostra che agirono insieme, e l’ipotesi che non agirono insieme è di fatto più solida.

Conclusione: un contributo necessario ma vulnerabile

They Suffered under Pontius Pilate è un’opera di rara lucidità critica e coraggio intellettuale. La sua pars destruens (Cap. 1-2) rappresenta un esercizio metodologico magistrale, che espone le implausibilità e le motivazioni apologetiche delle narrazioni evangeliche della Passione con una chiarezza impressionante. Il contributo più duraturo del volume risiede nell’aver costretto il dibattito storiografico ad abbandonare il “Gesù-centrismo” e a confrontarsi con la natura ineludibilmente collettiva e politica della crocifissione.

La pars construens, tuttavia, rimane una mera ipotesi. Bermejo-Rubio assembla in modo convincente gli indizi “controcorrente” a favore di un Gesù sovversivo, con pretese regali (Cap. 6), ostile al tributo (Cap. 7) e a capo di un gruppo armato (Cap. 7). Tuttavia, l’anello centrale della sua ricostruzione—l’affermazione che i lestai crocifissi al Golgota fossero i suoi seguaci, e che questo dimostri la sua leadership sediziosa—si basa su una correlazione (l’esecuzione simultanea) che non solo non equivale a una causazione, ma che è meno probabile dell’alternativa.

Come dimostra l’analogia con la logica deterrente attestata nella Tosefta, la prassi amministrativa romana durante una festa ad alto rischio come la Pasqua offre una spiegazione alternativa più plausibile e metodologicamente più coerente. Questa alternativa non richiede il “minimalismo selettivo” di Bermejo-Rubio; al contrario, spiega coerentemente anche gli elementi che questi è costretto a scartare come finzione, come gli insulti dei lestai. Il volume di Bermejo-Rubio rimane una lettura essenziale per la sua radicalità critica, ma la sua specifica ricostruzione storica è un’ipotesi, per quanto brillante, poggia su fondamenta metodologiche meno solide rispetto a un’alternativa più economica e coerente.

Posted by Adriano Virgili

3 comments

Luca Di Sciullo

Grazie moltissime Adriano Virgili, la sua è una analisi che trovo molto profonda e al tempo stesso di esemplare chiarezza. Vorrei solo chiederle se, al netto delle congetture dell’autore da lei puntualmente “decostruite” nella loro plausibilità storica, le altre tesi avanzate possano invece essere a suo avviso ritenute storicamente possibili o probabili. Soprattutto quella relativa al “regolare” possesso di armi da parte dei discepoli, con il “consenso” di Gesù sulla base del passo lucano e quindi sull’eventuale natura di sovversione politica del gruppo gesuano. Grazie mille!

Come spiego nel mio volume “Sulle tracce del Nazareno. Introduzione al Gesù storico”, è assolutamente plausibile che almeno alcuni di coloro che erano con Gesù avessero con sé delle spade. Gesù era un predicatore itinerante che viaggiava con un piccolo gruppo di seguaci, tra cui c’erano anche delle donne, probabilmente, durante i suoi spostamenti, in alcuni casi era anche costretto a dormire all’addiaccio, al di fuori di centri abitati. Girare completamente disarmati in una regione, che come ci ricordano le stesse parabole di Gesù, era infestata di briganti, sarebbe stato un suicidio. Per andare a Gerusalemme dalla Galilea, poi, il gruppo di Gesù aveva dovuto probabilmente attraversare la Samaria e lì le aggressioni da parte dei samaritani ai gruppi di pellegrini giudei che si recavano a quello che loro consideravano un Tempio illegittimo erano all’ordine del giorno. Quindi sì, a meno di non voler credere a quello che K. Berger chiamava il “Gesù tenerone”, affetto da un’anacronistica avversione per le armi, è assolutamente plausibile che in effetti alcuni dei discepoli di Gesù avessero con sé delle spade che qualcuno di loro abbia addirittura tentato di usarle per difenderlo durante il suo arresto (come ci narrano i vangeli).

The first interesting feature to be noted is that the two men’s reported behaviour in Mark and Matthew gives the lie to the claim that they had nothing to do with Jesus. At first sight, the fact that they rail against him seems to suggest that Jesus is not one of them. However, this may be plausible on a literary but not on a historical level. If these two men had been crucified with Jesus by sheer chance alone, why would they have reviled him at all? It is difficult to understand why those suffering a terrible death and having nothing to do with Jesus would react negatively towards him unless they had taken part in an enterprise led or prompted by Jesus as auctor seditionis and were disappointed at the result. (Bermejo-Rubio, (Why) Was Jesus the Galilean Crucified Alone? Solving a False Conundrum, Journal for the Study of the New Testament 36(2) p. 139)

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