Per quasi due secoli, la ricerca sulle origini cristiane si è scontrata con un problema centrale, quasi insormontabile: il divario temporale. Gesù fu crocifisso intorno al 30, mentre i primi vangeli narrativi non furono messi per iscritto prima del 60-90. Questo intervallo, lungo dai trenta ai sessanta anni, è stato il terreno fertile per un dibattito accademico polarizzato. Da un lato, la scuola scettica della Formgeschichte (Storia delle Forme), fondata da studiosi come Rudolf Bultmann e Martin Dibelius, ha sostenuto che questo lungo periodo di trasmissione orale non poteva che portare a una corruzione, mitizzazione e creazione comunitaria. In questa visione, le necessità teologiche della chiesa primitiva hanno plasmato, e in gran parte inventato, le storie e i detti attribuiti a Gesù, rendendo quasi impossibile recuperare il “Gesù storico”. Dall’altro lato, un approccio più fiducioso ha insistito sulla fedeltà della memoria dei discepoli, spesso basandosi su un’ipotesi di memorizzazione letterale. Su questo sfondo complicato, dove le conclusioni sembrano dipendere più dalle presupposizioni filosofiche dello studioso che da prove concrete, si staglia uno studio molto interessante, che non rappresenta solo un’altra voce del dibattio, ma una sorta di arbitro metodologico dello stesso. Memory, Jesus, and the Synoptic Gospels di Robert K. McIver (Atlanta: Society of Biblical Literature, 2011) intraprende un compito tanto ovvio quanto rivoluzionario: invece di presupporre come funziona la memoria umana su un intervallo di decenni, McIver importa oltre un secolo di dati sperimentali e quantitativi dalla psicologia cognitiva moderna per testare empiricamente le ipotesi che hanno dominato la ricerca sui vangeli. Il risultato è un’analisi meticolosa e stratificata che smantella le posizioni estreme di entrambi gli schieramenti, fornendo un modello solido e sfumato che spiega in modo convincente il fenomeno che osserviamo nei vangeli sinottici: una notevole stabilità del nucleo centrale che coesiste con una sorprendente flessibilità nei dettagli periferici. Continue reading →
Nuovo Testamento
Da “patì” a “patirono”: sintesi critica di “They Suffered under Pontius Pilate” di Fernando Bermejo-Rubio
Oltre il “Gesù-centrismo” – la tesi collettiva di Bermejo-Rubio
Il volume di Fernando Bermejo-Rubio, They Suffered under Pontius Pilate: Jewish Anti-Roman Resistance and the Crosses at Golgotha, Fortress Academic, 2023, si inserisce nel complesso e spesso congestionato campo di studi sul Gesù storico con un obiettivo dichiarato tanto ambizioso quanto provocatorio: decostruire il paradigma teologico e storiografico dominante che isola la figura di Gesù dal suo contesto di esecuzione. L’autore contesta il “Gesù-centrismo” che pervade la ricerca accademica e la pietà popolare, un approccio che, focalizzandosi esclusivamente sul destino del singolo individuo, ha, a suo dire, oscurato la comprensione storica dell’evento stesso. Continue reading →
Oltre il fatto e la finzione: la storiografia mitica dei vangeli in M. David Litwa
Nel panorama contemporaneo degli studi neotestamentari, poche questioni sono tanto dibattute quanto la definizione del genere letterario dei vangeli. La risposta a questa domanda non è un mero esercizio di classificazione accademica; essa determina le nostre aspettative di lettori, modella le nostre strategie interpretative e, in ultima analisi, definisce la natura stessa della “verità” che questi testi intendono comunicare. In questo campo denso e talvolta polarizzato, il volume di M. David Litwa, Come i vangeli divennero storia. Gesù e i miti mediterranei (Paideia, Torino 2023; titolo originale: How the Gospels Became History. Jesus and Mediterranean Myths, Yale University Press, 2019), si inserisce con una tesi tanto erudita quanto provocatoria. Litwa sostiene che gli evangelisti non scrissero né storia né mito nel senso moderno di questi termini. Essi, piuttosto, attinsero a un vasto repertorio di modelli narrativi e convenzioni retoriche del mondo mediterraneo per comporre quella che l’autore definisce “storiografia mitica”: narrazioni il cui contenuto è fondamentalmente mitico, ma la cui forma è deliberatamente modellata su quella della storiografia (historia) per massimizzarne la plausibilità e l’efficacia persuasiva presso il pubblico antico. L’argomentazione centrale del libro è che gli evangelisti scelsero il genere con il più alto “capitale simbolico” legato alla verità per raccontare storie che, per la loro natura prodigiosa, avrebbero potuto altrimenti essere liquidate come favole. Continue reading →
Il “Vangelo della Moglie di Gesù”. Anatomia di un falso e la forza dell’autocorrezione accademica
Nel mondo accademico, poche figure hanno raggiunto le vette vertiginose di Karen L. King per poi precipitare in un abisso altrettanto profondo. La sua storia non è semplicemente la cronaca di un errore individuale, ma un potente paradigma che illumina la natura stessa della ricerca scientifica, i suoi rigorosi meccanismi di controllo e la spietata, ma necessaria, auto-correzione a cui è sottoposta. Prima della controversia che avrebbe ridefinito la sua eredità, King non era una studiosa marginale; era un’icona, un pilastro dell’establishment accademico globale. Nel 2009, divenne la prima donna a essere nominata Hollis Professor of Divinity alla Harvard Divinity School, la più antica cattedra accademica degli Stati Uniti, istituita nel 1721. Questa nomina, che seguiva un periodo come Winn Professor of Ecclesiastical History, la collocava al culmine del prestigio intellettuale, una posizione consolidata da un dottorato di ricerca alla Brown University e da una serie di prestigiosi riconoscimenti e borse di studio da istituzioni come la Luce Foundation, la Ford Foundation e il National Endowment for the Humanities. La sua specializzazione era la storia del cristianesimo primitivo, ma con un’angolazione assai particolare: il suo lavoro si concentrava sui testi apocrifi scoperti in Egitto, come la biblioteca di Nag Hammadi, e mirava a recuperare le prospettive storicamente emarginate, in particolare il ruolo delle donne, le immagini del divino femminile e la complessa dinamica tra ortodossia ed eresia. È proprio in questo contesto che si annida la tragedia quasi shakespeariana della sua caduta. Il suo altissimo status non solo amplificò a dismisura l’eco della sua presunta scoperta, ma rese il suo successivo smascheramento un caso di studio perfetto sulla forza del sistema accademico. Se persino la Hollis Professor di Harvard può essere messa in discussione e corretta dalla comunità scientifica, significa che il sistema di controllo, sebbene a volte lento, funziona, e che l’autorità della prova supera inesorabilmente l’autorità della persona. Continue reading →
Paolo ritrovato: l’ebraicità radicale e la salvezza inclusiva in “Paolo di Tarso, un ebreo del suo tempo” di Boccaccini e Mariotti
Un’opera-ponte nel panorama degli studi paolini
Nel campo vasto e spesso conteso degli studi paolini, emergono periodicamente opere capaci non solo di presentare tesi innovative, ma anche di sintetizzare decenni di ricerca, rendendoli accessibili a un pubblico più vasto e segnando un punto di non ritorno nel dibattito. Paolo di Tarso, un ebreo del suo tempo, il volume scritto a quattro mani da Gabriele Boccaccini e Giulio Mariotti ed edito dall’editore Carrocci di Roma nel 2025, si colloca a pieno titolo in questa categoria. L’opera si presenta come un contributo fondamentale, un vero e proprio ponte tra le più recenti e rivoluzionarie prospettive accademiche internazionali e il panorama degli studi italiani, spesso più cauto nell’accogliere i mutamenti di paradigma (p. 30). La collaborazione stessa tra Boccaccini, studioso di fama mondiale del giudaismo del Secondo Tempio e fondatore dell’Enoch Seminar, e Mariotti, giovane e brillante ricercatore, simboleggia una continuità e una vitalità intellettuale che attraversa le generazioni, portando a compimento un percorso di ricerca frutto di anni di impegno ed entusiasmo (p. 35). Continue reading →
Un’audace rilettura del passato: analisi critica di “The Letters of Paul in their Roman Literary Context” di Nina E. Livesey
Una sfida radicale a un consenso consolidato
Il volume di Nina E. Livesey, The Letters of Paul in their Roman Literary Context, Cambridge University Press, 2024 si propone come un’opera di rottura, destinata a interrogare le fondamenta degli studi paolini. La sua tesi centrale è tanto diretta quanto radicale: le sette lettere universalmente riconosciute come autentiche di Paolo di Tarso (Romani, 1-2 Corinzi, Galati, Filippesi, 1 Tessalonicesi e Filemone) non sarebbero altro che opere pseudonime, composte non nel I secolo, ma alla metà del II, all’interno della scuola romana di Marcione. Con questa affermazione, Livesey non suggerisce una semplice revisione, ma un completo ripensamento di quasi due secoli di consenso accademico. Continue reading →

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