L’ombra del gigante: Albert Schweitzer, Arthur Drews e la persistenza del mito di Cristo tra storiografia ed esegesi

La crisi epistemologica della teologia e l’emergere del problema mitico

La pubblicazione della seconda edizione della Geschichte der Leben-Jesu-Forschung (Storia della ricerca sulla vita di Gesù) di Albert Schweitzer nel 1913 segna uno spartiacque non solo nella storiografia neotestamentaria, ma nella storia del pensiero occidentale tout court. L’opera, ampliata rispetto all’originale del 1906 (Von Reimarus zu Wrede), non si limita a catalogare il fallimento della teologia liberale tedesca nel tentativo di ricostruire un Gesù compatibile con la modernità borghese; essa affronta di petto, con una lucidità e una veemenza rare, la sfida radicale posta dalla corrente del “Mito di Cristo” (Christusmythe). In quegli anni, figure come Arthur Drews, William Benjamin Smith e John M. Robertson avevano scosso le fondamenta dell’accademia teologica sostenendo che Gesù di Nazaret non fosse mai esistito come figura storica, ma fosse la storicizzazione di un mito astrale, solare o gnostico preesistente.

L’analisi che segue si propone di esplorare in profondità la critica che Schweitzer rivolse a queste teorie, articolata principalmente nei capitoli XXII e XXIII del suo opus magnum. Si sosterrà che l’argomentazione di Schweitzer non solo demolì efficacemente le pretese scientifiche del miticismo del primo Novecento, ma fornì anche gli strumenti epistemologici e metodologici per confutare le reincarnazioni contemporanee di questa teoria, oggi rappresentate da autori come Richard Carrier, Robert M. Price ed Earl Doherty. Attraverso un’analisi comparativa rigorosa, dimostreremo come Gesù profeta escatologico di Schweitzer rimanga l’antidoto storico più potente contro la dissoluzione della storia nel mito, offrendo una spiegazione della genesi del cristianesimo infinitamente più economica, plausibile e radicata nelle fonti rispetto alle complesse sovrastrutture ipotetiche del miticismo antico e moderno.

Il dibattito non è meramente antiquario. La recrudescenza del miticismo nell’era di internet, spesso alimentata da una polemica anti-religiosa che confonde la critica al dogma con la critica alla storia, rende le osservazioni di Schweitzer ancora estremamente attuali. Come vedremo, i “nuovi” argomenti di Carrier sul “Gesù celeste” o di Price sul pan-biblicismo non sono altro che variazioni su temi che Schweitzer aveva già analizzato e decostruito un secolo fa.

Il contesto della critica: il fallimento delle “Vite di Gesù” liberali

Per comprendere la forza della risposta di Schweitzer a Drews, è indispensabile delineare il panorama intellettuale in cui la teoria del mito poté fiorire. All’inizio del XX secolo, la ricerca sulla vita di Gesù, la cosiddetta Old Quest, era giunta a un punto di saturazione e di crisi. Per più un secolo, dalla pubblicazione dei frammenti Reimarus in poi, la teologia tedesca aveva tentato di “salvare” Gesù dalle mani del dogma ecclesiastico. L’obiettivo era nobile ma metodologicamente viziato: liberare il Gesù storico dalle incrostazioni soprannaturali (miracoli, preesistenza, divinità) per rivelare l’uomo sottostante.

Tuttavia, come Schweitzer dimostrò impietosamente, il risultato di questa operazione di pulizia non fu la scoperta del Gesù storico, ma la creazione di un idolo moderno. Il Gesù della teologia liberale – rappresentato da studiosi come Holtzmann, Harnack e Renan – era un maestro di etica del XIX secolo, un predicatore della “paternità di Dio e della fratellanza umana”, una figura dolce e ragionevole, perfettamente adattabile ai valori della cultura borghese europea.

Il vuoto storico e l’ingresso del mito

È in questo vuoto creato dal fallimento liberale che il miticismo trovò terreno fertile. Se il Gesù “storico” presentato dai professori universitari era così palesemente una proiezione moderna, così privo di spessore e così simile a un pastore luterano liberale, non era forse legittimo dubitare della sua stessa esistenza? Se si sottraevano a Gesù tutti gli attributi divini e apocalittici, cosa rimaneva? Un’ombra. Arthur Drews e i suoi predecessori (Bruno Bauer, Albert Kalthoff) spinsero questa logica alle sue estreme conseguenze: se il Gesù liberale è un mito moderno, forse il Gesù dei vangeli è un mito antico.

Arthur Drews, filosofo monista e non storico di professione, pubblicò Die Christusmythe (Il Mito di Cristo) nel 1909, scatenando un dibattito pubblico senza precedenti in Germania. La sua tesi era radicale: Gesù non era un uomo divinizzato, ma un Dio umanizzato. Il cristianesimo non era nato in Galilea dalla predicazione di un falegname, ma era il prodotto di un sincretismo religioso diffuso nell’Impero romano, una fusione di miti solari, culti misterici orientali e gnosticismo ebraico. Gesù era, in origine, una divinità solare o astrale, un principio cosmico che solo in seguito era stato storicizzato e collocato fittiziamente sotto Ponzio Pilato.

La reazione di Schweitzer: non difesa, ma contrattacco

La genialità di Schweitzer fu quella di non difendere il Gesù liberale contro Drews. Al contrario, egli concordò con i miticisti su un punto fondamentale: il Gesù “modernizzato” era indifendibile. Ma invece di dedurne l’inesistenza di Gesù, Schweitzer dedusse l’erroneità del metodo modernizzante. La sua risposta fu l’escatologia conseguente. Gesù non era un maestro di morale atemporale, ma un profeta apocalittico ebreo del I secolo, alieno, strano, ossessionato dalla fine imminente del mondo.

Questa mossa strategica cambiò il campo di battaglia. Contro i miticisti, che sostenevano che Gesù fosse un mito perché il Gesù liberale non spiegava l’origine del cristianesimo, Schweitzer oppose un Gesù storico così concreto, così ebraico e così “in errore” nelle sue previsioni apocalittiche da non poter essere un’invenzione mitologica. Un mito si crea per spiegare il culto e confermare la fede; non si inventa un Messia che promette la fine del mondo entro la sua generazione e poi fallisce miseramente sulla croce. Questo “fallimento” divenne per Schweitzer la garanzia della storicità.

L’anatomia del miticismo: la critica di Schweitzer a Arthur Drews e alla scuola astrale

Nei capitoli aggiuntivi della seconda edizione della Storia, Schweitzer non si limita a liquidare Drews, ma ingaggia un corpo a corpo analitico con le sue tesi e con quelle dei suoi alleati (Robertson, Smith, Jensen). La sua critica si articola su tre livelli fondamentali: metodologico, esegetico e storico-genetico.

Il metodo comparativo incontrollato e la “parallelomania”

Schweitzer identifica nel metodo di Drews quello che oggi chiameremmo “parallelomania”. Drews e la scuola astrale cercavano di spiegare ogni dettaglio dei vangeli come la rifrazione di antichi miti celesti. La vita di Gesù veniva letta come un’allegoria del percorso del sole attraverso lo zodiaco; i dodici apostoli erano i dodici segni zodiacali; la passione era la morte del sole al solstizio o il mito di divinità morenti e risorgenti come Osiride, Tammuz, Adone e Mitra.

Schweitzer nota con sarcasmo che questo metodo “astrale” permette di provare tutto e il contrario di tutto. Con sufficiente ingenuità associativa, qualsiasi figura storica può essere dissolta in un mito solare (come fu fatto satiricamente per Napoleone nel XIX secolo). La critica di Schweitzer è epistemologica: Drews confonde l’analogia con la genealogia. Il fatto che esistano temi religiosi universali (morte, rinascita, luce, tenebra) non implica che ogni racconto che li contenga sia un mito astorico.

In particolare, Schweitzer attacca l’uso disinvolto del Salmo 22 e di Isaia 53 da parte di Drews. Per i miticisti, questi testi non erano profezie applicate a posteriori a un evento storico (la crocifissione), ma la fonte stessa della narrazione della Passione. Secondo questa visione, i primi cristiani non raccontarono la morte di un uomo, ma drammatizzarono un testo sacro. Schweitzer ribatte evidenziando la “resistenza” del testo evangelico. La narrazione della Passione in Marco contiene dettagli che non derivano dai Salmi (come il ruolo di Simone di Cirene, i nomi dei figli di Simone, Alessandro e Rufo, il giovane che fugge nudo nel Getsemani) e che sono troppo specifici e “inutili” teologicamente per essere invenzioni mitopoietiche.

La critica all’esegesi astrale e al “Gesù pre-cristiano”

Un pilastro della teoria di Drews (e di W.B. Smith prima di lui) era l’ipotesi di un “Gesù pre-cristiano”, una divinità di un culto ebraico segreto o settario che sarebbe stata venerata ben prima dell’era cristiana. Drews citava passaggi oscuri dell’Antico Testamento e speculazioni su Giosuè (Yeshua) come prova di un antico culto di un dio salvatore ebraico.

Schweitzer smonta questa ipotesi mostrando la sua totale mancanza di prove documentarie. Non esiste una sola iscrizione, un solo testo o un solo reperto archeologico che attesti un culto di una divinità chiamata “Gesù” nel giudaismo del Secondo Tempio. L’uso che Drews fa di testi come l’Apocalisse o le lettere paoline per retroproiettare questo culto è circolare. Schweitzer osserva che se tale culto fosse esistito, avrebbe dovuto lasciare tracce nella polemica rabbinica o nella vasta letteratura apocalittica dell’epoca. Invece, troviamo il silenzio assoluto.

Inoltre, Schweitzer ridicolizza le acrobazie etimologiche di Drews e Jensen (che derivava Gesù dall’epopea di Gilgamesh). L’idea che la storia evangelica sia una variante del mito di Gilgamesh o delle avventure di Orione è respinta come “dilettantismo” accademico. Schweitzer nota che questi autori operano in un vuoto storico, ignorando completamente il contesto concreto del giudaismo palestinese del I secolo (farisei, sadducei, esseni, zeloti), un contesto che impregna ogni pagina dei Vangeli Sinottici.

Il problema della transizione: l’impossibilità dell’evemerizzazione roviesciata

L’argomento più devastante di Schweitzer contro il miticismo di Drews riguarda il processo di “storicizzazione” (evemerizzazione roviesciata). Se Gesù era originariamente un dio celeste o un principio astratto, perché e come è stato trasformato in un predicatore galileo? E perché proprio in quel tipo di predicatore?

Se una setta gnostica o sincretistica avesse voluto storicizzare il suo dio, avrebbe creato una figura che rifletteva perfettamente la sua teologia. Avrebbe creato un Gesù che insegna chiaramente la gnosi, che rivela i misteri astrali, che muore e risorge in modo glorioso e teologicamente trasparente. Invece, i vangeli ci presentano un Gesù che:

  1. Si sottopone al battesimo di Giovanni (un atto di subordinazione imbarazzante per la chiesa primitiva).
  2. Discute di dettagli legali ebraici (halakhah) apparentemente irrilevanti per un culto di salvezza universale (il sabato, il corban, le decime).
  3. Predice un evento (la venuta del Figlio dell’Uomo) che non accade.
  4. Muore gridando l’abbandono di Dio (Marco 15,34).

Schweitzer chiede: quale comunità di culto inventerebbe un fondatore divino che muore nella disperazione e le cui profezie principali falliscono immediatamente?. La “stranezza” e l’imbarazzo di questi dettagli sono la prova che gli evangelisti stavano lavorando con una memoria storica recalcitrante, non con una tabula rasa mitologica. Un mito è malleabile; la storia oppone resistenza.

Confronto tra i paradigmi di interpretazione (1913)

Caratteristica Teologia Liberale (Harnack/Holtzmann) Miticismo (Drews/Smith) Escatologia Conseguente (Schweitzer)
Natura di Gesù Maestro etico, riformatore religioso. Dio solare/astrale storicizzato. Profeta apocalittico ebreo.
Regno di Dio Regno etico interiore, fratellanza. Simbolo di rinascita cosmica. Evento cosmico futuro, imminente, sovrannaturale.
Origine del Cristianesimo Insegnamento morale di Gesù. Sincretismo, Gnosticismo, Miti orientali. L’attesa delusa della Parusia e la fede nella Resurrezione.
Storicità Accettata, ma modernizzata (psicologizzata). Negata (Gesù è un’idea, non una persona). Accettata nella sua “stranezza” aliena.
Punto Debole Anacronismo: Gesù è un uomo moderno. Astrazione: Ignora il contesto ebraico. Radicalità: Gesù si è “sbagliato” sulla fine.

Il neo-miticismo contemporaneo: vecchio vino in nuovi otri

Un secolo dopo Schweitzer, il miticismo è riemerso con vigore, specialmente nel mondo anglofono e su internet. Sebbene gli autori siano cambiati, le strutture argomentative mostrano una continuità sorprendente con quelle di Drews. Esamineremo ora come le critiche di Schweitzer si applichino con immutata precisione ai tre principali esponenti moderni: Earl Doherty, Richard Carrier e Robert M. Price.

Earl Doherty e il “mondo del mito”

Earl Doherty, con il suo libro The Jesus Puzzle (1999) e successivamente Jesus: Neither God nor Man (2009), ha rivitalizzato la tesi che il cristianesimo primitivo fosse originariamente platonico. Secondo Doherty, Paolo e i primi cristiani non credevano in un Gesù vissuto sulla terra, ma in un “Cristo celeste” che fu crocifisso dai demoni in una sfera sovralunare (il “mondo della carne” ma non la terra fisica).

Questa tesi è essenzialmente una versione aggiornata dello gnosticismo pre-cristiano di Drews. La critica di Schweitzer è immediatamente applicabile:

  • Il silenzio di Paolo: Doherty basa gran parte della sua teoria sul fatto che Paolo cita raramente i detti o i fatti della vita di Gesù. Schweitzer aveva già affrontato questo “silenzio” nella sua opera Die Mystik des Apostels Paulus (1930) e implicitamente nella Ricerca. Per Schweitzer, il silenzio di Paolo non è prova di inesistenza, ma conseguenza della teologia escatologica: Paolo non è interessato al “Gesù secondo la carne” perché la morte e risurrezione hanno inaugurato una nuova era. Il Messia è ora pneumatico, spirituale. L’interesse è funzionale alla salvezza, non biografico. Schweitzer dimostra che Paolo presuppone l’esistenza storica (nato da donna, sotto la legge, della stirpe di Davide) proprio per garantire la validità del sacrificio. Una crocifissione “mistica” nel cielo dei demoni non avrebbe avuto alcun valore nella logica sacrificale e giuridica ebraica di Paolo.
  • Il platonismo: Doherty legge Paolo come un medio-platonico. Schweitzer ha dimostrato in modo convincente che Paolo è un pensatore apocalittico ebreo, non un filosofo greco. Le categorie di Paolo (carne/spirito, peccato/legge, questo secolo/secolo venturo) sono temporali ed escatologiche, non spaziali e ontologiche come nel platonismo. Leggere Paolo come un gnostico ellenizzato significa ignorare un secolo di studi sul giudaismo del Secondo Tempio.

Richard Carrier e il teorema di Bayes

Richard Carrier, storico e unico miticista con un dottorato in storia antica rilevante, ha tentato di dare una base matematica al miticismo con la sua opera On the Historicity of Jesus (2014). Carrier utilizza il Teorema di Bayes per calcolare la probabilità dell’esistenza di Gesù, concludendo che è estremamente bassa (inferiore al 33% e possibilmente molto meno).

La teoria di Carrier si basa sull’ipotesi di un “Gesù cosmico” o “celeste” originale. Egli cita Filone di Alessandria e Zaccaria 6 per sostenere che esisteva già presso gli ebrei la credenza in un arcangelo chiamato “Gesù” (o Yeshua) che fungeva da mediatore della creazione. I primi cristiani avrebbero semplicemente creduto che questo arcangelo si fosse incarnato e fosse morto in cielo, per poi essere storicizzato da Marco come allegoria.

Le obiezioni schweitzeriane a questo approccio sono formidabili:

  1. L’assenza di prove per l’Arcangelo Gesù: Come Schweitzer notava per il “Gesù pre-cristiano” di Smith, anche l'”Arcangelo Gesù” di Carrier è una chimera documentaria. Il passaggio di Filone cita un personaggio chiamato “Oriente” (Anatole), non Gesù, e lo identifica con il Logos, non con una figura messianica personale venerata popolarmente. Carrier deve costruire una catena di inferenze ipotetiche per arrivare al suo “Dio Gesù” pre-cristiano, un metodo che Schweitzer definirebbe “arte combinatoria” piuttosto che storia.
  2. La “resistenza” di Marco all’allegoria: Carrier legge il Vangelo di Marco come un’allegoria omerica o misterica. Ma Schweitzer aveva già dimostrato che Marco è pieno di materiale refrattario all’allegoria. Se Marco è un’allegoria simbolica creata per insegnare verità spirituali, perché contiene il “Segreto Messianico”? Per Wrede (e per Carrier), il segreto è un artificio letterario per spiegare perché Gesù non fu riconosciuto. Per Schweitzer, il segreto è storico: Gesù nascondeva la sua identità perché essa era un dogma apocalittico da rivelare solo alla fine. L’ipotesi di Schweitzer spiega l’incoerenza psicologica del testo (discepoli che non capiscono, Gesù che comanda il silenzio) come riflesso di una realtà storica complessa, mentre l’ipotesi allegorica di Carrier deve ignorare la “densità” realistica e contraddittoria del testo marciano.
  3. Il criterio della probabilità: Schweitzer ammoniva contro l’uso di una “matematica della storia”. Nel capitolo conclusivo della sua analisi su Drews, scrive: “In realtà, tuttavia, questi scrittori si trovano di fronte all’enorme problema che, a rigor di termini, nulla può essere provato con prove dal passato, ma può solo essere mostrato come più o meno probabile”.4 L’uso del Teorema di Bayes da parte di Carrier soffre del problema “Garbage In, Garbage Out”: le probabilità iniziali (priors) assegnate da Carrier (es. la probabilità che un eroe sia mitico se rientra nella categoria “Rank-Raglan”) sono soggettive e basate su categorizzazioni contestabili. Schweitzer opponeva a questo formalismo l’intuizione storica sintetica: la visione d’insieme di un movimento che nasce da un impulso apocalittico concreto.

Robert M. Price e il pan-biblicismo

Robert M. Price sostiene che i vangeli sono quasi interamente midrash o riscritture dell’Antico Testamento. Ogni episodio della vita di Gesù ha un parallelo in Mosè, Elia, Eliseo o nei Salmi. Per Price, se una storia assomiglia a una storia biblica precedente, è un’invenzione letteraria.

Questa è la posizione di Bruno Bauer e Strauss portata all’estremo. Schweitzer aveva già risposto a Strauss su questo punto. Certo, i primi cristiani usarono l’Antico Testamento per descrivere Gesù, ma questo non significa che inventarono Gesù dall’Antico Testamento. L’argomento decisivo è, ancora una volta, l’escatologia.

Se i cristiani avessero inventato Gesù basandosi sulle Scritture, avrebbero creato un Messia che adempiva chiaramente le profezie trionfali (come si aspettavano gli ebrei) o che adempiva chiaramente le profezie del Servo Sofferente in modo non ambiguo fin dall’inizio. Invece, i vangeli mostrano un Gesù che non si adatta facilmente alle profezie note. I discepoli sono confusi, il popolo è perplesso. La “passione” non segue uno script biblico lineare (a parte l’uso successivo dei Salmi per colorire i dettagli).

Soprattutto, l’invenzione biblica non spiega l’elemento centrale: l’attesa spasmodica della fine del mondo. L’Antico Testamento non richiedeva un Messia che annunciasse la fine entro una generazione e poi morisse senza che la fine arrivasse. Questo “errore” è troppo imbarazzante per essere un midrash fittizio.

L’argomento dell’escatologia come confutazione definitiva

Il contributo più duraturo di Schweitzer alla discussione sul miticismo risiede nella sua insistenza sul carattere apocalittico di Gesù. Questo è il punto dove il miticismo, vecchia o nuova maniera, naufraga.

Il “Gesù sbagliato” come prova di esistenza

Il Gesù ricostruito da Schweitzer è un profeta che credeva di essere lo strumento di Dio per forzare la venuta del Regno. Egli manda i discepoli in missione dicendo loro: “Non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo” (Matteo 10,23). I discepoli tornano, e il Figlio dell’uomo non è arrivato. Il mondo non è finito.

Schweitzer nota che questo è un “fatto duro”. Una comunità che inventa un mito non mette in bocca al suo eroe divino una profezia falsificata nel momento stesso in cui viene pronunciata. Se Gesù fosse un mito creato nel 80 o 90 d.C., perché inventare una predizione fallita che risale al 30 d.C.? La presenza di questa “profezia inadempiuta” è la garanzia che non siamo di fronte a una libera creazione letteraria, ma a un ricordo storico imbarazzante che la comunità non ha potuto cancellare.

Carrier e i miticisti moderni cercano di spiegare le profezie apocalittiche come allegorie o come aggiunte successive. Ma questo va contro la tendenza della tradizione: la Chiesa primitiva cercò di attenuare l’apocalittica man mano che il ritardo della Parusia diventava imbarazzante (come si vede in Luca e Giovanni), non di inventarla o accentuarla. L’escatologia ardente appartiene allo strato più antico e più autentico, ed è inspiegabile come invenzione tarda.

La specificità giudaica contro il sincretismo ellenistico

Il miticismo moderno, come quello di Drews, dipende dall’idea che il cristianesimo sia un fenomeno ellenistico-sincretistico fin dalle origini. Gesù è un Osiride ebreo, un Dioniso galileo. Schweitzer dimostra che questo è storicamente falso. Il Gesù di Marco e Matteo è comprensibile solo all’interno del giudaismo palestinese.

Le dispute sulla purità, sul Tempio, sul tributo a Cesare, sul divorzio, sulla risurrezione dei morti (contro i Sadducei) sono questioni squisitamente ebraiche. Un mito gnostico o misterico non si preoccuperebbe di queste minuzie legali e nazionali. Carrier prova a dire che queste sono allegorie morali, ma l’intensità e la specificità tecnica delle dispute (es. Corban in Marco 7) tradiscono un radicamento nel terreno storico della Palestina del I secolo che nessuna allegoria ellenistica possiede.

La critica di Schweitzer applicata ai miticisti moderni

Argomento Moderno (Carrier/Doherty/Price) Risposta basata sui Principi di Schweitzer
Gesù Celeste: Gesù era un arcangelo venerato in cielo, poi storicizzato allegoricamente. Critica della Transizione: Manca qualsiasi prova di una controversia nella chiesa primitiva su questa “storicizzazione”. Se Gesù fosse stato un arcangelo, la trasformazione in un falegname crocifisso sarebbe stata un’eresia inaudita e inspiegabile. Il contesto ebraico dei vangeli è troppo concreto per essere un’allegoria tarda.
Silenzio di Paolo: Paolo non cita la vita di Gesù perché non la conosce (non esiste). Misticismo Escatologico: Paolo tace perché il suo interesse è soteriologico ed escatologico. La “carne” di Gesù è un passaggio necessario ma superato dalla risurrezione. Paolo presuppone la storia (stirpe di Davide, ultima cena) come base necessaria per la teologia della croce.
Costruzione Midrashica: I vangeli sono riscritture dell’Antico Testamento. Argomento della Stranezza: Un Gesù costruito dalle Scritture avrebbe adempiuto le profezie di trionfo o di salvezza chiara. Il Gesù dei vangeli è enigmatico, delude le aspettative messianiche classiche e muore in un modo che richiede una complessa apologetica post-factum (lo scandalo della croce).
Probabilità Bayesiana (Prior): È a priori probabile che Gesù sia un mito (Eroe Rank-Raglan). Unicità Escatologica: Gesù non rientra nel modello dell’eroe solare o mitico generico. È un profeta apocalittico fallito. Questa categoria specifica è storicamente attestata (Theudas, l’Egiziano, il Battista) e la storicità è la norma per questi profeti, non l’eccezione mitica.

Conclusioni: la “stranezza” come garanzia di realtà

La lettura della Storia della ricerca sulla vita di Gesù di Albert Schweitzer, specialmente nella sua polemica contro Arthur Drews, rivela una verità epistemologica che trascende il dibattito del 1913. Schweitzer ha mostrato che il tentativo di dissolvere Gesù nel mito nasce da un’incapacità di confrontarsi con l’alterità della storia.

La teologia liberale voleva un Gesù familiare, un amico moderno; quando la storia non glielo diede, entrò in crisi. Il miticismo è figlio di questa crisi: se Gesù non può essere il “nostro” Gesù moderno, allora non deve essere nessuno. È un meccanismo di difesa contro l’estraneità radicale del passato.

Contro le correnti contemporanee, le osservazioni di Schweitzer rimangono valide perché colpiscono il cuore del metodo miticista: la tendenza a preferire astrazioni universali (miti solari, archetipi eroici, gnosticismo celeste) alla disordinata, imbarazzante e specifica realtà storica. Il Gesù di Schweitzer – il profeta che si lancia contro la ruota della storia per fermarla e ne viene stritolato – è una figura troppo tragica, troppo ebraica e troppo “sbagliata” per essere un mito. I miti consolano; la storia di Gesù, come ricostruita da Schweitzer, inquieta.

In definitiva, la lezione di Schweitzer contro Drews, Carrier e Doherty è che la prova più forte dell’esistenza di Gesù non risiede nella sua conformità ai nostri desideri o ai nostri modelli mitici, ma nella sua irriducibile resistenza ad essi. Gesù esiste proprio perché non riusciamo a ridurlo né a un dogma, né a un simbolo, né a un mito. Egli rimane, nelle parole di Schweitzer, “Uno sconosciuto” che ci viene incontro dal passato, non come un’invenzione letteraria, ma come una forza vulcanica che la storia non è riuscita né a contenere né a inventare completamente.

Le fonti del dibattito

Albert Schweitzer

  • Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Torino, Claudiana, 2019. (Edizione italiana a cura di F. Coppellotti, prefazione di E. Grässer e introduzione di J.M. Robinson).

Opere storiche sul miticismo (primo Novecento)

  • Arthur Drews, Die Christusmythe, Jena, Eugen Diederichs, 1909.
  • William Benjamin Smith, Der vorchristliche Jesus, Gießen, Alfred Töpelmann, 1906.
  • John M. Robertson, Pagan Christs: Studies in Comparative Hierology, London, Watts & Co., 1903.

Opere contemporanee citate

  • Richard Carrier, On the Historicity of Jesus: Why We Might Have Reason for Doubt, Sheffield, Sheffield Phoenix Press, 2014.
  • Earl Doherty, Jesus: Neither God nor Man – The Case for a Mythical Jesus, Ottawa, Age of Reason Publications, 2009.
  • Robert M. Price, The Incredible Shrinking Son of Man: How Reliable Is the Gospel Tradition?, Amherst, Prometheus Books, 2003.

Posted by Adriano Virgili

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