La pubblicazione del volume di Michel Onfray, Teoria di Gesù. Biografia di un’idea (traduzione di Michele Zaffarano, Ponte alle Grazie, Milano 2024), rappresenta, nel panorama editoriale contemporaneo, un caso emblematico di disgiunzione tra il discorso pubblico sulla religione e il rigore della ricerca accademica. L’autore, filosofo di chiara fama e fondatore dell’Università Popolare di Caen, si propone di redigere quella che definisce una “biografia di un’idea”, partendo dall’assunto radicale che Gesù di Nazaret non sia mai esistito come figura storica, ma abbia piuttosto una natura puramente intellettuale, sia un “personaggio concettuale” generato dall’intersezione di profezie veterotestamentarie e isterie collettive del I secolo. Questa operazione, che Onfray inserisce nel solco decennale lavoro di declinazione della sua “ateologia”, si configura non come un contributo alla storia delle religioni, ma come un manifesto ideologico che, per sostenersi, necessita della sistematica rimozione di due secoli di progresso nelle scienze storiche, filologiche e archeologiche.
La tesi centrale del volume, secondo cui l’assenza di prove materiali dirette (come il corpo di Gesù) e la natura teologica dei vangeli autorizzerebbero a relegare il Nazareno nel regno della mitologia solare al pari di Mitra o Horus, non è nuova. Essa recupera, senza apportarvi significativi aggiornamenti critici, le posizioni del mitismo ottocentesco e di inizio Novecento, una corrente di pensiero che la comunità scientifica internazionale ha da tempo vagliato, decostruito e archiviato come metodologicamente insostenibile. Leggere Teoria di Gesù oggi, per uno storico del cristianesimo antico o per un esegeta del Nuovo Testamento, equivale a osservare un astronomo che, ignorando la rivoluzione copernicana, tenti di riabilitare il sistema tolemaico sulla base di intuizioni poetiche piuttosto che su dati osservativi. Il presente articolo si propone di analizzare il volume esclusivamente sotto il profilo storiografico, passando rapidamente le affermazioni dell’autore al vaglio del metodo storico-critico, con il consenso accademico attuale, con le evidenze archeologiche e con i criteri di autenticità che regolano l’indagine sulle fonti antiche.
Onfray dichiara esplicitamente che Gesù è un “artefatto intellettuale”, un “puzzle” di citazioni dell’Antico Testamento privo di carne e sangue. Egli scrive: “Gesù non è mai esistito storicamente ma solo come concetto… Un Logos non ha volto, un Verbo non ha corpo e una Parola non ha barba”. Questa smaterializzazione radicale, che riduce l’evento storico a pura dinamica intertestuale, si scontra frontalmente con la natura stessa del cristianesimo primitivo e con la documentazione in nostro possesso. L’autore sembra confondere il piano della storia degli effetti e delle rappresentazioni con quello della realtà storica fattuale. Se è vero che ogni figura storica subisce un processo di idealizzazione e reinterpretazione, ciò non autorizza lo storico a negare l’esistenza del referente reale che ha innescato tale processo. La posizione di Onfray non è solo minoritaria; è considerata “pseudo-scienza” dalla quasi totalità degli accademici che occupano cattedre di studi neotestamentari, storia antica o studi ebraici nelle università laiche di tutto il mondo. L’insistenza dell’autore nel presentare la sua teoria come una verità scomoda che svela un inganno millenario tradisce una postura più vicina al cospirazionismo che alla revisione storiografica rigorosa.
Per comprendere la gravità delle omissioni di Onfray, è necessario situare il suo lavoro rispetto all’evoluzione della ricerca storica su Gesù. Dagli anni Ottanta del Novecento, gli studi hanno attraversato quella che viene definita la Third Quest, caratterizzata da un approccio interdisciplinare che unisce storia, archeologia, sociologia e antropologia culturale. Il pilastro fondamentale della Third Quest è la ricollocazione di Gesù all’interno del giudaismo del Secondo Tempio. Studiosi come E.P. Sanders, Geza Vermes, John P. Meier, Dale Allison e, in Italia, Mauro Pesce e Adriana Destro, hanno dimostrato che Gesù non può essere compreso se non come un ebreo del suo tempo, immerso nelle dispute legali, nelle speranze escatologiche e nelle tensioni sociali della Palestina romana. Onfray, al contrario, descrive un Gesù che sembra operare in un vuoto storico, un’entità astratta che “mangia simboli” e abolisce la Legge ebraica con tratti di penna filosofici. Questa visione ignora decenni di studi che hanno mostrato come le controversie di Gesù fossero dibattiti interni al giudaismo, non attacchi esterni volti a fondare una nuova religione. Quando Onfray afferma che Gesù abolisce il sabato o la circoncisione come se fosse un filosofo cinico greco, compie un anacronismo imperdonabile.
Un punto fondamentale che Onfray omette di menzionare è che il consenso sull’esistenza storica di Gesù non è un “complotto” di storici cristiani. Tra i più fieri difensori della storicità di Gesù troviamo accademici agnostici, atei ed ebrei. Bart Ehrman, noto studioso agnostico del Nuovo Testamento, ha dedicato un intero volume per confutare le tesi miticiste, definendole “amatoriali” e prive di fondamento scientifico. Ehrman sottolinea che l’idea che una figura come Gesù sia stata inventata di sana pianta è molto più implausibile dell’idea che un predicatore apocalittico sia stato successivamente divinizzato. Anche studiosi ebrei come Geza Vermes o Paula Fredriksen considerano l’esistenza di Gesù un dato storico inconfutabile. Lo stesso vale per studiosi dichiaratamente atei come Maurice Casey e James Crossley. La convergenza di studiosi di ogni estrazione ideologica su questo punto dimostra che la storicità di Gesù è un risultato solido dell’applicazione del metodo storico, non una scoria teologica che inquina la sana ricerca scientifica.
Uno degli argomenti cardine del miticismo, abbracciato con entusiasmo da Onfray, è il presunto silenzio delle fonti non cristiane. Questa affermazione si basa su una lettura superficiale e ipercritica delle fonti romane ed ebraiche. Il trattamento che l’autore riserva a Flavio Giuseppe è esemplare del suo metodo. Egli cita il Testimonium Flavianum solo per bollarlo come un’interpolazione tarda, suggerendo che l’intero passaggio sia un falso inserito da copisti cristiani. Sebbene però sia vero che il Testimonium contenga interpolazioni, la posizione di Onfray ignora il dibattito accademico attuale. La maggioranza degli studiosi contemporanei sostiene la tesi dell’autenticità parziale: una volta rimosse le frasi chiaramente cristiane, il testo rimanente riflette perfettamente lo stile e il vocabolario di Flavio Giuseppe, descrivendo Gesù come un “uomo saggio” condannato da Pilato. Ancora più grave è l’omissione di Onfray riguardo al secondo riferimento a Gesù fatto dallo storico ebreo, dove si narra la condanna a morte di “Giacomo, fratello di Gesù, che era chiamato Cristo”. Questo passaggio è universalmente accettato come autentico e privo di segni di interpolazione cristiana.
Onfray liquida anche la testimonianza di Tacito sostenendo che provi solo l’esistenza dei cristiani, non quella di Gesù. Questo argomento è fallace. Tacito, scrivendo intorno al 115, fornisce una precisa collocazione storica e giuridica del fondatore, menzionando la sua esecuzione sotto Tiberio per opera di Ponzio Pilato. Tacito era uno storico estremamente scrupoloso, che basava le sue affermazioni su fonti e non sul sentito dire. Anche il riferimento di Svetonio all’espulsione degli ebrei da Roma a causa di tumulti “impulsore Chrestus” viene scartato da Onfray. Sebbene ambiguo, la maggior parte degli storici ritiene che si tratti di un riferimento alle dispute su Gesù nelle sinagoghe romane, attestando la presenza di un movimento riferito a una figura concreta molto prima della stesura dei vangeli.
Un altro topos del mitismo che Onfray abbraccia acriticamente è la negazione dell’esistenza di Nazaret al tempo di Gesù. Nel volume, egli suggerisce che Nazaret non esistesse nel I secolo e che l’archeologia non supporti la presenza di un insediamento. Questa tesi è stata completamente smentita dalle scoperte archeologiche degli ultimi vent’anni. L’archeologo Ken Dark ha condotto scavi approfonditi nell’area, rinvenendo case a corte del I secolo e cultura materiale (vasi di pietra calcarea) che confermano che Nazaret era un villaggio abitato da ebrei osservanti. Affermare oggi che Nazaret non esistesse è un falso storico. Proprio l’insignificanza di Nazaret è un argomento a favore della storicità: perché inventare un Messia proveniente da un villaggio sconosciuto e privo di prestigio teologico, se si stava creando un mito a tavolino? Onfray, ignorando questi dati, costruisce la sua teoria su fondamenta inesistenti.
La debolezza strutturale più evidente di Teoria di Gesù risiede nella totale assenza di una metodologia storica rigorosa per vagliare i testi evangelici. Gli storici professionisti applicano i criteri di autenticità (o criteri di storicità) per isolare il materiale storico dalle elaborazioni teologiche. Il criterio dell’imbarazzo, ad esempio, afferma che è altamente improbabile che la chiesa primitiva abbia inventato materiale che creasse difficoltà teologiche. Applicando questo criterio, almeno due eventi della vita di Gesù emergono come fatti storici inattaccabili, entrambi ignorati o mal interpretati da Onfray. Il primo è il battesimo di Gesù da parte di Giovanni: il fatto che Gesù si sia fatto battezzare (un rito che implicava la superiorità del battezzatore e la purificazione dai peccati) era estremamente imbarazzante per i cristiani, che consideravano Gesù il Messia senza peccato. Se Gesù fosse un mito inventato, non si sarebbe creato un inizio di carriera così problematico teologicamente.
Il secondo evento è la crocifissione. Onfray sostiene che se Gesù fosse esistito, sarebbe stato lapidato e non crocifisso. Questa affermazione denota ignoranza del contesto giuridico romano, ma soprattutto ignora lo “scandalo” della croce. Un Messia crocifisso era un ossimoro teologico per i giudei, un “maledetto da Dio”. Nessun ebreo del I secolo avrebbe mai inventato un Messia che finisce la sua carriera nudo e umiliato su una croce romana. L’unica spiegazione razionale è che l’evento sia realmente accaduto e che i seguaci abbiano dovuto farci i conti. Onfray, riducendo la croce a simbolo letterario, non riesce a spiegare l’origine di questo scandalo.
Un argomento classico dei miticisti, ripreso da Onfray, è che Paolo non sapesse nulla del Gesù storico, concependolo come un’entità celeste. Onfray dipinge Paolo come il vero inventore del cristianesimo gnostico. Questa lettura è smentita dalle epistole paoline, che contengono riferimenti concreti all’esistenza terrena di Gesù: la sua nascita da donna (Galati 4,4), la sua discendenza davidica (Romani 1,3), i suoi detti sul divorzio (1 Corinzi 7,10). Soprattutto, Paolo afferma di aver incontrato “Giacomo, il fratello del Signore” a Gerusalemme (Galati 1,19). Questo è un dato storico devastante per la tesi mitista: se Gesù fosse un mito, come potrebbe avere un fratello in carne e ossa che Paolo incontra? Jean-Marie Salamito, storico della Sorbona, ha notato come Onfray manifesti un’ignoranza spaventosa degli scritti neotestamentari e del personaggio di Paolo, costruendo un castello di carte basato su letture superficiali.
Nel tentativo di decostruire la figura di Gesù, Onfray scivola spesso in una forma di psicologismo selvaggio. Egli dipinge un Gesù “nevrotico” che “odia la famiglia”, basandosi su una lettura letteralista di versetti in cui questi usa l’iperbole semitica per indicare la priorità del Regno di Dio. Ignorare il genere letterario e il contesto linguistico per trarre conclusioni cliniche è un’operazione antistorica. Inoltre, Onfray legge le parabole come prove della violenza intrinseca di Gesù, confondendo il piano narrativo dell’allegoria con l’etica normativa dell’autore.
In definitiva, Teoria di Gesù si rivela un’opera di decadenza intellettuale. Non è un libro di storia, ma un pamphlet antireligioso che si traveste da indagine storica facendo però totalmente a meno della metodologia storiografica. L’autore ignora il consenso accademico odierno, manipola le fonti extracristiane, nega le evidenze archeologiche su Nazaret, non applica alcun criterio critico di autenticità e offre letture psicologizzanti prive di fondamento. Il Gesù di Onfray – il concetto puro senza corpo – è paradossalmente un mito creato da Onfray stesso per combattere il mito cristiano. La figura di Gesù di Nazaret, nella sua concretezza ebraica e nella sua tragica fine, rimane un dato ineludibile con cui la storiografia seria continua a confrontarsi. Il libro di Onfray, rifiutando questo confronto in nome di un’ideologia preconfezionata, si autoesclude dal dibattito scientifico, rimanendo un curioso reperto di un positivismo ottocentesco ormai fuori tempo massimo.

Caro Adriano,
ho letto la tua recensione con grande interesse. Condivido le ragioni delle tue critiche al libro.
Grazie e buona domenica.
Francesco