L’indagine sulla validità della conoscenza umana e sull’affidabilità delle facoltà cognitive costituisce uno dei temi centrali della riflessione filosofica occidentale. Nel corso della storia, il problema di come la mente umana possa cogliere con certezza la realtà extramentale ha generato molteplici paradigmi epistemologici. Due delle risposte più strutturate e influenti, seppur separate da secoli di sviluppo teorico e appartenenti a tradizioni metodologiche profondamente diverse, sono la dottrina gnoseologica di San Tommaso d’Aquino e l’epistemologia contemporanea di Alvin Plantinga.
Entrambi i pensatori affrontano il problema del valore ontologico ed epistemico della conoscenza partendo da un presupposto assiomatico comune: le facoltà cognitive umane non operano nel vuoto ontologico o in modo meramente casuale, ma sono dotate di una precisa finalità intrinseca. In Tommaso d’Aquino, questo principio si esprime attraverso la rigorosa dottrina dell’ordinamento naturale delle potenze conoscitive verso il loro oggetto proprio, che culmina nella celebre tesi secondo cui il senso non si inganna in relazione al proprio oggetto (sensus non decipitur circa proprium obiectum). In Alvin Plantinga, figura di spicco dell’epistemologia riformata, il medesimo nucleo teleologico viene riformulato e modernizzato attraverso il concetto di “funzionamento appropriato” (proper function), che costituisce il fulcro della sua teoria della “garanzia” (warrant) epistemica.
Nonostante la vasta distanza concettuale che separa la metafisica ilemorfica aristotelico-tomista dall’esternalismo analitico contemporaneo, l’analisi comparata di queste due prospettive rivela profonde analogie strutturali e affinità di intenti. Entrambi gli approcci rifiutano categoricamente lo scetticismo radicale e l’empirismo riduzionista, fondando l’affidabilità della cognizione su un piano di progettazione o su una natura che collega in modo indissolubile la mente alla realtà. In questo articolo analizzeremo le due dottrine, delineando dapprima i fondamenti della gnoseologia sensibile tomista con le sue radici metafisiche, per poi esaminare la complessa teoria del proper function di Plantinga. Infine, verrà istituito un rigoroso confronto teoretico che ne evidenzi i punti di convergenza strutturale e le ineliminabili divergenze metafisiche.
I fondamenti metafisici della gnoseologia in Tommaso d’Aquino e l’infallibilità del senso
Per comprendere appieno la tesi di San Tommaso d’Aquino sull’infallibilità dei sensi rispetto al proprio oggetto, è assolutamente imperativo inquadrare la sua dottrina della percezione all’interno della più vasta metafisica dell’atto e della potenza, nonché della teoria ilemorfica della sostanza. La conoscenza, nell’orizzonte speculativo dell’Aquinate, non è un evento meramente meccanico, un urto di atomi o una passione puramente passiva. Al contrario, essa è un’operazione vitale, un culmine dell’essere in cui il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto divengono, in un senso metafisicamente pregnante, una cosa sola.
Nella cosmologia e nell’ontologia tomista, ogni ente finito è composto di potenza e atto. Nessuna potenza o atto possiede uno status ontologico indipendente e separato; essi sono sempre princìpi co-essenziali di una singola sostanza primaria individuale, l’unica che possiede propriamente l’esistenza (esse). La facoltà sensoriale, in quanto potenza dell’anima, è naturalmente orientata a essere attualizzata da uno specifico aspetto della realtà. Quando avviene la sensazione, l’organo di senso e la facoltà passano dallo stato di pura potenzialità conoscitiva all’atto, e questo passaggio avviene attraverso la ricezione di una forma.
Tuttavia, come sottolinea con forza la tradizione tomista in polemica con i presocratici e i fisicalisti antichi (come Empedocle, che sosteneva che il simile conosce il simile in modo materiale), questa ricezione non avviene secondo l’essere naturale o fisico (esse naturale). Se il senso ricevesse la forma dell’oggetto in modo naturale, l’occhio che guarda una pietra diventerebbe letteralmente e materialmente di pietra. Invece, la facoltà cognitiva riceve la “specie” (la somiglianza o species sensibilis) dell’oggetto senza la sua materia, secondo un essere intenzionale o spirituale (esse intentionale). L’intenzionalità della percezione consiste proprio in questa capacità delle potenze sensoriali di farsi informare dalla similitudo dell’oggetto esterno, stabilendo una connessione causale e formale diretta senza una trasmutazione materiale distruttiva.
La precisione della gnoseologia tomista si manifesta in modo eminente nella rigorosa classificazione degli oggetti della conoscenza sensibile. San Tommaso, riprendendo e perfezionando la psicologia di Aristotele contenuta nel De Anima, distingue tre tipologie di oggetti sensibili (sensibilia), una distinzione che si rivelerà lo strumento analitico fondamentale per definire i limiti esatti dell’infallibilità del senso e le origini dell’errore.
| Tipologia di oggetto sensibile | Definizione ontologica ed epistemologica | Esempi tipici | Facoltà cognitiva principalmente coinvolta |
| Sensibile proprio (Sensibile proprium) | La qualità intrinseca che può essere percepita in modo esclusivo e diretto da un solo senso esterno specifico, e che definisce l’essenza stessa di quel senso. | Il colore per la vista; il suono per l’udito; il sapore per il gusto. | I cinque sensi esterni specifici (vista, udito, olfatto, gusto, tatto). |
| Sensibile comune (Sensibile commune) | La determinazione quantitativa o fisica che non è esclusiva di un singolo senso, ma può essere percepita simultaneamente da più sensi esterni. | Dimensione, figura geometrica, numero, movimento, quiete. | Il senso comune (sensus communis), che riceve e sintetizza i dati dei sensi esterni. |
| Sensibile per accidente (Sensibile per accidens) | La sostanza individuale sottostante o la natura specifica a cui ineriscono in modo contingente le qualità sensibili percepite. | “Il figlio di Mario”, “questo uomo particolare”, “questo lupo”. | Le facoltà interne, in particolare la vis cogitativa nell’uomo (o l’estimativa nell’animale). |
La tesi centrale e irrinunciabile dell’Aquinate è che il senso esterno non può ingannarsi riguardo al primo di questi tre oggetti, ovvero il sensibile proprium. L’errore percettivo, invece, può insorgere con estrema facilità quando la mente si cimenta nel giudicare i sensibili comuni, oppure quando compie un’identificazione complessa sul sensibile per accidente.
La formulazione del principio secondo cui il senso non si inganna circa il proprio oggetto trova la sua espressione più compiuta e metafisicamente densa in diverse opere di San Tommaso, in particolare nella Summa Theologiae e nelle Quaestiones disputatae de veritate. L’infallibilità del senso sul proprio oggetto non è postulata in modo dogmatico o ingenuo, ma deriva da una ferrea necessità ontologica: la natura stessa di una facoltà è definita ed esaurita dalla sua relazione teleologica con il proprio oggetto.
Nella Summa Theologiae (I, q. 85, a. 6), Tommaso dichiara in modo inequivocabile:
“Et huius ratio [i.e., quod sensus non decipitur circa proprium obiectum sed tantum circa sensibilia communia et per accidens] est in evidenti. Quia ad proprium obiectum unaquaeque potentia per se ordinatur, secundum quod ipsa. Quae autem sunt huiusmodi, semper eodem modo se habent. Unde manente potentia, non deficit eius iudicium circa proprium obiectum.”
La traduzione e l’esegesi di questo brano sono fondamentali. Tommaso afferma: “E la ragione di ciò è evidente. Poiché ogni potenza è ordinata per sé al suo proprio oggetto, secondo ciò che essa è. Ora, le cose che sono di tale natura si comportano sempre allo stesso modo. Pertanto, finché permane la potenza, non viene meno il suo giudizio circa il proprio oggetto.”
Questo passaggio stabilisce che ogni potenza è ordinata per se (per la sua stessa essenza intrinseca) al suo oggetto proprio. Poiché le cose che appartengono all’essenza di un ente determinano in modo necessario il suo comportamento, finché la potenza rimane integra e sussiste nella sua natura, la sua apprensione riguardo all’oggetto proprio non può fallire. La vista è ontologicamente “progettata” per cogliere il colore; la sua intera ragion d’essere è l’attualizzazione da parte delle frequenze cromatiche. L’atto di vedere non è altro che la ricezione in atto di questa forma. Finché si parla del puro atto di ricevere questa determinazione sensibile, senza l’interferenza di giudizi complessi, la vista non può sbagliarsi: essa registra in modo infallibile la qualità cromatica che le viene presentata.
Tommaso traccia inoltre un parallelo diretto tra questa infallibilità fondazionale della dinamica sensoriale e l’infallibilità primordiale dell’intelligenza, estendendo il principio all’intelletto rispetto alla quiddità o essenza delle cose. Sempre nella Summa Theologiae (I, q. 17, a. 3), egli afferma:
“Sicut autem sensus informatur directe similitudine propriorum sensibilium, ita intellectus informatur similitudine quidditatis rei. Unde circa quod quid est intellectus non decipitur: sicut neque sensus circa sensibilia propria.”
“Come il senso è informato direttamente dalla similitudine dei sensibili propri, così l’intelletto è informato dalla similitudine della quiddità della cosa. Pertanto, circa il ‘che cos’è’ [l’essenza] l’intelletto non si inganna: come neppure il senso circa i sensibili propri.” Questo parallelismo dimostra che l’infallibilità cognitiva, in Tommaso, riposa sempre sull’identità formale tra la facoltà in atto e la forma ricevuta.
Tuttavia, l’Aquinate è un acuto osservatore della natura e dei fenomeni empirici, ed è perfettamente consapevole che nella vita quotidiana l’uomo sperimenta illusioni, allucinazioni e percezioni distorte. Come concilia la sua tesi dell’infallibilità per se con l’innegabile evidenza fattuale dell’errore percettivo?
Egli risolve questo apparente paradosso introducendo rigide condizioni fisiche di validità e confinando l’errore alla sfera dell’accidentalità. Il senso non si inganna sul proprio oggetto a meno che non vi sia un impedimento contingente e accidentale. Nel suo commento ai testi di Aristotele, Tommaso specifica tre condizioni necessarie, inscindibili l’una dall’altra, affinché la percezione del sensibile proprio sia veridica e infallibile:
- Debita dispositio organi (La corretta e sana disposizione dell’organo sensoriale): L’organo fisico materiale non deve essere affetto da patologie, lesioni o alterazioni fisiologiche temporanee.
- Debita dispositio medii (La corretta disposizione del mezzo trasmissivo): Il mezzo attraverso cui si propaga l’intenzione sensibile—come ad esempio il diaphanum (il mezzo trasparente) per la propagazione della luce e dei colori, o l’aria per il suono—deve trovarsi in condizioni ottimali e non perturbate.
- Debita obiecti distantia (La corretta distanza e proporzione dell’oggetto): L’oggetto percepito deve trovarsi all’interno di un raggio d’azione spaziale e di un’intensità proporzionata alla soglia di attivazione della facoltà.
Se una sola di queste tre condizioni viene meno, la percezione può risultare alterata. Tuttavia, questo non inficia il principio metafisico, poiché l’errore non è imputabile all’essenza della facoltà cognitiva in sé (non è un fallimento per se), ma a un difetto materiale, corporeo o ambientale, ovvero per accidens.
Un esempio classico e ricorrente utilizzato da Tommaso per illustrare questa dinamica è quello dell’ammalato di febbre, il cui senso del gusto risulta corrotto dalla fisiologia alterata. Tommaso scrive: “Sensus enim circa proprium objectum non decipitur… nisi forte per accidens, ex impedimento circa organum contingente, sicut cum gustus febrientium dulcia judicat amara, propter hoc lingua malis humoribus est repleta” (Infatti il senso circa il proprio oggetto non si inganna… se non forse per accidente, a causa di un impedimento che colpisce l’organo, come quando il gusto dei febbricitanti giudica amaro il dolce, poiché la lingua è ricolma di cattivi umori).
In questo scenario patologico, il senso del gusto sta compiendo perfettamente e infallibilmente il suo dovere ontologico: sta registrando in modo oggettivo la presenza fisica degli umori amari che sono materialmente presenti sulla superficie della lingua. Il recettore non fallisce. L’errore cognitivo, la falsità, avviene in un momento logicamente successivo: a livello del giudizio implicito o esplicito che la mente formula sulla causa esterna di quel sapore. Per Tommaso, infatti, la verità e la falsità in senso proprio e formale non risiedono nella semplice apprensione (né sensibile né intellettuale), ma esclusivamente nel giudizio, quando l’intelletto “compone e divide” (componendo vel dividendo), attribuendo o negando una certa proprietà a una cosa reale.
Per quanto concerne invece gli altri due oggetti della sensibilità, Tommaso ammette prontamente che i sensi possono ingannarsi con grande frequenza. Riguardo ai sensibili comuni (la grandezza, la forma, il movimento), egli nota: “Circa sensibilia vero communia decipitur sensus, sicut in dijudicando de magnitudine vel figura” (Circa i sensibili comuni, invece, il senso si inganna, come nel giudicare della grandezza o della figura). Poiché il giudizio sulla dimensione o sulla distanza richiede una sintesi di dati molteplici, un confronto e un’elaborazione da parte del sensus communis (una facoltà interna), si introduce uno spazio di mediazione in cui l’inferenza può risultare errata. Ancora più soggetto a errore è l’apprensione del sensibile per accidente: riconoscere che “quella sagoma bianca in lontananza” (sensibile proprio e comune) è in realtà “il figlio di Mario” (sensibile per accidente) è un’operazione complessa della vis cogitativa che fonde percezione presente, memoria e astrazione, aprendo le porte a innumerevoli possibilità di fallimento.
La visione di Tommaso d’Aquino delinea quindi un realismo epistemologico forte, radicato nella metafisica, ma al contempo estremamente sfumato e attento alle dinamiche psicologiche. Esiste un nucleo incrollabile di affidabilità assoluta, garantito dalla costituzione ontologica delle potenze conoscitive e dalla loro ordinazione teleologica, circondato da un vasto alone di percezioni e giudizi complessi che sono ineludibilmente soggetti alla fallibilità umana. Questa struttura finalistica – in cui le facoltà sono ordinate a uno scopo conoscitivo vero e funzionano sotto condizioni specifiche – fornisce un parallelo straordinario e fecondo con gli sviluppi dell’epistemologia analitica della fine del XX secolo, in particolare nell’opera di Alvin Plantinga.
L’epistemologia riformata e la teoria del proper function di Alvin Plantinga
Spostandoci dal quadro medievale al contesto della filosofia analitica anglosassone contemporanea, troviamo l’opera monumentale di Alvin Plantinga. Plantinga sviluppa la sua complessa teoria epistemologica come risposta diretta alla crisi del “fondazionalismo classico”. Per secoli, l’epistemologia occidentale (ereditando una certa lettura di Cartesio, di John Locke, e secondo Plantinga stesso, in parte dello stesso Tommaso d’Aquino) ha postulato che una credenza potesse dirsi giustificata se e solo se fosse stata dedotta logicamente da premesse indubitabili, autoevidenti all’intelletto, oppure evidenti in modo inoppugnabile ai sensi.
Questo approccio deontologico e internalista, che Plantinga etichetta come “fondazionalismo classico”, esigeva che ogni singola credenza superiore (ivi inclusa la fede nell’esistenza di Dio, l’esistenza di altre menti coscienti, o persino l’esistenza del mondo esterno oltre la nostra percezione momentanea) dovesse essere sostenuta da prove proposizionali o argomenti razionali inattaccabili. Plantinga contesta radicalmente questa postura epistemologica. Egli dimostra che, se i rigidi criteri del fondazionalismo classico fossero veri, quasi nessuna delle nostre credenze quotidiane più fondamentali (come la credenza che il mondo non sia stato creato cinque minuti fa con l’apparenza di antichità, o che le persone che ci circondano non siano complessi automi privi di coscienza) potrebbe essere considerata giustificata. L’applicazione coerente del fondazionalismo classico conduce inevitabilmente a uno scetticismo universale e paralizzante.
In risposta a questo vicolo cieco, Plantinga, affiancato da pensatori come Nicholas Wolterstorff e William Alston, formula e difende quella che è diventata nota come “Epistemologia Riformata”. Traendo ispirazione dalla teologia della Riforma protestante, in particolare da Giovanni Calvino, Plantinga sostiene che innumerevoli credenze – inclusa, in modo prominente, la credenza in Dio – non hanno bisogno di essere conclusioni di un argomento per essere razionali. Esse possono essere credenze “propriamente di base” (properly basic), ovvero del tutto razionali, garantite e giustificate pur in assenza di prove argomentative o evidenze logico-deduttive fornite dal soggetto.
Per validare e sistematizzare l’Epistemologia Riformata, Plantinga intraprende una decostruzione dei concetti epistemologici dominanti attraverso una celebre trilogia di volumi: Warrant: The Current Debate (1993), Warrant and Proper Function (1993), e Warranted Christian Belief (2000). Il bersaglio principale della sua critica è il concetto di “giustificazione” (justification) intesa in senso internalista e deontologico. L’internalismo epistemologico sostiene che i fattori che rendono una credenza razionale debbano essere in qualche modo cognitivamente accessibili alla coscienza del soggetto conoscente, il quale deve aver adempiuto ai propri doveri epistemici.
Plantinga, orientandosi invece verso un marcato esternalismo di matrice affidabilista (sebbene critico verso le versioni puramente causali di Alvin Goldman), abbandona il termine “giustificazione” e lo sostituisce con il termine tecnico di “garanzia” (warrant). La “garanzia” è definita esattamente come quella specifica proprietà normativa o quello status epistemico positivo che, se unito a una credenza vera, trasforma quest’ultima in autentica conoscenza. Questa mossa teorica ha permesso a Plantinga di superare anche le aporie generate dai famosi controesempi di Edmund Gettier, i quali avevano dimostrato che avere una credenza vera e giustificata non era sufficiente per possedere una vera conoscenza.
Il nocciolo dell’innovazione di Plantinga risiede nel fatto che l’elemento che conferisce la garanzia a una credenza non è l’accesso introspettivo o consapevole del soggetto alle ragioni logiche che la supportano, bensì l’origine storica, teleologica e funzionale della credenza stessa. Più precisamente, la “garanzia” scaturisce dal corretto funzionamento dei meccanismi cognitivi che hanno prodotto e sostenuto tale credenza. Plantinga definisce le condizioni necessarie e sufficienti per la “garanzia” attraverso la nozione di “funzionamento appropriato” (proper function). Affinché una credenza possieda la garanzia epistemica, devono essere soddisfatte simultaneamente quattro condizioni imprescindibili:
- Funzionamento appropriato delle facoltà (Proper Function): La credenza deve essere prodotta da facoltà cognitive che stanno funzionando correttamente e in modo appropriato, ovvero libere da disfunzioni, patologie, danni cerebrali o alterazioni chimiche. Il meccanismo cognitivo deve operare esattamente secondo il modo in cui è stato concepito per operare.
- Ambiente cognitivo appropriato (Appropriate Cognitive Environment): Le facoltà devono operare in un ambiente cognitivo simile e proporzionato a quello per cui esse sono state progettate. Un sistema cognitivo affidabile può fallire se posto in condizioni ambientali estreme per cui non è calibrato. La vista umana, ad esempio, funziona appropriatamente in un ambiente terrestre dotato di luce solare e determinate rifrazioni atmosferiche; la medesima facoltà, pur funzionando in modo eccellente, produrrebbe credenze false (quindi prive di “garanzia”) se utilizzata in un ambiente radicalmente illusorio progettato da uno scienziato pazzo o nel celebre scenario del “demone ingannatore” di Cartesio.
- Il piano di progettazione (Design Plan): Le facoltà cognitive non operano in modo casuale o indeterminato, ma seguono un preciso e articolato “piano di progettazione” (design plan). Questo piano è costituito da un insieme di istruzioni teleologiche che determinano come la facoltà debba rispondere a una particolare circostanza, delineando un arco che va dalle funzioni prossime a quelle ultime.
- Finalizzazione alla verità (Successfully Aimed at Truth): Il segmento specifico del piano di progettazione che governa la produzione della credenza in esame deve essere intrinsecamente orientato all’acquisizione di credenze vere, e non ad altri scopi secondari. Molte credenze umane, infatti, sono prodotte da meccanismi funzionanti ma non orientati alla verità (ad esempio, l’ottimismo eccessivo verso una guarigione, o il wishful thinking che favorisce la sopravvivenza o la consolazione psicologica). Inoltre, questo piano finalizzato alla verità deve essere “buono”, il che significa che deve esserci un’alta probabilità oggettiva statistica che una credenza prodotta in queste condizioni di funzionamento appropriato sia effettivamente vera.
L’interazione complessa di queste quattro condizioni permette a Plantinga di eliminare i problemi epistemologici generati dai casi limite tipici dell’esternalismo causale. L’esempio più celebre affrontato da Plantinga è lo scenario dello “Swampman” (l’Uomo della Palude), un esperimento mentale in cui un essere fisicamente identico a un essere umano viene generato accidentalmente da un fulmine che colpisce una palude. Questo essere, pur avendo un cervello che produce credenze momentaneamente vere basate sull’ambiente circostante, non possiede alcuna garanzia epistemica (warrant) per esse, proprio perché, essendo nato dal caso e non avendo una storia evolutiva o teleologica, manca totalmente di un vero e proprio “piano di progettazione” (design plan). Per Plantinga, senza teleologia non c’è conoscenza.
Il richiamo insistente e ineliminabile a un “piano di progettazione” introduce un elemento fortemente e dichiaratamente metafisico nell’epistemologia analitica di Plantinga. Egli sostiene, infatti, che il concetto stesso di proper function – che è un concetto normativo, descrivendo ciò che un organo dovrebbe fare e non solo ciò che causalmente fa – è difficilmente intelligibile senza presupporre, in ultima analisi, un Progettista Intelligente. Sebbene Plantinga ammetta che alcuni filosofi (come Ruth Millikan) abbiano tentato di fornire resoconti naturalistici e puramente evoluzionistici della funzione appropriata delle facoltà, egli ritiene questi tentativi destinati al fallimento.
Questo nodo speculativo lo porta a formulare il celebre Argomento Evolutivo contro il Naturalismo (Evolutionary Argument Against Naturalism – EAAN). Secondo l’EAAN, la congiunzione tra l’evoluzione cieca e non guidata (E) e il naturalismo metafisico (N) porta a una posizione logicamente auto-confutante. L’evoluzione darwiniana, se non è guidata da alcuna intelligenza, seleziona gli organismi unicamente in base all’adattamento comportamentale e al vantaggio in termini di sopravvivenza riproduttiva. Alla selezione naturale importa solo che l’animale compia l’azione giusta per sopravvivere (fuggire dal predatore), ma è totalmente indifferente alla sintassi semantica o alla verità delle credenze interne che accompagnano tale comportamento. Pertanto, se la congiunzione di (N) ed (E) è vera, la probabilità oggettiva che le nostre facoltà cognitive siano primariamente finalizzate alla produzione di verità (e quindi siano affidabili) è inescrutabile o estremamente bassa. Di conseguenza, il filosofo naturalista che accetta l’evoluzione ha un “defeater” (un annullatore razionale) per tutte le credenze prodotte dalla sua mente, inclusa la sua credenza nel naturalismo e nell’evoluzione.
Solo abbracciando un quadro metafisico soprannaturalista, in cui un “Intelligent Designer” ha benevolmente plasmato le facoltà umane con lo scopo esplicito di connetterle alla verità, il concetto di proper function trova un fondamento logico e solido. All’interno di questo solido quadro teleologico, Dio ha dotato l’uomo di varie facoltà per navigare con successo il mondo (la percezione, la memoria, l’induzione scientifica) e di una facoltà innata specifica, denominata da Plantinga alla stregua di Calvino sensus divinitatis. Quando l’uomo si trova nell’ambiente corretto (di fronte alla vastità dell’universo, o all’esperienza di un profondo dovere morale), il sensus divinitatis, se funzionante appropriatamente, produce in modo affidabile, immediato e non discorsivo la credenza che Dio esista e sia presente. Questa credenza non è l’esito di un sillogismo cosmologico, ma l’output garantito di una facoltà che opera secondo il suo design plan, risultando pertanto pienamente giustificata e razionale.
Analogie strutturali tra l’ordinamento naturale e il proper function
A dispetto delle diverse epoche storiche, della diversità dei vocabolari filosofici adottati e delle polemiche esplicite di Plantinga contro alcune derive del fondazionalismo classico medievale, un’analisi comparativa tra l’infallibilità del senso sul proprio oggetto in San Tommaso e il proper function in Alvin Plantinga porta alla luce una rete di omologie strutturali sorprendentemente fitte. Entrambi gli autori pongono al centro assoluto dell’atto del conoscere una robusta e irrinunciabile teleologia cognitiva, ergendo il medesimo baluardo metafisico contro i deliri dello scetticismo e l’aridità del riduzionismo materialista.
Le analogie tra i due sistemi possono essere schematizzate e confrontate nelle loro componenti fondamentali:
| Elemento Epistemologico | L’Ordinamento Naturale di Tommaso d’Aquino | Il Proper Function di Alvin Plantinga |
| Teleologia della facoltà | Ordinatio per se: Ogni potenza conoscitiva è orientata intrinsecamente e per essenza alla percezione del proprio oggetto (es. la vista verso il colore). | Design Plan: Ogni modulo cognitivo ha un piano di progettazione che stabilisce normativamente come esso debba reagire in date circostanze. |
| Obiettivo della cognizione | Apprehensio veritatis: L’assimilazione della forma intenzionale e la conformità al reale sono il fine ultimo dell’intelletto e dei sensi. | Aimed at truth: Il piano di progettazione della specifica facoltà non deve mirare al comfort o alla sopravvivenza nuda e cruda, ma deve essere orientato con successo alla produzione di verità. |
| Integrità del soggetto | Debita dispositio organi: L’organo fisico (es. l’occhio, la lingua) non deve essere alterato da malattie, lesioni o cattivi umori, altrimenti l’errore accidentale si insinua. | Proper Function: La facoltà deve funzionare correttamente, senza subire disfunzioni, patologie mentali o menomazioni che deviano dal progetto originario. |
| Contesto ambientale | Debita dispositio medii / Debita obiecti distantia: Il mezzo trasmissivo (aria, luce) deve essere terso e l’oggetto deve essere proporzionato e alla giusta distanza affinché la ricezione della forma abbia luogo. | Appropriate Cognitive Environment: L’ambiente circostante deve corrispondere strettamente all’ambiente per il quale il Creatore o l’evoluzione ha originariamente tarato e calibrato le facoltà cognitive umane. |
| Fondamento Metafisico | La Sapienza Divina che imprime le nature e le forme sostanziali, istituendo un cosmo ordinato e un’armonia tra mente e materia. | L’Intelligent Designer (Dio) che garantisce la corrispondenza tra l’attività dei moduli cognitivi umani e la verità del mondo, superando il vicolo cieco del naturalismo. |
La teleologia immanente contro il materialismo cieco
La convergenza speculativa più evidente e profonda risiede nella nozione stessa di un fine iscritto ontologicamente nella facoltà cognitiva. L’assunto tomista secondo cui “ad proprium obiectum unaquaeque potentia per se ordinatur” (ciascuna potenza è ordinata per sé al suo proprio oggetto) costituisce, de facto, la versione medievale di ciò che Plantinga definisce come “design plan”.
In San Tommaso, questo ordinamento teleologico è radicato in una solida metafisica creazionista e ilemorfica: le nature delle cose sono stabilite fin dall’eternità dalla sapienza divina, e la costituzione ontologica della potenza visiva ha come sua causa finale e perfezione l’apprensione intenzionale della forma visibile. Non c’è senso nel parlare dell’occhio se non in vista della visione. In modo perfettamente parallelo, la condizione imposta da Plantinga secondo cui le facoltà debbano operare “secondo un piano di progettazione orientato con successo alla produzione di credenze vere” rifiuta alla radice l’idea che la conoscenza sia un felice epifenomeno di meccanismi biologici accidentali. Per entrambi i pensatori, è categoricamente impossibile spiegare l’affidabilità sistemica della conoscenza senza fare appello a una “natura formale” (Tommaso) o a un “progetto normativo” (Plantinga) che abbia l’apprensione del vero come proprio fine intrinseco.
Le condizioni rigorose di validità fenomenica
La seconda stringente analogia riguarda le limitazioni e le condizioni poste per la validità dell’atto cognitivo nel mondo contingente. Un’epistemologia realista non si accontenta di postulare una garanzia astratta, ma deve scontrarsi duramente con la fenomenologia dell’errore.
San Tommaso risolve l’aporia imponendo le summenzionate condizioni fisiche e contestuali: la salute dell’organo, la corretta disposizione del mezzo trasmissivo e la distanza adeguata. Questo vocabolario scolastico del tredicesimo secolo descrive in modo speculare ciò che Plantinga, nel tardo ventesimo secolo, codifica come “assenza di disfunzioni cognitive” (il corretto funzionamento dell’hardware biologico) e “ambiente cognitivo appropriato” (le leggi naturali che supportano la cognizione).
Quando Tommaso illustra il caso dell’ammalato di febbre che percepisce il dolce come amaro, sta delineando il prototipo di quella che Plantinga definirebbe una facoltà che non sta funzionando in accordo con il suo design plan ottimale a causa di un danno endogeno, che inficia temporaneamente la condizione di proper function. Allo stesso modo, un difetto esterno nel mezzo trasmissivo tomista (un banco di nebbia fitta, o l’assenza di luce nel diaphanum) si traduce senza soluzione di continuità nell’assenza del cognitive environment appropriato richiesto da Plantinga. In entrambi i sistemi, una mancata calibrazione tra il percipiente, lo strumento e l’ambiente genera credenze empiriche false o non garantite, ma tale fallimento accidentale non compromette la validità e la struttura finalistica generale del sistema conoscitivo. L’ambiente adeguato e l’integrità del soggetto sono prerequisiti condivisi da entrambe le dottrine per ottenere una connessione salda con la realtà extramentale.
L’opposizione allo scetticismo e la fiducia pre-discorsiva
Sia Tommaso che Plantinga innalzano le loro gnoseologie come difese inespugnabili contro lo scetticismo riduzionista. Per Tommaso, l’infallibilità nativa dei sensi sul proprio oggetto funge da primordiale baluardo contro il dubbio assoluto circa il mondo fisico, fornendo all’intelletto la materia prima fidata (i phantasmata) da cui esso potrà astrarre in seguito le essenze universali. Se il senso proprio fosse intrinsecamente fallace e menzognero, l’intera mastodontica struttura del sapere scolastico e scientifico crollerebbe, obbedendo al celebre assioma secondo cui niente è nell’intelletto che non sia stato prima nel senso.
Plantinga affronta un avversario moderno ma teoreticamente molto simile: lo scettico naturalista (che sfocia nel nichilismo epistemico tramite l’EAAN) o il fondazionalista estremo che esige garanzie deduttive per ogni affermazione. Con il concetto di warrant, Plantinga difende il senso comune e il realismo quotidiano (la percezione degli alberi, l’esistenza del passato, le altre menti) senza dover produrre stringenti deduzioni logiche, ma invitando a fidarsi della bontà teleologica delle facoltà. In un certo senso, entrambi gli autori “esternalizzano” la validità originaria: non spetta alla tormentata riflessione introspettiva del soggetto dover convalidare a priori i propri sensi (un’impresa peraltro votata alla paralisi), poiché è la medesima costituzione metafisica e teleologica del rapporto tra il soggetto e il cosmo a farsi garante dell’infallibilità o della garanzia della verità.
Differenze teoretiche tra ilemorfismo e affidabilismo
Nonostante queste profonde affinità concettuali di fondo che legano l’infallibilità tomista al proper function plantinghiano, sussistono discrepanze sistemiche di non poco conto, dovute principalmente ai differenti quadri ontologici entro i quali si muovono e ai paradigmi scientifici con cui dialogano. Le divergenze più marcate e teoreticamente significative si ravvisano nella diversa natura del legame conoscitivo, nel quadro metafisico esplicitamente adottato e nell’ambito di applicazione concesso alle rispettive teorie.
Identità formale contro probabilità statistica
La principale differenza ontologica tra il sensus non decipitur tomista e la “garanzia” plantinghiana risiede nella cogenza e nella forza intrinseca del legame tra la facoltà e l’oggetto.
Per San Tommaso, il senso esterno è, in senso stretto, infallibile riguardo al sensibile proprio. Questa infallibilità non deve essere intesa come una mera probabilità statistica favorevole indotta dall’evoluzione o dalla provvidenza, ma come una necessità logica e ontologica he scaturisce dall’identità formale. Nel preciso istante della percezione pura, la facoltà in atto e l’oggetto sensibile in atto coincidono: diventano letteralmente una sola cosa formale (sebbene, come sottolineato, l’oggetto mantenga la sua materialità e il senso lo riceva in un esse intentionale in uno stato di immaterialità relativa). La forma cromatica dell’albero diventa, in senso intenzionale, la forma della facoltà visiva in atto. Poiché non sussiste alcuno “spazio” ontologico o scarto rappresentazionale tra l’atto dell’oggetto e l’atto della facoltà rispetto a quella specifica qualità formale, l’errore non è semplicemente improbabile, ma è metafisicamente impossibile, a patto ovviamente che l’organo sia integro. L’infallibilità sensoriale tomista è un’infallibilità essenziale, assoluta e per se.
Per Plantinga, la struttura della “garanzia” è meno granitica e sfugge alle rigidità dell’identità formale. L’epistemologia analitica moderna, profondamente permeata dalle logiche probabilistiche, ragiona in termini di gradienti di affidabilità. Secondo la quarta condizione del proper function di Plantinga, il piano di progettazione deve essere “buono”, e la nozione di bontà del progetto viene esplicitata in questi termini: “c’è un’alta probabilità oggettiva che la credenza risultante sia vera”. Plantinga non pretende mai un’infallibilità assoluta né postula un’identità metafisica formale tra il conoscente e l’oggetto conosciuto. Una facoltà che funziona in modo appropriato in un ambiente adatto fornisce credenze sommamente affidabili e altamente probabili, le quali sono più che sufficienti per superare la soglia del warrant e disinnescare lo scetticismo cartesiano. Tuttavia, l’impalcatura di base resta pur sempre quella dell’affidabilismo (reliabilism), un quadro concettuale che contempla e tollera pacificamente l’idea che un meccanismo ben progettato, anche se inserito nell’ambiente corretto, possa eccezionalmente produrre un falso positivo. La conoscenza, per Plantinga, non richiede certezza cartesiana né identità aristotelica, ma solo un grado sufficientemente elevato di probabilità oggettiva legata al corretto funzionamento biologico o spirituale.
Metafisica immanente aristotelica contro teismo analitico
Una seconda e incolmabile divergenza risiede nel substrato filosofico generale. San Tommaso inserisce l’infallibilità sensoriale all’interno di una cosmologia sofisticata e coesa basata sulla teoria della materia e della forma (ilemorfismo). Quando Tommaso parla della “natura” di una facoltà che le impedisce di ingannarsi, non si riferisce primariamente a un progetto estrinseco o a un ingegnere esterno, ma al principio immanente del movimento e del riposo, e soprattutto alla forma sostanziale dell’ente animale che possiede organicamente queste potenze in quanto espressione vitale del proprio essere unitario. La finalità tomista è una teleologia dell’immanenza, in cui l’operazione è un dispiegamento naturale dell’atto d’essere della sostanza.
Plantinga, al contrario, costruisce la sua teoria svincolandosi programmaticamente dall’ilemorfismo aristotelico, prediligendo le risorse concettuali fornite dall’esternalismo moderno. Il suo concetto di design plan è largamente compatibile con una visione molto più frammentata, meccanicistica e financo cibernetica della mente umana, a patto che vi sia a monte un Progettista che garantisca l’assenza del caos ciecamente evolutivo. Mentre in Tommaso la finalità conoscitiva è una causa finale immanente inestricabilmente legata alla causa formale (l’anima spirituale del percipiente), nell’analisi di Plantinga il “piano di progettazione” tende inesorabilmente ad assumere i connotati logici di una pianificazione ingegneristica estrinseca, un modello teistico che rievoca talvolta in modo sottile la celebre analogia dell’orologiaio. Di conseguenza, Plantinga sviluppa la sua teoria assumendo un atteggiamento marcatamente critico nei confronti della tradizione epistemologica medievale, relegando le restrizioni di Tommaso d’Aquino a un filone del “fondazionalismo classico” che egli stesso reputa storicamente limitante e in ultima analisi insostenibile.
Estensione e ambito di applicazione della “garanzia”
L’ambito speculativo e pratico in cui si esercitano le due teleologie presenta confini assai dissimili. L’affermazione perentoria tomista secondo cui “il senso non si inganna” è circoscritta in modo quasi chirurgico e restrittivo a un dominio percettivo basilare: la pura apprensione recettiva del sensibile proprium da parte dei cinque sensi esterni (colori, suoni, sapori). Non appena il processo cognitivo sale di grado gerarchico e la mente passa a elaborare la dimensione di un oggetto, la sua forma nello spazio (sensibili comuni), o ancor di più a identificare la natura specifica dell’oggetto stesso – operazione compiuta dall’apprensione del sensibile per accidens da parte della vis cogitativa interna – l’infallibilità sfuma e cede il passo a una conoscenza che può deviare nel falso, poiché si introduce un elemento di sintesi e di composizione (componendo vel dividendo).
Diametralmente opposta è la portata della nozione di proper function in Alvin Plantinga, che gode di un raggio di validità pressappoco universale all’interno dell’economia cognitiva. Il concetto di garanzia non si applica unicamente alla percezione sensibile di base, ma estende aggressivamente il suo ombrello protettivo per fornire “garanzia” normativa a interi domini complessi della conoscenza che Tommaso assoggetterebbe al vaglio rigoroso della dimostrazione discorsiva e dell’astrazione intellettuale. Il funzionamento appropriato copre la memoria, l’induzione scientifica, la testimonianza altrui, la conoscenza a priori e, culmine del sistema plantinghiano, la conoscenza immediata del divino.
Il sensus divinitatis calvinista-plantinghiano, inteso come una facoltà specificamente progettata per produrre credenze teistiche immediate a contatto con il cosmo, viene trattato epistemologicamente con lo stesso identico meccanismo giustificativo della percezione visiva di un albero nel giardino. Per Tommaso d’Aquino, sebbene sia indubbio che vi sia un naturale orientamento e una finalità dell’intelletto verso la Verità Prima e il Creatore, la conoscenza che non sia meramente indicale di Dio (al netto della Rivelazione) è eminentemente un atto di mediazione razionale complessa, raggiungibile attraverso dimostrazioni posteriori basate sul nesso di causalità e sull’analogia dell’ente, operando faticosamente su base empirica astraente. Per Plantinga, al contrario, il senso del divino produce credenze “propriamente fondamentali” (properly basic), innalzando la fede al rango di cognizione diretta pienamente giustificata senza alcun bisogno di puntellamenti sillogistici o deduttivi.
Conclusioni
Il sistematico confronto tra l’impianto gnoseologico basato sull’infallibilità del senso circa il proprio oggetto in San Tommaso d’Aquino e la teoria contemporanea del proper function di Alvin Plantinga restituisce al ricercatore il quadro affascinante di una complessa, ancorché sotterranea, eredità filosofica. Nonostante l’approccio dichiaratamente anti-fondazionalista di Plantinga e il suo distacco cosciente dalle architetture ontologiche e immanentistiche dell’aristotelismo, l’esigenza di ancorare in ultima istanza la validità della conoscenza a un insopprimibile principio di ordinamento teleologico persiste con un vigore formidabile e strutturalmente affine.
La teleologia cognitiva si dimostra empiricamente e logicamente, in entrambi gli orizzonti concettuali, come l’unica alternativa storicamente percorribile per eludere in modo soddisfacente i paradossi del solipsismo idealista da un lato, e l’auto-confutazione dello scetticismo materialista o naturalista dall’altro. Sia la ordinatio per se delle facoltà tomiste, intesa come attualizzazione formale e intrinseca della potenza sensibile volta all’apprensione del vero, sia il design plan plantinghiano, concepito come piano di progettazione estrinseco ed esternalista finalizzato all’alta probabilità, assolvono alla medesima funzione architettonica essenziale: colmare il secolare divario epistemico tra la mente e il mondo postulando una profonda razionalità e finalità del reale.
Se in Tommaso d’Aquino questa razionalità cosmica culmina nella splendida e rigorosa fusione metafisica dell’identità formale temporanea tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto – fissando una certezza inoppugnabile che delimita i suoi domini di validità assoluta al livello dei sensibili propri – in Plantinga la medesima spinta fiduciaria si traduce in un’affidabilità garantita che, priva dei vincoli dell’essenzialismo ilemorfico, espande i propri confini, permeando e validando l’intero spettro composito dell’esperienza umana, giungendo fino a rivendicare la razionalità non discorsiva della fede stessa attraverso il sensus divinitatis. In ultima analisi, la ciclica riproposizione di modelli finalizzati per convalidare l’architettura della cognizione umana – dal XIII al XXI secolo – dimostra limpidamente come le domande ultime sulla natura della percezione non possano prescindere, in alcuna temperie filosofica, da interrogativi fondativi e metafisici stringenti sull’origine e sul fine verso cui convergono le nostre facoltà conoscitive.

ottimo come sempre