Analisi critica della teoria della coscienza universale come campo fondamentale: una prospettiva metafisica tomista

Riferimento bibliografico: Maria Strømme, “Universal consciousness as foundational field: A theoretical bridge between quantum physics and non-dual philosophy”, AIP Advances 15, 115319 (2025). DOI: 10.1063/5.0290984.

Introduzione

Nel cuore del dibattito scientifico e filosofico contemporaneo, il cosiddetto “problema difficile” della coscienza si erge come l’ultima frontiera inviolata del naturalismo riduzionista. La difficoltà di spiegare come l’esperienza soggettiva fenomenica, costituita di qualia, possa emergere dalla mera interazione di materia inerte e segnali elettrici ha condotto a una rinascita di teorie che cercano di ribaltare il paradigma vigente: non è la coscienza a emergere dalla materia, ma è la materia a emergere dalla coscienza. In questo contesto intellettuale si colloca l’articolo scientifico oggetto di questa analisi, che si associa alle teorizzazioni fisiche sul campo di punto zero. Questa proposta teorica non si limita a postulare un panpsichismo vago, ma tenta di formalizzare matematicamente l’esistenza di un campo di coscienza universale (indicato con la lettera greca Phi) come substrato ontologico fondamentale della realtà, precedente allo spazio, al tempo e alla materia stessa. Attraverso l’uso di operatori matematici e concetti derivati dalla meccanica quantistica e dalla teoria quantistica dei campi, l’autrice descrive un universo “non-duale” in cui l’individualità è un’eccitazione temporanea di un campo unificato e la realtà fisica è una manifestazione secondaria, se non illusoria, di questo substrato psichico.

La presente analisi si propone di sottoporre questa audace costruzione teorica a una valutazione rigorosa, utilizzando come lente critica la metafisica di San Tommaso d’Aquino. La filosofia dell’Aquinate, con la sua sofisticata distinzione tra essenza ed essere, la sua dottrina ilemorfica e la sua antropologia realista, offre un apparato concettuale straordinariamente robusto per dissezionare le implicazioni ontologiche di teorie che, pur vestite di formalismo matematico moderno, ripropongono antiche aporie metafisiche riconducibili al monismo, all’emanatismo e all’averroismo latino. L’obiettivo di questo rapporto è duplice. In primo luogo, si intende decostruire la teoria del Campo di Coscienza Universale per rivelarne i presupposti metafisici impliciti, spesso nascosti dietro le equazioni. In secondo luogo, si vuole dimostrare come il realismo tomista offra una soluzione al problema mente-corpo che salva sia la realtà sostanziale del mondo fisico sia la trascendenza dello spirito, evitando le trappole del riduzionismo materialista senza cadere nel monismo idealista che sembra caratterizzare la proposta in esame. L’analisi procederà attraverso un confronto sistematico sui temi dell’ontologia, della costituzione della natura materiale, dell’antropologia filosofica e dell’epistemologia.

Anatomia della teoria del campo di coscienza universale

Per articolare una critica tomista efficace, è indispensabile esporre preliminarmente e con precisione i pilastri teorici e matematici del modello proposto, distinguendo tra i dati formali e l’interpretazione filosofica che ne viene data. La teoria si struttura attorno a una triade ontologica che ridefinisce la cosmogenesi e la costituzione del reale. Questi “Tre Principi” non sono mere funzioni cognitive, ma ipostasi metafisiche. Il primo è la Mente Universale, definita come l’intelligenza creativa primordiale, la fonte di ogni potenziale e il motore immobile della creazione. In termini metafisici, essa rappresenta il fondamento indifferenziato, l’abisso di potenzialità da cui ogni struttura deve emergere, precedendo ogni manifestazione formale. Il secondo è la Coscienza Universale (Phi), il substrato ontologico vero e proprio, descritto come un campo fondamentale onnipervadente. Non è un ente tra gli enti, ma la “capacità” universale di consapevolezza. Prima del Big Bang, questo campo esiste in uno stato di puro potenziale, privo di differenziazioni spaziali o temporali. Il terzo è il Pensiero Universale (operatore T), che funziona come l’agente dinamico, l’operatore matematico e metafisico che trasforma il potenziale informe della Mente e della Coscienza in realtà strutturate e soggettive. È il logos immanente che guida il processo di “collasso” o differenziazione.

Il punto di forza preteso dalla teoria è la traduzione di questi principi in un linguaggio fisico-matematico. Lo stato primordiale dell’universo (o pre-universo) è rappresentato come uno stato quantistico indifferenziato (che indicheremo come “Phi-zero”). Questo stato è una sovrapposizione di tutte le possibili configurazioni della realtà, esistente in un regime atemporale. La relazione che descrive la natura di questo campo fondamentale può essere espressa descrittivamente affermando che lo Stato Indifferenziato Primordiale è uguale alla sommatoria di tutti i possibili Stati Differenziati, dove ciascuno di questi stati potenziali è moltiplicato per un coefficiente che ne rappresenta la probabilità di realizzazione. In questa formulazione, gli “Stati Differenziati” (Phi-k) includono le configurazioni di spazio-tempo, materia e coscienze individuali. La transizione dallo stato di unità primordiale alla molteplicità dell’universo osservato non è descritta come una creazione ex nihilo nel senso classico, ma come un processo di “collasso” o proiezione mediato dall’operatore “Pensiero Universale” (T), la cui applicazione allo Stato Indifferenziato ha come risultato la produzione di uno specifico Stato Differenziato. Questo meccanismo è analogico ai processi di rottura spontanea di simmetria nella teoria quantistica dei campi o al collasso della funzione d’onda nella meccanica quantistica standard. L’universo fisico, dunque, emerge come una specificazione o una “cristallizzazione” all’interno di questo campo di coscienza eterno.

Un aspetto fondamentale, sviluppato in particolare nei lavori correlati di Joachim Keppler, è l’identificazione fisica di questo substrato con il Campo di Punto Zero (Zero-Point Field, ZPF) dell’elettrodinamica stocastica. Il vuoto quantistico non è vuoto, ma un plenum di energia fluttuante. La teoria propone che questo campo ZPF sia intrinsecamente senziente o psicofisico. La coscienza fenomenica negli organismi viventi emergerebbe dall’accoppiamento risonante tra i sistemi biologici (come il cervello) e le frequenze di questo campo universale. Di conseguenza, la materia perde il suo primato ontologico. Secondo Strømme, “la materia è secondaria – molto di ciò che sperimentiamo è rappresentazione o illusione”. La solidità del mondo fisico è un epifenomeno, una stabilità apparente generata dalle dinamiche del campo di coscienza sottostante. L’individualità umana non è una sostanza autonoma, ma un’eccitazione localizzata, un vortice temporaneo nell’oceano della coscienza universale, destinato a ritornare all’indifferenziato al momento della dissoluzione della struttura biologica.

Critica ontologica alla luce della metafisica dell’essere

L’analisi tomista di questa teoria deve iniziare dal vertice della metafisica: la dottrina dell’Essere e la natura del Primo Principio. Il modello in esame, nel tentativo di unificare fisica e coscienza, compie una serie di identificazioni che, agli occhi di un metafisico scolastico, appaiono come gravi confusioni categoriali tra Dio, la materia prima e l’essere creato. La teoria postula che il fondamento ultimo della realtà (Phi) sia un campo che esiste in uno stato di “sovrapposizione di tutti i possibili stati” (Phi-zero). Ontologicamente, questo descrive un ente che è in potenza rispetto alle determinazioni che assumerà successivamente. Il campo può diventare spazio, tempo e materia, ma nello stato iniziale non lo è ancora in atto specificato. Per San Tommaso d’Aquino, identificare il Primo Principio (Dio) con qualcosa che possiede potenzialità è un errore metafisico fondamentale. Nelle sue “Cinque Vie” e nel De Ente et Essentia, Tommaso dimostra che il Primo Motore e la Causa Prima deve essere Atto Puro (Actus Purus), privo di qualsiasi potenzialità passiva. Un principio fondamentale dell’aristotelismo tomista è che “nulla passa dalla potenza all’atto se non per opera di un ente che è già in atto”. Se il Campo di Coscienza Universale è una sovrapposizione di possibilità (Phi-zero), esso richiede una causa esterna e già in atto per “collassare” o determinarsi in uno stato specifico (Phi-k). Il campo non può attualizzare se stesso, perché ciò implicherebbe che esso sia al contempo in atto (come causa) e in potenza (come effetto) sotto lo stesso rispetto, il che viola il principio di non contraddizione. L’introduzione dell’operatore “Pensiero Universale” (T) come meccanismo interno di collasso non risolve il problema, ma lo sposta. Se T è parte del sistema del campo, il sistema rimane chiuso e incapace di auto-attualizzazione ontologica. Se è esterno, allora il Campo non è fondamentale, ma è subordinato a T.

La caratterizzazione del Campo Universale come il “substrato” da cui tutto emerge richiama pericolosamente l’errore di Davide di Dinant, un filosofo panteista del XII secolo condannato per aver sostenuto che Dio e la materia prima sono la stessa cosa. Tommaso confuta questa tesi nella Summa Theologiae (I, q. 3, a. 8) con vigore. La materia prima è pura potenzialità, il livello più basso dell’essere, capace di ricevere forme ma priva di atto proprio. Dio è pura attualità, il livello più alto, che dà l’essere ma non riceve nulla. Identificare il fondamento divino della coscienza con il substrato materiale (o energetico/quantistico) dell’universo significa confondere il vertice della perfezione con la base dell’imperfezione. Il modello analizzato, rendendo il campo la “sostanza” di cui sono fatte tutte le cose (spazio, materia, menti), riduce Dio a una causa materiale o formale intrinseca, negando la sua causalità efficiente trascendente. Inoltre, il campo descritto da Strømme e Keppler è soggetto a “fluttuazioni”, “eccitazioni” e “rotture di simmetria”. È un ente composto (di parti o di stati) e mutevole. La metafisica tomista stabilisce che l’Ipsum Esse Subsistens è assolutamente semplice. Non ha parti quantitative (estensione), non ha composizione di forma e materia, né di sostanza e accidenti, e soprattutto non ha composizione di essenza ed essere. Un campo fisico, per quanto fondamentale (come lo ZPF), è esteso (o permea l’estensione), ha gradi di intensità e subisce variazioni nel tempo. Dunque, tale campo non può essere l’Assoluto. Deve essere un ente creato, contingente, che ha l’essere per partecipazione e non per essenza. La teoria fallisce nel distinguere tra l’infinità di Dio (infinità di perfezione spirituale) e l’indefinitezza della materia o dell’energia (infinità potenziale o quantitativa).

Il cuore della critica tomista risiede nella difesa della distinzione reale (distinctio realis) tra essenza ed esistenza nelle creature. Nella posizione tomista, in ogni ente che non sia Dio, ciò che la cosa è (la sua essenza, quidditas) è realmente distinto dall’atto per cui esiste (esse). L’uomo, l’albero, l’elettrone non sono la loro esistenza; essi hanno l’esistenza come un dono ricevuto e limitato dalla loro capacità essenziale. Al contrario, il modello del campo universale implica che esiste un’unica Esistenza/Coscienza (Phi) che si modula in forme diverse. Questo elimina la distinzione reale: ogni ente finito non ha un proprio atto d’essere distinto, ma è semplicemente una modalità dell’unico Essere del campo. Questa visione porta inevitabilmente al monismo panteistico (o panenteistico in senso forte), dove la pluralità degli enti è fenomenica o “illusoria”, mentre la realtà sostanziale è una sola. Tommaso difende invece un pluralismo ontologico radicale: le creature sono realmente diverse da Dio e realmente diverse tra loro, ciascuna con il proprio atto d’essere sostanziale, garantendo così la realtà del mondo finito e la dignità della causalità secondaria.

Ilemorfismo e la costituzione del mondo fisico

La teoria del Campo di Coscienza Universale propone una revisione della natura della materia che entra in diretto conflitto con l’ilemorfismo aristotelico-tomista, la dottrina secondo cui ogni ente fisico è un composto di materia e forma. Secondo Strømme, “la materia è secondaria” ed emerge come “rappresentazione o illusione” dalle dinamiche del campo. Questo approccio de-sostanzializza il mondo naturale, riducendolo a una fantasmagoria della coscienza. Per San Tommaso, la materia non è un’illusione. Sebbene la materia prima non possa esistere isolatamente senza una forma, essa è un principio ontologico reale: è la pura potenza che, unendosi alla forma sostanziale, costituisce la sostanza corporea. Tommaso rifiuterebbe l’idea che una pietra o un albero siano solo “pensieri” della Mente Universale o fluttuazioni di campo. Sono sostanze reali, dotate di un atto d’essere proprio che le pone extra animam (fuori dalla mente) e extra Deum (distinte da Dio). Ridurre la materia a un epifenomeno della coscienza tradisce una svalutazione gnostica del mondo fisico. Nell’ottica tomista, la materia è creata da Dio ed è “buona”; è il principio che permette la moltiplicazione degli individui all’interno della stessa specie e costituisce la base necessaria per l’esistenza umana (l’anima è forma del corpo).

Il modello in esame spiega l’individualità come “eccitazione localizzata” del campo. Questo suggerisce che l’individuo non sia una sostanza (suppositum), ma un accidente o un modo del campo. Nella metafisica tomista, l’individuazione delle sostanze materiali è garantita dalla materia signata quantitate (materia designata dalla quantità, cioè materia considerata sotto dimensioni determinate). È la materia concreta che rende la forma di “cavallo” la forma di questo cavallo specifico, distinto da tutti gli altri. Se la materia è illusoria, crolla il principio di individuazione. Se siamo tutti increspature dello stesso campo, l’alterità dell’altro diventa apparente. Io non sono veramente “altro” da te; siamo lo stesso campo in due punti diversi. Tommaso difende invece l’incomunicabilità della persona: io sono una sostanza distinta, incomunicabile, unica. Inoltre, nel modello matematico, la “forma” di un oggetto è data dalla sua funzione d’onda o dalla configurazione dei coefficienti di probabilità. Questa è una forma accidentale, una disposizione quantitativa. Per l’ilomorfismo, la forma sostanziale è il principio intrinseco che determina l’essenza specifica della cosa, facendola essere quello che è (un uomo, un oro, un leone). Non è una struttura esterna imposta su un campo, ma un principio attivo che penetra e organizza la materia prima. La riduzione della forma a informazione matematica o geometrica (come nel Timeo di Platone o nella fisica moderna) perde di vista la causalità formale come principio di natura e di operazione.

Antropologia e dottrina dell’anima

Il punto di maggiore attrito tra la teoria analizzata e il Tomismo si trova nell’antropologia: la natura della mente umana e il destino dell’anima dopo la morte. La teoria propone che la mente individuale sia un frammento temporaneo della Mente Universale e che alla morte ritorni al campo, perdendo la sua separatezza. Per San Tommaso, l’anima intellettiva è la forma sostanziale del corpo umano (forma corporis). Questa definizione è centrale. L’uomo non è una coscienza (campo) che abita temporaneamente una macchina biologica (corpo). L’anima e il corpo formano un’unica sostanza completa. L’anima dà al corpo l’essere, la vita, la sensazione e l’intelligenza. L’anima non “emerge” dalla materia (contro il materialismo) né è un pezzo staccato da una sostanza divina preesistente (contro il modello CCU e l’emanatismo). Ogni anima umana è creata direttamente da Dio ex nihilo al momento del concepimento, come un’entità nuova e unica, infusa nel corpo predisposto dalla generazione biologica. Tommaso respinge esplicitamente la dottrina dell’Anima Mundi (Anima del Mondo). Dio o lo Spirito non animano l’universo fisicamente. L’universo è un ordine di enti governati da leggi, non un unico grande animale vivente. La teoria discussa, facendo della Coscienza il campo che vivifica tutto, è una riedizione moderna dell’Anima Mundi platonica o stoica, incompatibile con la trascendenza divina.

La proposta di Strømme e Keppler presenta sorprendenti analogie con la dottrina dell’Unicità dell’Intelletto (Monopsichismo) sostenuta da Averroè (Ibn Rushd) e dai suoi seguaci latini come Sigeri di Brabante nel XIII secolo. Averroè sosteneva che esistesse un unico Intelletto Possibile separato per tutta la specie umana, a cui i singoli individui si connettevano transitoriamente tramite le immagini sensoriali (fantasmi). Tommaso d’Aquino scrisse il De unitate intellectus contra averroistas proprio per confutare questa tesi, che minava la responsabilità individuale e l’immortalità personale. Il suo argomento centrale, basato sull’esperienza fenomenologica immediata, è: “Hic homo intelligit” (“È questo singolo uomo che comprende”). Se l’intelletto (o il campo di coscienza) fosse uno solo e universale, l’atto di pensare non apparterrebbe a Socrate o a Platone come individui. Sarebbe il Campo a pensare in loro. Ma noi abbiamo l’esperienza immediata e innegabile che siamo noi i soggetti del nostro pensiero; siamo noi a sforzarci di capire, a dubitare, a ragionare. Questa operazione immanente deve procedere da una forma che è intrinseca e propria dell’individuo, non da un campo separato. Inoltre, se l’intelletto fosse unico, quando io penso “triangolo” e tu pensi “triangolo”, ci sarebbe un solo atto di pensiero numerico. Ma è evidente che il mio pensiero è distinto dal tuo (posso pensare al triangolo mentre tu non lo fai, o pensarci in modo diverso). La teoria CCU, postulando un unico campo che “si localizza”, deve spiegare come questa localizzazione generi un soggetto reale di attribuzione e non un semplice terminale passivo.

La teoria afferma che “la coscienza individuale non cessa alla morte, ma ritorna al campo universale di coscienza da cui è emersa”. Questa visione implica la perdita dell’identità personale distinta, analoga alla goccia che torna nell’oceano (metafora tipica del misticismo non-duale orientale o del neoplatonismo). Per Tommaso, l’anima umana è sussistente e incorruttibile. Poiché l’anima ha un’operazione propria (l’intendere intellettuale) che non dipende intrinsecamente da un organo corporeo (a differenza della sensazione che richiede i sensi), essa ha un essere proprio. Questo essere non viene distrutto quando il corpo si corrompe. L’anima separata dopo la morte mantiene la sua individualità. Non si fonde con Dio né con un’anima cosmica. Rimane l’anima di Pietro o di Paolo, conservando gli abiti acquisiti, la conoscenza e la volontà, e persino una relazione trascendentale con il proprio corpo (in attesa della risurrezione finale). La visione beatifica cristiana è un’unione di conoscenza e amore con Dio che mantiene la distinzione ontologica tra Creatore e creatura, permettendo una relazione interpersonale eterna (“Io-Tu”), non una fusione indistinta. Un’altra area di confronto riguarda il meccanismo della percezione. Nella teoria in esame, la percezione è spesso descritta come un’interazione risonante con il campo ZPF o una modulazione di frequenze. Tommaso offre un’analisi sofisticata della percezione interna attraverso la Vis Cogitativa (o Ragione Particolare). Questa facoltà interna collaziona le intenzioni individuali (non sensibili) percepite nei dati sensoriali, permettendo all’animale umano di percepire l’individuo in quanto individuo concreto e di preparare il fantasma per l’astrazione intellettuale. Lisska sottolinea come la vis cogitativa connetta il particolare all’universale. Il modello analizzato rischia di saltare questo passaggio, postulando un accesso diretto o intuitivo al campo universale che bypassa la necessaria mediazione dei sensi e dell’astrazione, cadendo in una forma di illuminismo o innatismo che contraddice l’adagio tomista: Nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensu (Nulla è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi).

Epistemologia e critica dello scientismo matematico

Infine, è necessario valutare l’approccio epistemologico della teoria: la pretesa di spiegare la coscienza e il fondamento della realtà attraverso un formalismo matematico. L’articolo si intitola “Un approccio matematico”. Questo tradisce un presupposto metodologico che Tommaso, seguendo Aristotele, criticherebbe severamente se applicato alla metafisica. Nella divisione delle scienze speculative di Tommaso, la fisica studia l’ente mobile e la materia sensibile; la matematica studia la quantità astratta dalla materia sensibile (abstractio formae), ma non la sostanza o l’essere in quanto tale; la metafisica studia l’ente in quanto ente, la sostanza e le cause prime. Cercare di catturare la natura della Coscienza (che è immateriale, qualitativa, intenzionale) o il fondamento dell’Essere attraverso equazioni (che trattano quantità, relazioni e misure) è un errore di categoria. La matematica può descrivere le manifestazioni quantitative dei fenomeni fisici correlati alla coscienza, ma non può afferrare l’essenza della coscienza stessa. Una somma di stati quantistici non “sente” nulla; descrive probabilità. Confondere la descrizione matematica con la realtà ontologica è la fallacia del “platonismo matematico” o dello “scientismo” che Feser e altri tomisti contemporanei hanno ampiamente decostruito.

La teoria di Strømme suggerisce che la coscienza e la materia siano due fasi dello stesso campo. Questo confonde due modi di essere radicalmente diversi che Tommaso distingue nettamente: l’Esse Naturale e l’Esse Intentionale. L’Esse Naturale è l’essere fisico della cosa in sé (es. il calore nel fuoco, la pietra nella terra). Ha effetti fisici, occupa spazio, subisce mutamenti. L’Esse Intentionale (o Spirituale) è l’essere della forma nella mente del conoscente. Quando conosco il fuoco, la forma del fuoco è nella mia mente, ma non brucia. La mia mente non diventa fisicamente fuoco. La conoscenza è la capacità di “diventare l’altro in quanto altro” immaterialmente. Se il campo di coscienza è fisico (o genera il fisico per condensazione), allora la conoscenza diventa un processo fisico di trasformazione materiale, non un atto intenzionale. Questo distrugge la natura stessa della conoscenza come apertura oggettiva alla realtà. Se tutto è coscienza, l’oggetto conosciuto non è veramente “altro” dal soggetto conoscente, e il realismo gnoseologico collassa in un solipsismo cosmico. Inoltre, se la materia è un’illusione generata dalla coscienza, come possiamo fidarci della scienza empirica che studia la materia per arrivare a queste conclusioni? Se i sensi ci ingannano sulla realtà fondamentale (dicendoci che ci sono sostanze solide e distinte, mentre c’è solo un campo ondulante), allora l’intera base osservativa della fisica (lettura di strumenti, esperimenti) diventa sospetta. Il realismo tomista parte dalla fiducia nell’affidabilità dei sensi. I sensi non mentono sui loro oggetti propri (colore, estensione, resistenza). La materia è reale, intelligibile e buona. Definirla illusoria è una fuga dalla realtà che mina le fondamenta stesse della scienza che la teoria pretende di usare.

Va inoltre sottolineato che la proposta in esame, sebbene presentata attraverso il linguaggio delle equazioni, non costituisce una teoria scientifica in senso proprio, bensì una metafisica rivestita di matematica. Il criterio di demarcazione della scienza empirica risiede nella possibilità di verificare o falsificare le ipotesi attraverso l’osservazione e la misurazione dei fenomeni fisici. Tuttavia, nel momento in cui si postula un campo di coscienza “fondamentale” che precede ontologicamente lo spazio, il tempo e la materia stessa, si colloca l’oggetto dell’indagine al di fuori del dominio dell’osservabile. Un campo che esiste come pura potenzialità atemporale o “Mente Universale” è, per principio, sottratto a qualsiasi verifica strumentale diretta, poiché gli strumenti della fisica operano necessariamente all’interno dello spazio-tempo e misurano quantità, non essenze o potenzialità pure. Di conseguenza, la teoria è strutturalmente non-falsificabile sperimentalmente: qualsiasi fenomeno fisico può essere riletto come manifestazione del campo, senza che il campo stesso possa mai essere isolato o testato. Per il realismo tomista, questo rappresenta un errore metodologico fondamentale (una metabasi eis allo genos): si tenta di risolvere questioni metafisiche sull’origine dell’essere utilizzando strumenti matematici che astraggono dalla realtà qualitativa, producendo una costruzione ibrida che manca sia della necessità della dimostrazione metafisica sia del rigore del controllo sperimentale.

Conclusioni

L’analisi della teoria della “Coscienza Universale come campo fondamentale” attraverso le categorie della metafisica tomista rivela un’incompatibilità strutturale profonda, nonostante alcune convergenze superficiali (come il rifiuto del materialismo). La teoria rappresenta un affascinante tentativo di “re-incantare” l’universo utilizzando gli strumenti della fisica quantistica, ma filosoficamente ricade in una forma di Monismo Materialistico-Spirituale (o Ilozoismo sofisticato). Essa divinizza l’universo fisico (il Campo di Punto Zero) e materializza lo spirito (trattandolo come un campo quantistico). Per un tomista, questo è un regresso rispetto alla chiarezza raggiunta dalla distinzione tra Dio e Mondo. La soluzione al “problema difficile” della coscienza non sta nel ridurre la materia a spirito (idealismo) né lo spirito a materia (materialismo), ma nel riconoscere una gerarchia dell’essere (analogia entis) dove la materia è reale ma limitata, e lo spirito (l’anima umana) è una realtà di ordine superiore, capace di interagire con la materia perché ne è la forma, ma trascendente rispetto ad essa perché creata a immagine di Dio. Cercare di derivare l’Io, la libertà e l’amore da un’equazione d’onda, per quanto complessa, è l’ultimo tentativo della ragione strumentale di dominare il mistero della persona. Come direbbe Tommaso: La persona è ciò che c’è di più nobile in tutto l’universo (Summa Theologiae, I, q. 29, a. 3), e la sua dignità non può essere dissolta in un campo di probabilità.

Posted by Adriano Virgili

2 comments

Michael Willemsen

Criticare una teoria idealista perché viola la distinzione tra Actus Purus e potenzialità è come criticare la geometria non-euclidea perché non rispetta il quinto postulato di Euclide. Non ha molto senso. Per il resto, tutto è molto bene argomentato.

Adriano Virgili

Il senso dell’articolo era appunto mostrare come, nonostante la sovrastruttura matematica, la teoria non sia che una riproposizione del classico pampsichismo idealista e mostrare come il tomismo offra un’interpretazione più solida ed elegante (che non si camuffa da scienza positiva).

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