L’esegesi dell’evemerismo fantascientifico e la crisi dell’ermeneutica
L’intersezione tra teologia, archeologia e cultura popolare ha generato, nel corso del XX secolo, un fenomeno ermeneutico singolare che proponiamo di definire “Teoria dell’evemerismo fantascientifico”. Questa corrente di pensiero, popolarmente nota come Teoria degli Antichi Astronauti (Ancient Astronaut Theory – AAT) o paleocontatto, postula che le divinità delle religioni antiche non siano proiezioni simboliche, metafisiche o sociali, bensì entità biologiche extraterrestri tecnologicamente avanzate, la cui presenza fisica sulla Terra in epoche remote sarebbe stata fraintesa e divinizzata dall’umanità primitiva. Sebbene spesso liquidata dall’accademia come pseudoarcheologia, l’AAT merita un’analisi rigorosa non per il suo valore probatorio, che la comunità scientifica ritiene nullo, ma come sintomo di una specifica patologia interpretativa della modernità: l’incapacità di concepire il sacro se non attraverso la lente del materialismo tecnologico.
Questo rapporto si propone di decostruire l’AAT identificandola come una mutazione postmoderna dell’antico evemerismo. Laddove Evemero di Messina, nel IV secolo a.C., riduceva gli dèi a re mortali per razionalizzare il mito, i teorici moderni come Erich von Däniken e Zecharia Sitchin riducono gli dèi ad astronauti per “tecnologizzarlo”. Entrambe le operazioni condividono una fallacia fondamentale: la negazione della natura mitopoietica del pensiero antico. Attraverso l’analisi comparata delle fonti classiche, delle traduzioni sumere contestate e delle evidenze archeologiche, dimostreremo come l’evemerismo fantascientifico operi una colonizzazione del passato, imponendo categorie cognitive del XX secolo (ingegneria aerospaziale, genetica molecolare) su culture che operavano all’interno di paradigmi radicalmente diversi, dominati dal concetto di tempo sacro e rito.
L’analisi che segue evidenzierà inoltre le insidiose implicazioni sociopolitiche di tale teoria. Sostituendo l’agency (capacità di agire) umana con l’intervento alieno, l’AAT riattiva vecchi tropi colonialisti e iperdiffusionisti, negando alle civiltà non occidentali la paternità delle proprie realizzazioni architettoniche e culturali. In tal senso, la critica all’evemerismo tecnologico non è solo un esercizio di correzione storica, ma un atto necessario di restituzione della dignità intellettuale ai popoli antichi.
Il paradigma di Evemero: dalla sacra iscrizione alla divinizzazione dell’alieno
La radice storica: la Hiera Anagraphê e la demitizzazione del sacro
Per comprendere la struttura logica della teoria degli antichi alieni, è indispensabile risalire alla fonte del metodo riduzionista: l’opera perduta di Evemero di Messina, la Hiera Anagraphê (Storia Sacra), redatta alla fine del IV secolo a.C. Evemero, attivo alla corte di Cassandro di Macedonia, propose una narrazione rivoluzionaria sotto forma di viaggio utopico. Egli raccontò di aver navigato nell’Oceano Indiano fino all’isola immaginaria di Panchaea, dove, nel tempio di Zeus Trifilio, avrebbe rinvenuto una stele d’oro che registrava le nascite e le morti degli dèi uranici.
La tesi centrale di Evemero era che Urano, Crono e Zeus non fossero principi cosmici o forze naturali, ma grandi re e conquistatori umani che, grazie alle loro imprese civilizzatrici, erano stati elevati al rango divino dai loro sudditi riconoscenti o per decreto reale.7 Questa interpretazione, nota come evemerismo, segnò una rottura epistemologica: il mito veniva spogliato della sua dimensione trascendente e ridotto a storiografia distorta. Gli dèi erano “mortali divinizzati”, e la mitologia non era altro che “storia sotto mentite spoglie”.
La strumentalizzazione patristica e il parallelo moderno
La fortuna dell’evemerismo non si esaurì nell’antichità classica. I primi apologisti cristiani, in particolare Lattanzio nelle sue Divinae Institutiones, si appropriarono avidamente della teoria di Evemero. Se gli dèi pagani erano semplici uomini morti, argomentava Lattanzio citando la traduzione latina di Evemero ad opera Ennio, allora il paganesimo era fondato su un errore storico e l’adorazione di tali figure costituiva idolatria di cadaveri, confermando per contrasto la superiorità del Dio unico e trascendente dei Cristiani.
L’evemerismo fantascientifico moderno opera una manovra analoga, ma con un obiettivo diverso. Se Lattanzio usava l’evemerismo per distruggere il mito a favore della Fede, i fautori della paleoastronautica lo usano per distruggere il mito a favore della tecnologia. La struttura logica rimane identica: si postula un nucleo fattuale concreto dietro la narrazione fantastica. Tuttavia, si verifica uno slittamento ontologico del soggetto divinizzato:
| Elemento | Evemerismo Classico (IV sec. a.C.) | Evemerismo Cristiano (III-IV sec. d.C.) | Evemerismo Fantascientifico (XX-XXI sec.) |
| Natura del Dio | Re/Eroe umano eccezionale | Uomo morto/Idolo falso | Astronauta extraterrestre |
| Origine del mito | Esagerazione della memoria storica | Inganno demoniaco o errore umano | Fraintendimento tecnologico (Cargo Cult) |
| Strumento ermeneutico | Razionalismo storico | Apologetica teologica | Materialismo tecnologico |
| Esempio | Zeus è un re sepolto a Creta 7 | Giove è un mortale, non Dio 12 | Yahweh/Zeus sono comandanti alieni 1 |
Il teorico degli antichi alieni legge i testi sacri (la Bibbia, il Mahabharata, l’Enuma Elish) con la stessa letteralità selettiva di Evemero, ma sostituisce il “re antico” con l'”ingegnere genetico”. In questa visione, il “carro di fuoco” di Elia non è una metafora dell’ascensione spirituale, né un fenomeno atmosferico, ma un veicolo a propulsione chimica. Questo approccio non è scientifico, ma è una forma assai grossolana di scientismo: riduce ogni fenomeno inspiegabile a una categoria materiale nota (la macchina), negando a priori la possibilità che il testo stia comunicando una verità di ordine simbolico, mistico o metafisico.
La radice letteraria: Lovecraft e la genesi della pseudo-storia
Un’analisi esaustiva dell’evemerismo fantascientifico non può prescindere dal riconoscere le sue radici nella letteratura weird del primo Novecento. Come documentato dallo studioso Jason Colavito in The Cult of Alien Gods, l’idea che gli dèi delle antiche divinità fossero extraterrestri giunti sulla terra in epoche remote non nasce in ambito archeologico, ma nelle pagine di Weird Tales. H.P. Lovecraft, con il suo ciclo di Cthulhu, codificò il concetto materialista che “gli dèi” (i Grandi Antichi) fossero entità biologiche provenienti dalle stelle, indifferenti all’umanità, e che la loro adorazione fosse il residuo di un contatto primordiale.
Lovecraft intendeva queste storie come pura finzione, ma la potenza del concetto — che fondeva il fascino per l’antico con l’orrore cosmico e la scienza moderna — fu tale da essere assorbita da autori successivi come Jacques Bergier e Louis Pauwels ne Il mattino dei maghi (1960), e successivamente da Erich von Däniken. Von Däniken trasformò i tropi letterari di Lovecraft in ipotesi archeologiche, chiedendo retoricamente: “E se fosse vero?”. L’evemerismo fantascientifico è, dunque, una forma di letteratura fantastica calcificata, dove la sospensione dell’incredulità richiesta dalla fiction viene trasformata in una pretesa di verità storica.
Fallacie filologiche e il paradigma sitchiniano
L’architrave su cui poggia gran parte dell’evemerismo fantascientifico contemporaneo è l’opera di Zecharia Sitchin. La sua ricostruzione della storia mesopotamica, che vede gli dèi sumeri come colonizzatori alieni interessati all’oro terrestre, si basa interamente su traduzioni dei testi cuneiformi che sono state sistematicamente confutate dagli assiriologi accademici.
Il caso Anunnaki: principi o astronauti?
Il termine cardine della teoria di Sitchin è Anunnaki. Nei suoi testi, come Il Dodicesimo Pianeta (1976), Sitchin traduce questo vocabolo come “Coloro che dal cielo scesero sulla terra”. Questa etimologia è funzionale alla sua narrazione di un arrivo fisico dallo spazio. Tuttavia, l’analisi filologica basata sui dizionari standard come il Chicago Assyrian Dictionary e il Pennsylvania Sumerian Dictionary rivela un quadro radicalmente diverso.
Il termine sumero è Anuna (o Anunnaku in accadico). Esso è composto da An (Cielo/Dio An) e una radice che indica “seme” o “progenie”. La traduzione corretta, accettata unanimemente dalla comunità accademica, è “Progenie Principesca” o “Seme di An”. Non c’è in questo termine alcuna particella che indichi un verbo di movimento (scendere) né una preposizione spaziale (da… a…). Gli Anunnaki sono un collettivo di divinità che costituiscono la corte celeste e infera, e la loro “discesa” è un evento mitologico specifico (come nel mito della Discesa di Inanna agli Inferi), non una caratteristica intrinseca del loro nome.
L’errore di Sitchin è un esempio di “falsa etimologia” utilizzata per supportare una conclusione predeterminata. Egli proietta un significato narrativo moderno su un termine teologico antico, ignorando la grammatica sumera che non supporta la struttura sintattica della sua traduzione.
L’illusione di Nibiru e l’astronomia babilonese
Parallelamente, Sitchin ha introdotto l’idea dell’esistenza di Nibiru, un dodicesimo pianeta (contando Sole e Luna) con un’orbita ellittica di 3.600 anni, patria degli Anunnaki. Anche in questo caso, le fonti primarie contraddicono la teoria.
Il termine accadico nēberu deriva dalla radice semitica per “attraversare” o “guadare”. Nel contesto astronomico, in testi fondamentali come l’Enuma Elish e il compendio astronomico MUL.APIN, nēberu non è un oggetto celeste fisso e sconosciuto, ma un termine tecnico che designa un punto di transizione o un astro specifico in una determinata posizione.
Michael S. Heiser, esperto di lingue semitiche, ha condotto un’analisi esaustiva di tutte le occorrenze di nēberu nei testi cuneiformi disponibili. I risultati sono inequivocabili:
- Identificazione con Giove: Nella maggior parte dei contesti astronomici, Nibiru è un epiteto del pianeta Giove, specificamente quando esso divide la volta celeste o brilla in modo prominente sull’equatore celeste.
- Identificazione con Mercurio: In un singolo caso, il termine è associato a Mercurio.
- Stella Fissa: A volte riferito a una stella specifica che funge da marcatore.
- Assenza di un Pianeta Trans-plutoniano: Non esiste alcun testo cuneiforme che descriva un pianeta situato oltre Saturno (l’ultimo pianeta visibile a occhio nudo noto agli antichi), né tantomeno un corpo con un ciclo orbitale di 3.600 anni (un sar, che per i Sumeri significava semplicemente un grande numero o 3.600 unità matematiche, non anni orbitali).
Il “Dodicesimo Pianeta” è dunque un’invenzione moderna, nata dall’errata interpretazione del sigillo cilindrico VA 243. Sitchin identifica nel sigillo un disegno del sistema solare eliocentrico con un pianeta in più. Tuttavia, gli iconografi hanno dimostrato che il “sole” centrale non è il sole (manca dei raggi ondulati di Shamash), ma una stella, e i “pianeti” sono le sette stelle delle Pleiadi o altre costellazioni, rappresentate secondo convenzioni stilistiche comuni nell’arte glittica, non come diagrammi astronomici.
Mitopoiesi vs storiografia: il conflitto delle mentalità
L’errore fatale dell’evemerismo fantascientifico non è solo filologico, ma filosofico. Esso risiede nell’applicazione di una mentalità storiografica positivista a prodotti culturali — i miti — che nascono da una forma mentis mitopoietica. L’uomo moderno cerca il “fatto” cronachistico (“è successo veramente?”); l’uomo antico cercava il “significato” ontologico (“cosa rivela questo sull’ordine del cosmo?”).
La funzione del mito: Malinowski e la “carta sociale”
L’antropologo Bronisław Malinowski, nel suo studio sulle popolazioni delle isole Trobriand, ha fornito una chiave di lettura essenziale per comprendere la natura del mito. Contrapponendosi all’idea che i miti fossero tentativi scientifici falliti di spiegare la natura (eziologia ingenua), Malinowski dimostrò che il mito funge da “carta sociale” (social charter).
Il mito trobriandese che narra l’emersione dei clan dal sottosuolo non è una teoria biologica o geologica errata, né il ricordo confuso di antenati usciti da bunker sotterranei (come potrebbe suggerire un evemerista fantascientifico). Esso è una narrazione giuridica e morale che codifica e legittima i diritti di proprietà sulla terra, le gerarchie tra i clan e le strutture di parentela. Il mito “fonda” la realtà sociale, non descrive la realtà fisica. Interpretare tali racconti come cronache di eventi alieni significa ignorare la loro funzione vitale all’interno della cultura che li ha prodotti, trasformando una complessa architettura simbolica in un aneddoto banale.
Il tempo sacro e l’eterno ritorno
Mircea Eliade ha ulteriormente approfondito questa distinzione con il concetto di “Eterno Ritorno”. Per l’uomo delle società arcaiche, la realtà acquisisce consistenza solo nella misura in cui partecipa a un modello trascendente. Le azioni umane (costruire, seminare, sposarsi) hanno valore solo se ripetono un archetipo divino instaurato in illo tempore (nel tempo delle origini).
Quando un testo antico descrive la costruzione di un tempio secondo “misure celesti” (come nel caso del Tempio di Salomone o dei templi indù), non sta descrivendo il download di planimetrie aliene. Sta esprimendo la necessità teologica che il santuario terrestre sia un’immagine speculare del cosmo divino (imago mundi) per fungere da Axis Mundi, punto di connessione tra i livelli dell’esistenza. L’evemerismo fantascientifico appiattisce questa tensione verticale (Terra-Cielo metafisico) in una tensione orizzontale (Terra-Pianeta X fisico), eliminando la dimensione del sacro.
Strutturalismo: il mito come logica
Claude Lévi-Strauss ha dimostrato che il mito opera come un linguaggio, strutturato da opposizioni binarie (crudo/cotto, natura/cultura) che servono a risolvere contraddizioni logiche ed esistenziali. I mitemi (le unità minime del mito) non sono “pezzi di storia”, ma strumenti logici. Se un mito narra di un eroe che viene inghiottito da un mostro e poi risputato, non sta ricordando un astronauta che entra in una capsula; sta elaborando il concetto di iniziazione, morte e rinascita, un tema universale della psiche umana.
L’AAT ignora questa sintassi simbolica. Essa pratica una lettura letteralista selettiva: accetta come “fatto tecnologico” ciò che assomiglia a una macchina moderna (il presunto “razzo” di Pacal), ma scarta come “fantasia” tutto ciò che non si adatta (il fatto che il “razzo” abbia fauci di giaguaro). È una forma di pareidolia culturale: vedere schemi familiari (tecnologia del XX secolo) in dati casuali o non correlati.
Archeologia della pareidolia: analisi dei casi studio
L’applicazione pratica dell’evemerismo fantascientifico si manifesta nella reinterpretazione di siti archeologici e manufatti. Questi casi studio rivelano l’anacronismo e la forzatura interpretativa necessari per sostenere la teoria.
Il sarcofago di Pacal: la mistica diventa meccanica
Il coperchio del sarcofago del re Maya K’inich Janaab’ Pakal I a Palenque è uno degli “oopart” (out-of-place artifacts) preferiti dall’AAT. Von Däniken descrive il re come un pilota spaziale: le mani manipolano controlli, il naso è collegato a un respiratore, e il sedile emette fiamme di propulsione.
L’iconografia Maya, decifrata dagli archeologi, offre una lettura coerente che non richiede ingegneria aerospaziale. La scena rappresenta la morte e la rinascita di Pacal:
- L’Albero del Mondo (Wakah Chan): La struttura cruciforme centrale non è una fusoliera, ma l’Albero Cosmico che connette i tre regni (Inframondo, Terra, Cielo). È un simbolo di vita e rinnovamento agricolo (il mais), non di tecnologia inorganica.
- Il Mostro della Terra: Quello che l’AAT interpreta come “motore” o “scarico fiammeggiante” è in realtà la fauce spalancata del Mostro della Terra o del Sole dell’Inframondo, che sta “inghiottendo” il re nel momento del trapasso.
- L’Uccello Celeste: In cima all’albero siede Itzamnaaj in forma di uccello, rappresentante il regno celeste.
- Il Gesto: La posizione delle mani di Pacal richiama gesti rituali di offerta e rinascita, non la manipolazione di barre di comando.
Interpretare questa complessa allegoria soteriologica come l’immagine di una capsula spaziale è un atto di violenza culturale. Riduce la profonda teologia maya — che riflette sul ciclo della vita, la divinità del mais e il ruolo del re come mediatore cosmico — a una banale illustrazione tecnica.
Le linee di Nazca: processioni vs piste
L’interpretazione delle Linee di Nazca come piste di atterraggio per veicoli alieni è forse l’esempio più lampante di fallacia logica e anacronismo.
- Assurdità tecnologica: Perché una civiltà interstellare, capace di manipolare la gravità o viaggiare più veloce della luce, avrebbe bisogno di lunghe piste sterrate nel deserto per atterrare, come un aereo a elica della Seconda Guerra Mondiale? Questa è una proiezione della tecnologia limitata degli anni ’40/’60 (l’epoca in cui nacque l’AAT) su una civiltà ipoteticamente molto più avanzata.
- Contesto archeologico: Gli studi archeologici hanno dimostrato che le linee sono percorsi processionali (ceques) legati al culto dell’acqua e delle montagne. Il deserto di Nazca è aridissimo; le linee spesso seguono falde acquifere sotterranee o puntano verso montagne sacre portatrici di pioggia. La presenza di frammenti di ceramica e offerte lungo le linee conferma che esse venivano percorse a piedi dai fedeli, non sorvolate da velivoli spaziali. Erano visibili agli dèi (che risiedono nelle montagne o nel cielo metafisico), ma la loro funzione era rituale e idrologica, non aeronautica.
I Vimana e l’ingegneria poetica
I testi epici indiani (Mahabharata, Ramayana) descrivono i Vimana come palazzi volanti o carri celesti. L’AAT li legge come descrizioni letterali di UFO di provenienza aliena, citando spesso il Vaimānika Shāstra come prova tecnica di questa identificazione. Tuttavia, il Vaimānika Shāstra non è un testo antico: è stato “canalizzato” psichicamente da un mistico tra il 1918 e il 1923. Uno studio dell’Indian Institute of Science ha dimostrato che i progetti contenuti nel testo sono “povere invenzioni” che violano le leggi della fisica e riflettono l’immaginario aeronautico steampunk del primo XX secolo, non una tecnologia perduta. Nei testi antichi autentici, i Vimana sono elementi narrativi magici, metafore del potere divino e della mobilità prodigiosa degli dèi.
Il cuore oscuro della teoria: razzismo, iperdiffusionismo e Cargo Cults
Al di là degli errori fattuali, l’evemerismo fantascientifico porta con sé un bagaglio ideologico problematico. La teoria nega sistematicamente la capacità creativa delle popolazioni indigene non europee, riproponendo schemi di pensiero colonialisti.
L’ombra dell’iperdiffusionismo
All’inizio del XX secolo, l’anatomista Grafton Elliot Smith promosse il cosiddetto iperdiffusionismo, la teoria secondo cui tutte le grandi civiltà derivassero da un’unica fonte (l’Egitto) perché i popoli “primitivi” non erano in grado di inventare autonomamente l’agricoltura o l’architettura monumentale. Smith negava che le piramidi Maya potessero essere un’invenzione locale, attribuendole a un’influenza egizia diffusa attraverso l’oceano.
L’AAT è l’erede diretto di questo pensiero. Ha semplicemente sostituito gli “Egizi” (o la “Razza Bianca Atlantidea” di Donnelly) con gli “Alieni”. La logica sottostante rimane invariata: “Queste persone dalla pelle scura in Africa, Sud America o Asia non potevano avere il genio matematico per costruire il Grande Zimbabwe o Teotihuacan; qualcuno di superiore deve averglielo insegnato”.
Il caso del Grande Zimbabwe
Un esempio storico eclatante è il Grande Zimbabwe, appunto. Quando i colonizzatori europei scoprirono queste imponenti rovine di pietra nell’Africa meridionale, rifiutarono di credere che fossero opera degli indigeni Shona. Inventarono teorie su origini fenicie, bibliche (la Regina di Saba) o bianche per giustificare il dominio coloniale. L’AAT continua questa tradizione di esproprio, attribuendo le realizzazioni ingegneristiche africane a tecnologie extraterrestri, perpetuando il mito della “bassa aspettativa” verso le culture indigene.
L’abuso dell’analogia “Cargo Cult”
I teorici degli antichi alieni invocano spesso i “Culti del Cargo” della Melanesia come modello esplicativo. Sostengono che, come gli isolani adoravano gli aerei da trasporto (cargo) come dèi, così gli antichi adoravano gli alieni.
Questa analogia è profondamente fallace sotto il profilo antropologico. Gli studi sui Culti del Cargo (Worsley, Lawrence, Lindstrom) hanno dimostrato che questi movimenti non erano meri errori di identificazione tecnologica, ma sofisticati tentativi di rivitalizzazione culturale e resistenza anticoloniale. Gli isolani non erano “confusi” dalla tecnologia; cercavano di appropriarsi del potere (mana) e della ricchezza materiale degli occidentali per ristabilire l’equilibrio morale e l’autonomia politica, integrando i nuovi oggetti nel loro sistema di reciprocità tradizionale. Leggere questi movimenti come il frutto della fantasia di “stupidi selvaggi che adorano aerei” è offensivo e scientificamente inesatto; usarlo come modello per spiegare la nascita di tutte le religioni mondiali è un riduzionismo grottesco.
Sintesi comparativa: evemerismo classico vs tecnologico
Per visualizzare le differenze strutturali e le continuità tra le due forme di evemerismo discusse, si propone la seguente tabella comparativa:
| Criterio di Analisi | Evemerismo Classico (Storico) | Evemerismo Fantascientifico (Tecnologico) | Analisi Mitopoietica/Accademica |
| Soggetto del Mito | Uomo eccezionale (Re, Eroe) | Entità biologica aliena (Astronauta) | Archetipo, Simbolo, Funzione Sociale |
| Meccanismo di Genesi | Apoteosi post-mortem per gratitudine | Misunderstanding tecnologico (Cargo Cult) | Codifica di norme sociali e cosmologia |
| Interpretazione Testuale | Ricerca del nucleo storico razionale | Letteralismo selettivo e pareidolia | Ermeneutica simbolica e strutturale |
| Esempio: Carro del Sole | Memoria di un re che inventò il carro | Descrizione di un veicolo spaziale | Metafora del ciclo diurno e del potere |
| Atteggiamento verso l’Antico | Razionalizzazione (rimuove il magico) | Materializzazione (sostituisce il magico col tecnico) | Contestualizzazione (comprende il sacro) |
| Implicazione Culturale | Critica politica o teologica (Lattanzio) | Negazione dell’agency indigena (Razzismo) | Rispetto della complessità culturale |
Conclusioni
La “Teoria dell’evemerismo fantascientifico” rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del “disincanto del mondo” diagnosticato da Max Weber, portato alle sue estreme conseguenze. Incapace di accettare il mistero, il simbolo o il sacro come categorie autonome, la mente moderna colonizzata dalla tecnica deve tradurre tutto nel linguaggio che conosce: quello dell’ingegneria.
In questo processo, si commettono errori fatali. Si violentano le lingue antiche (Sitchin, Biglino), si ignorano i contesti archeologici (Von Däniken) e si perpetuano pregiudizi razziali che negano la genialità delle civiltà non occidentali. Ma soprattutto, si perde la ricchezza dell’esperienza umana. Ridurre Ezechiele a un osservatore di UFO e il sarcofago di Pacal all’immagine di una capsula spaziale significa rendere banale ciò che è profondo. Significa trasformare la storia della ricerca di senso dell’umanità — una storia fatta di arte, rito, filosofia e architettura sacra — in una cronaca di contatti zoologici con specie superiori.
In ultima analisi, rifiutare l’evemerismo fantascientifico non significa solo difendere il rigore scientifico, ma restituire agli antichi la loro umanità. Le piramidi, i templi e i miti non sono le vestigia di visitatori dimenticati, ma i monumenti perenni alla capacità dello spirito umano di trascendere la propria condizione materiale e toccare, attraverso il simbolo, l’eterno.
Riferimenti bibliografici
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Lévi-Strauss, C. (1966) ‘Lo studio strutturale del mito’, in Antropologia strutturale. Milano: Il Saggiatore.
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Sitchin, Z. (1998) Il pianeta degli dei. Casale Monferrato: Piemme.
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Virgili A. (2025) La Bibbia non parla di UFO. Storie della Storia.
