Nel vasto e spesso turbolento panorama intellettuale contemporaneo, segnato da una pervasiva, rumorosa e spesso del tutto artificiale dicotomia tra il discorso scientifico moderno e quello teologico tradizionale, emerge un’opera di straordinaria profondità speculativa, di imponente ampiezza enciclopedica e di ammirevole chiarezza divulgativa. Il volume Thomistic Evolution: A Catholic Approach to Understanding Evolution in the Light of Faith (di Nicanor Pier Giorgio Austriaco, O.P., James Brent, O.P., Thomas Davenport, O.P., John Baptist Ku, O.P., Cluny Media, 2016, ISBN: 9781944418113) rappresenta un tentativo non solo ambizioso ma felicemente e brillantemente riuscito di riconciliare l’attuale visione scientifica del mondo, in particolare la teoria dell’evoluzione biologica, con il ricchissimo patrimonio teologico e filosofico della Chiesa cattolica, in particolare con la sua declinazione tomistica.
Scritto da un team di frati domenicani della Provincia di San Giuseppe negli Stati Uniti, studiosi che uniscono competenze scientifiche di altissimo livello (in biologia molecolare, genetica e fisica) a una rigorosissima e solida formazione filosofica e teologica, il testo ha il grande merito di smantellare, con implacabile logica e profonda carità intellettuale, le false dicotomie che spesso inquinano il dibattito contemporaneo sul rapporto tra scienza e religione. Adottando come chiave di volta il realismo di San Tommaso d’Aquino, gli autori dimostrano non solo che la biologia evoluzionistica non minaccia in alcun modo la dottrina cattolica ortodossa, ma addirittura che l’evoluzione fornisce una lente meravigliosa per esaltare la grandezza, l’ineffabile saggezza e l’onnipotenza del Creatore.
L’opera si apre con una riflessione epistemologica fondamentale sulla natura stessa della conoscenza, riprendendo la celebre e luminosa immagine con cui Papa Giovanni Paolo II apriva l’enciclica Fides et Ratio: la fede e la ragione sono come le due ali con cui lo spirito umano s’innalza alla contemplazione della verità. Gli autori, tuttavia, non si limitano a enunciare questo principio, ma diagnosticano con spietata precisione chirurgica le ragioni storiche, culturali, psicologiche e persino morali che hanno portato la società contemporanea a percepire una frattura apparentemente insanabile tra l’essere persone di fede profonda e l’essere adulti razionali e scientificamente informati.
Questa percezione di conflitto si nutre di cinque cause principali, analizzate nel dettaglio dal volume. La prima è l’apparenza stessa: a prima vista, i racconti rivelati e i dati scientifici sembrano narrare storie diverse, e l’integrazione tra i due richiede uno sforzo concettuale prolungato, un’arte che la Chiesa ha impiegato secoli per perfezionare e che necessita di un aggiornamento costante. La seconda causa è identificata nel peccato. Proprio come il peccato originale ha introdotto una tendenza alla disintegrazione e al sospetto nelle relazioni umane armoniose (come tra uomo e donna), così esso frammenta le facoltà umane, inducendo la superbia intellettuale, la volontà di dominare la realtà o, al contrario, l’idea che sia impossibile conoscere la verità. La terza causa è profondamente storica: i colossali sconvolgimenti del XVI secolo, dalla Riforma protestante all’invenzione della stampa, dalle scoperte geografiche all’alba della scienza moderna, hanno frammentato la solida sintesi scolastica faticosamente raggiunta nel XIII secolo.
La quarta e la quinta ragione risiedono nell’impoverimento culturale contemporaneo, che ha generato due mostri gemelli ed equivalenti: lo scientismo (o razionalismo) e il fondamentalismo religioso. La cultura odierna riduce grossolanamente la fede a mero sentimento privato o a un insieme di valori soggettivi del tutto slegati dalla verità oggettiva. Parallelamente, riduce la maestà della ragione al solo metodo scientifico sperimentale e quantificabile. Il volume decostruisce magistralmente lo scientismo, dimostrando come un tale riduzionismo conduca inevitabilmente al nichilismo. Se, infatti, la ragione coincidesse unicamente con la scienza, e la verità fosse unicamente il “fatto scientificamente verificabile”, l’umanità sarebbe condannata al silenzio assoluto su questioni vitali come l’esistenza di Dio, i fondamenti della moralità e il significato intrinseco dell’esistenza, ambiti che sfuggono per definizione alla misurazione empirica.
Contro questo avvilente riduzionismo, l’opera propone la visione sapienziale della ragione propria di San Tommaso. La ragione, intesa come sapienza (sapientia), è una radicale apertura alla realtà nella sua affascinante totalità, capace di accogliere l’osservabile e l’inosservabile, il quantificabile e l’incommensurabile, e di indagare le cause ultime. La fede, lontana dall’essere un irrazionale salto nel buio, è spiegata sulla scorta di Sant’Agostino come l’atto eminentemente ragionevole di accogliere la testimonianza di un testimone autorevole. Poiché viviamo gran parte della nostra vita basandoci sulla fiducia nella testimonianza altrui (dalla nostra data di nascita alla chimica dell’acqua), non c’è nulla di irrazionale nella fede cristiana, che è altro che l’accettazione della Parola di Dio, supportata da innumerevoli segni storici (miracoli, profezie, la Chiesa stessa) e illuminata e inclinata interiormente dallo Spirito Santo.
Quando fede e ragione sono comprese in questa pienezza, esse sanno interagire profondamente. Gli autori illustrano sette modi in cui questo accade. C’è in primo luogo la coerenza logica: verità scientifiche e verità rivelate non possono mai contraddirsi, e ogni apparente conflitto indica un errore nell’uso della ragione o una falsa interpretazione della Scrittura. Segue il supporto, con la ragione in grado di dimostrare l’esistenza di Dio o l’immortalità dell’anima, preamboli della fede. La difesa, mediante la quale la ragione confuta le obiezioni logiche mosse ai misteri cristiani. L’illuminazione dal basso, per la quale le scoperte scientifiche o storiche chiariscono e arricchiscono l’intelligenza del dogma (come la biologia aiuta a precisare l’Incarnazione). La correzione, in cui la fede funge da faro per segnalare deviazioni della ragione (come il materialismo riduzionista). L’illuminazione dall’alto, che permette di contemplare ogni fatto scientifico inserito in un disegno provvidenziale (la distanza della Terra dal Sole non è solo un dato, ma una provvidenza per la vita). Infine, il compimento, poiché la fede risponde alle domande ultime e laceranti che la ragione solleva ma non sa risolvere da sola.
Uno dei contributi più brillanti ed efficaci del volume è la riappropriazione e la traduzione in linguaggio accessibile della dottrina aristotelico-tomista della causalità, che fornisce l’infrastruttura filosofica per l’intero edificio dell’opera. Gli autori illustrano questa necessità attraverso un esempio quotidiano di straordinaria efficacia pedagogica: il dialogo tra il piccolo Junior di otto anni, che chiede “perché il cielo è blu?”, e il padre che tenta progressivamente di rispondere. Il padre inizia con una causa efficiente (“perché c’è il sole che illumina l’aria”), ma il bambino incalza. Il padre passa allora alla causa finale (la tendenza dell’aria a rilasciare energia per tornare a uno stato di riposo e stabilità), per poi scivolare nella causa formale (la struttura gassosa diffusa del cielo e l’organizzazione molecolare) e, infine, nella causa materiale (le specifiche molecole di gas più piccole della lunghezza d’onda della luce blu).
Questo aneddoto apparentemente banale dimostra che la scienza moderna si concentra quasi esclusivamente sulle cause materiali ed efficienti, limitando enormemente il nostro raggio di comprensione. Per abbracciare la realtà nella sua interezza biologica e teologica, è imperativo recuperare la causalità formale (che determina l’organizzazione, la forma e l’attività coordinata di un essere vivente verso il bene del tutto) e la causalità finale (la teleologia). Affrontando un tema altamente controverso, gli autori precisano che la teleologia non deve essere intesa banalmente come un’imposizione esterna di una volontà, ma deve essere vista come una tendenza intrinseca delle cose, datale dalle loro stesse nature, a muoversi verso la stabilità e la perfezione (il seme della quercia che tende a divenire albero maturo). Senza questa direzionalità naturale, la stessa intelligibilità del mondo e l’impresa scientifica collasserebbero.
Su queste solide basi metafisiche, il testo esplora l’indagine razionale sull’esistenza di Dio, delineando tre gradi di sviluppo cognitivo che vanno incontro ai dubbi dell’uomo moderno. Tutti possiedono una conoscenza pre-teorica di Dio, percepita confusamente e primordialmente come desiderio insopprimibile di felicità e bontà, o come stupore innato davanti all’ordine maestoso dell’universo. Molti, pur senza studi filosofici rigorosi, sviluppano una conoscenza filosofica rudimentale, formulando intuizioni imperfette (come il basilare “tutto deve avere una causa”). Solo pochi, attraverso un severo addestramento intellettuale, giungono alla conoscenza filosofica perfetta.
In questa terza categoria si inseriscono due aggiornamenti magistrali delle Vie di San Tommaso: l’argomento basato sull’ordine ecologico del mondo e l’argomento dalla contingenza. Davanti a un mondo naturale in cui miriadi di enti di natura diversa interagiscono in un ecosistema armonioso e coordinato, la razionalità impone di riconoscere una causa superiore. L’evoluzione cieca o il caso non sono, filosoficamente parlando, candidati sufficienti per spiegare il fondamento stesso di questo ordine. Ancora più profondo è l’argomento dalla contingenza: analizzando, ad esempio, un cane, ci si rende conto che nulla, nella sua “essenza” di cane, garantisce o richiede la sua “esistenza” attuale. Poiché non contiene in sé la ragione del proprio esistere, la sua esistenza deve essere ricevuta in ogni istante da un agente esterno, fino a risalire, pena un regresso all’infinito impossibile in cause simultanee, a un Essere Necessario in cui Essenza ed Esistenza coincidano in modo assoluto. Questo Atto Puro di Essere corrisponde esattamente al Dio rivelatosi a Mosè come “IO SONO”.
Comprendere Dio come “Ipsum Esse Subsistens” (l’Essere stesso sussistente) sblocca la corretta comprensione teologica della Creazione. Il volume compie qui un passo dirimente per il dialogo con l’evoluzionismo, spiegando che la Creazione non è, e non è mai stata per il pensiero tomista, un semplice evento storico confinato in un passato remoto. Al contrario, la creazione è una relazione metafisica verticale e attuale. Creatio non est mutatio: creare significa donare l’essere (l’esistenza) dal nulla.
Gli autori propongono l’analogia del sole in un giorno d’estate: proprio come il sole sta illuminando l’atmosfera in questo preciso momento, e se sparisse l’aria tornerebbe buia istantaneamente, così Dio mantiene nell’esistenza tutte le creature in ogni frazione di secondo. A riprova della totale indipendenza tra la metafisica della creazione e l’età cronologica dell’universo, vengono proposti quattro esperimenti mentali diagrammatici: che l’universo abbia avuto un inizio nel tempo, o che sia eternamente esistente e senza inizio; che le specie biologiche siano statiche fin dal primo istante, o che si siano evolute lentamente l’una dall’altra nel corso dei millenni, in ognuno di questi quattro scenari l’universo continuerebbe a essere la “Creazione di Dio”, perché ogni sua componente, in ogni scenario, dipenderebbe in ogni istante da Dio per esistere. Questa chiarezza spazza via decenni di equivoci fittizi tra creazionisti fondamentalisti ed evoluzionisti atei.
L’opera prosegue sfidando un’altra grande difficoltà sollevata dalla teoria evoluzionistica: come coniugare un universo governato da mutazioni genetiche casuali, estinzioni di massa e violenza predatoria con il concetto di un Dio sommamente buono e onnisciente. Gli autori spiegano innanzitutto, contrariamente ad antichi miti babilonesi come l’Enuma Elish in cui il mondo nasce dal caos e dalla lotta cruenta tra dei (Marduk contro Tiamat), che il Dio giudaico-cristiano crea in totale e assoluta libertà, senza alcuna limitazione di materiali o di potere, come farebbe il più supremo degli artisti. Curiosamente, per preservare la reale libertà di Dio e il valore individuale di ogni creatura, San Tommaso rifiutava l’idea, poi resa celebre da Leibniz, che questo fosse “il migliore dei mondi possibili”; Dio avrebbe potuto creare infiniti altri mondi anche assai migliori del nostro, e ha scelto liberamente di amare e di far esistere questo.
A questo punto si chiarisce la differenza tra Provvidenza (il disegno eterno presente nella mente di Dio) e Governo (l’esecuzione pratica di tale piano nel tempo). Usando l’analogia del capocantiere che coordina innumerevoli operai apparentemente slegati per costruire un palazzo secondo un progetto esatto, il volume descrive come Dio conosca e ordini l’intera rete cosmica. Tuttavia, a differenza del capocantiere umano, Dio non demanda il lavoro alle cause seconde (le creature) per una sua debolezza o incapacità, ma per un eccesso di bontà, desiderando elevare le creature donando loro la dignità inestimabile della causalità reale.
Questa profonda visione risolve il problema della casualità, centrale nell’evoluzione biologica. I detrattori affermano che un processo cieco non può essere guidato da Dio. Per rispondere, gli autori recuperano l’esempio classico del padrone che invia, a loro insaputa, due servi al mercato affinché s’incontrino; per i servi l’incontro è del tutto fortuito e casuale, ma per la mente del padrone è un evento rigorosamente pianificato. La meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg ci mostrano che la natura non possiede quel determinismo ferreo e prevedibile sognato dalla fisica newtoniana; Einstein stesso ne era disturbato (“Dio non gioca a dadi”). Ma la teologia risponde che Dio, situato in un “Eterno Presente” che abbraccia simultaneamente passato, presente e futuro, non ha bisogno di “prevedere” il risultato di un dado per deduzione fisica; Egli “vede” il risultato contingente mentre accade, nell’Eterno Ora. Dio dona alla causa l’essere e la natura contingente, permettendo all’evento di avvenire per caso, realizzando infallibilmente il suo piano provvidenziale attraverso il caso. Dio stesso “progetta mediante il caso”.
Lo stesso ragionamento sublime e vertiginoso si applica al libero arbitrio umano, che gli autori districano ricorrendo all’immagine fantascientifica dei loop temporali, o all’esempio del “vicino di casa impiccione” Bob. Come la conoscenza infallibile di Bob che ci osserva tagliare l’erba dal suo recinto nel presente non viola la nostra libertà di tagliare l’erba, così la conoscenza di Dio nel suo Eterno Ora abbraccia le nostre libere scelte senza coartarle, pur muovendo invisibilmente le nostre volontà verso il bene universale senza distruggere l’autodeterminazione, che Egli stesso dona.
E il male fisico? Quello morale? Le estinzioni? Citando il noto verso di Tennyson (“nature, red in tooth and claw”), il volume ammette l’orrore della violenza naturale, ben nota peraltro anche agli antichi, che non avevano certo bisogno di Darwin per scoprire le zanne dei predatori o la precarietà della vita. Tuttavia, San Tommaso ricorda che l’universo ha un fine generale che eccede il singolo ente. Rimuovendo ogni male fisico o decadimento, si eliminerebbero forme superiori di perfezione e di bene: “Un leone cesserebbe di vivere, se non ci fosse l’uccisione di animali; e non ci sarebbe la pazienza dei martiri, se non ci fosse la persecuzione tirannica”. Il male morale (il peccato) deriva unicamente dal libero arbitrio ribelle e corrompe spiritualmente, ma la teologia respinge fermamente le antiche fantasie per cui gli animali prima della caduta di Adamo si cibassero solo di erba; il leone è carnivoro per creazione divina, e la caduta dell’uomo non possiede la forza metafisica per alterare retroattivamente la biologia dei leoni. Le innumerevoli estinzioni di massa del passato geologico non sono fallimenti divini, ma dolorose potature per permettere alla biosfera, sempre mutevole, di ospitare creature sempre nuove e diverse, e di esprimere nuove sfaccettature della gloria di Dio in un cosmo limitato.
Comprese le basi metafisiche, il testo affronta il fulcro dell’apparente conflitto: la narrazione biblica delle origini. Qualificando rigorosamente la natura dell’ispirazione divina, gli autori fanno ricorso alla brillante analogia della penna di Albert Einstein: quando Einstein scrisse E=mc², fu lui l’autore primario, ma la penna fu lo strumento o autore secondario, reale ma strumentale. Analogamente, Dio è l’autore primario della Scrittura, ma l’ha redatta attraverso scrittori umani limitati, con le loro categorie culturali. Per decifrare la Bibbia serve un mediatore, garantito dallo Spirito Santo: la Chiesa cattolica, in analogia a come Dio usa mezzi umani in ogni aspetto della salvezza.
Il volume spiega nel dettaglio la dottrina dei “Quattro Sensi” della Scrittura. Mentre i tre sensi spirituali (Allegorico, Morale, Anagogico) traggono preziosi significati nascosti e simbolici per la vita cristiana a partire dagli eventi storici (come l’Esodo che simboleggia il Battesimo, o il legno della Croce che richiama l’albero dell’Eden), San Tommaso decreta inflessibilmente che soltanto il Senso Letterale può essere usato per trarre argomentazioni teologiche o per discutere di cosmologia. Qui gli autori compiono un passo dirimente: il senso letterale non equivale in alcun modo al “letteralismo gretto e scientifico”. Il senso letterale è l’intenzione che l’autore sacro voleva veicolare, e se tale intenzione includeva un mito riadattato, una metafora poetica o una parabola, allora la metafora è il senso letterale. Poiché nella Scrittura si parla parla delle braccia o delle mani di Dio, che è puro spirito, le figure retoriche sono indiscutibilmente centrali nel senso letterale.
Questa lettura permette di affrontare serenamente le evidenti contraddizioni testuali interne alla Bibbia stessa. Se Genesi 1 narra che la donna fu creata simultaneamente all’uomo dopo gli animali, e Genesi 2 narra che l’uomo fu creato per primo, poi gli animali, e infine la donna dalla costola dell’uomo, appare lampante che l’autore sacro, ispirato da Dio (il quale non si contraddice), non intendeva fornire un resoconto zoologico, cronologico o astronomico rigoroso. Il punto focale, come ribadiva Papa Benedetto XVI nei suoi discorsi sulla creazione, non è come siano apparsi i pianeti o le piante, ma insegnare al popolo ebraico e a noi che il mondo non è un calderone caotico di demoni maligni o divinità in guerra da placare, ma l’opera ordinata, buona e razionale di un Creatore benevolo. Altri testi biblici (Proverbi 3, Giovanni 1, Colossesi 1) elevano ulteriormente questo mistero, mostrando che Dio ha creato “attraverso la Sua Sapienza”, ovvero il Logos, il Verbo Eterno. La creazione non è frutto del caso o del capriccio, ma della Suprema Razionalità.
Un ampio e illuminante approfondimento è dedicato alla Patristica, per confutare la falsa credenza che l’accettazione di una creazione simbolica non temporale sia un moderno compromesso dovuto a Darwin. Già nei primi secoli del cristianesimo regnava un’affascinante pluralità di opinioni esegetiche in perfetta sintonia con l’ortodossia. Mentre Vittorino, Basilio, Ambrogio e Damasceno favorivano un’interpretazione in giorni letterali di 24 ore (o correlati a ere di mille anni come pensavano Giustino e Ireneo), menti eccelse come Clemente Alessandrino, Origene e, soprattutto, Sant’Agostino d’Ippona intuirono, per purissime deduzioni filosofiche, che la creazione doveva essere avvenuta fuori dal tempo e in modo istantaneo. Agostino, in modo profetico, sollevava dubbi insormontabili sulla possibilità di giorni solari in assenza della creazione del sole stesso prima del quarto giorno, e metteva solennemente in guardia i credenti dal pronunciare assurdità scientifiche ammantate di autorità biblica, giacché avrebbero esposto la Scrittura allo scherno degli infedeli colti, danneggiando irrimediabilmente la credibilità del Vangelo.
San Tommaso, raccogliendo queste tradizioni, si mosse con la consueta immensa prudenza, suggerendo di non legarsi mai in modo inesorabile a interpretazioni letteraliste che le scoperte razionali future potrebbero confutare. Pur senza decidersi definitivamente tra le varie scuole, l’Aquinate articolò elegantemente l’azione divina in tre distinte fasi logiche e ontologiche (non necessariamente temporali): la creazione vera e propria (fuori dal tempo, produzione delle sostanze o rationes seminales), la distinzione e infine l’ornamento. Creazione e successiva formazione ed evoluzione delle forme non sono concetti affatto estranei alla Scolastica.
Infine, la moderna esegesi storico-critica conferma e rinforza queste verità. Sebbene la Genesi ci dica che Dio utilizza per la creazione materiali preesistenti (l’argilla modellata, il respiro vitale, la separazione di acque e cieli, o persino flebili echi di mostri marini e caos primordiale presenti nei vicini miti babilonesi ed egizi dell’Enuma Elish o dell’Epopea di Gilgamesh), la Rivelazione ebraica applica un filtro di purificazione teologica formidabile. Nel testo sacro, a differenza dei miti pagani cruenti e sanguinolenti, il Dio d’Israele è immensamente al di sopra della sua creazione, non lotta affannosamente con mostri preesistenti, crea pacificamente ex nihilo mediante la semplice espressione della Sua intelligenza verbale (“Sia la luce”), e forma un universo buono in cui l’uomo non è uno schiavo creato per faticare al posto di dèi pigri, ma è l’apice nobile e diletto, il partner dell’alleanza creato a Sua meravigliosa immagine e somiglianza.
Il testo affronta poi le questioni puramente scientifiche, esponendo in modo divulgativo ma irreprensibile la solida rete di prove che costituiscono la biologia evolutiva. L’evoluzione non si poggia su un singolo e magico “esperimento probante”, ma su una complessa e fitta tela di evidenze indipendenti e convergenti che rendono la teoria, per lo scienziato, altrettanto solida e fattuale quanto la teoria della gravità.
I reperti fossili parlano chiaramente: le rocce più antiche e profonde rivelano organismi primitivi, mentre strati più recenti mostrano lo sviluppo progressivo di creature complesse, unite da forme transizionali spettacolari scoperte di recente. Un esempio lampante fornito dal volume è il Tiktaalik roseae, rinvenuto in Canada nel 2004: una creatura fossile datata a 375 milioni di anni fa, che possiede branchie e scaglie da pesce, ma contemporaneamente costole robuste, collo mobile e arti semipreparati ad appoggiarsi a terra, tipici dei primissimi anfibi tetrapodi, colmando precisamente una lacuna prevista dalla teoria. Anche l’apparente sfida dell’Esplosione Cambriana viene ridimensionata: l’apparizione di grandi varietà di piani corporei animali (come gli artropodi) circa 540 milioni di anni fa fu rapida, ma pur sempre misurabile in decine di milioni di anni, un tasso accelerato ma assolutamente compatibile con i normali processi evolutivi.
Altrettanto impressionanti sono le evidenze anatomiche degli organi vestigiali: le balene possiedono un rudimento di bacino, e gli embrioni umani stessi, tra la quarta e la quinta settimana di gestazione nel grembo materno, sviluppano una coda composta da una decina di vertebre e lunga quasi il 10% del loro corpicino, che in seguito riassorbono attraverso morte cellulare programmata. Il retaggio genetico ancestrale ci accomuna in modo sbalorditivo: tutto il DNA della vita è scritto nel medesimo codice a quattro lettere (A, C, G, T), e la nostra vicinanza a livello genomico (il 96% in comune con lo scimpanzé, il 75% perfino con una zucca) è spiegata dal volume con l’insuperabile analogia di un insegnante che scova dei compiti in classe copiati. Errori identici o sequenze peculiari in compiti diversi indicano inequivocabilmente una fonte comune. La biogeografia completa il quadro, mostrando ad esempio come piante grasse o mammiferi (marsupiali australiani contro placentati altrove) si siano evoluti indipendentemente assumendo forme affini ma partendo da genomi isolati.
Di fronte a questa schiacciante evidenza, la domanda teologica, genuinamente tomista, che gli autori sollevano è entusiasmante: qual è la “convenienza” (fittingness) teologica della creazione evolutiva? Perché Dio, l’Onnipotente, ha scelto questo percorso tortuoso e immane, lungo tre miliardi e mezzo di anni, invece di “schioccare le dita” per una creazione speciale magica e subitanea?
Dio crea per manifestare e comunicare la propria gloria inestimabile. Quale modo migliore di mostrare onnipotenza se non quello di creare materia talmente ricca, dinamica e feconda da essere capace, attraverso l’evoluzione, di auto-trasformarsi producendo forme nuove? Il testo osserva qui come scrivere un libro sia un’impresa ardua ma comune, tuttavia creare un “libro in grado di scriversi da solo” rasenta il prodigio assoluto. Dio infonde una causalità strumentale alla materia.
In questo quadro, l’evoluzione è il meccanismo di massima efficienza. Quando l’asteroide fatale di Chicxulub impattò la penisola dello Yucatan circa 66 milioni di anni fa, cancellando i dinosauri e svuotando interi continenti, le cause strumentali biologiche preesistenti, guidate dalla plasticità del meccanismo di mutazione e selezione darwiniana, furono in grado di ramificarsi rapidamente riempiendo le nicchie ecologiche vuote con nuove e mirabili stirpi di uccelli e mammiferi.
Inoltre, questa teologia smentisce vigorosamente l’accusa mossa dai fondamentalisti creazionisti (come Henry Morris) secondo cui l’evoluzione, producendo un’ecatombe di specie disadattate o estinte, implicherebbe uno “spreco” inutile, inefficiente e crudele di vita da parte di Dio. Niente affatto. Poiché una sola creatura, o anche milioni di creature, non bastano a riflettere l’infinita vastità e creatività di Dio, Egli ha voluto una molteplicità abbagliante. La Terra non possiede le risorse ecologiche per ospitare contemporaneamente quattro miliardi di specie: un tirannosauro carnivoro oggi estinguerebbe in un giorno gli elefanti asiatici, e lo spazio non basterebbe. L’unico modo in cui il cosmo potesse manifestare tale infinita, traboccante e gloriosa varietà creativa era distenderla nel corso di eoni di tempo. L’estinzione è la condizione affinché nuove forme possano sorgere: le forme del passato non furono “sprecate”, hanno cantato la gloria di Dio nel loro evo, compiendo alla perfezione il fine per il quale l’Eterno le aveva concepite.
Una volta stabilito che Dio “progetta attraverso l’evoluzione”, il libro scende nei dettagli molecolari. Prendendo a esempio il gene FOXP2, intimamente legato alle reti neurali del linguaggio umano, gli autori illustrano come Dio, l’Essere stesso Sussistente (il fuoco che arroventa la sbarra di ferro donandole l’esistenza senza toglierle l’essenza del ferro), attualizzi nel tempo e nello spazio, come Causa Prima universale, l’evento contingente di una particolare molecola riparatrice del DNA, magari leggermente prona a errori radioattivi, che si attivò in uno specifico ominide nell’Africa meridionale decine di migliaia di anni fa. Inserendo casualmente, ma causalmente secondo la sua natura fisica e il decreto divino eterno, la mutazione linguistica, la materia si preparò per il salto successivo.
E qui si innesta il passaggio fondamentale verso l’origine biologica e spirituale della specie Homo sapiens. Poiché l’uomo è un’unità sostanziale di anima spirituale e corpo materiale, e poiché l’anima possiede in via esclusiva facoltà logiche immateriali capaci di penetrare astrazioni universali come “giustizia”, “verità”, e di sviluppare un linguaggio simbolico non vincolato alla biologia pura, essa, seguendo la deduzione aristotelico-tomista, non può e non potrà mai essere prodotta dall’evoluzione. La biologia ha governato i tre miliardi e mezzo di anni necessari ad affinare gradualmente il cervello animale dei primati fino a renderlo una “serratura” di sublime complessità neurologica (anatomicamente e comportamentalmente maturo), adatto infine ad accogliere la “chiave” infusa direttamente e immediatamente da Dio: l’anima spirituale e immortale. È lo spirito che rende vive queste forme biologiche. Non c’è nulla in San Tommaso (che ammetteva ad esempio come per i muli la materia fosse “pre-esistente” alla loro comparsa o come la costola pre-esistesse per formare Eva) che impedisca di vedere il corpo di un ominide avanzato come la “materia pre-esistente” che riceve, per atto creativo speciale e fulmineo, la nuova forma vitale.
Arriviamo così all’Eden: il poligenismo, il monogenismo, la condizione originaria e il peccato ancestrale. Teologi contemporanei come il gesuita Jack Mahoney hanno frettolosamente dichiarato obsoleti concetti quali la caduta o il peccato originale di fronte all’evidenza biologica. Il volume rifiuta questa deriva, riaffermando che il dogma della Caduta non è un accessorio trascurabile, ma la spiegazione infallibile, donata dalla Rivelazione, per l’innegabile esperienza esistenziale dell’intima frammentazione e della tragica “rottura” umana: l’angoscia paolina del “non faccio il bene che voglio, ma il male che odio”.
Il Catechismo insegna che l’uomo non è stato creato malvagio, e che il peccato non è un principio positivo del male (alla maniera manichea) o un guasto genetico. Il Creatore, immensamente buono, pose i primi esseri umani in uno stato di “giustizia originale”, conferendo loro amicizia sovrannaturale (grazia santificante) e formidabili doni “preternaturali” tesi a sanare e armonizzare i naturali limiti dell’architettura psicofisica: l’immortalità contro l’entropia cellulare e la corruzione del corpo, l’integrità morale contro il disordine passionale e il caos delle pulsioni (la libido sottomessa alla ragione, e la ragione a Dio), la scienza infusa contro i limiti dolorosi dell’apprendimento materiale, con la conseguente impassibilità. Oltre a questi, gli autori suggeriscono brillantemente anche dei doni “preteradattativi”, necessari a disinnescare l’aggressività predatoria e sessuale ereditata a livello neurologico da milioni di anni di dura competizione dei primati nella savana.
Messa alla prova da Dio affinché potesse aderire liberamente alla vocazione divina (come fu testato l’intelletto degli Angeli), questa umanità originaria si ribellò e scelse drammaticamente se stessa. Il Peccato Originale — trasmesso, come definì mirabilmente il Concilio di Trento, non per imitazione né per un cromosoma guasto, ma per “propagazione”, ossia per la privazione ereditaria e universale di quella grazia santificante al momento dell’infusione dell’anima in ogni futuro discendente — riaprì le cataratte della biologia primordiale: dolore, morte, lussuria, debolezza e disordine affettivo tornarono a essere i padroni dell’involucro umano, non per un principio di male sopraggiunto, ma per la tragica perdita del principio armonizzatore divino superiore.
A questo punto, gli scienziati domenicani intrecciano i dati della paleoantropologia per rispondere alle storiche obiezioni dell’enciclica Humani Generis (1950), in cui Papa Pio XII decretò l’impossibilità di abbracciare l’ipotesi del “poligenismo” (un’umanità originatasi in punti molteplici e distanti della terra da più coppie diverse contemporaneamente), poiché essa minava l’universalità del peccato originale trasmesso da un solo ceppo e, di conseguenza, la redenzione universale in Cristo. Oggi la genetica offre una prospettiva affascinante. Mentre negli anni ’50 dominava l’ipotesi “Multiregionale”, l’odierno tracciato genomico delinea il solidissimo modello “Out-of-Africa”. La totalità degli esseri umani oggi viventi, senza alcuna eccezione, discende da un bacino genetico stimato in circa 10.000 individui riproduttori anatomicamente moderni vissuti in Africa tra 150.000 e 200.000 anni fa. Questa singola popolazione tribale si sparse nel continente, incrociandosi occasionalmente (circa 1-5% del DNA) con altri ominidi affini ormai estinti come i Neanderthal in Europa e i Denisoviani in Asia.
Ciò che la genetica e l’archeologia aggiungono, ed è una conferma clamorosa della tesi teologica, è il “Grande Balzo in Avanti” avvenuto all’incirca fra i 70.000 e i 100.000 anni fa, rintracciato nei mirabili reperti simbolici (incisioni, ornamenti, arte rupestre) della Caverna di Blombos in Sudafrica. Fu in quel momento, ipotizzano gli autori, che apparvero gli esseri umani comportamentalmente moderni.
Il volume si spinge in un saggio di audacia teologica sintetizzatrice. Forse un evento genetico causato da poche decisive mutazioni ha conferito il substrato neurologico perfetto per l’infusione dell’anima. Immaginando due bipedi anatomicamente compatibili, recanti una miscela genetica pro-linguistica eccellente, che si accoppiano, la loro prole potrebbe aver sviluppato spontaneamente e subitaneamente un nuovo strumento linguistico simbolico (come accadde incredibilmente in Nicaragua nel 1977, quando dozzine di bambini sordi privi di linguaggio formale crearono spontaneamente, dal nulla, un ricchissimo “Idioma de Señas” in pochi anni). In questa ristrettissima nicchia di “bipedi parlanti”, forse una singola coppia o pochi consanguinei primordiali (creati ed eletti come primizie dell’intelligenza cosciente e morale nel regno animale), avvenne l’effusione della Grazia e la conseguente storica ribellione. La loro supremazia intellettiva, alimentata dalla coesione del linguaggio, ha poi spinto questi individui a isolarsi riproduttivamente e dominare i loro cugini meno sviluppati. I casi in cui si incrociarono successivamente con forme meno umane, come i Neanderthal (una specie anatomicamente assai simile), sono considerati dal punto di vista teologico atti illeciti legati alla lussuria caduta, in breve, primordiali atti di bestialità. Anche per la spigolosa questione dell’incesto originario tra fratelli e sorelle necessario per popolare la prima tribù, gli autori citano puntualmente San Tommaso, il quale rammentava che la legge naturale vieta categoricamente, nei suoi principi inderogabili, soltanto l’incesto genitore-figlio; quello tra fratelli, pur deprecato storicamente poi, potette costituire un passaggio ammissibile e moralmente necessario per la primordiale sopravvivenza della nostra stirpe.
Come sottolineato nel documento teologico promosso da Joseph Ratzinger per la Commissione Teologica Internazionale, che apre le porte a un poligenismo o monogenismo circoscritto e non incompatibile, l’importante è riconoscere l’intervento speciale, sovrannaturale e trascendente di Dio nel dotare un preciso bacino di ominidi africani dell’intelletto, della volontà libera e del destino ultraterreno.
Tra i passaggi più coraggiosi, lucidi, filosoficamente inappuntabili ed epistemologicamente necessari dell’intero volume c’è la robusta, rigorosa ed esplicita confutazione della teoria e del movimento dell’Intelligent Design (Disegno Intelligente – ID), promosso vigorosamente a livello globale dall’istituto conservatore americano “Discovery Institute”.
I teorici dell’ID, come il noto biochimico Michael Behe, si presentano sovente ai fedeli come difensori della Rivelazione contro l’ateismo darwiniano. Essi postulano che alcuni sistemi biologici complessi, possedendo “complessità irriducibile” (irreducible complexity – IC), non possano essersi evoluti gradualmente attraverso la cieca e imperfetta selezione naturale e le mutazioni, giacché la rimozione di una sola parte di tali sistemi farebbe collassare inesorabilmente la funzione dell’intero sistema. Il celebre esempio divulgativo fornito da Behe è la comunissima trappola per topi. Una base di legno, una molla, un meccanismo di scatto e un gancio sono tutti essenziali: togliendone o modificandone radicalmente anche uno solo, la trappola non smette semplicemente di funzionare bene, ma cessa del tutto di funzionare. I passaggi intermedi, ipotizzano gli scienziati dell’ID, non avendo utilità, non potrebbero essere selezionati dalla natura, rendendo necessaria l’interferenza diretta, meccanica e miracolosa di un “Progettista Intelligente” (un Dio demiurgo) per l’assemblaggio istantaneo della macchina biologica finita, come lo stupendo motore flagellare batterico.
La risposta del libro è una smentita totale condotta su due distinti ma intrecciati livelli, biologico e teologico. Dal punto di vista scientifico evolutivo, il volume illustra l’ingegnosa ed elegante obiezione dei biologi. Il concetto di “complessità irriducibile” parte da un presupposto rigido e storicamente errato, ovvero che le varie parti che vanno a comporre il sistema finale avessero in origine, o dovessero avere, la medesima funzione che hanno nel sistema assemblato. Ma la natura abbonda di exaptation (co-adattamenti imprevedibili). Un organo o una struttura molecolare formatasi inizialmente per uno scopo secondario o vitale diverso, subisce un adattamento per una nuova funzione. Nel caso esatto del portentoso flagello batterico, gli studi di biologia molecolare hanno abbondantemente dimostrato l’incredibile omologia tra alcune proteine del flagello e la struttura cilindrica di una comune pompa secretoria batterica (un sistema di iniezione di tipo III per espellere sostanze). Per milioni di anni, i batteri ancestrali hanno utilizzato sezioni di questa proteina per pompare molecole velenose. Questa era una funzione enormemente vantaggiosa, e quindi fortemente premiata dalla selezione naturale ad ogni passo del suo affinamento. Quando ulteriori modifiche proteiche accidentali e accessorie vi si legarono, convertendo parte del movimento secretorio in rotazione, l’ex pompa divenne d’improvviso un elica microscopica efficiente. Ecco svelato l’arcano del perché il fantastico flagello batterico risulta essere completamente “cavo” al proprio interno (come lo è appunto un tubo da pompa!), piuttosto che pieno e flessibile come una vera e solida frusta da cocchiere. La complessità si è formata senza salti miracolistici.
Ma è sul fronte puramente teologico, la trincea prediletta dall’approccio domenicano e tomista, che la critica all’Intelligent Design diventa devastante. Padre Austriaco (forte delle sue ricerche decennali come virologo e biologo genetista) presenta uno dei sistemi biologici letali in assoluto più straordinariamente complessi e inequivocabilmente aderenti alla perfetta definizione “irriducibile” data da Behe: la struttura dell’infettività, ovvero l’inquietante macchinario molecolare utilizzato dal terribile virus dell’HIV, responsabile dell’epidemia mortale di AIDS. Per poter forzare con successo, bucare a livello nanoscopico e penetrare all’interno dei linfociti T per infettare tragicamente un essere umano, il virus HIV deve combinare in modo esattissimo diverse proteine chiave. La struttura infettiva necessita simultaneamente della presenza di gp120 e gp41 (proteine proprie e native della capsula del virus) e delle proteine CD4 e CCR5 (presenti regolarmente e specificamente come recettori naturali sulle cellule umane del sistema immunitario).
Ognuna di queste quattro molecole, incastrandosi come gli ingranaggi di una trappola per topi, è essenziale e insostituibile per determinare il funesto risultato infettivo finale; rimuoverne o renderne muta anche una sola (come accade nei fortunati e rari esseri umani naturalmente resistenti all’HIV) distrugge del tutto la capacità del virus di insinuarsi. Eppure, fatto biochimico indubitabile, stiamo parlando di pezzi provenienti in modo del tutto divergente da esseri in antitesi filogenetica lontana miliardi di anni di evoluzione (un virus da un lato, un primate evoluto dall’altro). Come ha potuto questa combinazione “irriducibile” crearsi nel nulla? Questo paradosso da solo basterebbe per confutare le obiezioni dell’ID: sistemi complessi interconnessi possono evolvere e sorgere separatamente, in ambiti diversi, convergendosi tragicamente.
Tuttavia, estendendo la logica speculativa dei propugnatori dell’Intelligent Design a questo esempio pratico, le implicazioni dottrinali si manifestano mostruose e sulfuree. Oggi noi sappiamo da ricostruzioni virologiche certe e provate che il virus HIV si è sviluppato incrociando l’ominide (SIV) nelle fitte foreste pluviali dell’Africa orientale e centrale nei primissimi decenni del ventesimo secolo (precisamente negli anni ’30). Se assumessimo per vera la dottrina dell’Intelligent Design, ci troveremmo forzati ad accettare un panorama teologicamente orrendo, tetro e blasfemo: dovremmo immaginare l’intervento magico, immediato e meccanico del presunto “Progettista Intelligente” (cioè Dio Stesso), non nell’alba radiosa e mistica dell’universo, ma a cavallo delle due Guerre Mondiali. Dovremmo credere a un “Dio demiurgo”, cinico scienziato da laboratorio di virologia, che a un certo punto assembra a mani nude e consapevolmente le letali proteine del virus letale per eccellenza per l’uomo contemporaneo.
E ancora peggio: seguendo la logica finalistica ristretta dell’ID, questo Progettista avrebbe dovuto intenzionalmente, in un disegno oscuro e meschino, inserire nei fragili genomi dei primati primitivi e ancestrali africani, migliaia o milioni di anni fa, la “trappola” innescata dei recettori CCR5 e CD4, predisponendoli fatalmente all’attacco. Questo per un unico e machiavellico scopo preparatorio segreto: renderli patologicamente vulnerabili alla tempesta virologica delle gp120/41, che egli stesso aveva in mente di diffondere decine di millenni dopo nel 1930.
Quale credente razionale, chiedono amaramente ma limpidamente gli autori cristiani di questo testo, potrebbe mai inginocchiarsi ad adorare una divinità simile, dedita con astuzia calcolatrice e cinica in un tempo prossimo alla contemporaneità a ingegnerizzare le nanostrutture dell’agonia e le serrature genetiche dell’immunodeficienza della propria amata prole? Come si potrebbe coniugare questo tetro assemblatore chimico letale con il Volto d’amore, di luce infinita e di misericordia smisurata rivelato alla storia da Gesù Cristo? Cristo stesso insegnava che nessun padre amorevole, al figlio che nel momento del bisogno gli chiede fiduciosamente un pesce succulento, darebbe mai, sadicamente, in mano una serpe velenosa (Lc 11,11). Perché il Dio buono del cosmo avrebbe invece geneticamente zavorrato i suoi amati figli fin dall’alba remota della preistoria solo perché potessero perire tormentosamente decimati dall’AIDS? Le questioni che i creazionisti pseudoscientifici sollevano tentando di puntellare malamente Dio finiscono per generare mostri metafisici grotteschi, inutili, gratuiti, spiritualmente offensivi e profondamente autolesionisti per la fede e l’intelligenza.
Ritorna così, potentemente restaurata l’intuizione insuperata di Tommaso d’Aquino. L’idea che soggiace al Disegno Intelligente svela in fondo una visione meschina, arcaica e piccina di Dio, imprigionata in un materialismo gnostico. Pretendendo scioccamente che Dio intervenga assemblando materialmente proteine a scatto come un idraulico affaticato che spinge o salda molecole l’una con l’altra perché la materia altrimenti si rifiuterebbe, l’ID concepisce soltanto un “Dio dei vuoti” (God of the gaps), relegato pateticamente ad abitare in quelle oscure fessure del mistero molecolare temporaneamente non ancora esplorate né comprese dalla ricerca scientifica. Una divinità, nota amaramente l’autore, la cui importanza è sistematicamente destinata a recedere, a rimpicciolire irrimediabilmente e alla fine a svanire in uno sgabuzzino buio ogni qualvolta il grandioso progresso della biochimica svela finalmente la trafila microscopica molecolare dell’adattamento, e non c’è più un pezzo “irriducibile” in cui Dio debba o possa infilarsi fisicamente. Un tale “progettista”, incapace di formare entità fisiche capaci di autoregolarsi e riorganizzarsi attraverso processi dinamici complessi, è un ridicolo fantasma meccanicista, e mai il motore Immobile aristotelico né il Creatore amorevole della Bibbia.
Dimenticando e ignorando clamorosamente per via filosofica la distinzione fondante tra causa primaria onnipotente assoluta e cause secondarie strumentali finite e autonome, i teorici chiassosi dell’Intelligent Design finiscono per deturpare l’opera del Padre Celeste per presunzione difensivista.
Qual è, allora, il vero e indelebile segno divino per il sapiente metafisico? Esattamente il parere contrario: non l’intoppo, non la momentanea mancanza di un esatto percorso filogenetico, non lo pseudo-miracolo inspiegabile, non il guasto strutturale, ma la sublime bellezza profonda del fatto colossale e silenzioso che l’universo stesso esista. La firma dell’artista non sta nel cacciavite in miniatura che smonta o nel perno irriducibile della trappola molecolare, ma proprio in quell’esistenza intrinseca (e la sua stabilità). Che entità composte di materia priva di forma autonoma, obbedendo ciecamente e docilmente a incredibili regole finissime e formali, riescano a sviluppare un incredibile e fiammante motore rotante a frusta per fuggire verso l’ossigeno; che strutture complesse e formidabili possano germogliare e palesare una direzionalità che per puro cieco atomismo sembrerebbe insensata; e che tutto ciò emerga in perfetta armonia con fini profondamente intelligibili, è l’orizzonte radioso da ammirare. Dio “crea tramite l’evoluzione” non alterando la fisica del caso disordinato, ma donando la capacità di esistere a enti dotati intrinsecamente e maestosamente della potenza di mutare in modo organico e teleologicamente indirizzato, donando a miriadi di enti fisici minuscoli lo status miracoloso dell’autocausazione. Il disegno di Dio è intelligente proprio perché, a differenza delle povere e asfittiche ingegnerie create e calcolate dagli artigiani dell’ID, non ha bisogno di continui accomodamenti disperati dal di fuori.
In un trionfo della teologia metafisica e dell’armonia del sapere, il libro affronta da ultimo un inquietante timore diffuso tra alcuni cristiani fedeli: l’assenza di un fine ultimo, ovvero il terrore strisciante che la comparsa trionfante della stessa specie Homo sapiens non sia altro che un mero incidente provvisorio in un inarrestabile calderone evolutivo insensato. Tali dubbi insinuano l’ipotesi perversa che nulla impedisca biologicamente che l’essere umano odierno si estingua, o venga spazzato via nel giro di due o tre millenni da un processo cieco e implacabile, o che il nostro stesso destino filogenetico ci costringa a mutare per speciazione fino a deformarci in una irriconoscibile entità o creatura “post-umana” mostruosa priva di connessione con noi.
Qual è dunque lo stop o il fine dell’evoluzione? Dal rigoroso angolo visuale puramente materialista e biologico, gli autori confessano e dichiarano con onestà scientifica che non sussiste un traguardo o fine ultimo stabilito a priori di tipo naturale; sussistono semmai degli obiettivi, fini o stadi “relativi”. Finché un ambiente cambierà (con terremoti, desertificazioni e cambiamenti climatici, cadute di meteoriti e inondazioni), l’evoluzione continuerà imperterrita il suo inesorabile moto spingendo a lenti e continui adattamenti e speciazioni continue finché sorgerà una relativa e momentanea pacificazione tra animale e ambiente, e si ritornerà momentaneamente a riposare fino al prossimo urto geologico. Il processo in sé procede inesorabile come la gravità del pendio che fa precipitare all’infinito un macigno ogni qual volta lo si spinga oltre i bordi. E l’uomo si modifica tuttora di continuo, lo si veda con lo sviluppo delle mutazioni positive di alcuni per assorbire i componenti nel latte, le sacche di globuli resistenti alla malaria africana o gli incredibili adattamenti cardio-toracici acquisiti dai popoli andini. Ciononostante, un salto catastrofico evolutivo o una divergenza dell’intero ceppo è piuttosto improbabile, visto che gli umani con le loro sorprendenti invenzioni sono ormai passati dallo stadio di “subire l’ambiente mutevole” a quello di “creare l’ambiente adattandolo brutalmente a sé”, smorzando quindi significativamente e di netto la feroce, ineluttabile forza di speciazione per cause esogene naturali.
Dal versante dell’occhio teologico spirituale, tuttavia, scatta una differente prospettiva suprema e pacificante: un principio di finalismo estraneo, innestato da Dio sulla natura strumentale creata. Come il pezzo di legno di abete rosso e acero, o i crini essiccati di un povero equino, di per sé non tendono nel loro intrinseco finalismo passivo a produrre musica, ma nelle mani di un maestro liutaio diventano uno strumento ad arco che spande la divina grandezza armonica di un glorioso quartetto di Beethoven; analogamente si intuisce l’intenzione di Dio. Agli occhi del botanico, lo scopo di un frammento di pioppo o di ebano è la clorofilla, crescere, far fronde o spezzarsi per marcire diventando muffa e funghi; ma lo scopo trascendente del medesimo abete nella grandiosa visione del maestro liutaio è eseguire una sonata. Dio non crea mai invano. L’insondabile processo biologico terrestre durato tre miliardi e cinquecento milioni di anni non ha in sé intrinsecamente il fine organico esclusivo di generare un primate dotato di un sistema encefalico sufficiente a sostenere dei processi intellettuali ma è servito provvidenzialmente a questo.
L’evoluzione non condannerà l’umanità a un’insensatezza finale. Se la teologia si chiede, infatti, se la specie umana attuale sia solo una fase di transizione verso insondabili entità biologiche “post-umane”, essa stessa risponde richiamando il cuore della fede: l’Incarnazione. Per salvare il mondo, Dio ha assunto intimamente l’umanità. Il Verbo ha assunto un corpo storico e limitato in Palestina, proprio come il nostro, e non una vaga entità interspecifica rappresentativa dell’intero regno zoologico. Già nel IV secolo, San Gregorio Nazianzeno suggellò una verità cristologica fondamentale, difendendo la realtà corporea del Salvatore contro le prime derive eretiche: “Ciò che non è stato assunto non è stato guarito, ma ciò che è unito alla Sua divinità viene anche salvato”. Un’ipotetica e irriconoscibile creatura “post-umana”, radicalmente separata e alienata da quella natura corporea che Cristo ha assunto, redento sulla croce e glorificato nella sua ascensione, non possiederebbe le basi necessarie per l’adesione spirituale redentiva né per la salvezza cosmologica.
Di conseguenza, al netto di grottesche derive fantascientifiche, la Rivelazione suggerisce con forza che lo scopo ultimo dell’evoluzione – quel lento processo che la divina Onnipotenza ha guidato fin dai primordi nel brodo prebiotico – sia culminato proprio con la comparsa cosciente dell’Homo sapiens. La nostra specie rappresenta dunque l’apice cosmico di questo divenire. Pur non potendo speculare sulla genetica, a lui ignota, Tommaso d’Aquino rifletté profondamente sul moto glorioso degli infiniti corpi celesti. Il Dottore Angelico dedusse che la danza delle galassie perderà il suo slancio e si fermerà nel gran giorno in cui sarà raggiunto “il numero degli Eletti”: un concetto che, per trasposizione, indica il conseguimento dello scopo escatologico finale, predeterminato per l’eternità in Paradiso.
Thomistic Evolution: A Catholic Approach to Understanding Evolution in the Light of Faith è pertanto nel suo complesso un testo di straordinario coraggio pastorale e di grande raffinatezza teoretica; un sollievo formidabile e un indispensabile prontuario dogmatico per studiosi e semplici lettori, cristiani e non, spesso sballottati nel groviglio assordante dei dibattiti ideologici odierni. Smantellando con caparbietà lo snervante materialismo imperante (un’interpretazione abusiva del darwinismo, spesso trasformata in un dogmatico “neo-darwinismo” ateo da moderni apologeti dell’assurdo come Richard Dawkins), l’opera spazza via con altrettanto vigore la miopia patetica del fondamentalismo creazionista e l’ingenuità distruttiva del Disegno Intelligente. Tutto ciò avviene applicando l’insuperata, vitale e modernissima logica del solido aristotelismo cristiano. Non si tratta di una sdegnosa ritirata, ma di una luminosa riconquista della biologia molecolare e dell’intero cosmo da parte della teologia, grazie a una nuova fioritura dello spirito tomista. Gli scienziati domenicani che hanno faticosamente forgiato questo testo dimostrano di sapere unire magitralmente la precisione tagliente del ragionamento metafisico alla pacata onestà del ricercatore al microscopio. La fede e l’intelletto danzano appieno all’interno di uno stupendo disegno biologico, tracciato non dal caso, ma da un Padre immensamente saggio e amorevole. Egli sorregge infallibilmente tutto questo universo evolutivo e transitorio, elevando una moltitudine meravigliosa di esseri finiti dall’ombra delle caverne fino alla gioia traboccante del Suo regno infinito, per l’eternità.
