“Thomism and the natural sciences” di Ignacio Silva, una recensione

Il rapporto tra la teologia cristiana, la filosofia e lo studio empirico del mondo naturale costituisce uno dei campi di indagine più complessi e stratificati del panorama accademico contemporaneo. All’interno di questa vasta intersezione disciplinare, il volume Thomism and the natural sciences, pubblicato da Cambridge University Press nel 2025 all’interno della prestigiosa collana “Elements of Christianity and Science”, offre un contributo di straordinario spessore sistematico e metodologico. L’opera, redatta da Ignacio Silva, professore presso l’Instituto di Filosofia della Universidad Austral, si inserisce in un filone di ricerca in rapida espansione, proponendo un paradigma metodologico innovativo definito esplicitamente come “Science-Engaged Thomism” (tomismo impegnato con le scienze). In queste righe sintetizzeremo le tesi fondamentali del testo, esaminando in profondità le implicazioni metafisiche, teologiche e scientifiche che emergono dalla rilettura del pensiero di Tommaso d’Aquino alla luce delle scoperte empiriche moderne, e valutando il posizionamento del volume all’interno del dibattito accademico odierno.

L’obiettivo dell’opera non è meramente storico né apologetico, bensì essenzialmente costruttivo: Silva intende dimostrare come l’arsenale metafisico tomista non costituisca un sistema chiuso, autoreferenziale e refrattario alle novità empiriche, ma rappresenti piuttosto una struttura flessibile, profondamente realista e capace di dialogare organicamente con le scienze contemporanee. Per comprendere appieno la portata del volume, è necessario inquadrare il concetto di “Science-Engaged Thomism” (SETh). Questa peculiare metodologia si allinea in modo programmatico al più vasto e recente movimento della “Science-Engaged Theology” (SET), codificato da studiosi come John Perry e Joanna Leidenhag. La SET postula che la scienza debba essere considerata una vera e propria fonte epistemica per la teologia. Anziché costruire vaste e astratte comparazioni tra i macro-concetti di “scienza” e “religione”, questo approccio esorta i teologi a concentrarsi su problemi discreti, locali e specifici, che sono già inestricabilmente intrecciati a teorie e scoperte empiriche, affrontando, come suggerito da Peter Harrison, “bocconi” (bite-sized chunks) di singole discipline scientifiche. Silva applica magistralmente questa lente ermeneutica e metodologica alla plurisecolare tradizione del tomismo.

Storicamente, il tomismo ha vissuto fasi di profonda e feconda tensione nel suo rapporto con le scienze. L’autore ricorda acutamente come lo stesso Tommaso d’Aquino si trovasse al centro di una disputa accesa nel XIII secolo, stretto tra i filosofi che leggevano Aristotele in modo eterodosso attraverso i commentatori arabi e i teologi tradizionalisti che vedevano nella filosofia naturale aristotelica una minaccia mortale per la dottrina cristiana. La strategia vincente dell’Aquinate fu quella di assimilare la scienza più avanzata del suo tempo per risolvere specifici enigmi teologici. Il testo riporta esempi paradigmatici: la localizzazione geografica del Giardino dell’Eden (indagata attraverso la coeva geografia aristotelica) e l’analisi biologica dell’Incarnazione. Riguardo a quest’ultima, Tommaso utilizzò la nozione di biologia riproduttiva aristotelica, secondo cui il sangue femminile rappresenta il potenziale materiale perfetto per la generazione, allo scopo di reinterpretare la dottrina secondo cui Cristo fu concepito “ex purissimis sanguinibus virginis”. In questo modo, l’Aquinate utilizzò attivamente i dati della scienza a lui coeva per riconfigurare la domanda teologica stessa, incarnando perfettamente l’essenza della teologia impegnata con le scienze e dimostrando un’apertura metodologica che il volume invita a recuperare.

Nel XX secolo, stimolato dall’enciclica Aeterni Patris (1879) di Papa Leone XIII, il neo-tomismo ha cercato di restaurare questo dialogo, dividendosi tuttavia in correnti talvolta contrapposte. L’opera evidenzia il contrasto tra la linea di Jacques Maritain, che manteneva una netta separazione formale ed epistemologica tra la filosofia della natura (volta a cogliere l’essenza ontologica) e le scienze naturali (limitate al fenomeno misurabile), e la scuola del cosiddetto “River Forest Thomism” (rappresentata da figure del calibro di Charles De Koninck e William Wallace). Quest’ultima corrente sosteneva che le scienze naturali fossero una parte intrinseca e propedeutica della filosofia della natura, promuovendo un’integrazione molto più forte e radicale. Il tomismo impegnato con le scienze proposto da Silva si pone chiaramente nel solco di questa integrazione costruttiva. L’efficacia di questo dialogo, argomenta l’autore, risiede nel robusto “strumentario metafisico” che la tradizione aristotelico-tomista mette a disposizione. L’indagine si sofferma dettagliatamente su concetti fondamentali quali l’ilemorfismo, le quattro cause classiche e, soprattutto, la dottrina della causalità prima e seconda, evidenziando come l’indeterminazione passiva radicata nella materia prima comporti necessariamente una contingenza nelle azioni delle cause naturali.

Questa architettura metafisica si rivela di fondamentale importanza quando l’opera affronta uno dei capitoli speculativamente più affascinanti: l’incontro tra il tomismo e la meccanica quantistica. L’indagine rileva come il crollo del meccanicismo deterministico classico abbia paradossalmente riaperto le porte a un’ontologia di stampo aristotelico. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ha sancito l’impossibilità di conoscere simultaneamente e con assoluta precisione determinate proprietà coniugate di una particella, introducendo un indeterminismo ontologico ineludibile. Lo stesso Heisenberg riconobbe in questa indeterminatezza una risonanza con il concetto aristotelico di potentia, sostenendo che le particelle subatomiche possiedano una realtà potenziale prima di essere attualizzate. I filosofi tomisti hanno colto in questa transizione un’opportunità straordinaria. Studiosi come Robert Koons, Edward Feser e William M. R. Simpson hanno argomentato rigorosamente che la meccanica quantistica richiede la reintroduzione della “causa formale” per evitare le aporie del riduzionismo microfisico. Simpson, ad esempio, propone un “pluralismo ilemorfico” in cui la forma sostanziale agisce come causa formale dell’unità della sostanza materiale, governando le funzioni d’onda e i poteri causali complessi che non possono derivare dalla mera aggregazione meccanica delle parti.

In questo contesto, il volume analizza anche tentativi storici di estrema audacia intellettuale, come la teologia di Filippo Selvaggi, il quale, negli anni Cinquanta, giunse a reinterpretare il dogma eucaristico della transustanziazione alla luce della nascente fisica subatomica. Constatando che il pane e il vino non sono “sostanze naturali” irriducibili ma aggregati di particelle, Selvaggi suggerì che la conversione sostanziale eucaristica dovesse riguardare l’essenza ontologica ultima delle particelle elementari e dei campi energetici, lasciandone inalterati gli “accidenti” fisici macroscopici. Pur suscitando aspre polemiche teologiche, il lavoro di Selvaggi viene elogiato da Silva come un esempio primordiale di coraggio speculativo e di autentico ingaggio teologico con i dati della fisica. La meccanica quantistica offre, inoltre, un solido ancoraggio empirico per la dottrina tomista della provvidenza divina. In contrasto con i modelli teologici non-interventisti post-illuministi, il tomismo dimostra che Dio, in quanto causa primaria, non necessita di alterare le leggi naturali per agire nel mondo. Egli opera attraverso l’indeterminazione passiva delle cause seconde (come le fluttuazioni quantistiche), utilizzandole come strumenti contingenti per realizzare infallibilmente la Sua provvidenza. Silva stesso, nei suoi studi pregressi e nel volume in esame, ha ampiamente documentato come le leggi di natura non debbano essere intese come costrutti normativi rigidi, bensì attraverso la nozione tomistica di “potenza obbedienziale”, che mantiene la creazione genuinamente aperta alla novità dell’azione divina senza ricadere in un determinismo asfissiante.

Dalla scala subatomica, l’indagine si sposta fluidamente verso le vastità cosmologiche. Il testo documenta come i tomisti dell’inizio del Novecento (come Joseph Gredt ed Édouard Hugon) si siano confrontati con l’ipotesi nebulare di Laplace sulla formazione del sistema solare, intravedendovi una tensione teleologica primordiale impressa da Dio. Tuttavia, è con la teoria del Big Bang che il dialogo raggiunge la sua massima maturità epistemologica. Riecheggiando le intuizioni di Georges Lemaître e le recenti elaborazioni di William E. Carroll e Andrew Davison, l’opera ribadisce una distinzione metafisica inaggirabile: quella tra l’inizio temporale (beginnings) e l’origine ontologica (origins). Il concetto di creatio ex nihilo formulato dall’Aquinate non implica forzatamente un inizio temporale dell’universo, ma esprime la dipendenza radicale, assoluta e continuativa dell’intero cosmo dall’Azione Divina in ogni istante della sua esistenza. Questa saldezza concettuale permette al tomismo di accogliere persino l’ipotesi cosmologica del multiverso. Seguendo le riflessioni di Jamie Boulding sulla “metafisica della partecipazione”, Silva illustra come la diversità sbalorditiva di innumerevoli universi non rappresenti una minaccia per il teismo, ma si offra piuttosto come una manifestazione ancora più grandiosa dell’inesauribile ricchezza partecipativa, della bontà e della bellezza infinita del Creatore. Oltrepassando i confini terrestri, lo “Science-Engaged Thomism” si cimenta persino con l’astrobiologia. Se si ammette l’esistenza di vita intelligente extraterrestre, il concetto di imago Dei non perde di significato, ma si rivela multiforme. Come argomentato da Davison, l’infinita perfezione divina potrebbe benissimo richiedere, per essere pienamente manifestata e per ragioni di somma convenienza teologica, l’Incarnazione del Verbo in molteplici specie razionali dislocate nel cosmo, al fine di stabilire con ciascuna di esse una forma suprema di amicizia spirituale (una tesi che, osserviamo, era già stata avanzata molti decenni fa da A.-D. Sertillanges).

Se la cosmologia interroga il tomismo sull’origine dello spazio, la biologia evoluzionistica rappresenta storicamente il terreno di confronto più aspro, ma anche il più fecondo per l’aggiornamento della disciplina. L’indagine traccia una genealogia accurata delle reazioni tomiste all’opera di Charles Darwin. Mentre inizialmente pensatori come Zeferino González y Díaz Tuñón e Juan José Urráburu respinsero il trasformismo universale temendo una deriva materialista e la negazione della causalità finale, posizioni più sfumate emersero rapidamente. Désiré Mercier, ad esempio, sostenne pionieristicamente che la lunghissima successione paleontologica delle specie rappresentasse l’esplicazione di una profonda teleologia guidata dalla provvidenza divina, preferendo questa interpretazione evolutiva a un rigido creazionismo. Nella metà del Novecento, pensatori illustri come Jacques Maritain ed Étienne Gilson accettarono pienamente il quadro evolutivo; Maritain ipotizzò una mozione divina “superelevante e superformante” che consentiva agli organismi viventi di trascendere le proprie limitazioni per generare, nel corso delle ere geologiche, discendenze dotate di forme sostanziali gerarchicamente superiori.

Il dibattito contemporaneo sull’evoluzione all’interno della scuola tomista, analizzato con grande minuzia da Silva, è segnato da un confronto intellettuale vivacissimo, in particolare tra studiosi come Mariusz Tabaczek e Michael Chaberek. Tabaczek ha elaborato una sofisticata prospettiva di “Evoluzione Teistica” in chiave aristotelico-tomista, difendendo vigorosamente l’idea che la trasformazione di una specie nell’altra avvenga attraverso micro-cambiamenti genetici ed epigenetici che modificano gradualmente la disposizione prossima della materia prima. Secondo il domenicano Tabaczek, ciò non necessita di interventi creativi diretti e miracolosi da parte di Dio per ogni singola specie, poiché Dio agisce come causa principale che si serve in modo strumentale della causalità secondaria e delle mutazioni contingenti per attualizzare le potenzialità latenti della materia. Di avviso diametralmente opposto è il suo confratello e connazionale Michael Chaberek, portavoce di posizioni affini all’Intelligent Design, il quale respinge la compatibilità tra tomismo ed evoluzione appellandosi al principio metafisico secondo cui “nessun effetto può eccedere la perfezione della sua causa”. In un acceso scambio accademico documentato sulle pagine della rivista Nova et Vetera, Chaberek contesta a Tabaczek persino l’interpretazione dei verbi biblici creativi (bara e asah), ribadendo che la generazione di nuove essenze vitali richiede sempre un atto creativo diretto e non derivabile dalle mere potenze naturali. Silva, pur dando spazio a queste critiche, mostra come la maggioranza degli accademici tomisti odierni (inclusi teologi come Nicanor Austriaco e William E. Carroll) propenda decisamente per una piena accoglienza dei meccanismi evolutivi, risolvendo il presunto divario causale attraverso una corretta comprensione della doppia azione (divina e creaturale) e ricordando che l’intelligibilità e l’autonomia del processo evolutivo si fondano proprio sulla continua dipendenza causale dell’essere da Dio.

L’accettazione del paradigma evolutivo apre inevitabilmente fronti critici nel campo della teologia sistematica, segnatamente riguardo al problema della sofferenza animale nel tempo profondo e alla formulazione del dogma del peccato originale. A fronte della sfida mossa dalla cruda realtà della selezione naturale (già evidenziata a suo tempo dallo stesso Darwin), filosofi come B. Kyle Keltz e Juan José Sanguineti sottolineano che, nell’ottica di Tommaso d’Aquino, la morte, la corruzione e la predazione nel regno animale erano perfettamente previste anche prima della caduta umana. Poiché il dolore animale manca della drammatica dimensione autoconsapevole propria dell’intelletto umano, esso non rappresenta un “male” in senso morale, sicché la biologia evolutiva non inficia in alcun modo la bontà della Creazione primigenia. Parallelamente, le tensioni tra il poligenismo delineato dalla paleoantropologia contemporanea e la storicità della caduta edenica vengono affrontate da autori come Daniel W. Houck e Nicanor Austriaco. Austriaco ricorre alla genetica, descrivendo persino le mutazioni causali del gene FOXP2 per l’origine del linguaggio, e postula l’esistenza originaria di doni “preternaturali” (preteradaptive gifts) forniti da Dio ai primi ominidi razionali per dominare e ordinare quegli istinti biologici di sopravvivenza ereditati dai progenitori animali. La perdita di tali doni a seguito del peccato originale spiegherebbe la nostra attuale condizione di fragilità e disordine concupiscibile senza violare in alcun modo le tempistiche dell’ominazione darwiniana.

Oltre ai macro-temi della fisica e della biologia evolutiva, l’opera di Silva si addentra con spiccata acribia analitica in questioni di assoluta avanguardia sollevate dalle neuroscienze, dal transumanesimo, dall’ecologia e dall’embriologia. Sul fronte delle scienze cognitive, il lavoro di Daniel de Haan viene presentato come un modello esemplare. Integrando la cosiddetta Nuova Filosofia Meccanicistica (New Mechanical Philosophy) con l’ilemorfismo, de Haan dimostra come le operazioni psicosomatiche animali e umane non prevedano alcun dualismo cartesiano estraniante; al contrario, le facoltà intellettuali immateriali si coordinano intimamente con le funzioni neurologiche attraverso un delicato gioco di causalità formale e finale che preserva la profonda unità della persona. Anche di fronte alle promesse radicali dell’ottimizzazione umana (Human Enhancement), il tomismo offre strumenti per un lucido discernimento. Come evidenziato dal bioeticista Jason Eberl, mentre il transumanesimo dualista (che ambisce, ad esempio, al caricamento della mente su supporti informatici) risulta ontologicamente incompatibile con l’antropologia tomista, forme moderate di potenziamento fisico, cognitivo o persino morale possono essere eticamente legittime. Se interventi biotecnologici sono volti a consolidare la “fioritura umana” (human flourishing) e ad assistere la coltivazione autentica delle virtù razionali, essi possono armonizzarsi con la visione cristiana della natura umana perfettibile.

In ambito ambientale, Silva dà voce alle correnti del “Green Thomism” promosse da Christopher Thompson. Riconoscendo che ogni ente materiale partecipa in modo unico ed irripetibile alla perfezione divina, l’ecologia tomista rifiuta lo sfruttamento predatorio della natura, imponendo all’uomo un dovere di custodia radicato nella legge naturale. Teologi come Andrew Davison e Judith Barad espandono questo concetto, suggerendo che le sofisticate vite affettive degli animali superiori e la fitta rete di interdipendenza delle specie ecologiche conferiscano alla natura non umana un valore intrinseco e persino diritti derivanti dalle loro inclinazioni naturali sancite dal Creatore. L’indagine raggiunge l’embriologia attraverso un affascinante studio del medico e filosofo cileno Juan Eduardo Carreño, il quale incrocia i complessi dati della biologia molecolare dello sviluppo cellulare con il dogma mariologico. Carreño sostiene che la biologia contemporanea permette di comprendere l’Incarnazione con una precisione inedita, evidenziando il ruolo morfogenetico immensamente attivo e complesso fornito dall’ovocita della Vergine Maria per la generazione del Cristo, cementando l’evento dogmatico nella realtà empirica del concepimento umano.

In conclusione, Thomism and the natural sciences rappresenta un pregevole contributo alla teologia fondamentale e alla filosofia della scienza, configurandosi come una pregevole risorsa per chiunque desideri investigare l’architettura filosofica del cristianesimo di fronte alle sfide della razionalità empirica odierna. Sistematizzando un secolo e mezzo di dibattiti, l’autore dimostra al di là di ogni dubbio che il tomismo non costituisce un fossile intellettuale, ma che rappresenta una matrice speculativa straordinariamente feconda e dinamica. Il paradigma metodologico del “Science-Engaged Thomism” insegna che la metafisica dell’atto e della potenza e l’articolazione della doppia azione causale possiedono la capacità non solo di tollerare, ma di integrare attivamente le complessità dell’indeterminazione quantistica, dell’evoluzione biologica, dell’antroposfera neuronale e dell’orizzonte cosmologico. Invitando i teologi a fare della scienza un locus theologicus e una fonte epistemica genuina per problemi specifici, il volume di Silva rinnova con profonda vitalità la grande vocazione originaria di Tommaso d’Aquino: esplorare fiduciosamente le profondità del mondo naturale per ascendere, con rinnovato stupore e rigore intellettuale, alla misteriosa sapienza del suo Creatore.

 

Posted by Adriano Virgili

1 comment

Giovanni Di Guglielmo

Affascinante ma direi anche entusiasmante perché l’articolo mostra come il tomismo, lungi dall’essere superato, fornisce la base intellettualmente più raffinata per capire il mondo in cui viviamo…

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