Durante l’Ultima Cena, il Vangelo secondo Marco mette sulle labbra di Gesù un celebre logion di congedo che in greco suona in questo modo:
«ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι οὐκέτι οὐ μὴ πίω ἐκ τοῦ γενήματος τῆς ἀμπέλου ἕως τῆς ἡμέρας ἐκείνης ὅταν αὐτὸ πίνω καινὸν ἐν τῇ βασιλείᾳ τοῦ θεοῦ» (Mc 14,25)
La traduzione convenzionale di questo versetto, condivisa da gran parte della tradizione liturgica e da numerosi commentari classici, rende l’aggettivo neutro καινόν (kainón) in funzione attributiva o predicativa riferita all’oggetto «prodotto della vite» (genēma tēs ampelou), traducendo abitualmente: «In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». Secondo l’interpretazione che sta alle spalle di questa traduzione, la novità descritta dal testo risiederebbe nella natura del vino, il “vino nuovo” del regno di Dio.
Ciononostante, una disamina filologica, sintattica, storico-testuale e teologica più attenta ci mostra che probabilmente una seconda opzione ermeneutica, difesa da una cospicua corrente di esegeti, quella avverbiale, è da preferirsi in questo contesto per il termine kainón. Secondo questa tesi, l’accusativo neutro singolare, qui non concorda con il sostantivo “vino” o con il pronome “esso” (autó), ma svolge la funzione di un accusativo avverbiale. Di conseguenza, la traduzione più corretta del testo marciano in esame dovrebbe essere: «fino a quel giorno in cui [lo] berrò di nuovo [oppure nuovamente / in un modo nuovo ] nel regno di Dio».
La difesa della lettura avverbiale trova il suo primo e fondamentale pilastro nella sintassi della lingua greca di epoca ellenistica (Koiné). Nella grammatica del Nuovo Testamento, è un fenomeno ampiamente documentato che un aggettivo qualificativo al neutro singolare (particolarmente all’accusativo) possa perdere la sua funzione puramente attributiva per assumere un valore avverbiale.
Come osserva Joel Marcus nel suo prezioso commentario del Vangelo secondo Marco, la grammatica greca offre innumerevoli paralleli in cui un accusativo neutro viene impiegato in funzione avverbiale anziché come aggettivo. Marcus cita, tra i vari casi analizzati Daniel Wallace, l’uso di:
- πρῶτον (prōton): accusativo neutro dell’aggettivo prōtos, impiegato abitualmente non per indicare un “primo oggetto”, ma con il significato avverbiale di “in primo luogo”, “prima” o “dapprima” (es. Mt 6,33).
- περισσόν (perissón): neutro di perissos, usato in senso avverbiale per esprimere la modalità dell’azione: “abbondantemente” o “in modo sovrabbondante” (es. Gv 10,10).
- λοιπόν (loipón): neutro di loipos, utilizzato avverbialmente nel senso di “infine”, “ormai” o “per il resto” (es. At 27,20).
Applicando questa specifica norma sintattica a Marco 14,25, l’accusativo neutro kainón trova il suo senso specifico quale avverbio riferito al verbo pínō (“berrò”).
Marcus sottolinea in modo esplicito che, dal punto di vista della fluidità della frase, la lettura avverbiale è “grammaticalmente più fluida” (smoother) rispetto a quella aggettivale. Nell’interpretazione aggettivale tradizionale, infatti, la presenza del pronome neutro autó (“esso”) seguito dall’aggettivo kainón (“nuovo”) crea una costruzione contorta e pleonastica: “quando lo berrò nuovo”. Se l’evangelista avesse voluto qualificare la bevanda come “vino nuovo”, la sintassi greca avrebbe richiesto o una posizione attributiva più marcata o l’impiego diretto del sostantivo, evitando l’accostamento superfluo tra il pronome autó e l’aggettivo. Al contrario, intendendo kainón in senso avverbiale, il pronome autó richiama correttamente il “prodotto della vite” (genēma tēs ampelou), mentre kainón specifica la ripresa dell’azione: “quando lo berrò di nuovo / nuovamente”.
Sulla stessa linea interpretativa si colloca Eugene Boring, il quale sostiene che in Marco 14,25 kainón costituisce un chiaro accusativo avverbiale (adverbial accusative) e non un aggettivo riferito al “vino”. Boring precisa che la parola non descrive la bevanda che verrà servita nel Regno di Dio, ma definisce la modalità con cui l’atto del bere verrà compiuto nella novità escatologica.
Inoltre, la struttura logica e ritmica dell’intero versetto 14,25 invoca una corrispondenza temporale perfetta basata sul contrasto tra un’interruzione e una successiva ripresa:
- L’interruzione temporale dell’azione (v. 25a): “Non berrò mai più [οὐκέτι οὐ μὴ πίω] del frutto della vite…”.
- La clausola limite (v. 25b): “…fino a quel giorno [ἕως τῆς ἡμέρας ἐκείνης]…”.
- La ripresa escatologica dell’azione (v. 25c): “…quando lo berrò di nuovo [ὅταν αὐτὸ πίνω καινόν] nel regno di Dio”.
La lettura avverbiale (“di nuovo” / “anew”), a detta di Boring, va decisamente preferita perché si adatta in modo perfetto a questo schema: al voto di astinenza e alla sospensione temporanea della comunione di mensa pronunciati nella prima parte del versetto fa riscontro, nella seconda parte dello stesso, la promessa che quell’azione interrotta dalla morte imminente verrà ripresa e rinnovata nel regno di Dio.
Un’obiezione che può essere mossa nei confronti della lettura avverbiale è che questa sarebbe una mezza forzatura grammaticale elaborata dagli esegeti contemporanei per piegare il testo ad una loro interpretazione pregressa. Questa obiezione viene però smentita da quelle che sono le più antiche traduzioni di Marco 14,25.
La prova filologica e storica più solida a favore della resa avverbiale (“di nuovo”) ci viene offerta dai due più antichi e autorevoli testimoni della tradizione neotestamentaria siriaca: il manoscritto Siriaco Sinaitico (Sinaiticus, syrˢ) e la Peshitta (syrᵖ).
Come mettono in evidenza sia Marcus sia Perego, i traduttori siriaci dei primi secoli non tradussero il kainón di Mc 14,25 con un aggettivo qualificativo riferito al vino (cosa che avrebbero potuto fare facilmente usando l’aggettivo siriaco ḥadtā), ma scelsero di impiegare la specifica forma avverbiale ḥadtā’yit.
Nel lessico della lingua siriaca (come documentato dai vocabolari di Payne Smith e Brockelmann), l’avverbio ḥadtā’yit significa inequivocabilmente:
- “di nuovo”;
- “nuovamente”;
- “recentemente”;
- “in un modo nuovo / in una veste nuova”.
Questa testimonianza ha un valore storico davvero importante, in quanto testimonia in modo inoppugnabile come le comunità cristiane di lingua aramaica e siriaca, geograficamente e culturalmente vicine all’ambiente di origine del vangelo e alle matrici semitiche della tradizione evangelica, leggevano e comprendevano il kainón di Mc 14,25 non come un aggettivo riferito al vino, ma come la promessa che Gesù avrebbe bevuto nuovamente insieme ai suoi discepoli nel Regno.
La rilevanza del sostrato semitico è stata approfondita anche da Maurice Casey nel suo studio sulle fonti aramaiche del Vangelo secondo Marco. Casey analizza le difficoltà che molti studiosi (da Dalman a Black) hanno incontrato nel ricostruire la frase aramaica sottostante alla sequenza greca pínō kainón. Alcuni esegeti avevano persino ipotizzato che l’espressione fosse “impossibile in aramaico” perché l’aggettivo posto dopo il verbo rifletterebbe una sintassi greca anziché semitica.
Casey dimostra tuttavia che l’apparente goffaggine del testo greco deriva dal fatto che il traduttore sta rendendo un’espressione idiomatica aramaica. Il testo marciano costituisce un’eccellente e lineare soluzione traduttiva che esprime la certezza della ripresa del banchetto nella dimensione escatologica.
Anche l’analisi dei manoscritti greci conferma le complesse dinamiche interpretative generate da Marco 14,25. Il versetto si presenta nella tradizione manoscritta come una palese lectio difficilior a causa della sua sintassi contorta, caratterizzata da una vistosa tripla negazione: οὐκέτι οὐ μὴ πίω (“non non più berrò”).
Consci di questa difficoltà, i copisti antichi hanno a volte introdotto delle varianti testuali al fine di chiarire il testo:
- Il Codice Sinaitico (א)e il Codice di Efrem Rescritto (C) semplificano la tripla negazione correggendola nella doppia negazione standard οὐ μὴ πίω.
- Il Codice di Beza (D) e alcuni manoscritti della Vetus Latina sostituiscono la frase con l’espressione οὐ μὴ προσθῶ πῖεν (“non aggiungerò più di bere”), una tipica costruzione ebraizzante (calco dell’ebraico yāsap) utilizzata per esprimere la ripetizione o la cessazione temporale di un’azione.
Queste varianti dimostrano che fin dall’antichità l’attenzione dei lettori e dei copisti era interamente focalizzata sul valore temporale e sulla ripresa dell’azione del bere (“non berrò più… finché non berrò nuovamente”), confermando come kainón venisse letto come avente un senso avverbiale.
Per fondare in modo più solido la lettura avverbiale di kainón in Marco 14,25, è indispensabile però condurre una rigorosa analisi lessicale e semantica sul modo in cui il Secondo Vangelo utilizza la terminologia della “novità”.
Nella lingua greca classica, ellenistica e neotestamentaria ci sono due aggettivi per esprimere il concetto di “nuovo”, che, anche se a volte vengono sovrapposti nel linguaggio popolare, nell’uso teologico tendono ad avere precise sfumature semantiche:
- νέος (néos): indica ciò che è nuovo in senso strettamente temporale. Designa ciò che è giovane, recente, apparso da poco o appena prodotto (es. un ragazzo giovane, un germoglio recente, il mosto di fresca spremitura).
- καινός (kainós): indica la novità in senso qualitativo, essenziale ed escatologico. Designa ciò che è privo di usura, ciò che si presenta come inedito, trasformante, ontologicamente diverso rispetto a ciò che è logoro o invecchiato (palaiós).
Come osservano alcuni commentatori, quali Camille Focant, Simon Légasse, Giacomo Perego e Giovanni Belano, il Vangelo secondo Marco mostra una qualche selettività nell’impiego di questi due vocaboli.
La dimostrazione più chiara di questa consapevolezza lessicale si trova nella doppia parabola del rattoppo e degli otri in Marco 2,21-22:
- Al v. 21, per descrivere la pezza di tessuto non follato che non deve essere cucita su un vestito vecchio (himátion palaión), Marco usa l’aggettivo kainós (to kainón tou palaiou): si tratta di un tessuto “nuovo” per qualità, la cui forza incontaminata finirebbe per strappare il tessuto logoro.
- Al v. 22, quando parla del vino appena spremuto che fermenta ancora e rischia di far scoppiare gli otri vecchi, Marco qualifica il liquido usando l’aggettivo néos (oinon neon), ossia “vino giovane / recente”. Tuttavia, quando passa a descrivere gli otri destinati a contenere questo vino, torna a usare l’aggettivo kainós (askous kainous), cioè “otri nuovi” sotto il profilo della qualità e della resistenza.
Questo confronto lessicale interno è, secondo gli studiosi, piuttosto rivelatore: quando Marco intende riferirsi al “vino nuovo” in senso materiale e cronologico (il mosto che sta ancora fermentando), usa l’aggettivo νέος (néos).
Se in Marco 14,25 l’evangelista avesse voluto descrivere semplicemente la bevanda del banchetto finale come un “vino nuovo”, nel senso di “giovane” o “recente spremitura”, avrebbe probabilmente impiegato néos, mantenendo la medesima terminologia adottata in Mc 2,22. Il fatto che in Marco 14,25 l’autore al posto di néos scelga καινόν (kainón) indica che il testo non vuole riferirsi alla qualità enologica del liquido, ma alla natura escatologicamente “nuova” dell’evento.
L’aggettivo kainós nel Vangelo secondo Marco ha del resto poche occorrenze e sempre in passaggi particolarmente significativi, di quelli che servono a sorreggere l’intelaiatura teologica del testo nel suo complesso:
- Mc 1,27: La reazione sbigottita della folla nella sinagoga di Cafarnao di fronte all’autorità di Gesù sulle potenze demoniache: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo [didachē kainē] dato con autorità!».
- Mc 2,21-22: La parabola del tessuto nuovo (kainós) e degli otri nuovi (kainous) destinati alla realtà del Regno.
- Mc 14,24: Le parole sul calice durante l’Ultima Cena (in diversi manoscritti e nella tradizione liturgica parallela): «Questo è il mio sangue della nuova [kainē] alleanza».
- Mc 14,25: La promessa escatologica del banchetto nel Regno di Dio: «…ὅταν αὐτὸ πίνω καινόν».
Come osservano Roland Meynet, Camille Focant e Giacomo Perego, l’uso di kainós in Marco è indissolubilmente legato al mistero pasquale di Cristo e all’irruzione del Regno di Dio. La “novità” marciana non è una semplice aggiunta o un “riaggiustamento” della vecchia economia, ma è la realtà trasformante inaugurata dalla morte e risurrezione di Gesù.
Intendere kainón in Marco 14,25 come un accusativo avverbiale (“di nuovo” / “in un modo nuovo”) rispetta perfettamente questa teologia marciana: la comunione interrotta dalla morte sulla croce verrà ripristinata dal Risorto in modo definitivo del Regno di Dio.
Per cogliere in modo definitivo la portata della lettura avverbiale di kainón, occorre collocare il logion di Marco 14,25 all’interno della trama narrativa e della teologia escatologica del Secondo Vangelo.
Nel contesto della cena pasquale, la dichiarazione di Gesù “non berrò mai più del frutto della vite” (v. 25a) costituisce un solenne voto di astinenza e una chiara profezia della propria morte imminente. Come notano commentatori come William L. Lane e Daniel J. Harrington, nel pensiero ebraico l’astensione dal cibo e dal vino rappresentava una preparazione al contatto con il sacro, un segno di lutto o un gesto di dedizione assoluta di fronte alla prova. Rifiutando di bere ulteriore vino durante quel pasto, Gesù dichiara la sua irrevocabile decisione di sottomettersi alla volontà del Padre e di accettare fino in fondo il “calice” della sofferenza (Mc 14,36).
Questa promessa di astinenza trova poi una conferma narrativa poche ore dopo, durante la crocifissione sul Golgota. In Marco 15,23, infatti, i soldati romani offrono a Gesù del “vino aromatizzato con mirra” (esmyrnismenon oinon), una bevanda che aveva una funzione anestetica. Il testo marciano sottolinea con enfasi la reazione di Gesù: «Ma egli non ne prese» (ho de ouk elaben).
Come mettono in luce Joel Marcus e B. Standaert, il rifiuto di Gesù di bere questo vino non è soltanto un atto di dignità stoica o soteriologica, ma è la fedele esecuzione del voto pronunciato in Mc 14,25. Gesù ha giurato che non avrebbe più bevuto del frutto della vite fino all’irruzione del Regno; pertanto, rifiuta la bevanda offertagli dai carnefici, mantenendosi integro per il compimento della promessa divina.
Ora, se la prima parte del logion (Mc 14,25a) guarda alla morte imminente e alla separazione, la seconda parte (Mc 14,25b) apre l’orizzonte della risurrezione e della vittoria escatologica.
Ed è proprio qui che la traduzione avverbiale di kainón (“di nuovo” / “in un modo nuovo”) rivela tutta la sua cogenza teologica. Gesù non sta promettendo ai suoi discepoli una semplice degustazione di un “vino qualitativamente nuovo” in un futuro indeterminato; egli sta promettendo che proprio quella comunione spezzata dalla morte verrà ripristinata. La festa che ora sta per essere interrotta verrà celebrata di nuovo nella gloria del Regno di Dio.
La lettura avverbiale crea un ponte ideale con l’insegnamento di Gesù in Marco 2,19-20:
- In Mc 2,19-20, Gesù aveva affermato che gli invitati a nozze non possono digiunare finché lo Sposo è con loro, ma che “verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quel giorno digiuneranno”.
- In Mc 14,25, quel “giorno del digiuno” e della separazione è giunto con la Passione; ma Gesù guarda oltre il trauma dello spossessamento, preannunciando il momento in cui lo Sposo tornerà a celebrare le nozze e a bere di nuovo con i suoi eletti nella sala del banchetto regno-logico.
Per offrire una visione d’insieme esaustiva e rigorosa, è utile sintetizzare le posizioni dei principali commentatori riguardo alla traduzione e all’interpretazione di kainón in Marco 14,25:
| Esegeta / Fonte | Posizione traduttiva | Argomentazione principale |
| Joel Marcus | Avverbiale (“anew” / “di nuovo”) | Sintatticamente più fluida (smoother); esprime la ripresa dell’azione dopo l’interruzione temporale; confermata dall’avverbio siriaco ḥadtā’yit nei manoscritti Sinaiticus e Peshitta. |
| M. Eugene Boring | Avverbiale (“anew” / “in un modo nuovo”) | Kainón è un accusativo avverbiale (adverbial accusative) che modifica pínō; definisce la modalità escatologica del bere nel Regno e non la composizione del vino. |
| Giacomo Perego | Duplice / Avverbiale (“nuovamente”) | Riconosce la validità dell’accusativo avverbiale temporale (“nuovamente”), evidenziando il fondamentale supporto della versione siriaca Peshitta e del Codice Sinaitico. |
| Camille Focant | Aggettivale / Teologica | Sottolinea la distinzione qualitativa di kainós rispetto a néos; vede nel logion il fondamento della nuova alleanza e dell’apertura del banchetto ai pagani. |
| Rudolf Pesch | Aggettivale | Interpreta il detto come promessa del banchetto escatologico; rileva la presenza di varianti antiche orientate a chiarire la temporalità dell’azione. |
| Adela Yarbro Collins | Aggettivale | Associa il “vino nuovo” alla tradizione dei banchetti messianici e alle immagini di festa ultraterrena della letteratura intertestamentaria. |
| Maurice Casey | Sostrato aramaico | Dimostra che pínō kainón rende un’espressione idiomatica aramaica volta ad annunciare la certezza della ricostituzione del Regno dopo la morte di Gesù. |
| Giovanni Belano | Lessicale / Qualitativa | Evidenzia la dissoluzione della distinzione classica tra kainós e néos nella Koiné, ma ribadisce che kainón in 14,25 esprime la novità definitiva e perenne del Regno. |
Alla luce di tutto quanto detto sopra, l’interpretazione avverbiale del termine καινόν (kainón) in Marco 14,25 — nel senso di “di nuovo”, “nuovamente” o “in un modo nuovo” — si rivela pienamente fondata e preferibile.
I risultati dell’analisi possono essere ricapitolati nei seguenti punti cardinali:
- Solidità sintattica: L’uso dell’accusativo neutro singolare con funzione avverbiale è un fenomeno grammaticale comunemente attestato nel greco neotestamentario (es. prōton, perissón, loipón). Nel contesto di Mc 14,25, la resa avverbiale risulta sintatticamente più fluida rispetto a quella aggettivale, evitando l’accoppiamento contorto tra il pronome autó e l’aggettivo.
- Autorevolezza della tradizione testuale antica: La lettura avverbiale non è una speculazione moderna, ma è testimoniata dalle più antiche versioni siriache (Peshitta e Siriaco Sinaitico), le quali hanno reso kainón con l’avverbio ḥadtā’yit (“di nuovo” / “nuovamente”), riflettendo la comprensione originaria del testo.
- Coerenza del sistema lessicale marciano: Marco distingue l’uso dell’aggettivo néos (usato in Mc 2,22 per il “vino nuovo” in senso cronologico) dall’aggettivo kainós (riservato per la novità qualitativa ed escatologica dell’insegnamento, dell’alleanza e del Regno in Mc 1,27; 2,21; 14,24; 14,25). L’assenza di néos in 14,25 conferma che il testo non intende descrivere la bevanda in sé, ma la dimensione temporale (e trasformativa) dell’evento.
- Armonia con la teologia narrativa del vangelo: La traduzione “fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel regno di Dio” si integra perfettamente con la trama di Marco. Questa risponde al voto di astinenza di Gesù durante la Passione (confermato dal rifiuto del vino mirrato in Mc 15,23) e proclama con forza la speranza pasquale: la morte e la separazione non avranno l’ultima parola, perché il Risorto tornerà a radunare i suoi eletti per celebrare di nuovo, e in una veste inattesa e gloriosa, il banchetto del Regno di Dio inaugurato durante il suo ministero terreno.
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