La morte della ragione storiografica: anatomia di un fallimento intellettuale nella “Storia criminale del cristianesimo”

Epistemologia del rancore: la negazione del metodo storico

L’opera monumentale in dieci volumi di Karlheinz Deschner, intitolata Kriminalgeschichte des Christentums (Storia criminale del cristianesimo), pubblicata nell’arco di quasi trent’anni dal 1986 al 2013, si erge nel panorama editoriale europeo come un monumento di apparente erudizione e di fallacia sostanziale. Di fronte a un corpus testuale di tale vastità, che copre l’intero arco temporale dalle origini bibliche fino allachiaro modernità, il lettore non specialista rischia di rimanere abbacinato dalla mole delle note, dalla densità delle citazioni e dalla veemenza retorica di una prosa che non conosce tregua né dubbio. Tuttavia, per lo storico di professione che si accosti a queste migliaia di pagine munito degli strumenti critici propri della disciplina — la filologia, l’ermeneutica delle fonti, la contestualizzazione socio-culturale — l’impalcatura eretta da Deschner si rivela tragicamente per ciò che è: non un’opera di storiografia, ma una gigantesca, ossessiva operazione ideologica. Siamo di fronte a una “anti-storia” militante, una requisitoria forense condotta in contumacia della difesa e, fatto ancor più grave, in spregio ai fondamenti epistemologici che regolano la conoscenza del passato.

La pretesa di Deschner non è la revisione critica, operazione legittima e necessaria che la storiografia accademica compie quotidianamente, bensì la demolizione morale di un’intera civiltà attraverso l’accumulo seriale di crimini, veri, presunti o decontestualizzati. L’autore stesso, nella sua introduzione, svela senza pudore le carte di questo gioco truccato: il suo obiettivo non è rispondere alla domanda “cosa ha portato il cristianesimo di buono?”, ma applicare il principio dell’audiatur et altera pars (si ascolti l’altra parte) per controbilanciare quella che egli percepisce come una storia di apologia ecclesiastica. Tuttavia, trasformare la storia in un tribunale dove l’accusa ha diritto di parola illimitato e la difesa è silenziata non restituisce l’equilibrio; distrugge la verità.

Il vizio capitale dell’opera risiede nella sua stessa concezione: l’idea che si possa scrivere la storia di un fenomeno millenario isolandone chirurgicamente solo gli aspetti negativi. Immaginiamo, per analogia, di voler scrivere una “Storia criminale dell’Ateismo” concentrandosi esclusivamente sulle purghe staliniane, sui campi della morte di Pol Pot e sulla ghigliottina del Terrore francese, ignorando l’Illuminismo, la scienza moderna o l’umanesimo secolare. Il risultato sarebbe un mostro storiografico, vero nei singoli dettagli macabri, ma falsissimo nella sostanza complessiva. Deschner compie esattamente questa operazione sul cristianesimo. Egli installa un meccanismo manicheo, un dualismo gnostico secolarizzato dove la Chiesa assume i tratti di un demiurgo malvagio, responsabile unico e diretto di ogni regressione civile, culturale e morale dell’Occidente. Come scrive lapidario nel primo volume: “Dio cammina nelle scarpe del diavolo”. Questa non è analisi storica; è teologia negativa.

Genesi di un inquisitore laico: biografia e psicogenesi del risentimento

Per comprendere la virulenza della Kriminalgeschichte, è necessario indagare la genesi intellettuale ed esistenziale del suo autore. Karlheinz Deschner, nato a Bamberga nel 1924, non è un osservatore distaccato. La sua biografia è quella di un uomo profondamente segnato dalle tragedie del XX secolo e da un rapporto conflittuale con l’autorità. Cresciuto in un ambiente cattolico, educato in seminari francescani e dai carmelitani, Deschner ha servito come paracadutista nella Wehrmacht durante la Seconda Guerra Mondiale, rimanendo ferito più volte. Questa esperienza della violenza assoluta, unita al crollo delle certezze morali della Germania post-bellica, sembra aver innescato in lui una reazione di rigetto totale verso ogni struttura di potere che pretenda di detenere la verità assoluta.

Il suo percorso accademico, culminato con una tesi su Nikolaus Lenau nel 1951 all’Università di Würzburg, rivela una predisposizione per la critica letteraria e filosofica più che per la ricerca d’archivio pura. Ma è con la pubblicazione di Abermals krähte der Hahn (E il gallo cantò ancora) nel 1962 che Deschner trova la sua voce: quella del polemista instancabile. Questo libro, che anticipa i temi della Kriminalgeschichte, gli costò un processo per “vilipendio alla Chiesa” nel 1971 a Norimberga. Sebbene assolto, l’esperienza del tribunale cristallizzò in lui la sindrome della vittima, la convinzione di essere un “cavaliere della verità” solitario assediato da un potere clericale oscuro e onnipresente.

Il processo del 1971 e la sindrome dell’assedio

Il processo del 1971 è lo snodo fondamentale per comprendere le motivazioni profonde che lo spinsero a produrre la sua opera successiva. Deschner non visse l’assoluzione come una vittoria del sistema liberale, ma come la conferma che la Chiesa possedeva ancora il potere di trascinare gli intellettuali alla sbarra. Questo evento trasformò la sua critica in una missione sacra, quasi una crociata alla rovescia. La Storia criminale nasce da questo trauma: è la risposta smisurata, ipertrofica, di chi vuole seppellire il proprio persecutore sotto una montagna di carta. L’atteggiamento di Deschner, descritto dai suoi sostenitori come una spina nel fianco della Chiesa che agisce con “acutezza linguistica nietzschiana”, maschera in realtà una profonda rigidità intellettuale. Egli non dialoga con la storia; la aggredisce.

L’economia dell’odio: il supporto logistico della Giordano Bruno Stiftung

Un aspetto spesso trascurato nell’analisi della Kriminalgeschichte è che essa non è il frutto isolato di un eremita, ma il prodotto di un’industria culturale ben precisa, sostenuta da ingenti capitali privati e da un’agenda politica esplicita. La realizzazione dei dieci volumi, un’impresa che ha richiesto decenni di lavoro, è stata resa possibile grazie al mecenatismo di Herbert Steffen, fondatore della Giordano Bruno Stiftung (GBS).

Steffen, un imprenditore nel settore dell’arredamento trasformatosi nel “Saulo del libero pensiero” dopo la lettura delle opere di Deschner, ha definito il sostegno all’autore come la sua “massima aspirazione”. Non si tratta di un semplice contributo liberale alla cultura; la Fondazione Giordano Bruno è un think-tank militante che promuove un “umanesimo evolutivo” e un ateismo aggressivo, spesso in linea con le posizioni del “Nuovo Ateismo” anglosassone. Il fatto che la fondazione abbia istituito un “Premio Deschner”, del valore di 10.000 euro, assegnato a figure come Richard Dawkins, colloca l’opera di Deschner non nell’alveo della storiografia accademica tedesca (alla Ranke o alla Mommsen), ma in quello dell’attivismo ideologico internazionale.

Questo finanziamento “a tesi” pone un problema deontologico enorme. La ricerca storica richiede indipendenza non solo dai poteri religiosi, ma anche da quelli antireligiosi. Quando un’opera nasce con lo scopo dichiarato di fornire munizioni a una fondazione che combatte l’influenza della Chiesa, la selezione delle fonti sarà inevitabilmente viziata dalla necessità di soddisfare il committente e l’obiettivo politico. La Kriminalgeschichte è, in ultima analisi, un’opera su commissione ideologica, dove il risultato della ricerca (la colpevolezza del Cristianesimo) era già scritto nell’atto di fondazione del finanziamento.

Metodologia della distorsione: l’anacronismo come arma

Il fallimento di Deschner non è solo etico o ideologico, ma squisitamente tecnico. Il metodo applicato nei dieci volumi viola sistematicamente le regole della critica delle fonti codificate nel XIX secolo e affinate dalla storiografia del XX secolo. Deschner non interroga le fonti; le tortura finché non confessano ciò che lui vuole sentire.

Il cherry-picking

Il metodo dominante è quello del cherry-picking elevato a sistema statistico. Deschner passa al setaccio migliaia di documenti patristici, cronache medievali e bolle papali con un unico filtro: isolare l’elemento negativo. Se un vescovo merovingio ha compiuto dieci atti di amministrazione ordinaria, un atto di carità e un atto di violenza, Deschner riporterà solo quest’ultimo, tacendo i primi o liquidandoli come ipocrisia clericale.

Come notato da critici accademici come Arnold Angenendt, professore di storia della Chiesa all’Università di Münster, Deschner ignora sistematicamente le “contro-spinte” etiche interne al cristianesimo: i divieti ecclesiastici contro la simonia, l’istituzione della Tregua di Dio per limitare la violenza feudale, il divieto dell’usura, la teologia della carità. Per Deschner, questi non sono fatti storici; sono paraventi. Egli rifiuta di vedere la complessità di un’istituzione che è fatta di uomini e che, come tale, ha ospitato al suo interno sia la santità che l’abiezione. Cancellando una metà della realtà, Deschner non scrive storia, ma tratteggia una caricatura.

L’anacronismo giudiziario

Ancor più grave è l’uso sistematico dell’anacronismo. Deschner giudica uomini del IV secolo o del Medioevo con il metro morale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Quando analizza le azioni di un Ambrogio o di un Agostino contro gli eretici o i pagani, non si chiede quali fossero le categorie mentali, le paure escatologiche o le necessità politiche di quel tempo. Li giudica come se fossero politici liberali moderni che hanno tradito la costituzione.

Questo approccio moralistico rende la storia incomprensibile. Se giudichiamo Giulio Cesare, Alessandro Magno o Carlo Magno solo in base al numero di morti che hanno causato, senza contestualizzare la violenza nelle strutture sociali dell’epoca, otteniamo solo una galleria di mostri, non una spiegazione del processo storico. Deschner rifiuta la causalità complessa per abbracciare una causalità morale a dir poco infantile: le cose sono andate male perché i cristiani erano cattivi.

Il mito della “tabula rasa” culturale: la manipolazione della Tarda Antichità

Uno dei pilastri portanti della narrazione di Deschner è l’idea che il cristianesimo abbia scientificamente assassinato la luminosa cultura greco-romana, facendo sprofondare l’Europa in un millennio di tenebre. Questa tesi, che riecheggia le polemiche illuministe più viete (alla Gibbon, ma senza la sua eleganza), viene sostenuta attraverso la falsificazione diretta o l’omissione dolosa di contesti fondamentali. Due casi studio, la Biblioteca di Alessandria e la figura di Ipazia, illustrano perfettamente la disonestà del metodo deschneriano.

Il caso della Biblioteca di Alessandria: un rogo immaginario

Nel IV volume della sua opera, e costantemente nelle sue sintesi, Deschner attribuisce ai cristiani — e specificamente al patriarca Teofilo nel 391 — la distruzione finale e definitiva della “Grande Biblioteca” di Alessandria, presentandola come l’atto supremo di vandalismo culturale contro il sapere antico. Questa ricostruzione è storicamente insostenibile.

La ricerca storiografica moderna, basata su studi papirologici e archeologici (Bagnall, Canfora), ha dimostrato che la Grande Biblioteca non esisteva più come entità unitaria e funzionante all’epoca di Teofilo. La sua decadenza fu un processo lungo secoli:

  1. 48 a.C.: Incendio accidentale durante la guerra alessandrina di Giulio Cesare (danni ingenti).
  2. III secolo d.C.: Crisi economiche e guerre civili.
  3. 270-275 d.C.: L’imperatore Aureliano distrugge fisicamente il quartiere del Bruchion (sede del Museo) durante la riconquista della città contro la regina Zenobia.

Quando i cristiani distrussero il Serapeo nel 391, distrussero certamente un tempio pagano che conteneva una “biblioteca figlia” (il Serapeum), ma l’idea che lì fosse custodita la somma del sapere antico e che i cristiani l’abbiano bruciata per “odio alla scienza” è una leggenda nera. Deschner ignora che la perdita della letteratura antica fu dovuta principalmente al cambiamento del supporto scrittorio (dal papiro alla pergamena, molto più costosa), alla selezione naturale dei testi non ricopiati in un’economia al collasso, e all’incuria secolare. Attribuire questo complesso fenomeno socio-economico alla “criminalità” di un vescovo è una semplificazione grottesca.

La strumentalizzazione di Ipazia: martire o pedina politica?

La figura di Ipazia di Alessandria viene utilizzata da Deschner come la perfetta martire della scienza razionale immolata sull’altare del fanatismo religioso, con il vescovo Cirillo nel ruolo del mandante mafioso e i monaci parabalani come esecutori. Anche qui, la narrazione è una falsificazione per omissione.

Le fonti primarie (Socrate Scolastico, Damascio) ci restituiscono un quadro dove il conflitto non era una lotta cosmica tra “scienza” e “fede”, ma una brutale faida politica urbana tra due fazioni: il prefetto imperiale Oreste (cristiano) e il vescovo Cirillo (cristiano). Ipazia, amica e consigliera politica di Oreste, finì stritolata in questa lotta di potere. Non fu uccisa perché insegnava matematica (anche molti cristiani studiavano alla sua scuola e il vescovo Sinesio di Cirene era suo allievo devoto), ma perché la propaganda di Cirillo la dipinse come l’ostacolo alla riconciliazione tra potere civile e religioso.

Il linciaggio di Ipazia fu un crimine atroce, certamente, ma maturato in un contesto di violenza urbana endemica ad Alessandria, dove anche vescovi cristiani (come Giorgio di Cappadocia) venivano linciati dalla folla pagana o da fazioni cristiane rivali. Deschner isola questo evento dal suo contesto politico per trasformarlo in un simbolo astorico. Inoltre, omette un dettaglio fondamentale: la scuola neoplatonica di Alessandria continuò a fiorire per secoli dopo la morte di Ipazia, spesso guidata da pagani come Olimpiodoro, fino alla conquista araba. Se il piano della Chiesa era “uccidere la scienza”, come sostiene Deschner, fu un fallimento totale che egli si guarda bene dal menzionare.

La fabbrica dei numeri: l’Inquisizione e la fantasia statistica

L’approccio di Deschner ai dati quantitativi abbandona definitivamente il terreno della storia per entrare in quello della propaganda pura quando affronta l’età moderna, in particolare l’Inquisizione e la caccia alle streghe.

Il Mito dei Nove Milioni

Nei volumi 8 e 9, Deschner accoglie e diffonde acriticamente la cifra di nove milioni di vittime della caccia alle streghe. Questo numero ha una genealogia precisa e infame: originato da un calcolo errato e speculativo di un archivista del XVIII secolo, Gottfried Christian Voigt, fu poi ripreso e gonfiato dalla propaganda nazista (per dimostrare che la Chiesa cattolica aveva sterminato la razza germanica) e successivamente dal femminismo radicale degli anni ’70 (Gunnar Heinsohn e Otto Steiger) per sostenere la tesi del “genocidio delle levatrici”.

La storiografia seria sulla stregoneria (Wolfgang Behringer, Brian Levack, Gustav Henningsen), basata sullo spoglio capillare dei verbali processuali sopravvissuti in tutta Europa, ha smentito categoricamente queste cifre da decenni. Il consenso accademico odierno stima le esecuzioni capitali per stregoneria in un arco di tre secoli tra le 40.000 e le 60.000 totali. Si tratta di una tragedia umana immensa, ma l’inflazione deschneriana (un fattore di moltiplicazione di quasi 200 volte!) serve uno scopo preciso: equiparare il cristianesimo al nazismo, superando la cifra dei 6 milioni della Shoah per suggerire un “olocausto cristiano” ancora più vasto.

Inoltre, Deschner oscura deliberatamente la dinamica giuridica dei processi. La maggior parte delle condanne a morte per stregoneria fu emessa da tribunali civili locali o da corti secolari in territori dove il potere centrale era debole (come in Germania). Al contrario, le Inquisizioni centralizzate (la Romana e la Spagnola), dotate di rigorosi manuali di procedura e scettiche verso le confessioni estorte sotto tortura indiscriminata, avevano tassi di esecuzione bassissimi per stregoneria, spesso intervenendo per fermare i linciaggi popolari o le sentenze sommarie dei giudici laici. Deschner capovolge la realtà: attribuisce alla “Chiesa” crimini che furono spesso frutto dell’isterismo sociale che la gerarchia ecclesiastica cercò (pur con molte contraddizioni) di irregimentare e limitare.

La teleologia del male: dall’antigiudaismo alla Shoah

La sezione forse moralmente più ambigua dell’opera è quella che tratta il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. Qui Deschner applica una fallacia logica nota come post hoc ergo propter hoc, estendendola su due millenni. Egli traccia una linea retta, priva di interruzioni o mutamenti qualitativi, dai padri della Chiesa (come Giovanni Crisostomo) fino ai cancelli di Auschwitz.

Nel suo schema, Lutero non è un riformatore del XVI secolo, ma l'”antenato spirituale di Hitler”. Ogni predica antigiudaica medievale viene letta non nel suo contesto teologico (il conflitto sulla verità messianica), ma come un preludio necessario e consapevole delle camere a gas. Questa visione teleologica è storiograficamente aberrante per due motivi:

  1. Appiattimento delle differenze: Deschner ignora la distinzione fondamentale tra l’antigiudaismo teologico pre-moderno (che mirava alla conversione e permetteva all’ebreo battezzato di integrarsi) e l’antisemitismo razziale moderno (che considerava l’ebreo biologicamente inferiore e quindi irriformabile).
  2. Deresponsabilizzazione della Modernità: Attribuendo l’intera colpa dell’Olocausto al “veleno cristiano”, Deschner assolve implicitamente le ideologie secolari del XIX e XX secolo — il nazionalismo, il darwinismo sociale, l’eugenetica “scientifica” — che fornirono l’impalcatura concettuale e tecnica allo sterminio nazista.

Ridurre la Shoah all’ultimo capitolo della “storia criminale” ecclesiastica non è solo un errore storico; è una banalizzazione del male nazista, che aveva radici neopagane e scientiste profondamente anticristiane (come Deschner stesso dovrebbe sapere, avendo scritto God and the Fascists, ma scegliendo di ignorare le tensioni reali tra il Reich e la Chiesa quando non servono alla sua tesi).

La ricezione critica: il silenzio e lo sdegno accademico

Non sorprende che l’opera di Deschner non abbia trovato accoglienza nei corsi universitari di storia, se non come exemplum negativo di storiografia polemica. La critica accademica tedesca e internazionale ha reagito con un misto di silenzio imbarazzato e stroncature severe.

Franco Cardin ha colto il punto nodale in una recensione indiretta, sottolineando come la sfida del cristianesimo storico fosse proprio la gestione della violenza in un mondo violento (“uccidere senza odiare”), una complessità psicologica e antropologica che sfugge completamente al radar grossolano di Deschner, il quale vede solo ipocrisia ovunque.

Il teologo e psichiatra Manfred Lütz, nel suo bestseller Der Skandal der Skandale (Il catalogo degli scandali), ha dedicato ampio spazio a smontare le tesi di Deschner. Lütz nota una differenza fondamentale di postura: mentre uno storico serio cerca di capire le ragioni dei perpetratori per spiegare l’evento, Deschner si crogiola in un’indignazione narcisistica che lo porta a “soffrire” con le vittime solo per poter accusare i carnefici, perdendo però di vista la verità fattuale. Lütz accusa Deschner di mancare di empatia storica: egli non vuole capire il passato, vuole solo sentirsi moralmente superiore ad esso.

Anche la recensioni accademiche su riviste come la Catholic Historical Review o gli studi di Arnold Angenendt hanno evidenziato come le tesi di Deschner siano spesso basate su bibliografie obsolete o sulla ripresa acritica di polemisti dell’800, ignorando cinquant’anni di progressi nella ricerca medievistica (ad esempio sulla natura dell’Inquisizione o sulle Crociate). Deschner ha reagito a queste critiche non con nuovi dati, ma isolandosi nel ruolo del martire, sostenuto solo dalla sua cerchia di fedeli della fondazione GBS.

L’antistoria come dogma

La Storia criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner rappresenta pertanto una colossale occasione mancata e un monumento allo spreco di erudizione. Avrebbe potuto essere una necessaria storia critica del potere ecclesiastico, un richiamo severo alle contraddizioni tra Vangelo e istituzione. Invece, si è risolta in un’opera di dogmatismo rovesciato.

Deschner ha sostituito l’apologetica cristiana (tutto è santo) con l’apologetica atea (tutto è criminale), rimanendo prigioniero dello stesso schema mentale che pretendeva di combattere: l’incapacità di accettare il chiaroscuro dell’esistenza umana. La sua opera è un catalogo di orrori decontestualizzati, assemblato con la pazienza del collezionista e la furia dell’inquisitore.

Non neghiamo che la storia del cristianesimo sia intrisa di sangue; nessun osservatore onesto può farlo. Ma questa storia è al contempo illuminata dalla creazione dell’università, la preservazione dei classici, la musica di Bach, la filosofia di Tommaso d’Aquino, la nascita del concetto di persona e la rete di carità che ha civilizzato l’Europa barbarica. Un’opera che pretende di raccontare la “storia” eliminando questa metà della realtà non è storia; è mutilazione.

Il metodo di Deschner contraddice i fondamenti della ricerca perché sostituisce la comprensione con la condanna. Egli non invita il lettore a pensare, a distinguere, a soppesare; lo invita solo a odiare. E l’odio, anche quando è rivolto contro un’istituzione millenaria e potente, è sempre, inevitabilmente, un pessimo storico. L’opera di Deschner rimarrà dunque sugli scaffali non come un testo di riferimento per capire il cristianesimo, ma come un documento psicologico del XX secolo, testimonianza di come il rancore ideologico possa accecare l’intelletto altrimenti dotato fino a fargli scambiare la propria ombra per la verità.

Posted by Adriano Virgili

1 comment

Giovanni Di Guglielmo

Grazie e complimenti!

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