L’approccio alla narrazione della passione di Gesù nel Vangelo di Giovanni, e in particolare alla celebre pericope dei versetti 19,25-27, richiede allo storico del cristianesimo un esercizio di ascesi intellettuale non indifferente. Si tratta di sospendere il giudizio di fede, quella precomprensione devozionale che per secoli ha avvolto questo testo in un’aura di intoccabilità sacra, per applicare con rigore chirurgico gli strumenti dell’agnosticismo metodologico. Non si tratta di negare la verità teologica o spirituale che il testo ha veicolato per generazioni di credenti, ma di distinguere con nettezza i piani: da una parte il piano della Historie, intesa come la nuda successione dei fatti accaduti (o non accaduti) sul Golgota intorno all’anno 30 d. C.; dall’altra il piano della Geschichte, la storia interpretata, riletta e significante, che costituisce l’ossatura della narrazione evangelica. Continue reading →
Metodo storiografico
Teoria dell’evemerismo fantascientifico-Critica della paleoastronautica come forma di riduzionismo tecnologico e negazione del pensiero mitopoietico
L’esegesi dell’evemerismo fantascientifico e la crisi dell’ermeneutica
L’intersezione tra teologia, archeologia e cultura popolare ha generato, nel corso del XX secolo, un fenomeno ermeneutico singolare che proponiamo di definire “Teoria dell’evemerismo fantascientifico”. Questa corrente di pensiero, popolarmente nota come Teoria degli Antichi Astronauti (Ancient Astronaut Theory – AAT) o paleocontatto, postula che le divinità delle religioni antiche non siano proiezioni simboliche, metafisiche o sociali, bensì entità biologiche extraterrestri tecnologicamente avanzate, la cui presenza fisica sulla Terra in epoche remote sarebbe stata fraintesa e divinizzata dall’umanità primitiva. Sebbene spesso liquidata dall’accademia come pseudoarcheologia, l’AAT merita un’analisi rigorosa non per il suo valore probatorio, che la comunità scientifica ritiene nullo, ma come sintomo di una specifica patologia interpretativa della modernità: l’incapacità di concepire il sacro se non attraverso la lente del materialismo tecnologico. Continue reading →
Fenomenologia dell’apologetica popolare. Qualche considerazione critica su “Ipotesi su Gesù” di Vittorio Messori
La pubblicazione di Ipotesi su Gesù nel 1976 da parte della Società Editrice Internazionale (SEI)(ultima edizione Ares, 2019) non ha rappresentato meramente l’uscita di un nuovo volume di argomento religioso nel panorama editoriale italiano, ma ha segnato un vero e proprio spartiacque culturale, un fenomeno di massa che impone ancora oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, una riflessione attenta e ponderata. Per comprendere la portata di quest’opera, che ha venduto oltre un milione di copie nella sola Italia ed è stata tradotta in ben ventidue lingue , è indispensabile collocarla con precisione nel suo contesto storico ed ecclesiale, un’operazione preliminare che permette di apprezzarne il valore come documento sociologico pur evidenziandone le strutturali debolezze sul piano della storiografia rigorosa. Siamo nella metà degli anni Settanta, un periodo che l’autore stesso, in opere successive e interviste, definirà come gli “anni di piombo” della Chiesa, un’epoca caratterizzata da una profonda transizione e da una turbolenza post-conciliare in cui l’entusiasmo del Vaticano II sembrava essersi scontrato con la crisi delle vocazioni, la secolarizzazione galoppante e l’egemonia culturale di ideologie, in particolare il marxismo, che relegavano la fede a sovrastruttura o mito consolatorio. Continue reading →
L’ombra del gigante: Albert Schweitzer, Arthur Drews e la persistenza del mito di Cristo tra storiografia ed esegesi
La crisi epistemologica della teologia e l’emergere del problema mitico
La pubblicazione della seconda edizione della Geschichte der Leben-Jesu-Forschung (Storia della ricerca sulla vita di Gesù) di Albert Schweitzer nel 1913 segna uno spartiacque non solo nella storiografia neotestamentaria, ma nella storia del pensiero occidentale tout court. L’opera, ampliata rispetto all’originale del 1906 (Von Reimarus zu Wrede), non si limita a catalogare il fallimento della teologia liberale tedesca nel tentativo di ricostruire un Gesù compatibile con la modernità borghese; essa affronta di petto, con una lucidità e una veemenza rare, la sfida radicale posta dalla corrente del “Mito di Cristo” (Christusmythe). In quegli anni, figure come Arthur Drews, William Benjamin Smith e John M. Robertson avevano scosso le fondamenta dell’accademia teologica sostenendo che Gesù di Nazaret non fosse mai esistito come figura storica, ma fosse la storicizzazione di un mito astrale, solare o gnostico preesistente. Continue reading →
“I misteri di Gesù”: breve analisi di una mistificazione
L’editoria contemporanea dedicata alla storia delle religioni è ciclicamente investita da ondate di pubblicazioni che, ammantandosi di una presunta audacia intellettuale, promettono di scardinare secoli di acquisizioni storiografiche attraverso rivelazioni sconvolgenti. Il volume I misteri di Gesù. Il Gesù originale era un Dio pagano? (The Jesus Mysteries. Was the “Original Jesus” a Pagan God?, London, Thorsons, 1999; trad. it. di Stefano Lunedei, Milano, Editoriale Jouvence, 2024) di Timothy Freke e Peter Gandy si inserisce prepotentemente in questo filone, presentandosi al pubblico non come un contributo al dibattito scientifico, ma come un manifesto di una “nuova” verità lungamente soppressa. Al contrario, l’analisi puntuale del testo rivela un approccio dilettantistico, caratterizzato da una selezione tendenziosa delle fonti, da anacronismi flagranti e da una logica argomentativa che scambia costantemente l’analogia morfologica per genealogia storica. Questa recensione intende disarticolare l’impianto teorico del libro, evidenziando come la “Tesi dei Misteri di Gesù” sia il prodotto di una manipolazione sensazionalistica dei dati storici piuttosto che il risultato di una ricerca rigorosa. Continue reading →
Veyne e la verità: un viaggio nei “mondi” che costruiamo
Pubblicato in Francia nel 1983 e arrivato in Italia l’anno successivo, I greci hanno creduto ai loro miti? Saggio sull’immaginazione costituente di Paul Veyne rimane uno di quei rari contributi intellettuali che non solo resistono al tempo, ma acquisiscono nuova urgenza con il passare dei decenni. È un’opera di una radicalità straordinaria, spesso fraintesa e, col senno di poi, quasi profetica. Apparentemente un saggio di studi classici, il volume trascende rapidamente i confini disciplinari, utilizzando il mondo antico, e in particolare l’attitudine greca verso il mythos, come un affascinante e complesso “laboratorio” per condurre un’indagine filosofica sulla natura stessa della verità e del credere. Veyne, all’epoca stimato professore di Storia Romana al Collège de France e legato da profonda amicizia a Michel Foucault, non ha alcuna intenzione di rispondere alla domanda provocatoria posta nel titolo con un banale “sì” o “no”. Al contrario, compie un’operazione molto più sofisticata: decostruisce la domanda stessa, dimostrando con acume come essa sia, in fondo, mal posta. Essa, infatti, proietta la nostra concezione moderna, figlia dell’Illuminismo e del positivismo, di cosa significhi “credere” e cosa sia la “verità”, su un’epoca che operava secondo coordinate intellettuali, o “programmi di verità”, come li definisce lui, completamente differenti e per noi quasi alieni. Il saggio, dunque, non è e non vuole essere una storia della mitologia greca. È, piuttosto, un’archeologia della conoscenza in pieno stile foucaultiano; un’analisi rigorosa e a tratti spietata di come le società, e gli individui che le compongono, costruiscano attivamente i loro regimi di verità. Veyne ci mostra come sia possibile, e di fatto comune, abitare simultaneamente in “mondi di verità” multipli, contraddittori e apparentemente non comunicanti. Per comprendere appieno la portata di quest’opera, è fondamentale coglierne la duplice natura. Da un lato, essa rappresenta una critica devastante alla storiografia tradizionale e ai suoi presupposti ingenui di oggettività positivista; dall’altro, è un intervento polemico, sebbene sottile e mai esplicito, contro l’allora dominante Scuola di Parigi di Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne, che pure indagava il mito greco con strumenti innovativi. Paradossalmente, il valore attuale del libro risiede meno nella sua pur magistrale e erudita analisi del mondo antico, e più nel formidabile apparato concettuale che ci offre per comprendere la nostra era contemporanea, definita fin troppo sbrigativamente “post-verità”. Veyne ci ha fornito gli strumenti per questa diagnosi con decenni di anticipo. Continue reading →

Commenti recenti