L’assassinio di Ipazia e l’egemonia cirilliana. Anatomia di un crimine politico nella Tarda Antichità

La necessità di una revisione storiografica

La morte di Ipazia di Alessandria, consumatasi nel marzo del 415 (o 416 secondo alcune cronologie divergenti), costituisce uno degli eventi più polarizzanti e mitizzati della storia tardo-antica. Per secoli, la storiografia e la letteratura hanno proiettato su questo singolo episodio di violenza urbana le ansie, le ideologie e i conflitti propri delle epoche successive. Dalle invettive illuministe di Voltaire, che vedevano nella filosofa una martire della Ragione immolata sull’altare del fanatismo clericale, alle ricostruzioni romantiche di Charles Kingsley, che ne erotizzavano il martirio, fino alle narrazioni contemporanee che la dipingono come un’icona femminista e scientifica opposta all’oscurantismo religioso, la figura storica di Ipazia è stata progressivamente sepolta sotto strati di sovrastrutture ideologiche.

Tuttavia, un’analisi rigorosa e metodologicamente delle fonti primarie — in particolare la Storia Ecclesiastica di Socrate Scolastico, le Lettere di Sinesio di Cirene e la Vita di Isidoro di Damascio — impone di rifiutare la dicotomia semplificatrice “scienza contro fede”. L’indagine storica rivela uno scenario ben più complesso, radicato nella brutale Realpolitik dell’Alessandria del V secolo. Ipazia non fu uccisa perché insegnava astronomia o commentava Platone; la sua scuola era frequentata da devoti cristiani che divennero vescovi. Ipazia fu uccisa perché era una potenza politica, l’ultimo baluardo di un’alleanza civica che sosteneva il prefetto imperiale Oreste contro le mire espansionistiche del patriarca Cirillo.

In queste righe ci proponiamo di decostruire il mito per recuperare la storia politica. Attraverso un esame dettagliato delle dinamiche di potere tra amministrazione civile (Prefettura) ed ecclesiastica (Patriarcato), e profilando la figura di Cirillo non come un mostro irrazionale ma come un politico spregiudicato e pragmatico, dimostreremo che l’assassinio fu l’esito tragico di un conflitto giurisdizionale. Inoltre, attraverso l’analisi documentale delle pratiche di corruzione di Cirillo (in particolare al Concilio di Efeso), evidenzieremo come il patriarca, pur non essendo il mandante esplicito dell’omicidio, abbia contribuito a creare le condizioni ambientali per il crimine e ne abbia successivamente gestito l’insabbiamento, consolidando così la supremazia temporale della Chiesa di Alessandria.

Il contesto alessandrino: topografia del conflitto urbano

Per comprendere l’omicidio di Ipazia, è indispensabile immergersi nel tessuto urbano e sociale di Alessandria d’Egitto all’inizio del V secolo. La metropoli non era semplicemente un centro di cultura, ma una polveriera demografica e politica, in cui la violenza di strada era uno strumento endemico di negoziazione del potere.

Alessandria era divisa in quartieri che riflettevano le sue profonde fratture identitarie. La comunità ebraica, presente da secoli e vitalissima, occupava ampie sezioni della città ed era spesso in conflitto con la crescente popolazione cristiana. I pagani, o “elleni”, sebbene non più dominanti numericamente, mantenevano posizioni chiave nell’amministrazione e nell’insegnamento superiore (il Mouseion e le scuole filosofiche).

Il cristianesimo alessandrino, lungi dall’essere monolitico, era frammentato. Oltre alla chiesa “ortodossa” guidata dal Patriarca, c’erano gruppi novaziani (che Cirillo perseguitò e spogliò dei beni) e di altre correnti teologiche “eterodosse”. Questa frammentazione rendeva il controllo del vescovo sulla città precario e lo spingeva a utilizzare metodi sempre più aggressivi per affermare la propria autorità unitaria.

La trasformazione fondamentale del IV e V secolo fu lo svuotamento delle istituzioni civiche tradizionali. I curiali (l’élite locale che governava la città) erano schiacciati dalla pressione fiscale e dalla perdita di prestigio. In questo vuoto si inserì la figura del vescovo. Già Teofilo, zio e predecessore di Cirillo, aveva agito come un monarca, distruggendo il Serapeo nel 391 non solo per zelo religioso, ma per dimostrare che il potere imperiale locale (incapace di fermarlo) era inferiore al potere della Chiesa.

Quando Cirillo salì sulla cattedra episcopale nel 412, ereditò questo modello di “Faraone cristiano”. La sua elezione fu segnata da scontri armati contro i sostenitori dell’arcidiacono Timoteo, dimostrando fin da subito che Cirillo concepiva il potere come qualcosa da prendere e difendere anche con la forza militare se necessario.

Ipazia: profilo storico e influenza politica

Contrariamente alla narrazione vittoriana che la dipinge come una giovane fanciulla indifesa (Kingsley la descrive “nuda e legata” in modo voyeuristico), la Ipazia storica era, al momento della morte, una donna matura (nata intorno al 355-370, quindi tra i 45 e i 60 anni), autorevole e politicamente connessa.

Figlia del matematico Teone, Ipazia non si limitò a custodire il sapere, ma lo espanse. Le fonti le attribuiscono commentari all’Aritmetica di Diofanto, alle Coniche di Apollonio e al Canone Astronomico. Il suo insegnamento non era occulto o teurgico (come quello della successiva scuola di Atene), ma pubblico, razionale e matematico. Questo dettaglio è centrale: la teurgia (magia rituale) era illegale e perseguibile come stregoneria, ma la matematica e la filosofia platonica erano rispettate dalle élite cristiane. Non c’è alcuna prova nelle fonti contemporanee che Ipazia abbia mai attaccato il cristianesimo. Al contrario, il suo sincretismo filosofico le permetteva di accogliere studenti cristiani senza conflitti.

La prova inoppugnabile della compatibilità di Ipazia con il cristianesimo istituzionale risiede nella figura di Sinesio di Cirene. Aristocratico, filosofo e successivamente Vescovo di Tolemaide, Sinesio rimase devoto a Ipazia per tutta la vita. Le sue lettere sono documenti di straordinaria intimità intellettuale. Egli si rivolge a lei come “madre, sorella, maestra” e “spirito divino”. In una lettera famosa, le chiede consiglio sulla costruzione di un astrolabio e di un idroscopio. È inconcepibile che un vescovo cristiano, incaricato della cura d’anime, potesse mantenere una tale corrispondenza pubblica con una nemica della fede. L’esistenza del circolo di Sinesio dimostra che Ipazia era la rappresentante di una paideia trasversale, necessaria per l’avanzamento sociale sia dei pagani che dei cristiani. Ella non era un ostacolo alla fede, ma una risorsa per l’élite amministrativa.

Socrate Scolastico ci offre la chiave per comprendere la sua fine: “Per la magnifica libertà di parola (parrhesia) che le derivava dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era vergogna per lei stare in mezzo agli uomini”. Ipazia esercitava la parrhesia, il diritto-dovere del filosofo di dire la verità al potere. Nell’Alessandria del 415, questo significava essere la consigliera privilegiata del Praefectus Augustalis Oreste. Ella non era una spettatrice passiva; partecipava attivamente alla gestione della res publica. Damascio sottolinea che i magistrati, appena arrivati in città, si recavano da lei per renderle omaggio. Questa influenza, o dynasteia, la rese una minaccia. In un momento in cui Cirillo cercava di sottomettere l’autorità civile, Ipazia forniva a Oreste non solo legittimità intellettuale, ma anche una rete di supporto tra l’aristocrazia urbana che impediva al vescovo di isolare il prefetto.

L’escalation del conflitto: Oreste contro Cirillo (412-415)

L’omicidio di Ipazia non fu un fulmine a ciel sereno, ma l’atto finale di una guerra istituzionale durata tre anni tra il potere imperiale (Oreste) e quello ecclesiastico (Cirillo).

Il casus belli iniziale riguardò la regolamentazione degli spettacoli teatrali, luogo di aggregazione e disordini. Oreste emanò editti per mantenere l’ordine; Cirillo inviò i suoi agenti per controllarne l’applicazione, un atto che Oreste interpretò come un’ingerenza. La situazione degenerò quando la comunità ebraica, provocata dagli agenti di Cirillo (come il maestro Hierax), fu accusata di aver massacrato dei cristiani in una trappola notturna. La reazione di Cirillo fu immediata e illegale: senza attendere l’intervento del prefetto (l’unico autorizzato a usare la forza pubblica), mobilitò la folla cristiana, assaltò le sinagoghe ed espulse gli Ebrei dalla città, permettendo il saccheggio dei loro beni.

Questa azione costituì un colpo di stato de facto. Cirillo aveva usurpato il diritto di coercizione (coercitio) e di esilio, prerogative esclusive dell’imperatore e del suo prefetto. Oreste, umiliato e furioso per la perdita economica causata dall’espulsione di una comunità vitale, scrisse a Costantinopoli. Il rifiuto di Oreste di accettare le scuse formali di Cirillo (che tentò di offrirgli il Vangelo in segno di pace) segnalò che il conflitto era ormai insanabile.

Cirillo, vedendo la sua autorità civile contestata, ricorse all’intimidazione. Circa 500 monaci provenienti dal deserto di Nitria (noti per il loro fanatismo) scesero in città a supporto del Patriarca. Intercettarono il carro di Oreste e lo coprirono di insulti, accusandolo di essere un “pagano idolatra”. Oreste protestò di essere battezzato, ma un monaco di nome Ammonio lo colpì alla testa con una pietra, ferendolo gravemente. La folla alessandrina, tuttavia, si schierò con il prefetto, disperdendo i monaci e catturando Ammonio. Oreste, applicando la legge romana contro l’aggressione ai magistrati (laesa maiestas), fece torturare Ammonio fino alla morte.

La mossa successiva di Cirillo rivela la sua spregiudicatezza politica: tentò di canonizzare Ammonio come martire, dandogli il nome di Thaumasius (“Il Mirabile”). Tuttavia, come nota Socrate, i cristiani moderati rigettarono questa narrazione, sapendo che Ammonio era morto per la sua violenza, non per la fede. Cirillo fu così costretto a desistere dal suo intento. Questo fallimento politico rese Cirillo vulnerabile e disperato. Aveva giocato la carta della forza e aveva perso; aveva giocato la carta del martirio e aveva perso. L’ostacolo che permetteva a Oreste di resistere e mantenere il supporto dell’élite era la sua consigliera: Ipazia.

Anatomia dell’assassinio: responsabilità e dinamiche

Nella Quaresima del 415, la tensione raggiunse il punto di rottura. La narrazione di Socrate Scolastico è agghiacciante nella sua precisione clinica e attribuisce chiaramente la colpa a un clima di “invidia politica” (phthonos) generato dalla fazione cirilliana.

La voce diffusa tra la plebe cristiana non era che Ipazia fosse una strega (accusa che comparirà solo secoli dopo con Giovanni di Nikiu), ma un’accusa squisitamente politica: “Fu calunniosamente riferito… che fosse lei a impedire a Oreste di riconciliarsi con il vescovo”. Questa percezione era probabilmente corretta. Ipazia, in quanto esponente dell’aristocrazia tradizionale, avrebbe certamente consigliato a Oreste di non cedere alle pretese illegali di Cirillo sulla giurisdizione secolare. Eliminare Ipazia significava privare Oreste della sua voce più autorevole e terrorizzare i suoi sostenitori.

L’omicidio non fu commesso da una folla indistinta, ma da un gruppo organizzato guidato da Pietro il Lettore. Le fonti moderne e l’analisi del Codice Teodosiano identificano questo gruppo con i parabalani. Ufficialmente, i parabalani erano un corpo di barellieri addetti alla cura dei malati e alla sepoltura dei morti, reclutati tra gli strati più poveri della popolazione. Di fatto, funzionavano come una milizia privata agli ordini del Patriarca, una “squadra d’assalto” pronta a intervenire nelle dispute teologiche e politiche. Il fatto che fossero guidati da un chierico (un lettore) collega direttamente l’azione alla struttura ecclesiastica. L’agguato fu pianificato: attesero che Ipazia tornasse a casa, la trascinarono fuori dal carro e la portarono nella chiesa del Cesareo.

All’interno dello spazio sacro del Cesareo, Ipazia fu denudata e massacrata. Socrate usa il termine ostraka per descrivere l’arma del delitto. Tradizionalmente reso come “conchiglie di ostrica” (da cui le immagini pittoriche di scarnificazione), il termine greco indica più comunemente “tegole” o “cocci di ceramica”. L’uso di tegole suggerisce una lapidazione improvvisata o l’uso di detriti urbani, ma la ferocia dell’atto — lo smembramento (meledon) e il rogo dei resti al Cinaron — ha una valenza rituale. Bruciare il corpo significava negare la sepoltura e purificare la città da quello che veniva percepito come un “inquinamento” (agos). Giovanni di Nikiu, secoli dopo, confermerà questa lettura, celebrando il rogo come l’eliminazione dell’idolatria.

Il profilo di Cirillo: spregiudicatezza, corruzione e responsabilità indiretta

La domanda centrale che assilla gli storici è: Cirillo ordinò l’omicidio?

La storiografia moderna, guidata da studiosi come Edward Watts e Maria Dzielska, tende a scagionarlo dall’ordine diretto (“Andate e uccidete Ipazia”), ma gli attribuisce una qualche responsabilità d’ordine morale e politico.

Non esiste alcuna prova documentale che Cirillo abbia commissionato il delitto. Socrate Scolastico, pur critico, scrive che l’evento portò “opprobrio” su Cirillo, non che egli ne fu l’autore materiale. Tuttavia, Cirillo aveva contribuito in qualche modo a creare le condizioni per l’omicidio attraverso:

  1. La retorica d’odio: Predicando contro l’influenza pagana ed ebraica e demonizzando gli oppositori politici.
  2. Il controllo dei parabalani: Questi uomini rispondevano a lui. Se non ordinò l’attacco, certamente tollerò che la sua milizia agisse come giudice ed esecutore nelle strade.
  3. L’atmosfera di impunità: Dopo il fallito attentato di Ammonio, era chiaro che la violenza contro i magistrati o i loro alleati era considerata un atto di zelo religioso dalla fazione cirilliana.

Per comprendere come Cirillo operasse e come riuscì a evitare conseguenze penali per l’omicidio di Ipazia, è illuminante esaminare il suo comportamento al Concilio di Efeso del 431, quindici anni dopo. In quell’occasione, per ottenere la condanna del rivale Nestorio e il proprio reintegro dopo essere stato deposto dall’imperatore, Cirillo organizzò una massiccia operazione di corruzione della corte imperiale.

Una lettera sopravvissuta, la Lettera 96 della collezione cirilliana, contiene un vero e proprio “catalogo delle tangenti” (benedizioni o eulogiae nel linguaggio in codice ecclesiastico) inviate a Costantinopoli. La tabella seguente ricostruisce parzialmente l’investimento economico di Cirillo per comprare il favore politico:

Destinatario Ruolo Dono (Tangente)
Paolo Prefetto 50 libbre d’oro, 4 tappeti, 4 sedie d’avorio, tavoli
Chryseros Praepositus Sacri Cubiculi 200 libbre d’oro (somma enorme)
Marcella Cameriera dell’Augusta 50 libbre d’oro
Scholasticus Eunuco di corte 50 libbre d’oro
Membri vari della corte Arazzi, struzzi (mobili?), tappeti di lana

 

Questa operazione costò alla Chiesa di Alessandria oltre 1.500 libbre d’oro, portandola sull’orlo della bancarotta. L’episodio dimostra però inequivocabilmente che Cirillo era un politico cinico, disposto a usare ogni risorsa a sua disposizione per piegare la legge e l’amministrazione imperiale ai suoi fini. È quindi altamente plausibile, come suggerisce Damascio, che una dinamica simile fosse avvenuta nel 415. Damascio afferma esplicitamente che “l’imperatore si adirò e l’avrebbe vendicata [Ipazia], se Edesio non fosse stato corrotto”. Edesio era il funzionario incaricato dell’inchiesta. L’uso dell’oro per garantire l’impunità dei suoi seguaci era un modus operandi non estraneo al patriarca.

Sebbene gli esecutori materiali dell’assassinio di Ipazia fossero scampati alla condanna, lo Stato reagì. Nell’ottobre del 416, un anno dopo il fatto, fu promulgata una legge indirizzata al prefetto di Alessandria (che imponeva restrizioni severe ai parabalani:

  1. Il loro numero fu ridotto a 500.
  2. Furono posti sotto la diretta supervisione del Prefetto Augustale, sottraendoli al controllo esclusivo del vescovo.
  3. Fu loro vietato di assistere agli spettacoli pubblici o di entrare nelle corti di giustizia.

     

Questa legge rappresenta l’ammissione implicita da parte dello Stato che i parabalani erano i responsabili dei disordini e dell’omicidio di Ipazia. Fu un tentativo di disarmare la milizia privata di Cirillo. Tuttavia, pochi anni dopo (418), Cirillo riuscì a far modificare la legge, aumentando il numero a 600 e riportandoli sotto la sua sfera d’influenza, dimostrando ancora una volta la sua capacità di logorare l’autorità statale.

La genesi del mito: strumentalizzazioni ideologiche

Se la realtà storica è quella di un omicidio politico in un contesto di collasso istituzionale, la memoria di Ipazia è stata ostaggio di narrazioni ideologiche che ne hanno distorto il significato. È necessario criticare queste tradizioni per recuperare la dignità storica dell’evento.

Nel XVIII secolo, intellettuali come John Toland e Voltaire riesumarono Ipazia per usarla come clava contro la Chiesa. Per Voltaire, Ipazia non era una neoplatonica mistica (quale era in realtà), ma una precorritrice del deismo illuminista, vittima del “fanatismo” e della superstizione. Nel suo Dictionnaire philosophique, questi la usa per dimostrare la brutalità intrinseca del clero (“cani tonsurati”), ignorando deliberatamente il fatto che Ipazia fosse rispettata da molti vescovi del suo tempo.

Edward Gibbon, nel capitolo XLVII del Declino e caduta dell’Impero Romano, codificò questa visione. La sua prosa magistrale descrive il “sacrificio di una vergine” e conclude che l’omicidio ha impresso una “macchia indelebile” su Cirillo e sul cristianesimo. Gibbon, tuttavia, inserisce l’evento nella sua tesi generale secondo cui il cristianesimo fu la causa della caduta di Roma, una tesi oggi largamente respinta dagli storici della Tarda Antichità che oggi ritengono che le ragioni della caduta dell’Impero d’Occidente siano state di carattere politico, demografico ed economico (tanto è vero che l’Impero d’Oriente, seppe sopravvivere per circa mille anni nonostante fosse un Impero cristiano).

Nel XIX secolo, Charles Kingsley, nel romanzo Hypatia (1853), trasformò la filosofa in un’eroina romantica. Kingsley, anticattolico ma profondamente cristiano, usò la storia per attaccare il celibato ecclesiastico (associato al movimento di Oxford dei suoi tempi). La sua Ipazia è una figura tragica, destinata a soccombere non solo per la violenza della folla, ma perché il paganesimo era ormai “esausto”. La scena finale del romanzo, con Ipazia denudata e smembrata sotto l’immagine di un Cristo colossale, ha fissato nell’immaginario collettivo una visione voyeuristica ed estetizzante della sua morte, che oscura la realtà brutale e squallida dell’assassinio politico.

Una delle distorsioni più persistenti, divulgata nel XX secolo da Carl Sagan e ripresa da opere divulgative moderne è l’idea che la morte di Ipazia segni la fine della scienza antica e l’inizio dei “Secoli Bui”.

I dati storici smentiscono categoricamente questa tesi.

  • La Scuola di Alessandria continuò: dopo Ipazia, filosofi come Ierocle, Ermia e Ammonio continuarono a insegnare neoplatonismo ad Alessandria per tutto il V e VI secolo, spesso ricevendo stipendi pubblici.
  • Donne filosofe successive: figure come Edesia ad Alessandria e Asclepigenia ad Atene insegnarono filosofia e teurgia decenni dopo Ipazia senza essere molestate dai cristiani.
  • Continuità intellettuale: Giovanni Filopono, un cristiano alessandrino del VI secolo, produsse critiche fondamentali alla fisica aristotelica che anticiparono Galileo.

L’omicidio di Ipazia fu un’anomalia tragica dovuta a circostanze specifiche (la debolezza di Oreste, l’aggressività di Cirillo), non l’inizio di un programma sistematico di sterminio degli scienziati. Presentarlo come tale significa falsificare la storia per servire una narrazione contemporanea di conflitto perenne tra scienza e religione.

Una vittima del potere, non della fede

Alla luce dell’analisi condotta sulle fonti primarie e sul contesto politico, l’assassinio di Ipazia emerge non come un martirio religioso, ma come un crimine politico maturato nel vuoto di potere della Tarda Antichità.

Ipazia cadde vittima di una convergenza fatale di tre fattori:

  1. L’ambizione egemonica di Cirillo, che cercava di trasformare il patriarcato in un centro di potere temporale assoluto, superiore al prefetto imperiale. Pur non avendo dato alcun ordine diretto, la responsabilità politica di Cirillo è innegabile: armò moralmente e materialmente la mano degli assassini e usò verosimilmente poi la sua influenza e la corruzione per insabbiare il caso.
  2. La fragilità dell’amministrazione imperiale, incarnata da Oreste, che tentò di usare il prestigio culturale di Ipazia come scudo politico, esponendola così alla rappresaglia dei suoi nemici.
  3. La radicalizzazione della violenza urbana, dove i confini tra zelo religioso, tifo da stadio e appartenenza politica erano labili e manipolabili.

Rifiutare il mito di Ipazia “martire della scienza” non ne diminuisce la grandezza. Al contrario, ce la restituisce nella sua piena statura storica: una donna di straordinaria intelligenza e coraggio politico (parrhesia), capace di navigare le acque tempestose del potere alessandrino fino a quando l’onda della violenza faziosa non la travolse. La sua morte rimane un monito sulla fragilità dello stato di diritto di fronte al fanatismo politico organizzato, una lezione che trascende le categorie di “pagano” e “cristiano” per parlare direttamente alle dinamiche del potere e della folla.

La figura di Cirillo, spogliata dell’agiografia ma anche della caricatura demoniaca, rimane quella di un politico di formidabile efficacia e inquietante spregiudicatezza, un uomo che capì prima di altri che nel nuovo mondo che stava nascendo, il dogma poteva essere un’arma più affilata della legge romana, e l’oro un argomento teologico convincente quanto le Scritture.


Bibliografia

 

Fonti Primarie

  • Cirillo di Alessandria (1999) Epistole cristologiche. A cura di G. Lo Castro. Roma: Città Nuova. (Per il contesto dei conflitti teologici e politici).
  • Damascio (1999) The Philosophical History [Vita Isidori]. Testo con traduzione e note di P. Athanassiadi. Athens: Apamea Cultural Association. .
  • Giovanni di Nikiu (1916) The Chronicle of John, Bishop of Nikiu. Tradotto da R.H. Charles. London: Williams & Norgate.
  • Sinesio di Cirene (1989) Opere: Epistole, Operette, Inni. A cura di A. Garzya. Torino: UTET.
  • Socrate Scolastico (2021) Storia della Chiesa. Tradotto da G. Martino Piccolino. Roma: Città Nuova.

 

Fonti Secondarie

  • Dzielska, M. (1995) Hypatia of Alexandria. Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • Gibbon, E. (1776–1788) The History of the Decline and Fall of the Roman Empire. London: Strahan & Cadell.
  • Haas, C. (1997) Alexandria in Late Antiquity: Topography and Social Conflict. Baltimore: Johns Hopkins University Press.
  • Kingsley, C. (1853) Hypatia: Or, New Foes with an Old Face. London: Parker and Son.
  • Teja, R. (2012) ‘The strategy of corruption: The gold of iniquity by Cyril of Alexandria at the Council of Ephesus (431)’, in Dialogues d’histoire ancienne, 38(2), pp. 132-133.
  • Voltaire (1764) Dictionnaire philosophique portatif. London [Geneva].
  • Watts, E.J. (2017) Hypatia: The Life and Legend of an Ancient Philosopher. Oxford: Oxford University Press.

Posted by Adriano Virgili

4 comments

Magnifico contributo. Grazie professore!

Che analisi spaziale… Grazie Adriano, non ti fermi mai! La tua capacità di andare oltre le semplificazioni ideologiche, che purtroppo appannano spesso questo tipo di eventi, è proverbiale.

Complimenti per l’ottimo articolo che ripristina la Verità storica su un evento tanto discusso

piero pertusati

Importante restituire Ipazia alla sua “verità” storica ma credo vada fatto altrettanto verso la Chiesa, la quale non solo beatificò Cirillo ma alla fine dell’Ottocento lo onorò col titolo di Doctor Incarnationis. Sia da una parte che dall’altra, si mitizzò. Ricordo una remota lettura di un libro su Nestorio, di Luigi Scipioni, “Nestorio e il concilio di Efeso”, da dove emerge che il ruolo di Cirillo fu tutt’altro che limpido e disinteressato: egli volle accreditarsi come un difensore dell’ortodossia senza consentire un vero dibattito con i nestoriani. La sua conclusione è che la distanza tra le posizioni di Nestorio e l’ortodossia era meno marcata di quanto non volle fare intendere Cirillo, il quale, con le sue posizioni, preparò la nascita del monofisismo. Circa Ipazia, conosco il lavoro di Silvia Ronchey, che lavora e riporta tutte le fonti e ricorda anche la cacciata violenta degli ebrei da parte dei cristiani, un vero pogrom con saccheggio dei loro beni. Davvero non si riesce a vedere la differenza sul piano umano e della carità fra i cristiani e i pagani in questa vicenda. Scrive Ronchey: “Se nell’Ottocento si è arrivati a scrivere che Cirillo devesi ritenere pienamente di ogni colpa giustificato da ogni buon credente per esser stato fatto santo dalla chiesa, ancora al principio del Novecento gli eventi alessandrini sono trattati dalle opere di ascendenza confessionale come fatti di attualità. ” “La posizione ufficiale della chiesa di Roma, nonostante le scuse e le richieste di perdono dispensate un po’ a tutti tra la fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo, e malgrado la gravità e la natura quasi terroristica dell’antico assassinio, deplorato invece, come si è visto, dalla rivale chiesa ortodossa, non ha mai voluto né chiedere perdono a Ipazia né mettere in discussione Cirillo, la sua santità, la sua probità. Fino alla celebrazione che ne farà il 3 ottobre 2007 Benedetto XVI, lodando «la grande energia» del suo governo ecclesiastico, senza spendere due righe» come è stato osservato «per assolverlo da quell’ombra che la storia ha fatto pesare su di lui».”

Lascia un commento