Efficacia simbolica, agnosticismo metodologico e diritti fondamentali: un’analisi antropologico-medica della funzione terapeutica degli esorcismi nel contesto giuridico del 2025

Introduzione: il conflitto epistemologico tra diritto penale e antropologia della cura

L’anno 2025 segna uno spartiacque critico nel dibattito pubblico e giuridico italiano riguardante le pratiche di guarigione rituale, specificamente l’esorcismo. Il dibattito si è riacceso in seguito ad una recentissima sentenza della Corte di Cassazione che ha generato una serie di commenti sui social tra cui uno molto frequente è che nel 2025 gli esorcismi non hanno senso perché sono una mera superstizione. Questa posizione, unitamente alla presentazione di disegni di legge volti a introdurre il reato di “manipolazione mentale” , ha cristallizzato una narrazione dominante che inquadra l’esorcismo come un residuo atavico, “medievale” e intrinsecamente pericoloso, da espungere dal corpo sociale attraverso lo strumento della proibizione penale.

Questa prospettiva, tuttavia, si scontra frontalmente con un corpus decennale di ricerche nel campo dell’antropologia medica, dell’etnopsichiatria e delle neuroscienze cognitive delle religioni. Tali discipline documentano come, al di là della veridicità teologica delle entità postulate (demoni, spiriti), i rituali di esorcismo funzionino come sofisticati dispositivi terapeutici capaci di attivare risposte psicobiologiche misurabili, ristrutturare l’identità del sofferente e favorire la reintegrazione sociale.

Questo articolo si prefigge di gettare un ponte tra la ratio giuridica, focalizzata sulla tutela della libertà individuale e sulla prevenzione dell’abuso di credulità popolare, e l’evidenza etnografica, che osserva l’efficacia clinica e sociale del rito. Applicando il principio dell’agnosticismo metodologico, non ci interrogheremo sull’esistenza del Diavolo, bensì sull’efficacia della cura. Analizzeremo come la soppressione legale di tali pratiche, definita sbrigativamente come un progresso civile, rischi paradossalmente di generare effetti iatrogeni, privando fasce vulnerabili della popolazione di “idiomi di disagio” essenziali per l’elaborazione del trauma e spingendo la domanda di cura verso mercati clandestini e deregolamentati, dove il rischio di abuso è, tragicamente, certezza.

Il panorama legislativo e giudiziario (2024-2025)

Il clima giuridico attuale è dominato dalla reazione a fatti di cronaca di inaudita gravità, come la strage di Altavilla Milicia e le condanne confermate per abusi sessuali perpetrati durante pseudo-rituali. Questi eventi hanno accelerato l’iter di proposte legislative come i DDL n. 1496 e n. 1515 del 2025, che mirano a colmare il vuoto lasciato dalla dichiarazione di incostituzionalità del reato di plagio, introducendo la fattispecie di “manipolazione mentale” per sanzionare chi induce uno stato di soggezione tale da limitare l’autodeterminazione.

Parallelamente, la sentenza n. 95/2025 della Consulta ha evidenziato i “vuoti di tutela” nel sistema penale riguardanti l’abuso di potere, suggerendo una stretta interpretativa che potrebbe coinvolgere anche le pratiche religiose quando queste intercettano la vulnerabilità psicologica. Sebbene l’intento di proteggere le vittime sia doveroso, l’equiparazione automatica tra rito esorcistico e “abuso della credulità popolare” (art. 661 c.p.) o “maltrattamento” rischia di ignorare la distinzione antropologica fondamentale tra violenza rituale (come danno) e violenza nel rito (come drammatizzazione simbolica del conflitto).

L’argomento che definisce l’esorcismo una pratica “medievale” è smentito dalla stessa antropologia contemporanea: l’esorcismo è, al contrario, una pratica eminentemente moderna, la cui domanda cresce in risposta alla frammentazione identitaria e alla precarietà delle società post-industriali. Thomas Csordas e altri studiosi dimostrano che l’esorcismo non è un fossile del passato, ma una “tecnologia del sé” attuale, adattata alle nevrosi della modernità.

1. Agnosticismo metodologico: il fondamento dell’indagine

Per comprendere l’efficacia terapeutica dell’esorcismo, è necessario adottare la postura epistemologica dell’agnosticismo metodologico. Questo approccio, pilastro delle scienze delle religioni e dell’antropologia medica, impone al ricercatore di “sospendere il giudizio” (epoché) riguardo alla verità ontologica delle credenze dei soggetti studiati.

Come spiegato da ricercatori che hanno studiato la possessione in contesti diversi, dal buddismo in Sri Lanka al cattolicesimo carismatico negli USA, l’agnosticismo metodologico non è ateismo. Non si tratta di negare che i demoni esistano (posizione ontologica atea), né di affermare che esistano (posizione teologica), ma di osservare come la credenza nell’esistenza dei demoni e la pratica della loro espulsione producano effetti reali, osservabili e misurabili nella vita dei partecipanti.

In questo quadro, la distinzione giuridica tra “fatto” e “superstizione” diventa problematica. Per la legge, se il demone non esiste, l’esorcista che si fa pagare (o che esercita autorità) sta vendendo il nulla, ergo truffa o abusa. Per l’antropologia medica, se il rituale porta alla remissione dei sintomi psicosomatici, alla cessazione di comportamenti autodistruttivi o alla reintegrazione sociale, l’operatore ha fornito un servizio efficace. La “realtà” del rito risiede nella sua efficacia pragmatica, non nella sua verificabilità fisica.

Tabella 1: Divergenze epistemologiche tra diritto penale e antropologia medica

Categoria Analitica Prospettiva Giuridico-Penale (Positivista) Prospettiva Antropologico-Medica (Agnostica)
Status dell’Entità (Demone) Inesistente; finzione giuridica o frutto di errore/inganno. Realtà fenomenologica per il paziente; “agente” attivo nella terapia.
Natura del Rituale Potenziale abuso di credulità (Art. 661 c.p.) o manipolazione. Tecnologia simbolica di trasformazione del sé; “Meaning Response”.
Consenso del Soggetto Spesso viziato da suggestione o incapacità (Art. 613-quater proposto). Parte di un contratto terapeutico culturale condiviso (Alleanza Terapeutica).
Esito Valutato Conformità alla legge e assenza di danno fisico/patrimoniale. Risoluzione della “crisi della presenza”, riduzione dei sintomi, funzionalità sociale.
Obiettivo dell’Intervento Repressione della condotta irrazionale/pericolosa. Comprensione del meccanismo di efficacia e integrazione nella cura.

2. L’efficacia simbolica e la ristrutturazione neurobiologica

L’idea che le parole e i gesti possano curare il corpo non è una credenza magica, ma un dato acquisito dalle neuroscienze e dalla psicosomatica, teorizzato in antropologia attraverso il concetto di “efficacia simbolica”.

2.1 Claude Lévi-Strauss e l’isomorfismo strutturale

Il punto di partenza teorico è l’analisi di Claude Lévi-Strauss sul canto dello sciamano cuna per un parto difficile. Lévi-Strauss dimostrò che la cura non avviene attraverso un’azione fisica (farmacologica), ma attraverso la costruzione di un mito in cui il corpo della donna è rappresentato come un paesaggio cosmico abitato da spiriti ostili (muu). Lo sciamano, attraverso il canto, entra in questo paesaggio, combatte i mostri e “sblocca” la situazione.

L’efficacia deriva dalla capacità del rito di offrire un linguaggio (un sistema di simboli) a un dolore fisico che ne è privo. Esiste un “isomorfismo” (una corrispondenza strutturale) tra il mito narrato, la struttura psichica inconscia e il processo fisiologico organico. L’esorcismo funziona allo stesso modo: fornisce una struttura narrativa (la battaglia tra Bene e Male) che permette al paziente di dare forma al caos interiore, rendendolo manipolabile e, infine, espellibile. La “manipolazione”, dunque, non è necessariamente un reato (come nei DDL del 2025), ma può essere lo strumento stesso della cura.

2.2 Neurofisiologia della trance e “meaning response”

La moderna ricerca biomedica ha tradotto l’efficacia simbolica in termini di “risposta di significato” (meaning response), preferendola al termine riduttivo “placebo”. Studi di neuroimaging funzionale (fMRI) su soggetti coinvolti in preghiere intense o rituali con oggetti ritenuti sacri (es. acqua di Lourdes) mostrano alterazioni specifiche nella connettività funzionale a riposo (rsFC) tra reti cerebrali legate al controllo cognitivo (rete frontoparietale) e alla salienza emotiva (insula, amigdala).

Durante i rituali di esorcismo che inducono stati di trance o forte assorbimento emotivo, si osservano:

  • Modulazione delle onde cerebrali: Aumento delle onde Alpha (rilassamento vigile) e Theta (accesso a memorie profonde/emotive), o picchi di onde Gamma (integrazione cognitiva elevata) durante le fasi catartiche.
  • Regolazione neurochimica: Rilascio di oppioidi endogeni e endocannabinoidi che mediano l’analgesia e la sensazione di euforia o pace post-rituale, riducendo i livelli di cortisolo (stress).
  • Dissociazione strumentale: La trance permette una “dissociazione” controllata in cui il soggetto può esprimere contenuti traumatici (rabbia, sessualità repressa, memorie di abuso) attribuendoli al “demone”. Questo meccanismo di difesa, lungi dall’essere patologico in sé, è una valvola di sfogo che protegge l’Io dalla disintegrazione mentre i contenuti vengono elaborati.

Daniel Moerman e altri studiosi sottolineano che ignorare questi meccanismi biologici attivati dal simbolo significa ignorare una parte sostanziale della fisiologia umana. L’esorcismo “attiva” il corpo verso la guarigione attraverso vie neurali che la farmacologia non sempre riesce a ingaggiare con la stessa potenza, proprio perché manca della componente di significato esistenziale.

3. Il processo terapeutico: etnopsichiatria e idiomi di disagio

L’accusa che l’esorcismo sia una pratica “medievale” ignora la sua evoluzione come “processo terapeutico” moderno. Thomas Csordas, studiando gli esorcisti cattolici contemporanei negli USA e in Italia, ha dimostrato che l’esorcismo non è più un evento singolo (“magico”), ma un percorso diagnostico e terapeutico complesso.

3.1 La “retorica della trasformazione”

Csordas identifica nell’esorcismo una “retorica della trasformazione”. Il paziente non viene semplicemente “liberato”, ma viene educato a reinterpretare la propria storia di vita. Il rituale agisce modificando l’habitus del soggetto, il suo modo di “essere nel mondo”.

L’efficacia terapeutica, in questo modello, non si misura solo con la scomparsa del sintomo, ma con il cambiamento nella disposizione del soggetto verso la propria sofferenza. Molti pazienti, pur continuando a presentare sintomi psichiatrici residui, riportano un miglioramento drammatico nella qualità della vita perché il rituale ha conferito un senso alla loro esperienza (da “pazzo inutile” a “combattente spirituale”).

3.2 Tobie Nathan e l’etnopsichiatria clinica

L’approccio più radicale proviene dall’etnopsichiatria di Tobie Nathan. Lavorando con migranti e popolazioni non occidentali, Nathan ha dimostrato che l’imposizione di categorie psichiatriche occidentali (es. schizofrenia, delirio) a soggetti che vivono in un mondo popolato da spiriti è non solo inefficace, ma violenta e iatrogena.

Nathan propone di prendere “sul serio” gli esseri invisibili. L’esorcismo e i rituali di possessione sono definiti come “super-dispositivi” (super-devices) tecnologici per la creazione di legami e senso.

  • Contenitori culturali: La cultura fornisce “modelli di malattia prêt-à-porter”. Se un soggetto soffre, la cultura offre il contenitore “possessione” per dare forma a quella sofferenza.
  • Il rischio della de-spiritualizzazione: Vietare questi rituali (come vorrebbe certa giurisprudenza) significa rompere i contenitori senza fornirne di nuovi. Questo porta alla “de-spiritualizzazione” forzata, che lascia il soggetto esposto al caos psicotico grezzo, senza difese culturali. È qui che si annida il vero rischio per la salute pubblica: la creazione di pazienti cronici, “zombificati” dagli psicofarmaci ma non curati nell’anima.

3.3 Idiomi di disagio e trauma

L’antropologia medica utilizza il concetto di “idiomi di disagio” (idioms of distress) per spiegare come il dolore si manifesti in modi culturalmente specifici. In molte sottoculture italiane e migranti, l’idioma della possessione è l’unico socialmente accettabile per esprimere traumi familiari, abusi o fallimenti economici.

Studi quantitativi nei paesi a basso e medio reddito (LMIC), ma rilevanti anche per le nostre periferie, mostrano una forte correlazione tra esposizione al trauma (guerra, abuso) e sindromi da possessione. L’esorcismo, riconoscendo la realtà del trauma attraverso il linguaggio della possessione, permette una validazione dell’esperienza della vittima che la psichiatria asettica spesso fallisce nel fornire.

Tabella 2: Confronto tra modello biomedico e modello rituale nella gestione del trauma

Dimensione Modello Biomedico/Psichiatrico Modello Rituale/Esorcistico
Eziologia Disfunzione neurochimica o psicologica individuale. Attacco esterno (demone, spirito) o rottura di tabù sociale.
Ruolo del Paziente Passivo ricevitore di farmaci/terapia. Attivo combattente nel “teatro” del rito.
Gestione del Sintomo Soppressione farmacologica (antipsicotici). Provocazione ed espressione catartica (trance, urla).
Esito Sociale Spesso stigmatizzazione (diagnosi cronica). Reintegrazione con nuovo status (guarito/liberato).

4. Reintegrazione sociale e rischi dell’approccio proibizionista

Uno degli aspetti più documentati dell’efficacia dell’esorcismo è la sua capacità di operare una reintegrazione sociale. Victor Turner definiva i rituali di afflizione come meccanismi per riparare il tessuto sociale strappato.

L’esorcismo non avviene nel vuoto. Coinvolge la famiglia, la comunità parrocchiale o il gruppo di preghiera. Il “posseduto”, che spesso è un soggetto marginalizzato o capro espiatorio di tensioni familiari (come nel tarantismo studiato da De Martino), viene posto al centro dell’attenzione benevola del gruppo. Il rituale drammatizza il conflitto e ne forza una risoluzione pubblica.

4.1 La lezione di De Martino: la crisi della presenza

Ernesto De Martino, analizzando il tarantismo pugliese, ha mostrato come l’esorcismo coreutico servisse a risolvere la “crisi della presenza” in contesti di miseria estrema. Il rito offriva un orizzonte mitico per “destorificare” il male: il dolore non era più un fatto privato insensato, ma il “morso della taranta”, curabile con la musica e i colori.

Oggi, nelle periferie urbane o nei centri di accoglienza, l’esorcismo svolge una funzione analoga per le nuove “crisi della presenza” legate alla precarietà, all’isolamento e alla migrazione. Proibire il rito significa togliere ai “miserabili” l’unico strumento di riscatto simbolico a loro accessibile, senza aver prima rimosso le cause strutturali della loro sofferenza.

4.2 Il pericolo della clandestinità e l’effetto Altavilla

La strage di Altavilla Milicia è citata dai sostenitori del divieto come prova della pericolosità degli esorcismi. Tuttavia, un’analisi antropologica rigorosa mostra che tali tragedie sono spesso il frutto di bricolage rituali deregolamentati, condotti da figure carismatiche isolate (santoni autoproclamati) fuori dal controllo istituzionale.

La letteratura suggerisce che la repressione legale spinge la pratica verso la clandestinità. Se l’esorcismo ufficiale viene delegittimato o vietato, la domanda non scompare. Si sposta verso il mercato nero del sacro, dove non esistono garanzie, supervisione o limiti etici.

Il disegno di legge sulla “manipolazione mentale”, se applicato indiscriminatamente, potrebbe colpire proprio quegli operatori religiosi istituzionali che rappresentano un argine contro il fanatismo, lasciando campo libero ai predatori che operano nell’ombra e che sono molto più difficili da intercettare per la magistratura.

5. Verso una sintesi: regolamentazione e collaborazione

L’evidenza scientifica raccolta in questo rapporto indica che l’esorcismo possiede un'”efficacia misurabile” in termini di:

  1. Riduzione dello stress e dell’ansia attraverso meccanismi neurofisiologici di regolazione emotiva.
  2. Elaborazione del trauma tramite dissociazione strutturata e narrazione mitica.
  3. Supporto sociale e riduzione dell’isolamento.
  4. Effetto placebo/meaning response potenziato dal contesto rituale.

Vietare tali pratiche nel 2025 sulla base di un pregiudizio “illuminista” che le bolla come superstizioni sarebbe un errore di politica sanitaria e sociale. La risposta corretta alle derive criminali non è il proibizionismo culturale, ma una regolamentazione informata.

Come suggerito da modelli di collaborazione etnopsichiatrica, il futuro dovrebbe vedere una sinergia tra operatori della salute mentale e operatori rituali. Lo psichiatra deve essere formato a riconoscere gli idiomi di disagio religiosi senza patologizzarli a priori, mentre l’esorcista deve essere formato a riconoscere i limiti del proprio intervento e la necessità di invio medico per patologie organiche o psichiatriche gravi.

Solo attraverso il riconoscimento della dignità terapeutica del rito è possibile sottrarlo all’abuso e restituirlo alla sua funzione originaria: quella di essere una tecnica umana, profondamente umana, per restare sani in un mondo che minaccia costantemente di disintegrare la nostra presenza.

Conclusioni e implicazioni per il legislatore

Alla luce di quanto esposto, la definizione legislativa di “manipolazione mentale” nei DDL 2025 deve essere maneggiata con estrema cautela. È imperativo distinguere tra:

  • Manipolazione coercitiva e abusante (finalizzata allo sfruttamento sessuale, economico o alla distruzione della personalità), che deve essere perseguita penalmente con il massimo rigore.
  • Ristrutturazione rituale del sé (finalizzata alla guarigione e consensuale nel contesto della fede), che deve essere tutelata come diritto alla salute e alla libertà religiosa.

Confondere i due piani, sotto la spinta emotiva della cronaca, rischierebbe di smantellare sistemi di supporto sociale vitali, lasciando le vittime ancora più sole di fronte ai loro “demoni”, siano essi metaforici o, nella loro esperienza vissuta, terribilmente reali.


Bibliografia

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  • Zajde, N. (2011) ‘Psychotherapy with immigrant patients in France: an ethnopsychiatric perspective’. Transcultural Psychiatry, 48(3), pp. 187-204.

Posted by Adriano Virgili

1 comment

I miei più vivi complimenti per il blog ed i suoi tanti articoli (che spero continuino con frequenza ancora per molto tempo!). L’ho trovato davvero uno strumento prezioso più volte, e ringrazio la competenza di chi scrive per offrire sempre buoni spunti di riflessione.

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