Dio non è uno. Il pluralismo realista di Stephen Prothero e le sue implicazioni per il dialogo interreligioso

Il fallimento del “Godthink” e l’urgenza della distinzione

Nel panorama contemporaneo degli studi religiosi e del dibattito pubblico sulla fede, pochi lavori hanno suscitato una risonanza così immediata, provocatoria e necessaria come il volume di Stephen Prothero, God Is Not One: The Eight Rival Religions That Run the World—and Why Their Differences Matter (New York: HarperOne, 2010). Pubblicato in un’era post-11 settembre, definita da una crescente ansia geopolitica intrecciata in modo inestricabile a motivazioni religiose, il volume si pone come un manifesto intellettuale contro una delle ortodossie più radicate e confortanti della modernità liberale: l’idea, apparentemente benevola ma empiricamente infondata, che tutte le religioni siano essenzialmente la stessa cosa. Questa analisi vuole esplorare la tesi centrale di Prothero, esaminando come il suo rifiuto del “Godthink” — il pensiero teologico ingenuo che appiattisce le differenze — offra una base più solida, seppur intrinsecamente più scomoda, per la comprensione interculturale e il dialogo interreligioso nel XXI secolo.

Per oltre una generazione, l’approccio dominante al pluralismo religioso, sia nelle accademie che nella cultura popolare (da figure seminali come Joseph Campbell e Huston Smith), è stato guidato dalla seducente metafora della montagna: l’idea che le varie tradizioni di fede siano semplicemente sentieri diversi che, pur partendo da punti differenti alla base, convergono inevitabilmente verso la stessa vetta. Questa prospettiva, profondamente radicata nella “filosofia perenne” e popolarizzata da leader spirituali globali come il Dalai Lama e scrittori come Karen Armstrong, suggerisce che le differenze tra le religioni siano superficiali, confinate ai “piedi della montagna” — questioni di rito, istituzione, dogma e cultura — mentre l’essenza mistica, etica o esperienziale rimane universale e condivisa. È una visione che rassicura, che promette armonia in un mondo fratturato, suggerendo che, in fondo, “siamo tutti uguali”.

Stephen Prothero, professore di religione alla Boston University, sfida frontalmente e senza scuse questa nozione. Egli sostiene che l’affermazione secondo cui “tutte le religioni sono una” non è un fatto empirico derivante dall’osservazione storica o sociologica, ma un dogma teologico, un atto di fede che maschera la realtà empirica delle divergenze umane. Il suo lavoro si propone di sostituire questo “finto pluralismo” con un pluralismo realista e robusto che riconosce che le religioni non si limitano a offrire risposte diverse alle stesse domande, ma spesso pongono domande fondamentalmente diverse, identificano problemi umani radicalmente distinti e mirano a mete che non sono né equivalenti né compatibili.

Lo scopo di questa trattazione è analizzare dettagliatamente come Prothero disseziona otto grandi tradizioni religiose (più l’ateismo) attraverso la lente delle loro differenze strutturali, e valutare come questo approccio — pur non essendo strettamente scientifico nel senso accademico più rigoroso e specialistico — fornisca strumenti essenziali per un’alfabetizzazione religiosa (religious literacy) necessaria per la cittadinanza globale. Il dialogo tra le religioni, suggerisce l’analisi del testo e della sua ricezione critica, non può basarsi su una fantasia di uniformità, ma deve necessariamente passare per la comprensione, la tolleranza e il rispetto delle profonde, talvolta abissali, differenze che ci separano.

La decostruzione della “filosofia perenne” e la metodologia del realismo religioso

La critica di Prothero al sincretismo benevolo parte da una constatazione empirica ineludibile: mentre è politicamente corretto e socialmente pacificante affermare che tutte le religioni insegnano la stessa etica di amore e compassione, questa visione ignora il fatto che nessuna religione vede l’etica come il suo fine ultimo esclusivo, né tantomeno come la sua essenza totalizzante. Ridurre l’Ebraismo, l’Induismo, l’Islam o il Confucianesimo al solo imperativo della “Regola Aurea” significa compiere un atto di violenza intellettuale, spogliando queste tradizioni della loro specificità teologica, rituale, narrativa e storica.

Il fenomeno del “Godthink” e i suoi pericoli civici

Prothero conia il termine “Godthink” per descrivere questa tendenza pervasiva a raggruppare tutte le religioni in un’unica categoria indistinta, presumendo che tutte mirino alla salvezza, alla pace, alla giustizia o all’unione con il divino. Questa mentalità, sostiene l’autore, non è solo intellettualmente pigra, ma geopoliticamente pericolosa. Essa funge da paraocchi, rendendoci incapaci di comprendere le motivazioni specifiche che guidano gli attori globali, dai fondamentalisti islamici che sognano un califfato, ai nazionalisti indù del BJP, fino ai cristiani evangelici negli Stati Uniti che influenzano le elezioni presidenziali.

Se crediamo dogmaticamente che tutte le religioni vogliano la stessa cosa (la pace, ad esempio), non possiamo comprendere logicamente o strategicamente perché israeliani e palestinesi, o indù e musulmani in Kashmir, o cattolici e protestanti in Irlanda del Nord, siano stati disposti a uccidere e morire per le loro differenze. Il “Godthink” ci porta a liquidare la violenza religiosa come una “distorsione” della “vera religione” (che per definizione deve essere pacifica), invece di riconoscere che le religioni sono potenti motori culturali capaci di produrre sia il bene supremo che il male assoluto.

L’autore osserva che questa cecità epistemologica è stata particolarmente evidente e dannosa dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. In quel frangente, molti leader occidentali e commentatori liberali si sono affrettati a dichiarare l’Islam una “religione di pace”, citando versetti selettivi e ignorando le complessità teologiche interne alla tradizione islamica che permettono interpretazioni sia mistiche e pacifiche (come nel Sufismo) sia militanti e politiche (come nel Salafismo). Il vero rispetto per una tradizione, argomenta Prothero, non nasce dal negare le sue asperità o le sue differenze per renderla più appetibile al gusto occidentale moderno, ma dall’affrontarla con occhi aperti, riconoscendone la dignità autonoma anche quando essa è in conflitto con i nostri valori.

L’analogia dello sport: un nuovo paradigma comparativo

Per illustrare l’incommensurabilità delle religioni e smantellare la metafora della montagna unica, Prothero utilizza una potente e accessibile analogia sportiva. Chiedere quale religione sia la “migliore” o se tutte portino allo stesso fine è intellettualmente fallace quanto chiedere se il baseball, il calcio, il tennis e il golf siano lo stesso gioco o quale sia il migliore quando si tratta di “fare punti”. Se si giudica una squadra di calcio con le regole del baseball (ad esempio, criticandola per non aver segnato abbastanza “home run”), si commette un errore di categoria fondamentale che rende impossibile la comprensione del gioco stesso.

Similmente, affermare che tutte le religioni mirano alla “salvezza” è un atto di imperialismo teologico cristiano, spesso inconscio. La “salvezza” (intesa come redenzione dal peccato per garantire una vita eterna) è l’obiettivo specifico, tecnico e teologico del Cristianesimo. Non è l’obiettivo del Buddismo (che mira al Nirvana, l’estinzione della sofferenza e del ciclo delle rinascite), né del Confucianesimo (che mira all’armonia sociale e alla coesione familiare in questo mondo), né dell’Ebraismo (che mira al Ritorno dall’esilio e all’osservanza della Legge). Proiettare la “salvezza” su queste altre tradizioni non le onora; le distorce, trasformandole in versioni imperfette o criptiche del Cristianesimo (come nella teologia di Karl Rahner sui “cristiani anonimi”).

Per ovviare a questo problema metodologico e offrire un quadro divulgativo chiaro, Prothero propone uno schema interpretativo basato su quattro elementi distintivi per ogni religione, trattando ciascuna come un sistema completo e autonomo:

  1. Il Problema: Una diagnosi fondamentale e specifica della condizione umana (es. peccato, sofferenza, caos, esilio). Ogni religione parte dall’osservazione che “qualcosa non va”, ma differiscono radicalmente su cosa non vada.
  2. La Soluzione/Obiettivo: La meta finale proposta dalla religione per risolvere quel problema specifico (es. salvezza, liberazione, ordine, ritorno).
  3. La Tecnica: I mezzi pratici, rituali ed etici per transitare dal problema alla soluzione (es. fede, meditazione, rituale, legge).
  4. L’Esemplare: Le figure ideali o mitiche che incarnano il percorso e mostrano la via (es. santi, arhat, junzi, imam).

Questo schema, sebbene riconosciuto dall’autore stesso come “semplicistico” e riduttivo rispetto alla vasta complessità storica delle tradizioni religiose, è essenziale per lo scopo divulgativo del libro: permette al lettore non specialista di apprezzare ogni tradizione nei propri termini, evitando il sincretismo confuso.

Analisi delle grandi tradizioni religiose – una mappatura delle divergenze

Il corpo centrale del volume è dedicato all’esplorazione di otto grandi tradizioni religiose. La scelta di Prothero di ordinarle non cronologicamente (per data di fondazione) o geograficamente, ma in base alla loro “influenza contemporanea” e impatto globale, è di per sé una dichiarazione significativa sulla natura pragmatica e civica del suo lavoro.1 Prothero non cerca l’essenza mistica, ma la rilevanza storica e politica attuale.

1. Islam: la via della sottomissione e la sfida dell’ortoprassi

Prothero colloca l’Islam al primo posto per influenza, una scelta audace che giustifica citando non solo la sua rapida crescita demografica (cresce del 33% più velocemente del Cristianesimo), ma soprattutto il suo ruolo centrale e ineludibile nella geopolitica contemporanea, nei conflitti globali e nel dibattito pubblico.

L’analisi di Prothero si concentra sulla differenza teologica fondamentale tra la visione cristiana e quella islamica della condizione umana. Mentre il Cristianesimo vede l’umanità come ontologicamente corrotta dal peccato originale, necessitante di un salvatore divino, l’Islam rifiuta questa nozione. Per l’Islam, il problema non è il peccato inerente, ma l’orgoglio e l’autosufficienza: l’essere umano è “smemorato” della sua dipendenza da Dio. Non abbiamo bisogno di essere salvati da una natura corrotta, ma di essere guidati attraverso la rivelazione (il Corano) a sottometterci alla volontà di Allah.

La soluzione è l’Islam (sottomissione), che porta alla pace (Salaam) in questa vita e al Paradiso nell’altra. Prothero sottolinea con forza come l’Islam sia, similmente all’Ebraismo, una religione di ortoprassi (giusta azione) più che di ortodossia (giusta credenza). Essere musulmano è definito primariamente dal fare — eseguire i Cinque Pilastri: la professione di fede (Shahadah), la preghiera (Salat), l’elemosina (Zakat), il digiuno (Sawm) e il pellegrinaggio (Hajj).

L’autore affronta direttamente gli aspetti controversi che dominano l’immaginario occidentale, come il concetto di Jihad (lotta). Egli rifiuta sia l’apologetica che riduce la Jihad a una mera lotta spirituale interiore, sia la demonizzazione che la vede solo come guerra santa. Prothero presenta la Jihad come un concetto duplice, che include sia la lotta spirituale contro l’ego sia la lotta fisica in difesa della comunità, evidenziando le tensioni interne tra l’Islam politico (Islamismo, Salafismo, Wahhabismo) e l’Islam progressista e moderato. Questa trattazione sfata il mito di un Islam monolitico, mostrando una tradizione viva e dibattuta, dove la Sharia (legge) rappresenta non solo un codice penale, ma una via sacra che regola ogni aspetto della vita, rendendo la distinzione occidentale tra “chiesa e stato” estranea alla storia islamica.

2. Cristianesimo: la via della salvezza e la trasformazione globale

Sebbene sia statisticamente la religione più diffusa al mondo con oltre 2,2 miliardi di fedeli, Prothero la colloca al secondo posto per dinamismo attuale. Egli descrive il Cristianesimo come una tradizione che, sebbene stagnante o in declino nell’Europa secolarizzata, sta vivendo una trasformazione radicale ed esplosiva nel “Global South” (Africa, Asia, America Latina).

L’analisi si concentra sulla specificità teologica della “salvezza” e dell’Incarnazione. Prothero ammonisce i lettori a non dare per scontato che “Dio” significhi la stessa cosa ovunque. Il Dio cristiano, incarnato in Gesù, soffre e muore; una nozione che per ebrei e musulmani è blasfema (poiché Dio è trascendente e non può morire o avere un corpo) e per indù e buddisti è limitante (poiché il divino ha molteplici manifestazioni o non è un dio personale).

Un punto di forza dell’analisi di Prothero è l’attenzione al Pentecostalismo e al Cristianesimo carismatico come il “volto futuro” della fede. Egli osserva che il “secolo evangelico” (il XIX secolo) ha ceduto il passo al “secolo pentecostale” (il XX e XXI secolo). Questo cristianesimo del sud del mondo è esperienziale, focalizzato sui doni dello Spirito, sulla guarigione e sulla prosperità, molto diverso dal cristianesimo cerebrale e dottrinale delle denominazioni storiche europee. Questo spostamento demografico ha implicazioni profonde per il dialogo interreligioso, poiché il cristianesimo globale tende ad essere più conservatore su questioni sociali e più letteralista nell’interpretazione biblica rispetto alle sue controparti occidentali liberali.

3. Confucianesimo: la via della proprietà e la religione di questo mondo

L’inclusione del Confucianesimo tra le “grandi religioni” è una mossa che sfida le definizioni occidentali di religione, spesso incentrate sulla trascendenza, sui miracoli e sul divino soprannaturale. Prothero lo descrive come una “religione di questo mondo”, un umanesimo sacro il cui problema fondamentale non è la morte o il peccato, ma il caos sociale e politico. La soluzione è l’ordine, l’armonia e la struttura sociale.

Il contrasto con le religioni abramitiche è netto e istruttivo per il dialogo: nel Confucianesimo non c’è un Dio creatore che comanda dall’alto, né un interesse ossessivo per l’aldilà o l’immortalità dell’anima. Invece, la sacralità si trova nelle relazioni umane, nell’educazione, nell’etichetta e nei rituali sociali (li) e nella coltivazione dell’umanità (ren).

Prothero elogia il Confucianesimo per la sua attenzione alla responsabilità civica e alla gerarchia morale, suggerendo che il miracolo economico delle Tigri Asiatiche e la stabilità sociale cinese debbano molto a questa etica del lavoro, della famiglia e del rispetto per l’autorità. Qui, l’esemplare non è un mistico che fugge il mondo o un salvatore che lo redime, ma il Junzi, l’uomo nobile o superiore che coltiva il proprio carattere attraverso lo studio e il rito per servire meglio la società e lo stato. Comprendere il Confucianesimo è quindi essenziale per comprendere la Cina moderna, non solo come potenza economica ma come civiltà con una visione distinta dei diritti e dei doveri.

4. Induismo: la via della devozione e la geologia della fede

Prothero presenta l’Induismo non come una singola religione monolitica, ma come una famiglia di tradizioni tenute insieme da una geografia (l’India) e da concetti condivisi ma diversamente interpretati come il Samsara (il ciclo vizioso di vita, morte e rinascita), il Karma (la legge morale di causa ed effetto) e il Moksha (la liberazione spirituale).

Utilizzando la metafora della “geologia”, Prothero descrive l’Induismo come una stratificazione di diverse epoche religiose che coesistono nel presente:

  1. Religione Vedica: Focalizzata sul rituale, il fuoco e l’ordine cosmico.
  2. Induismo Filosofico: Focalizzato sulla sapienza (Jnana Yoga), la rinuncia e l’unità mistica tra Atman (sé) e Brahman (realtà ultima).
  3. Induismo Devozionale: Focalizzato sulla Bhakti (amore/devozione) verso divinità personali.

L’autore smonta lo stereotipo occidentale dell’Induismo come religione puramente eterea e filosofica, evidenziando invece la predominanza della Bhakti nella pratica quotidiana della stragrande maggioranza degli indù moderni. Mentre le élite possono cercare l’unità astratta, le masse cercano l’intercessione, la grazia e la relazione personale con divinità come Ganesha (il rimuovitore di ostacoli), Shiva, Vishnu o la Grande Dea (Mahadevi).

Prothero sottolinea la natura radicalmente diversa della teologia indù rispetto al monoteismo occidentale: un politeismo esuberante e sensuale che accetta l’immagine materiale del divino (murti) e la molteplicità come vie legittime. Il dialogo con l’Induismo richiede quindi di abbandonare la paura dell'”idolatria” e di comprendere una logica in cui il divino è immanente, molteplice e accessibile attraverso i sensi.

5. Buddismo: la via del risveglio e l’assenza del sé

Il capitolo sul Buddismo sfida la percezione occidentale “New Age” di questa fede come una semplice “filosofia di vita” pacifica, meditativa e psicologica. Prothero identifica il problema centrale del Buddismo nella sofferenza universale (Dukkha), derivante dall’impermanenza (Anicca) e dall’attaccamento ignorante. La soluzione è il Nirvana, l’estinzione della sofferenza, da raggiungere non attraverso la grazia divina (almeno nel Theravada), ma attraverso lo sforzo umano di auto-risveglio.

Un punto centrale dell’analisi, che marca una differenza abissale con le altre tradizioni, è la dottrina dell’Anatta (non-sé). Mentre l’Induismo cerca la liberazione scoprendo il vero Sé eterno (Atman), e il Cristianesimo cerca di salvare l’anima immortale, il Buddismo insegna che l’anima o il sé sono illusioni, costrutti mentali che causano sofferenza.

Prothero evidenzia anche le profonde differenze interne tra il Buddismo Theravada (la “Via degli Anziani”, monastica, focalizzata sulla saggezza e lo sforzo individuale dell’Arhat) e il Mahayana (il “Grande Veicolo”, devozionale, focalizzato sulla compassione universale del Bodhisattva e sull’aiuto di innumerevoli Buddha e divinità). Questa distinzione è fondamentale per capire come il Buddismo sia diventato la religione missionaria di maggior successo in Asia e, sempre più, in Occidente.

6. Religione Yoruba: la via della connessione e il pragmatismo spirituale

L’inclusione della religione Yoruba (e delle sue varianti diasporiche come Santeria a Cuba e Candomblé in Brasile) tra le “otto grandi religioni” è uno degli aspetti più innovativi, coraggiosi e politicamente significativi del libro. Prothero eleva questa tradizione dell’Africa Occidentale allo status di “grande religione mondiale” (con circa 100 milioni di aderenti stimati), sfidando l’emarginazione accademica che tradizionalmente relega le religioni africane nelle categorie di “primitive”, “tribali” o “animiste”.

Il problema diagnosticato dalla religione Yoruba non è il peccato o la sofferenza, ma la disconnessione: l’essere umano dimentica il destino che ha scelto prima della nascita e si scollega dalle fonti di potere spirituale e sociale. La soluzione è riconnettersi con questo destino e con il potere vitale (ashe) attraverso la divinazione (Ifa), il sacrificio e la possessione spirituale da parte degli Orisha (divinità/spiriti come Eshu, Ogun, Oshun).

Prothero descrive un sistema religioso straordinariamente pragmatico, elastico e focalizzato sul “fiorire” in questa vita piuttosto che sulla salvezza nell’altra. La religione Yoruba è una “tecnologia del sacro” per risolvere problemi terreni (salute, amore, lavoro), e la sua capacità di sincretizzarsi con il Cattolicesimo nelle Americhe dimostra una resilienza e una fluidità che sfidano le rigide categorie dogmatiche occidentali.

7. Ebraismo: la via dell’esilio e del ritorno

Nonostante il suo enorme impatto storico come genitore di Cristianesimo e Islam, Prothero colloca l’Ebraismo verso la fine della lista a causa dei suoi numeri demografici esigui (circa 14 milioni). Tuttavia, la sua influenza è inversamente proporzionale alla sua dimensione. Il problema centrale dell’esistenza ebraica è l’Esilio — inteso sia come distanza fisica dalla Terra Promessa sia come distanza spirituale da Dio. La soluzione è il Ritorno (Teshuvah): ritorno a Dio, alla Torah, alla comunità e alla Terra.

L’analisi di Prothero si concentra sul carattere eminentemente comunitario, narrativo e legale dell’Ebraismo. A differenza del Cristianesimo, che enfatizza il credo (“Io credo”), l’Ebraismo enfatizza la pratica, la legge (Halakha) e la memoria collettiva. Essere ebrei significa far parte di una storia e di un popolo, non necessariamente aderire a un dogma teologico uniforme. Prothero mette in luce la tradizione del dibattito e della discussione (“argomentare per amore di Dio”) come pratica religiosa centrale e forma di culto: il Talmud è un monumento al disaccordo costruttivo. Questo dimostra come l’unità ebraica non risieda nell’accordo dottrinale ma nell’appartenenza a un popolo e nella fedeltà a un patto.

8. Daoismo: la via della fioritura e della naturalezza

L’ultima religione analizzata è il Daoismo, che Prothero descrive come la più enigmatica e forse la meno compresa in Occidente. Il problema umano identificato dal Daoismo è la mancanza di vitalità, l’artificialità, le costrizioni sociali e l’inerzia che ci allontanano dal flusso naturale dell’universo (Dao). La soluzione è il ritorno alla naturalezza, alla spontaneità e al “vagabondare libero e facile”.

Prothero distingue utilmente tra il Daoismo filosofico (quello del Daodejing e di Laozi, spesso amato e citato in Occidente) e il Daoismo religioso (spesso ignorato, fatto di rituali complessi, alchimia e ricerca dell’immortalità fisica). Questa religione offre una critica radicale alle convenzioni sociali (in netto contrasto con il Confucianesimo) e propone un modello di vita che valorizza il Wu wei (non-azione o azione senza sforzo). Il Daoismo ci ricorda che la vita non va “risolta” o “conquistata”, ma vissuta in armonia con le forze cosmiche.

Ateismo: un “credo” rivale

In una breve ma incisiva coda, Prothero tratta l’ateismo moderno non come l’assenza di religione, ma come un concorrente funzionale nel mercato delle ideologie e delle visioni del mondo. Egli distingue tra atei “amichevoli” o tolleranti e i “Nuovi Atei” (come Richard Dawkins, Sam Harris, Christopher Hitchens), che definisce paradossalmente “fondamentalisti” nel loro zelo missionario, nella loro certezza dogmatica e nella loro intolleranza verso la diversità religiosa.

Per Prothero, anche l’ateismo militante ha una struttura quasi religiosa: un credo (non c’è Dio), un problema (la religione è la radice del male), una soluzione (la scienza e la ragione) e degli esemplari (i filosofi illuministi). Includere l’ateismo tra le “religioni rivali” serve a sottolineare che la secolarizzazione non è una posizione neutra, ma una visione del mondo attiva che compete per l’influenza culturale e politica.

Ricezione critica – tra divulgazione e accademia

La ricezione di God Is Not One è stata polarizzata, riflettendo la tensione intrinseca tra la necessità di accessibilità pubblica e il rigore analitico richiesto dall’accademia.

Apprezzamento per l’alfabetizzazione religiosa

Dal punto di vista divulgativo, il libro è stato ampiamente lodato come un contributo essenziale all’educazione civica. Recensori su piattaforme pubbliche, blog religiosi e giornali hanno apprezzato la chiarezza cristallina di Prothero e la sua capacità di rendere accessibili e comparabili concetti teologici complessi. La sua metafora dei “quattro elementi” è stata giudicata uno strumento pedagogico eccellente per i laici, capace di instillare una “alfabetizzazione religiosa” (religious literacy) che manca drammaticamente nella società occidentale, dove l’ignoranza sulle basi dell’Islam o dell’Induismo alimenta la paura e il pregiudizio.

Molti lettori hanno riferito di aver acquisito una comprensione “meno giudicante” e più profonda delle differenze religiose, sentendosi meglio equipaggiati per decifrare le notizie internazionali e comprendere le motivazioni dei loro vicini di fede diversa. In questo senso, il taglio non scientifico ma divulgativo è stato visto come il punto di forza del libro: un ponte necessario tra l’accademia e la piazza.

Critiche accademiche: il paradosso dell’essenzialismo

Tuttavia, nell’ambito accademico specializzato, l’opera ha incontrato resistenze significative e critiche metodologiche. Leslie Dorrough Smith, in una recensione critica approfondita, ha argomentato che, nel tentativo di screditare il perennialismo (“tutte le religioni sono una”), Prothero cade in una forma di “essenzialismo” opposto. Riducendo ogni religione a un singolo “problema” e una singola “soluzione”, Prothero rischia di reificare tradizioni vaste, storiche e internamente contraddittorie in monoliti statici.

Ad esempio, definire il Cristianesimo esclusivamente attraverso la lente del “peccato/salvezza” privilegia una lettura paolina e protestante della fede, marginalizzando correnti cristiane (come il cristianesimo liberale o certe teologie ortodosse) che potrebbero porre l’accento sull’amore, sulla giustizia sociale o sulla deificazione (theosis) piuttosto che sulla salvezza giuridica dal peccato. Similmente, ridurre l’Islam alla “sottomissione” rischia di oscurare le ricche tradizioni filosofiche e mistiche che enfatizzano la conoscenza o l’amore divino.

Inoltre, alcuni studiosi hanno criticato la natura politica della classificazione di Prothero. La sua insistenza sulla “rivalità” e sull’influenza geopolitica (mettendo l’Islam al primo posto per il suo impatto spesso conflittuale) è stata vista da alcuni come un’alimentazione involontaria delle narrazioni sullo “scontro di civiltà”, confermando i sospetti dei decisori politici occidentali sulla pericolosità intrinseca della religione, specialmente dell’Islam, nel post-11 settembre.

Il dibattito sulla metafora della montagna

La reazione dei “perennialisti” e dei sostenitori del dialogo interreligioso tradizionale è stata difensiva. Huston Smith, il decano degli studi religiosi comparati e bersaglio principale della critica di Prothero, ha risposto che la sua visione non nega le differenze esteriori (i “piedi della montagna” fatti di riti e dogmi), ma afferma una convergenza mistica ultima che Prothero, con il suo approccio sociologico, storico e “terra-terra”, non può cogliere o misurare.

Prothero, dal canto suo, ribatte che parlare di questa unità mistica significa fare teologia, non storia delle religioni. Come studioso, il suo compito è descrivere il mondo osservabile dei fatti, delle guerre, dei rituali e delle credenze dichiarate, non immaginare un’unità metafisica indimostrabile che spesso serve solo a farci sentire meglio senza risolvere i conflitti reali.

Implicazioni per il dialogo interreligioso – verso un pluralismo realista

La tesi centrale di Prothero ha implicazioni profonde e trasformative per come concepiamo e pratichiamo il dialogo interreligioso oggi. Il modello tradizionale, basato sulla ricerca dei minimi comuni denominatori (tutti vogliamo la pace, tutti abbiamo una Regola Aurea), si rivela insufficiente, se non controproducente, di fronte alle sfide del XXI secolo.

Oltre il “Kumbaya” e il finto pluralismo

Prothero etichetta l’approccio tradizionale come “finto pluralismo” o un momento “Kumbaya” che, nel tentativo di essere gentile e inclusivo, finisce per essere paternalistico e irrispettoso. Dire a un ebreo devoto che in fondo è un “cristiano anonimo” (come faceva il teologo Karl Rahner) o dire a un buddista che sta cercando Dio senza saperlo, significa non prenderlo sul serio. Significa imporre la propria mappa teologica sul territorio altrui, colonizzando la sua esperienza religiosa con le nostre categorie.

Il dialogo autentico, sostiene Prothero, deve iniziare dal riconoscimento della differenza radicale. Deve accettare che il mio “sacro” potrebbe non essere il tuo “sacro”, e che ciò che io considero la soluzione suprema (la vita eterna con Dio), per te potrebbe essere il problema supremo (la rinascita eterna nel Samsara).

Il rispetto attraverso la conoscenza della differenza

La lettura di God Is Not One suggerisce che il vero rispetto nasce dalla curiosità verso ciò che è alieno, non dalla pretesa familiarità. Capire che un musulmano tende a non vedere il Corano come i cristiani vedono la Bibbia (un libro ispirato ma scritto da uomini), ma in modo più simile a come i cristiani vedono Gesù (la parola di Dio incarnata/scritta, eterna e perfetta), cambia radicalmente la natura del dialogo e la sensibilità necessaria nel trattare il testo sacro. Capire che la religione Yoruba cerca il potere e la connessione in questo mondo, e non la trascendenza dal mondo, permette di apprezzare la sua dignità e la sua logica interna senza misurarla fallacemente con standard cristiani di ascetismo o salvezza.

Sicurezza globale e cittadinanza

Infine, l’analisi di Prothero ha una valenza civica e di sicurezza ineludibile. In un mondo in cui la religione è un motore primario di politica, economia e guerra, l’ignoranza religiosa è un rischio strategico. Credere ingenuamente che “tutte le religioni vogliono la pace” ha impedito all’Occidente di comprendere la teologia del martirio che anima al-Qaeda o la teologia della terra che anima i coloni israeliani. Solo riconoscendo che le religioni sono forze potenti, distinte e indipendenti, capaci di produrre sia il male assoluto che il bene supremo, possiamo sperare di navigare la complessità del secolo attuale e formulare politiche estere e sociali efficaci.

Conclusione: le diecimila porte e la sinfonia della diversità

Stephen Prothero conclude il suo lavoro con un’immagine presa dal Daoismo: “Il Dao ha diecimila porte, dicono i maestri, e sta a ciascuno di noi trovare la propria”. God Is Not One non è un invito al relativismo nichilista (nulla è vero) né al trionfalismo settario (solo io ho ragione). È un invito all’esplorazione informata.

In un’epoca di globalizzazione forzata, dove il vicino di casa può pregare verso la Mecca, meditare sul vuoto buddista o consultare gli orisha, il libro offre un correttivo indispensabile all’analfabetismo religioso e alle illusioni dell’universalismo liberale. Pur con i suoi limiti di generalizzazione e la sua struttura schematica criticata dagli accademici, l’opera raggiunge pienamente il suo scopo divulgativo: dimostrare che il mondo delle fedi non è un coro che canta all’unisono la stessa melodia, ma una sinfonia complessa, talvolta dissonante, composta da strumenti diversi che suonano partiture diverse.

Il dialogo tra le religioni, se vuole essere fruttuoso, onesto e costruttivo, deve abbandonare la pretesa di un’unità prematura. Deve passare per la fatica della comprensione delle differenze. Solo accettando che Dio (o il Tao, o il Nirvana, o gli orisha) non è “uno” nel modo semplicistico in cui noi lo immaginiamo, possiamo iniziare a vedere il mondo — e i nostri vicini — per quello che realmente sono, rispettandoli nella loro alterità unica. Come suggerisce Prothero, forse la vera saggezza non sta nel trovare l’unica vetta della montagna, ma nel meravigliarsi della varietà infinita delle valli, dei picchi e dei sentieri che compongono il paesaggio umano.

Posted by Adriano Virgili

3 comments

Interessante disamina che fa pensare come l’essere umano argomenta su Dio senza raggiungere certezze. Ciò potrebbe essere utile a capire che siamo limitati e che solo attraverso un dialogo continuo tra tutti possiamo raggiungere una qualche stabilità.

Ho letto con il consueto interesse la sua ultima recensione. Mi ha fatto riflettere sulla mia convinzione, che ho sviluppato autonomamente, senza aver letto gli autori che la propongono, che tutte le religioni valorizzano una componente spirituale comune a tutti gli umani di tutti i popoli, i quali la coniugano secondo la loro storia, cultura, sensibilità. Continuo a ritenere che si sia della verità in questa convinzione, ma capisco che ci sono differenze fondamentali tra le varie religioni. Restando nell’ambito della Cristianità, all’interno della quale io sono cresciuto per cui, sebbene spesso critico, “non posso non dirmi cristiano”, io riesco però a vedere quali enormi errori sono stati commessi dai responsbaili auto-nominati della cristianità nel corso dei secoli. Altro che “non imporre la propria mappa teologica sul territorio altrui” ! Andiamo a vedere i papi che incitavano ala guerra santa: “Deus vult!”, e giù massacri! Parole come “eresia”, “anatema” trasudano la loro componente di protervia culturale, di arroganza di potere: si usava la religione come strumento di potere terreno, di dominio delle anime e dei territori. Dunque bene essere coscienti delel differenze sostanziali tra le religioni, e cominciare a capire che la propria religione, il Cristianesimo nel mio caso, non può essere il metro di misura dei comportamenti e delle credenze di altre religioni. Io critico spesso la storia del Cristianesimo, i suoi interpreti storici, vedo le atrocità commesse in nome di Gesù Cristo, vedo la divaricazione dai principi etici che io continuo a vedere nella predicazione di Gesù, e non nascondo di sentirmi vicino alle argomentazioni di Mancuso, di cui ho iniziato a leggere il libro. La ringrazio per i continui stimoli che lei propone a chi è interessato alla storia del Cristianesimo e in generale alla storia delel religioni.

La recensione è chiara e aiuta a farsi un’idea del libro in questione. Alla fine si tratta di un raffronto tra le varie religioni, tentando di rappresentarle nell’essenziale. Vi sono delle delle differenze nell’immaginare il dopo morte, anche nelle indicazioni da seguire nella vita, ma nonostante queste, rimane qualcosa che le accomuna e non è poco. Io non riesco ad immaginare come sarà dopo la morte ma capisco bene che la via aurea, la psicologia simile nel raccontare l’umano, sono già bastevoli per la nostra vita. Quando vedo un miliardo di persone in India che vivono nell’induismo, o nel mondo arabo nell’islam, percepisco che ciascuno si porta dentro una tradizione con la quale affronta il mondo. É quella filosofia perenne che si costituisce a partire da testi nei quali non ci sono le cose che la tradizione poi elabora (cristianesimo, Islam, Buddhismo). Poi, come cristiano cattolico, mi ritrovo nella mia casa e non dico che l’erba del vicino è più verde ma nemmeno più secca. Grazie per la recensione.

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