La prima biografia di Gesù: il “guadagno” ermeneutico di Helen K. Bond per il Vangelo di Marco

Oltre la classificazione, verso il significato

Il volume di Helen K. Bond, The First Biography of Jesus: Genre and Meaning in Mark’s Gospel, si presenta al panorama accademico con un obiettivo tanto chiaro quanto ambizioso. Non intende semplicemente riaffermare l’ormai diffuso consenso che i Vangeli canonici appartengano al genere letterario dei bioi (biografie antiche). L’opera della Bond, infatti, si colloca un passo oltre, ponendo la domanda ermeneutica fondamentale che, a suo dire, gli studi biblici hanno finora eluso: “E allora?”. Se il Vangelo di Marco è un bios, che differenza rispetto alla sua interpretazione?

L’intervento polemico dell’autrice è esplicito fin dall’introduzione. La Bond osserva che, sebbene il lavoro fondamentale di studiosi come Richard Burridge sembrasse aver “risolto la questione” negli anni Novanta, gli accademici sono stati sorprendentemente “lenti a capitalizzare questa importante scoperta”. Il “guadagno” (il payoff, come lo definisce la Bond) di questa identificazione di genere è rimasto “deludentemente misero” (disappointingly meager). Il presente testo intende colmare questa lacuna, dimostrando programmaticamente come e perché la lettura di Marco quale bios antico muti la comprensione del suo significato.

La tesi centrale della Bond è che l’atto letterario di Marco non fu quello di un passivo “compilatore” di tradizioni (come voleva la Storia delle Forme), ma un atto di “ricezione molto specifica” (very specific reception) e di radicale innovazione autoriale. L’innovazione fondamentale di Marco, secondo la Bond, fu quella di espandere deliberatamente il concetto stesso di “vangelo” (euangelion). Se per la tradizione paolina il kerygma si concentrava quasi esclusivamente sulla morte e risurrezione di Gesù, Marco, scegliendo la forma biografica, ha esteso il “vangelo” per “includere anche il ministero di Gesù”.

Imponendo una struttura biografica alle tradizioni orali e frammentarie, Marco ha trasformato Gesù da figura puramente escatologica a “figura fondatrice” (founding figure). In questo modo, l’intera vita di Gesù, il suo “stile di vita” (way of life) e il suo insegnamento etico, diventano parte integrante della buona notizia. Il bios marciano, quindi, non si limita a preservare ricordi, ma formula attivamente un'”identità cristiana distintiva”, offrendo un modello etico contro-culturale (basato sul servizio e la sofferenza) che i seguaci di Cristo sono chiamati a imitare.

Collocare il testo: dal sui generis al biographical turn e l’intervento della Bond

Per apprezzare appieno la portata dell’intervento della Bond, è indispensabile collocare il testo rispetto al panorama della ricerca accademica attuale. Il volume stesso offre un’eccellente genealogia del dibattito, tracciata principalmente nell’Introduzione e nel Capitolo 1.

L’eclissi della biografia

La Bond inizia la sua analisi storica da quella che definisce “l’eclissi della biografia”, ovvero il paradigma critico dominante per gran parte del XX secolo. Figure capitali di questo movimento, come Karl Ludwig Schmidt e Rudolf Bultmann, smantellarono l’idea che i Vangeli potessero essere considerati biografie.

Secondo questa visione, i Vangeli erano prodotti unici, sui generis, nati non da un’intenzione autoriale letteraria, ma da un processo comunitario e folkloristico. Gli evangelisti non erano “autori” nel senso moderno (o antico), ma semplici “collezionisti, compilatori ed editori” di tradizioni orali (pericopi) modellate dai bisogni cultuali delle prime comunità. I Vangeli, pertanto, venivano relegati al rango di Kleinliteratur (letteratura popolare, sub-letteraria), più simili a leggende cultuali che a composizioni letterarie consapevoli.

La Bond offre qui un’osservazione acuta sul contesto culturale che rese questa tesi così persuasiva. Negli anni ’20 e ’30, la “nuova biografia” (ad esempio, quella di Lytton Strachey) era diventata profondamente psicologica, interessata all’irrazionalità e allo sviluppo interiore della personalità. Poiché i Vangeli sono palesemente disinteressati alla psicologia di Gesù, alla sua educazione o alla sua vita interiore, appariva logico, per gli studiosi di quell’epoca, negare che appartenessero al genere biografico.

Il ritorno della biografia greco-romana

Questo consenso iniziò a erodersi negli anni ’70, portando a quello che la Bond, seguendo altri, identifica come il “ritorno della biografia greco-romana”. Studiosi come C. W. Votaw (già nel 1915, ma riscoperto decenni dopo), Charles Talbert, David Aune e, in Germania, Hubert Cancik e Detlev Dormeyer, iniziarono a dimostrare che, se confrontati con i bioi antichi (e non con le biografie moderne), i Vangeli mostravano notevoli affinità.

L’opera decisiva, che secondo la Bond “sembrò risolvere la questione”, fu Che cosa sono i vangeli? di Richard Burridge (pubblicato in inglese nel 1992). Utilizzando un approccio basato sulla “somiglianza di famiglia” (family resemblance) e analizzando un ampio spettro di caratteristiche (dall’incipit alla struttura, fino all’intento autoriale), Burridge dimostrò in modo convincente che i Vangeli si collocavano saldamente all’interno dello spettro flessibile del genere del bios antico. Dalla metà degli anni ’90, questo è diventato “un consenso accademico dominante”.

L’intervento critico della Bond: il “So What?”

È precisamente qui che si inserisce l’argomentazione di Helen K. Bond. Il suo libro inizia dove Burridge finisce. Il problema, per l’autrice, è che il mondo accademico, dopo aver raggiunto questo consenso sulla classificazione (tassonomia), si è fermato praticamente lì. Il “guadagno” ermeneutico, la risposta alla domanda “E allora?”, è mancato.

La Bond identifica tre “distrazioni” accademiche principali che, a suo avviso, hanno impedito di “capitalizzare” questa scoperta:

  1. La Critica Narrativa: Sebbene interessata al testo come prodotto letterario, questa corrente ha mostrato “praticamente nessun interesse per il genere”. Ha applicato ai Vangeli categorie narrative moderne (trama, sviluppo del personaggio, ecc.), leggendoli come short stories, perdendo così l’opportunità di analizzare “l’arte letteraria di un biografo antico”.
  2. La Terza Ricerca sul Gesù Storico: Questo campo si è concentrato sull'”oralità” e sui “processi di ‘tradizione'” dietro il testo, piuttosto che sulla forma letteraria finale. L’interesse si è focalizzato sulla “memoria sociale” (social memories) o sulla ricerca atomistica di materiale “autentico”, a scapito del vedere i Vangeli come “creazioni letterarie distintive”.
  3. Gli Studi Intertestamentari (L'”Antico Testamento nel Nuovo”): Questa disciplina ha privilegiato l’immagine dell’evangelista come “scriba ebreo che tesse meticolosamente fili di testi scritturali”. Sebbene prezioso, questo approccio ha “eclissato” il modello del biografo, ignorando come gli stessi biografi greco-romani (come Filone) usassero ampiamente le allusioni letterarie.

The First Biography of Jesus si propone quindi come il payoff. È un tentativo programmatico e necessario di colmare questo vuoto ermeneutico, dimostrando sistematicamente come la lettura di Marco quale bios antico trasformi l’interpretazione di ogni sua parte: la sua struttura, la sua caratterizzazione, e persino la sua teologia della passione.

Definire il bios: lo specchio morale della vita filosofica

Per poter realizzare questo “guadagno”, la Bond deve prima definire con precisione le “regole del gioco”: cos’è esattamente un bios antico? Basandosi sul Capitolo 2 del suo libro, la sua mossa metodologica fondamentale è quella di restringere il campo di analogia.

L’analogo corretto: vite di filosofi

Non tutti i bioi sono uguali. la Bond sostiene che l’analogia più pertinente per Marco non è la biografia politica romana (come Svetonio o Tacito), ma la tradizione delle “vite dei filosofi” greci. Citando l’epigrafe di Tomas Hägg che apre il suo libro, la Bond afferma che le “Vite filosofiche, spirituali ed etiche sono la vena principale (main artery) della biografia antica”.

Lo scopo primario di queste vite (come i Memorabilia di Senofonte su Socrate, il Demonax di Luciano, o la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato) non era cronachistico, ma etico. L’obiettivo era presentare il fondatore come “incarnazione (embodying) del suo stesso insegnamento etico” e come “modello vivente” (living model) da imitare.

Caratteristiche del bios filosofico

Questa identificazione del sotto-genere ha implicazioni ermeneutiche immediate, che la Bond esplora nel dettaglio:

  1. Funzione Etica e Mimetica: Lo scopo del bios antico non è l’antiquaria, ma la morale. Queste opere sono costruite attorno a exempla (esempi morali di virtù e vizio) che servono a un obiettivo didattico: invitare il lettore all’imitazione (mimēsis). La Bond cita la famosa metafora di Plutarco, che descrive la biografia come uno “specchio” nel quale egli cerca di “modellare e adornare la [sua] vita” in conformità con le virtù descritte.
  2. Carattere (ēthos) vs. Personalità: Questo è forse il punto ermeneutico più fondamentale. La Bond, attingendo al lavoro del classicista Christopher Gill, traccia una distinzione netta tra personalità (un concetto moderno: psicologico, interiore, complesso, in via di sviluppo) e carattere o ēthos (un concetto antico: statico, innato, e valutato esternamente in termini morali – virtù o vizio). I biografi antichi “mostrano” il carattere attraverso le azioni, non “raccontano” una personalità. Questa distinzione, come nota la Bond, invalida molte letture della Critica Narrativa che cercano uno “sviluppo psicologico” nei personaggi evangelici.
  3. Fatto e Finzione: Il bios antico operava con un confine fluido tra accuratezza storica e invenzione letteraria. C’era un’aspettativa di fictionalizzazione. Gli autori si sentivano autorizzati a “riordinare e migliorare” (tidy and improve), come nota Pelling a proposito di Plutarco, e a inventare discorsi o dettagli verosimili per rivelare il carattere. Le chreiai (aneddoti) erano intrinsecamente fluide e venivano adattate, non erano registrazioni stenografiche. L’obiettivo, come sintetizzato da Hägg, non era l’esattezza fattuale, ma “l’affermazione di una qualche forma di verità superiore – sia essa poetica, psicologica, filosofica o religiosa”. Questa comprensione del genere libera l’interprete di Marco dalla ricerca ossessiva dell'”autenticità” storica di ogni singolo detto, una critica implicita all’approccio atomistico della Terza Ricerca sul Gesù storico.

L’autore e il suo pubblico: Marco come biografo creativo

Armata di questa definizione di bios, l’autrice (nel Capitolo 3)pa ssa ad analizzare la figura dell’autore, Marco, e il suo contesto.

Profilo del biografo

Marco emerge non come il “semplice compilatore” della Storia delle Forme, ma come un “autore creativo” (creative author) e “ragionevolmente istruito” (reasonably educated). La sua scelta del genere bios è stata consapevole e intenzionale.

La Bond affronta la vecchia obiezione che lo stile “primitivo” di Marco (l’uso della paratassi con il kai, i presenti storici) sia prova della sua presunta appartenenza alla Kleinliteratur. Al contrario, la Bond sostiene che questo stile “semplice, ‘popolare'” non è un segno di incompetenza, ma una scelta stilistica deliberata. È uno stile appropriato per un bios popolare destinato a un pubblico ampio e, soprattutto, alla lettura ad alta voce. L’autrice trova un parallelo perfetto in opere come la Vita di Esopo, che utilizza una lingua simile (greco koinè semplice) per veicolare una satira sociale e una saggezza morale a un pubblico vasto.

La funzione sociale del bios

La scelta del genere non è stata solo letteraria, ma anche sociologica. La Bond colloca l’opera di Marco all’inizio di una “emergente ‘book culture’ cristiana” (emerging Christian “book culture”). In un mondo romano saturo di testi, la produzione di un bios formale per il proprio fondatore era un atto potente.

Lo scopo di Marco era “formulare un’identità cristiana distintiva” e, cosa forse più importante, “plasmare un passato cristiano normativo” (conscious shaping of a normative Christian past). Per un gruppo che cercava di definirsi all’interno del mondo romano, il bios della figura fondatrice era lo strumento perfetto per la formazione del gruppo, stabilendo un modello etico condiviso e una storia comune.

Caratteristiche biografiche in Marco

Questa prospettiva permette alla Bond di reinterpretare caratteristiche marciane a lungo dibattute:

  • La Struttura: Gli studiosi hanno spesso faticato a venire a capo della struttura di Marco, specialmente alla luce della critica di Papia secondo cui Marco scrisse “non in ordine” (ou taxei). La Bond smonta questa critica: la struttura di Marco non è affatto goffa, ma è tipica dei bioi. Come Svetonio o Filone, Marco mescola abilmente l’ordine tematico (necessario per “mostrare” il carattere, ad esempio raggruppando le controversie o i miracoli) con l’ordine cronologico (necessario per la narrazione del viaggio e, soprattutto, della passione). La natura episodica, basata sulle chreiai, non è un residuo di una tradizione orale caotica, ma una caratteristica costitutiva del genere biografico per illustrare l’ēthos.
  • La Voce Autoriale e l’Assenza di Prologo: Una delle differenze più evidenti tra Marco e molti bioi (come quelli di Tacito, Luciano o Isocrate) è l’assenza di un prologo autoriale in prima persona. La Bond offre una spiegazione brillante per questa “stranezza”. L’omissione è una scelta duplice. In primo luogo, Marco, il cui linguaggio è profondamente influenzato dalla Settanta (LXX), imita lo stile narrativo onnisciente e la “muta voce autoriale” tipica delle Scritture ebraiche, piuttosto che lo stile greco. In secondo luogo, e più profondamente, si tratta di una scelta teologica. I prologhi letterari nel mondo romano erano spesso atti di auto-promozione aristocratica, legati alla ricerca della fama (gloria) e dell’immortalità letteraria. Per la Bond, un tale atto di auto-celebrazione da parte dell’autore sarebbe stato in palese e diretta contraddizione con il contenuto stesso del suo vangelo: un insegnamento radicalmente contro-culturale basato sull’auto-negazione, sull’anonimato e sul servizio.

Costruire il personaggio: Gesù, i discepoli e il codice d’onore capovolto

È nell’analisi della caratterizzazione (Capitoli 4 e 5) che il “guadagno” ermeneutico della Bond diventa più evidente. Applicando rigorosamente la lente del bios antico, l’autrice offre letture innovative dei personaggi principali.

Il personaggio di Gesù (Cap. 4)

Seguendo il principio che i bioi “mostrano” l’ēthos piuttosto che “raccontare” la psicologia, l’autrice analizza come il carattere di Gesù sia costruito attraverso le sue azioni (miracoli, controversie) e le sue parole. Emerge una caratterizzazione duale:

  1. Virtù d’Élite: Nella prima parte del Vangelo, Gesù incarna molte delle virtù più apprezzate da un pubblico greco-romano. Egli dimostra un’autorità impressionante (exousia), un autocontrollo e una moderazione (sōphrosynē) e una generosità e clemenza verso i supplicanti (philanthrōpia). È, a tutti gli effetti, “degno della sua adozione come Figlio di Dio”.
  2. Virtù Contro-Culturali: Allo stesso tempo, questo stesso Gesù “incarna un nuovo codice d’onore, basato sulla sofferenza e sul servizio piuttosto che sulla stima pubblica”. Questo diventerà il fulcro del suo insegnamento nella sezione centrale (8,22-10,52), dove ridefinirà la vera grandezza.

Questa prospettiva biografica permette alla Bond di rileggere in modo originale due temi marciani classici:

  • Il “Segreto Messianico”: Piuttosto che interpretarlo (solo) come una costruzione teologica post-pasquale (secondo la classica tesi di Wrede), la Bond lo legge come una convenzione biografica. Il costante rifiuto di Gesù dei titoli altisonanti e dell’acclamazione pubblica è una dimostrazione di moderatio (moderazione) e recusatio (rifiuto degli onori). Questa era una virtù molto apprezzata, un topos comune per i filosofi (come Demonax) e, ironicamente, per gli imperatori “buoni” (come Augusto), che ostentavano il rifiuto del potere assoluto per dimostrarsene degni.
  • L’Aspetto Fisico di Gesù: la Bond nota la curiosa assenza di qualsiasi descrizione fisica di Gesù, un elemento solitamente presente nei bioi per collegare la bellezza esteriore alla virtù interiore. Sebbene rara, questa omissione non è inedita (es. Senofonte non descrive Agesilao). L’autrice suggerisce che questa assenza di tratti specifici non sia una mancanza, ma una strategia che rafforza la funzione mimetica di Gesù. Rendendolo una figura universale, non legata a tratti somatici specifici (o anche a un’età o a uno status sociale definiti), Marco lo rende un “paradigma” più facilmente imitabile da un pubblico diversificato.

I personaggi secondari (Cap. 5)

L’applicazione più radicale della lettura biografica della Bond riguarda i personaggi secondari. L’autrice critica la tendenza a leggerli in termini psicologici o come semplici “cifre” per rappresentare le “comunità” rivali o fallibili di Marco. Sostiene invece che la loro funzione primaria nel bios è letteraria: servono come termini di paragone per la synkrisis (comparazione), una tecnica retorica usata dai biografi (come Plutarco) per illuminare il carattere del protagonista attraverso il confronto o il contrasto.

  • “Re Erode”: L’intercalazione della sua storia (Marco 6,14-29) è analizzata dalla Bond come un esercizio formale di synkrisis tra due “re”. Erode, con il suo potere mondano, la sua corte corrotta, la sua debolezza morale (che porta alla morte di Giovanni), la sua paura e la sua superstizione, agisce come un perfetto anti-modello. Per contrasto, la regalità autentica, ma contro-culturale e basata sull’autorità spirituale, di Gesù emerge in modo ancora più netto.
  • I Dodici: Questa è l’applicazione più provocatoria. Il famoso “ritratto ambiguo” dei discepoli (la loro incomprensione, la loro ricerca di onori, la loro fuga) non è, secondo la Bond, primariamente polemico (contro i leader di Gerusalemme) né pastorale (per confortare una comunità fallibile). È, innanzitutto, un espediente letterario. I Dodici, specialmente nella seconda metà del Vangelo, funzionano come un foil (uno sfondo contrastante) perfetto. La loro costante incomprensione dell’insegnamento sul servizio (es. la richiesta di Giacomo e Giovanni in 10,35-40) e la loro codardia finale servono a mettere in risalto, per synkrisis, la fedeltà unica di Gesù, la radicalità del suo insegnamento e il suo coraggio solitario di fronte alla passione.

Il culmine del bios: la morte del filosofo (Capitolo 6)

L’analisi della Bond culmina nel Capitolo 6, dove il “guadagno” ermeneutico promesso diventa più evidente. Come l’autrice ha stabilito nel Capitolo 2, la scena della morte era centrale nei bioi filosofici. La “buona morte” (come quella di Socrate, Catone o Trasea Peto) era il momento supremo in cui il filosofo dimostrava la perfetta coerenza tra il suo insegnamento e la sua vita, sigillando la sua filosofia con il proprio sangue.

La Bond propone una lettura della Passione di Marco che integra, senza però esserne limitata, la tradizionale interpretazione basata sul compimento delle Scritture (il Giusto Sofferente, il Servo di Isaia). La sua tesi è che “l’intero bios è stato attentamente strutturato per presentare Gesù come un filosofo che va alla sua morte in accordo con il suo insegnamento”.

Qui la Bond crea un legame indissolubile tra la sezione etica centrale del Vangelo (8,27-10,52) e la narrazione della Passione (14-15). L’insegnamento radicale di Gesù – “negare se stessi” (8,34), rinunciare all’onore mondano e diventare “servo di tutti” (10,43-44) 1 – trova il suo “logico compimento” nell’atto finale della sua vita. La sua esecuzione sulla croce, il servile supplicium (la punizione da schiavo) per eccellenza, non è solo un evento soteriologico (come in 10,45), ma è l’atto mimetico finale. È la dimostrazione pratica e suprema della sua filosofia contro-culturale. La sua morte è un “anti-trionfo” che valida il suo insegnamento.

Di conseguenza, il significato della morte di Gesù per Marco, secondo la Bond, non è solo espiatorio, ma anche e soprattutto paradigmatico ed esemplare. La Passione diventa il modello definitivo per i discepoli, chiamati anch’essi a “prendere la loro croce” (8,34).

Infine, anche l’enigmatico finale (16,1-8) viene letto attraverso questa lente. La sparizione del corpo e la fuga silenziosa e timorosa delle donne non sono solo una stranezza teologica, ma una caratteristica biografica che lascia il bios aperto. La storia non è conclusa; spetta ora al lettore (all’antico uditorio e a noi oggi) completare la narrazione, superare la paura e attuare quell’imitazione (automimēsis, come la definisce l’autrice nel poscritto 1) della vita e della morte di Gesù.

Valutazione critica: l’impatto di una lettura biografica

The First Biography of Jesus è un’opera di ermeneutica matura che raggiunge un uccesso clamoroso nel conseguire il suo intento dichiarato. Helen K. Bond mantiene pienamente la promessa della sua introduzione: dimostra in modo convincente il “guadagno” interpretativo che gli studi su Marco, pur avendo accettato l’etichetta di bios, hanno finora ampiamente trascurato.

I punti di forza del volume sono molteplici. In primo luogo, la chiarezza della prosa e il rigore dell’argomentazione rendono la lettura accessibile pur trattando materiale complesso. In secondo luogo, l’eccellente sintesi e contestualizzazione del dibattito accademico (specialmente nel Capitolo 1) la rendono un’introduzione ideale allo stato dell’arte sulla “questione del genere”.

Ma il contributo più significativo è la mossa metodologica di insistere sull’analogia specifica delle “vite dei filosofi” greci piuttosto che su un generico bios romano-imperiale. È da questa mossa che scaturiscono le letture più illuminanti: la reinterpretazione dei personaggi secondari (in particolare Erode e i Dodici) attraverso la lente della synkrisis; la brillante soluzione del “segreto messianico” come topos biografico di recusatio e modestia filosofica; e, soprattutto, la lettura potente e unificante della Passione, non più isolata come un blocco kerygmatico, ma come il culmine etico e coerente dell’intero bios.

Come la Bond stessa riconosce nel finale, riflettendo sul concetto di automimēsis (auto-imitazione), ogni biografo finisce inevitabilmente per proiettare i propri valori sul soggetto, così come ogni interprete proietta i propri sul testo. L’autrice non fa eccezione, ma lo fa con una consapevolezza metodologica che rafforza, anziché indebolire, la sua analisi.

In conclusione, il libro di Helen K. Bond sposta definitivamente il baricentro del dibattito sul genere dei Vangeli. Ci costringe a passare dalla tassonomia (la semplice classificazione) all’ermeneutica (l’estrazione del significato). Rivelando Marco non come una raccolta frammentaria di tradizioni, ma come un’opera letteraria sofisticata, intenzionale e teologicamente innovativa, pienamente inserita nel suo contesto culturale greco-romano,l’autrice ha fornito un quadro interpretativo indispensabile per chiunque voglia comprendere il significato del primo Vangelo.

Posted by Adriano Virgili

Lascia un commento