Accordo verbale e tradizione orale: un’analisi di “Oral Tradition and Synoptic Verbal Agreement” di T. M. Derico

La pubblicazione nel 2016 di Oral Tradition and Synoptic Verbal Agreement: Evaluating the Empirical Evidence for Literary Dependence, opera di T. M. Derico (Eugene, OR: Pickwick Publications, 2016) , ha rappresentato un contributo metodologico davvero interessante nel campo degli studi sinottici. Derico stesso apre la sua opera (Capitolo 1) con la provocatoria affermazione che il problema che sta affrontando “è recentemente peggiorato molto”. Egli definisce il problema in tre frasi apparentemente semplici: 1. Alcuni cristiani del primo secolo ricordavano e trasmettevano tradizioni orali su Gesù. 2. Gli evangelisti sinottici fecero un certo uso di alcune di queste tradizioni nella composizione dei loro Vangeli. 3. Non sappiamo molto di queste tradizioni o di come gli evangelisti sinottici le usarono. È questa terza frase, e la nostra profonda ignoranza riguardo ad essa, che guida l’indagine di Derico. In un’epoca in cui la ricerca sull’oralità, sulla memoria sociale e sulla performance criticism sta ridefinendo i parametri della critica neotestamentaria, l’opera di Derico si inserisce come un correttivo empirico necessario, sfidando direttamente l’assioma su cui si fonda quasi un secolo di critica delle fonti.

Questa recensione analizzerà la tesi centrale del libro, seguendo la sua rigorosa struttura. Si esaminerà dapprima la pars destruens di Derico – la sua decostruzione metodologica delle prove precedentemente addotte a favore della dipendenza letteraria (Capitoli 1-6). Questa sezione analizzerà come Derico punti a smantellare sistematicamente le prove aneddotiche (Capitoli 3-4) , le prove da testi orali trascritti (Capitolo 5) e le prove dalla psicologia sperimentale (Capitolo 6). Successivamente, si valuterà la sua pars construens – lo studio di caso originale sulle “Narrazioni di Whitman” (Capitolo 7). Infine, si collocherà il contributo di Derico nel contesto dello “stato attuale della ricerca”, valutandone l’impatto sull’attuale impasse del Problema Sinottico, un’impasse che vede il mondo accademico molto diviso. Sebbene l’Ipotesi delle Due Fonti (2SH) rimanga la visione maggioritaria per molti, essa non gode più del consenso indiscusso di un tempo, e alternative come la Teoria Farrer, sostenuta da studiosi come Mark Goodacre, continuano a guadagnare terreno.

La decostruzione di un assioma: la pars destruens di Derico

L’argomentazione di Derico inizia con un attacco frontale all’assioma fondativo della moderna critica sinottica: la convinzione che un elevato grado di concordanza verbale (accordo verbale parola per parola) tra i Vangeli implichi in modo inconfutabile la dipendenza letteraria (cioè, la copiatura da un testo scritto). Come Derico osserva nel Capitolo 2, questo è l'”assioma principale” della critica sinottica moderna. Egli sostiene che questo “assioma principale” non è il risultato di un’indagine empirica, ma un presupposto ereditato, basato su una concezione ormai obsoleta e “falsa” di ciò che è la “tradizione orale”.

Nei capitoli 1 e 2, l’autore traccia la genealogia di questo presupposto. La critica delle fonti, della forma e della redazione ha potuto “decollare” solo grazie a quello che Derico chiama il “test di variabilità”. Questo test si basa sull’idea, associata in particolare a studiosi come Werner Kelber, che la tradizione orale sia per sua natura “essenzialmente variabile”. Derico (Capitolo 1) chiama la vecchia concezione dell’oralità “La Buona Notizia” (The Good News). Questa “buona notizia” era la credenza che l’oralità fosse un “fenomeno monolitico” con “caratteristiche essenziali” universali. Poiché si presumeva che l’oralità producesse inevitabilmente variazione, ne conseguiva logicamente che l’assenza di variazione (cioè, un’alta concordanza verbale) doveva indicare un processo non orale, vale a dire letterario. Questo test, sostiene Derico, è stato “cruciale per lo sviluppo metodologico della moderna critica sinottica” e ha fornito “una base apparentemente stabile su cui stabilire i metodi centrali del campo”.

La “Cattiva Notizia” (The Bad News) di Derico è che questa intera premessa è empiricamente errata. Citando la moderna ricerca etnografica e folkloristica (in particolare Jan Vansina, Ruth Finnegan e John Miles Foley), Derico dimostra che la “tradizione orale” non è un “fenomeno monolitico”. Non esiste una “oralità universale” con leggi fisse. Le tradizioni orali sono molteplici, particolari e dipendenti dal contesto. L’intuizione fondamentale è che la “variabilità” non è affatto una caratteristica universale. Al contrario, numerose tradizioni orali, per ragioni funzionali, culturali o performative, praticano e ottengono una trasmissione verbatim o quasi-verbatim senza alcun ausilio della scrittura. Ruth Finnegan, ad esempio, nota che, contrariamente a quanto si credeva, la performance orale “include anche casi di composizione precedente e di consegna esattamente ripetuta”.

La conseguenza metodologica è devastante: se la variabilità non è un indicatore affidabile e l’oralità può produrre alta fedeltà verbale, allora il “test di variabilità” è invalido. Se il test è invalido, l’assioma (alta concordanza = letterario) crolla. E se l’assioma crolla, la critica sinottica perde il suo principale strumento metodologico per distinguere oggettivamente le fonti orali da quelle scritte. Il problema, come suggerisce il sottotitolo di Derico, è “peggiorato” (got much worse).

Per uscire da questo cul-de-sac metodologico, Derico propone di sostituire il modello monolitico con i tre principi rigorosi di John Miles Foley per lo studio comparativo delle tradizioni orali. Questi principi, che Derico adotta come griglia metodologica per il resto del suo studio, sono:

  1. Tradition-dependence (Dipendenza dalla tradizione): “permettere a ogni tradizione poetica orale le sue caratteristiche idiosincratiche e incorporare attivamente quelle caratteristiche nel proprio modello critico di quella tradizione”. Ciò include lingua, metrica, contenuto mitico e altri aspetti peculiari.
  2. Genre-dependence (Dipendenza dal genere): “richiedere come base per il confronto tra tradizioni nientemeno che la più stretta corrispondenza di genere disponibile”. Derico, citando Foley, nota che è stato un “principale difetto” della Teoria Orale ignorare questo criterio, ad esempio paragonando l’elegia lirica all’epica.
  3. Text-dependence (Dipendenza dal testo): “la necessità di tenere conto della natura precisa di ogni testo:… registrato da una performance cantata o dettato, registrazione audio o manoscritto, e così via”. Foley, e Derico con lui, insiste sul fatto che “tutti i comparanda… siano consultati nelle loro lingue originali e con precisione filologica”.

Armato di questa griglia metodologica, Derico dedica i capitoli 3-6 a una pars destruens sistematica, rivalutando tutte le prove empiriche precedentemente utilizzate per sostenere l’assioma.

Prove di Categoria 1: l’esperienza comune (Capitolo 3)

Nel Capitolo 3 (“Categoria 1: Prove aneddotiche”) , Derico critica le analogie basate sull’esperienza comune, o “senso comune”, dell’accademico occidentale. Questo tipo di prova, sostiene Derico, si basa su un appello implicito a esperienze condivise che si presume siano universalmente applicabili.

L’analogia di Burnett H. Streeter tra i detti di Gesù e le “massime di Oxbridge” viene respinta come un appello etnocentrico e irrilevante. Streeter aveva suggerito che, come le massime e gli aneddoti vengono tramandati oralmente nelle università, così doveva essere per i detti di Gesù. Derico etichetta questa idea come una “violazione flagrante” della tradition-dependence di Foley. Non c’è motivo di credere che le pratiche di trasmissione orale tra gli accademici britannici del XX secolo siano in qualche modo analoghe a quelle dei contadini palestinesi del I secolo.

Allo stesso modo, l’analogia di John Riches con i rapporti di polizia plagiati è scartata come una proiezione anacronistica. Riches aveva usato l’esempio di due poliziotti londinesi i cui rapporti su una rivolta erano “inquietantemente simili”, portando un giudice a concludere per la collusione letteraria. Riches ha tracciato un parallelo con le somiglianze sinottiche. Derico ribatte che questo argomento “equivale a una… proiezione anacronistica dei moderni concetti letterati di plagio sulle pratiche compositive antiche”.

Persino l’uso da parte di James D.G. Dunn dell’analogia con la variazione nel “Padre Nostro” liturgico viene criticato. Dunn aveva sostenuto che le variazioni tra le versioni liturgiche moderne (ad esempio, “debiti” contro “colpe”) mostrano come l’oralità liturgica possa produrre il tipo di stabilità mista a flessibilità che vediamo nei Vangeli. Derico sottolinea che, sebbene questa analogia possa spiegare la variazione (bassa concordanza), presuppone ancora tacitamente l’assioma che l’alta concordanza richieda una spiegazione letteraria.

Prove di Categoria 2: l’ICOT di Bailey (Capitolo 4)

Il Capitolo 4 (“Categoria 2: Prove aneddotiche”) è forse il più fondamentale rispetto al dibattito contemporaneo, poiché affronta il modello della “Informal Controlled Oral Tradition” (ICOT) di Kenneth Bailey. Questo è di vitale importanza, dato che figure accademiche di spicco come James D.G. Dunn basano esplicitamente i loro modelli di tradizione orale evangelica sull’opera di Bailey.

Derico analizza meticolosamente le prove aneddotiche di Bailey, che si basano sulle sue esperienze di vita nei villaggi del Medio Oriente. Bailey propone tre tipi di tradizione orale: informale incontrollata (pettegolezzo), formale controllata (memorizzazione del Corano) e una terza via, l’ICOT. L’ICOT, secondo Bailey, opera al di fuori di un contesto pedagogico formale (come una haflat samar, o riunione serale) ma è controllata dalla “pressione sociale della comunità” per preservare il nucleo della tradizione, pur consentendo flessibilità nei dettagli periferici.

Derico si concentra sulle due principali prove empiriche di Bailey:

  1. La morte dello sposo (1958): Bailey racconta di aver sentito la storia di uno sposo ucciso accidentalmente durante una festa di matrimonio. Sostiene che, nel giro di pochi giorni, l’intera comunità ha cristallizzato un racconto dell’evento (in particolare il climax) che veniva ripetuto “quasi parola per parola, verbo per verbo e tempo per tempo” da tutti gli abitanti del villaggio, dal barcaiolo al sindaco.
  2. Le storie di John Hogg: Bailey confronta le storie orali che ha sentito negli anni ’50 e ’60 sul missionario del XIX secolo John Hogg con la biografia scritta dalla figlia di Hogg, Rena, nel 1910. Bailey afferma di aver trovato “le stesse storie raccontate quasi allo stesso modo” o con “circa il novanta percento delle stesse parole”.

La critica di Derico è sottile: pur ammettendo la plausibilità culturale del modello, egli ne critica il fondamento empirico. Le prove di Bailey falliscono il test di Foley sulla text-dependence. Sono puramente aneddotiche; Bailey non fornisce trascrizioni in lingua originale e la sua analisi quantitativa è vaga (es. “quasi parola per parola”, “circa il novanta percento”) e quindi non verificabile.

Derico si rivolge poi alla celebre confutazione di Bailey da parte di Theodore Weeden. Weeden sostiene che le prove di Bailey (specialmente le storie di Hogg) in realtà contraddicono la sua tesi, dimostrando non la stabilità, ma la creazione di leggende. Qui, Derico adotta una “terza via” metodologica, rigettando entrambe le posizioni. Bailey fallisce per mancanza di dati rigorosi. Weeden fallisce perché la sua stessa critica è viziata dalla stessa fallacia di “oralità universale” (in particolare le teorie di Kelber sulla memoria orale come intrinsecamente non storica) che Derico ha già criticato. Weeden rigetta Bailey non perché i suoi dati siano errati, ma perché non si conformano alla sua teoria a priori di come l’oralità deve funzionare. Derico, di fatto, archivia l’intero dibattito Bailey/Weeden/Dunn come un vicolo cieco metodologico, concludendo che “l’intero dibattito… è viziato da un fallimento metodologico da entrambe le parti”.

Prove da testi orali trascritti (Capitolo 5)

Nel Capitolo 5 (“Prove da testi orali trascritti”) , Derico applica il principio di genre-dependence per invalidare le analogie più comuni.

L’applicazione della teoria oral-formulaic di Milman Parry e Albert Lord (sull’epica sud-slava ) ai Vangeli – un pilastro dell’opera di John Dominic Crossan – viene definita una “violazione flagrante” del principio di genere. Non si può usare la poesia epica, cantata e metricamente vincolata come analogo per la prosa narrativa parlata. Derico critica l’uso che Crossan fa di questa analogia per negare la possibilità di stabilità verbale, concludendo che “il tentativo di Crossan di applicare la Teoria Orale… è metodologicamente… insostenibile”. La teoria di Parry-Lord è semplicemente irrilevante per il genere dei Vangeli.

L’analisi di Derico sull’uso da parte di Armin Baum delle trascrizioni Kathlamet di Boas/Cultee (“The War of the Ghosts”) è più favorevole (è prosa narrativa), ma la sua utilità è limitata: i paralleli sono single-performer (la stessa persona in anni diversi), non multi-performer (persone diverse che condividono una tradizione), che è ciò che il Problema Sinottico richiede.

Prove dalla psicologia sperimentale (Capitolo 6)

Infine, il Capitolo 6 (“Prove dalla psicologia sperimentale”) critica l’uso di esperimenti di memoria in laboratorio.

Gli esperimenti di F.C. Bartlett (che utilizzava “The War of the Ghosts”) e quelli più recenti di McIver & Carroll sono giudicati irrilevanti. Derico sostiene che questi esperimenti testano la memoria individuale, non tradizionale, a bassa rilevanza, in un contesto letterato e dopo un singolo ascolto. La tradizione orale, al contrario, è comunitaria, ripetitiva, ad alta rilevanza (formativa per l’identità) e performativa. L’analogia fallisce su tutti i fronti. Derico conclude che “gli esperimenti di Bartlett non ci dicono nulla… sulla trasmissione orale delle tradizioni” e che gli esperimenti di McIver e Carroll “non forniscono… alcuna prova rilevante” per l’assioma principale.

La proposta empirica: le “narrazioni di Whitman” (capitolo 7)

Avendo intessuto una critica dettagliata elle fondamenta empiriche dell’assioma dominante, Derico dedica il Capitolo 7 alla sua pars construens: uno studio di caso originale progettato specificamente per aderire ai rigorosi principi di Foley e per testare l’assioma su un terreno empirico solido. Come Derico nota, “sebbene nessuno degli argomenti empirici… sia sufficiente… l’onere della prova ricade ora su coloro che desiderano sostenere [l’assioma]”. Il suo studio di caso è progettato per assumersi questo onere.

Il corpus scelto da Derico sono le “Narrazioni di Whitman”, una raccolta di prosa orale biografica sul missionario americano Roy Whitman, che ha contribuito a fondare la comunità evangelica giordana negli anni ’20. Le narrazioni sono state registrate da Derico stesso in Giordania da tre narratori indipendenti (Fawaz Ameish, Jiryes Habash, Jamil Zureiqat).

Questo studio di caso è metodologicamente superiore a tutti quelli esaminati in precedenza, aderendo rigorosamente ai principi di Foley:

  1. Tradition-dependence: È una tradizione in prosa araba, trasmessa informalmente ma con un controllo comunitario implicito, in un contesto culturale mediorientale analogo.
  2. Genre-dependence: È una prosa narrativa biografica, un analogo di genere molto più vicino ai Vangeli rispetto all’epica o agli aforismi.
  3. Text-dependence: Derico fornisce trascrizioni complete in lingua originale (Arabo) nell’Appendice A e un’analisi quantitativa rigorosa nell’Appendice B. Come notato nella ricerca successiva, Derico fa ciò che Bailey ha tentato, ma “in modo più metodico”.

L’analisi quantitativa è il cuore della tesi. Adottando i criteri di Tyson & Longstaff (continuità, identità, equivalenza) , Derico confronta le narrazioni parallele e indipendenti. I risultati sono sorprendenti e minano direttamente l’assioma sinottico. L’analisi di Derico (presentata nelle tabelle dell’Appendice B) dimostra che queste tradizioni orali indipendenti e non memorizzate producono livelli significativi e complessi di accordo verbale. Ad esempio, il confronto tra Ameish e Zureiqat (Tabella 2, App. B) mostra un accordo verbale totale del 42-45%, di cui una frazione significativa (14-15%) è “continuità” (parole identiche in sequenza). Questo livello di continuità è paragonabile a molti passaggi narrativi sinottici.

Questo dato, da solo, confuta l’idea che un tale livello di accordo narrativo richieda una fonte scritta. Ma Derico va oltre. Testa l’ipotesi comune (associata a Westcott e Tyson & Longstaff) secondo cui i detti di Gesù sarebbero stati trasmessi in modo più stabile rispetto alle narrazioni. La sua analisi (Cap. 7) falsifica empiricamente questa ipotesi. Derico divide il materiale in quattro tipi: Tipo 1 (solo detti), Tipo 2 (detti con narrativa minima), Tipo 3 (narrativa con detti brevi) e Tipo 4 (solo narrativa). Nelle narrazioni di Whitman, le sezioni puramente narrative (il suo “Tipo 4”) mostrano costantemente un accordo verbale superiore (es. 45% tra Ameish e Zureiqat) rispetto alle sezioni che contengono solo detti (“Tipo 1”, 36%). L’assioma “le narrazioni sono variabili, i detti sono stabili” si rivela falso nel suo campione.

Infine, Derico documenta fenomeni che sono spesso considerati la “pistola fumante” della dipendenza letteraria: “accordi minori” (due narratori che concordano contro un terzo) e persino accordi in “commenti parentetici”. Ad esempio, nella storia del “Fedayeen Adil” che tentò di sparare a Whitman, sia Ma’ayah che Zureiqat includono un commento esplicativo parentetico (“quello che ha sparato”) per identificare l’uomo, un commento che è assente nella versione di Habash. Il fatto che una tradizione orale in prosa, viva e non letteraria, possa generare queste complesse sovrapposizioni testuali porta alla conclusione inevitabile di Derico: l’accordo verbale, anche quello esteso e complesso, non può essere utilizzato come criterio semplice o affidabile per provare la dipendenza letteraria o per distinguere una fonte orale da una scritta.

L’opera di Derico nello stato attuale della ricerca

Pubblicato nel 2016, il libro di Derico è diventato rapidamente un’opera metodologica fondamentale. La ricerca accademica successiva lo cita come un contributo rigoroso che “sfida le opinioni accettate sul grado di accordo verbale realizzabile tra i tradenti orali”. È ampiamente riconosciuto come un superamento metodologico dell’approccio aneddotico di Kenneth Bailey.

Questa ricezione ha implicazioni significative per lo stato attuale del dibattito sinottico. In primo luogo, colpisce le fondamenta del modello di James D.G. Dunn. Dunn, una delle voci più influenti a favore dell’oralità , ha basato esplicitamente la sua “Oral Gospel Tradition” sul modello ICOT di Bailey. La dimostrazione di Derico (nel Cap. 4) che l’evidenza di Bailey è aneddotica e non rigorosa, combinata con la proposizione di uno studio empirico superiore (nel Cap. 7) che raggiunge conclusioni diverse, mina seriamente il fondamento probatorio del modello specifico di Dunn.

In secondo luogo, il lavoro di Derico aiuta a spiegare l’attuale “impasse” nel Problema Sinottico. L’Ipotesi delle Due Fonti (2SH), sebbene sia ancora la visione maggioritaria, non gode più di un consenso indiscusso. La tesi di Derico colpisce al cuore l’argomento quantitativo principale per l’esistenza di un documento Q scritto: se, come sostiene la 2SH, l’accordo verbale tra Matteo e Luca in materiale non-Marciano è “troppo alto per essere orale”, e Derico dimostra empiricamente che un’oralità in prosa non memorizzata può produrre livelli di “continuità” (parole identiche in sequenza) fino al 15% e un accordo totale del 45% , l’argomento principale per un Q scritto collassa.

Allo stesso modo, la tesi di Derico indebolisce la principale alternativa, la Teoria Farrer, sostenuta da studiosi come Mark Goodacre. I sostenitori della Farrer argomentano a favore della dipendenza letteraria (Luca da Matteo) basandosi su prove come i “paralleli nell’ordine” (parallels in order) e gli accordi verbali. Ma le “Narrazioni di Whitman” di Derico dimostrano che una tradizione orale in prosa può, di fatto, preservare sia la sequenza narrativa sia un significativo accordo verbale, rimuovendo la necessità di una spiegazione puramente letteraria.

L’implicazione radicale del libro di Derico non è quella di “risolvere” il Problema Sinottico. Al contrario, lo rende significativamente più difficile, e forse insolubile sul solo terreno dell’analisi quantitativa. Rimuovendo l’assioma, Derico spinge la disciplina a smettere di usare l’accordo verbale come una comoda scorciatoia. La dipendenza letteraria, se deve essere provata, deve ora essere dimostrata su terreni più complessi, come l’analisi di modelli redazionali sofisticati, l’affaticamento redazionale o la macro-sequenza, piuttosto che sul semplice conteggio delle parole identiche.

Concludendo, Oral Tradition and Synoptic Verbal Agreement è un testo da tenere seriamente in considerazione per il suo apporto metodologico. La sua pars destruens (Capitoli 1-6) funge da autopsia definitiva del modello monolitico e semplicistico di “oralità” che ha dominato la ricerca per decenni. La sua pars construens (Capitolo 7) non solo stabilisce un nuovo e più alto standard di rigore empirico per gli studi futuri (aderendo ai principi di Foley), ma fornisce anche i dati quantitativi necessari per sostenere le attuali tendenze teoriche della Social Memory Theory e della Biblical Performance Criticism. Qualsiasi studio futuro sul Problema Sinottico che intenda utilizzare l’accordo verbale come prova della dipendenza letteraria dovrà necessariamente confrontarsi prima con la sfida empirica posta da Derico.

Posted by Adriano Virgili

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