L’evento inafferrabile. Una breve presentazione di “Sulla risurrezione di Gesù Cristo” di Heinrich Schlier

Il volume Sulla risurrezione di Gesù Cristo di Heinrich Schlier, riproposto al pubblico italiano da Morcelliana, con curatela di Lorenzo Cappelletti e impreziosito da una lucida prefazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, costituisce un contributo particolarmente denso e metodologicamente raffinato all’esegesi neotestamentaria di impostazione teologica. Originariamente pubblicato nell’ormai lontano 1968, in una delicata congiuntura storica caratterizzata da un profondissimo fermento e da cospicui ripensamenti nel contesto degli studi biblici, questo breve saggio è il frutto rigoroso dell’approccio storico-critico messa al servizio dell’ermeneutica teologica. Il testo risulta particolarmente prezioso anche perché offre un paradigma di come l’indagine credente sui testi fondativi possa, e forse debba, misurarsi con lo “scandalo” di un evento che rompe le normali categorie della storiografia.

La figura stessa di Heinrich Schlier giustifica il suo essere una sorta di ponte nella storia dell’esegesi contemporanea. Formato alla scuola di Rudolf Bultmann e profondamente influenzato dall’esistenzialismo filosofico di Martin Heidegger, Schlier compì un percorso intellettuale e spirituale che lo condusse, nel 1953, ad abbracciare il cattolicesimo, senza tuttavia mai rinnegare il valore degli strumenti critici acquisiti dal suo maestro. Questa peculiare biografia intellettuale traspare chiaramente mentre si sfoglia il libro: l’autore non sfugge alle domande scomode poste dalla modernità, né tenta di neutralizzarle attraverso un discorso apologetico di basso cabotaggio, ma le attraversa fino in fondo, dimostrando come un’esegesi teologica rigorosa debba far proprio gli interrogativi più complessi e spinosi.

Il cuore metodologico del saggio risiede proprio nella tensione tra la ricerca storica (intesa nel senso del termine tedesco historisch, ovvero la storiografia basata sull’omogeneità causale degli eventi) e la natura intrinseca dei testi neotestamentari. Come evidenzia giustamente Ratzinger nella prefazione, la fede nella risurrezione pone l’esegeta di fronte a un’alternativa ineludibile. Se si adotta il naturalismo metodologico assoluto (quello propugnato da Ernst Troeltsch, per intenderci), postulando che nella storia possano accadere solo eventi riconducibili alle normali leggi di natura, si è costretti a negare l’evento pasquale in quanto tale, riducendolo a un mito, a una proiezione psicologica o a un simbolo sociologico. Schlier, pur armato degli strumenti filologici più affilati, rifiuta questo riduzionismo. Egli sostiene vigorosamente che un’autentica apertura al testo esige che l’interprete non costringa l’avvenimento all’interno di categorie immanentistiche preconfezionate, ma lasci che il fenomeno si manifesti nella sua alterità e nella sua forza storicamente convincente (geschichtlich).

Da un punto di vista dell’analisi testuale, Schlier analizza con grande acume le due traiettorie attraverso cui la comunità cristiana primitiva ha codificato l’evento pasquale. Da un lato, ci sono le antiche “formule confessionali”, come quelle preservate in 1Cor 15,3-5 o in Rm 10,9. L’autore traccia la genealogia delle stesse, mostrando come queste traggano origine da un irrefrenabile entusiasmo e da un’acclamazione originaria della primissima comunità (si pensi al grido «Veramente il Signore è risorto!» in Lc 24,34), per poi cristallizzarsi in formule catechetiche e liturgiche. Dall’altro lato, l’autore analizza i racconti evangelici, evidenziandone la frammentarietà, le incongruenze spaziali e temporali, e l’impossibilità di una loro compiuta armonizzazione. Lungi dal considerare questa asimmetria testuale come una prova di inattendibilità, l’esegesi di Schlier vi scorge la chiara traccia di una tradizione che non ha voluto “addomesticare” il mistero. I redattori evangelici hanno preservato un timoroso ritegno di fronte all’evento, conservando tradizioni diverse proprio perché consapevoli di trovarsi di fronte a una realtà che sfugge ad una narrazione cronachistica e lineare.

Particolarmente illuminante è la trattazione del “sepolcro vuoto”. Con un’obiettività che fa onore alla sua onestà intellettuale, il teologo tedesco (sulla scorta di studiosi come Hans von Campenhausen) ritiene che probabilmente il sepolcro sia stato ritrovato vuto. Tuttavia, dal punto di vista dell’economia della fede neotestamentaria, tale fatto non possiede in sé alcuna valenza di “prova” inconfutabile. Nei Vangeli, la scoperta del sepolcro vuoto genera inizialmente solo smarrimento, dubbio e timore. Questo funziona piuttosto come un “segnavia” negativo, un indizio ambiguo che acquisisce il suo pieno significato teologico solo retrospettivamente, una volta illuminato dalla parola dell’angelo o dall’incontro diretto con il Risorto.

Il vertice argomentativo del saggio viene raggiunto nell’analisi delle “apparizioni” e nella decostruzione della tesi bultmanniana. Analizzando il verbo greco ōphthē (apparve, si fece vedere), tipico delle teofanie veterotestamentarie, Schlier dimostra filologicamente che i testimoni non esperiscono un’allucinazione soggettiva né deducono la risurrezione da una riflessione teologica successiva. Il Risorto si manifesta con un atto di sovrana iniziativa, offrendosi alla percezione in una forma che trascende la fisicità mondana. Egli è il Crocifisso, portatore dei segni storici della passione, ma è al contempo avvolto dalla dóxa (gloria) divina, operando in una dialettica di presenza e sottrazione che lo rende sfuggente (il «non mi trattenere» di Giovanni 20,17 ne è l’emblema).

È proprio su questo snodo teologico che si consuma il misurato ma chiarissimo distacco di Schlier dal suo antico maestro Bultmann e dai successivi sviluppi della sua scuola (rintracciabili in modo particolare nell’opera di Willi Marxsen). Per la teologia esistenziale bultmanniana, postulare un evento oggettivo dietro il testo era storicamente inaccettabile; di conseguenza, la risurrezione veniva reinterpretata come il semplice sorgere della fede nei discepoli, il prendere forma del kérygma attraverso cui «la causa di Gesù continua». Con un’acribia implacabile, Schlier contesta la cogenza di questa lettura. Se la risurrezione fosse solo un fatto mentale sorto nella coscienza dei discepoli, ci troveremmo di fronte a un miracolo ancora più inspiegabile dell’oggettiva risurrezione corporea di Cristo: come avrebbe potuto una comunità di reietti, disorientata e demoralizzata dal fallimento storico e politico della croce, produrre al proprio interno in modo spontaneo un annuncio di vittoria cosmica su un morto giustiziato? Per Schlier, l’ordine tracciato dal Nuovo Testamento è filologicamente e cronologicamente irriducibile: l’Evento oggettivo (l’apparizione del Risorto) precede ontologicamente e cronologicamente il kérygma, e il kérygma a sua volta fonda e suscita la fede.

Questo solido aggancio alla concretezza di un evento extra-mentale non significa però, per Schlier, che la risurrezione possa essere ridotta ad un semplice ritorno alla vita biologica terrena. Egli esplora con straordinaria profondità teologica la natura “pneumatica” dell’evento. La risurrezione è presentata come l’intrinseco inveramento della croce: la morte obbediente di Gesù diviene il luogo in cui fa irruzione la vita indistruttibile di Dio. In questo senso, Schlier fonde teologia lucana, paolina e giovannea per mostrare come risurrezione, glorificazione ed elevazione alla destra del Padre non siano fasi cronologicamente separate di un mito spaziale, ma prospettive diverse di un unico, insondabile mistero di esaltazione.

Il valore di questo libro da un punto di vista esegetico e teologico-fondamentale è davvero significativo. L’indagine di Schlier illustra magnificamente come la genesi della Chiesa e lo scaturire della missione mondiale non possano essere sociologicamente spiegati se non si postula un elemento di rottura radicale, un innesco traumatico ed esaltante che ha investito dal di fuori la prima comunità. I discepoli, inizialmente descritti come pavidi e restii a credere, vengono «sopraffatti» da un incontro che ribalta non solo le loro aspettative messianiche, ma anche il loro assetto valoriale e vitale. Da questo scontro con l’irruzione della dóxa divina nasce l’esigenza insopprimibile dell’acclamazione, della missione e dell’organizzazione ecclesiale. Il Risorto, effondendo lo Spirito, dota i discepoli di un mandato di potere e di una parola autorevole che diviene la pietra angolare della nuova societas cristiana.

L’ultima parte del saggio amplia l’orizzonte verso le conseguenze cosmiche ed escatologiche dell’evento. L’esegesi teologica si fa qui teologia della storia e riflessione antropologica. La risurrezione non riguarda solo il destino individuale di Gesù di Nazaret, ma si configura come la crisi definitiva delle potenze di questo mondo. Le strutture di potere, politiche e spirituali, che fondano il loro dominio sull’orizzonte invalicabile della morte, sono state svuotate della loro forza ultima. L’escatologia si fa presente: l’inizio dei tempi nuovi si è insediato nella storia, offrendo all’uomo la via della giustificazione, della santificazione e di una libertà non più ostaggio della caducità.

Per chi volesse acquistare il libro: Sulla risurrezione di Gesù Cristo

Posted by Adriano Virgili

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