La chiea di Santa Maria in Via, situata nell’odierno Largo Chigi all’angolo con Via del Corso, rappresenta una significativa testimonianza della stratificazione urbanistica e devozionale del centro storico di Roma. La denominazione stessa, “in Via”, costituisce un riferimento topografico preciso, indicando la collocazione dell’originaria struttura lungo l’antica via che collegava il nucleo abitativo medievale alla Via Flaminia, o forse proprio la sua pertinenza alla strada pubblica. Tale specifica era funzionale a distinguerla dalla vicina Santa Maria in Via Lata, situata poco distante lungo il Corso. Sebbene le fonti documentarie attestino l’esistenza di un luogo di culto sin dal IX secolo, l’attuale assetto architettonico è frutto di una radicale ricostruzione avvenuta in epoca tarda, successiva a un evento miracoloso che ne ridefinì l’importanza cultuale.
Il nucleo fondante della venerazione odierna risale alla notte tra il 26 e il 27 settembre 1256. Le cronache ecclesiastiche riportano che nel luogo dove oggi sorge la chiesa si trovava la stalla del Cardinale Pietro Capocci. All’interno della struttura era presente un pozzo per l’approvvigionamento idrico, presso il quale era conservata un’immagine della Vergine dipinta su una tegola di terracotta o su pietra. L’evento soprannaturale si verificò quando tale effigie cadde accidentalmente nelle acque profonde del pozzo; contrariamente alle leggi fisiche, le acque avrebbero preso a ribollire e a innalzarsi progressivamente fino a raggiungere l’orlo della vera, portando in superficie l’immagine sacra, che rimase a galleggiare asciutta. Il Cardinale Capocci, testimone diretto dell’accaduto insieme ai suoi servitori, recuperò la tegola e interpretò l’evento come un segno divino inequivocabile. Egli dispose pertanto la trasformazione della stalla in una cappella dedicata al culto mariano, iniziativa che ricevette la pronta approvazione di Papa Alessandro IV, il quale ordinò l’edificazione di una chiesa vera e propria per custodire il “pozzo del miracolo”.
Dal punto di vista architettonico, l’edificio visibile oggi non conserva tracce della struttura duecentesca, presentandosi invece come un’opera organica della fine del XVI secolo. La ricostruzione fu avviata nel 1594 su progetto di Giacomo della Porta, architetto di transizione tra Rinascimento e Barocco, coadiuvato da Francesco da Volterra (Francesco Capriani). I lavori furono successivamente portati a compimento da Carlo Lombardi, noto anche come Carlo Martino Longhi il Vecchio. L’elemento di maggior impatto visivo nel contesto urbano è la facciata, realizzata in una fase successiva, nel 1681, su disegno di Carlo Rainaldi. Il prospetto si articola su due ordini ed è caratterizzato da un linguaggio pienamente barocco, visibile nell’uso del chiaroscuro e nel timpano spezzato che corona il portale, conferendo monumentalità all’insieme nonostante le ristrettezze dello spazio antistante.
L’interno si sviluppa secondo i canoni della Controriforma, con una navata unica coperta a botte e affiancata da cappelle laterali, soluzione spaziale atta a favorire la centralità della liturgia e la visibilità dell’altare maggiore. La decorazione della volta risale al XVIII secolo ed è opera di Gian Domenico Piastrini. Di primaria importanza devozionale è la prima cappella a destra, denominata Cappella del Pozzo. Qui, inserita in un contesto decorativo che esalta la sacralità dell’acqua, è venerata l’antica immagine della Vergine su tegola. L’altare incorpora la vera del pozzo originale, rendendo accessibile ai fedeli l’acqua ritenuta taumaturgica, elemento di continuità tangibile con l’evento del 1256.
Sotto il profilo storico-artistico, la chiesa custodisce opere pittoriche di rilievo che documentano il passaggio dal Manierismo al primo Barocco romano. Nella terza cappella a destra, dedicata alla Santissima Trinità (già Cappella Aldobrandini), si conservano le tele di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, raffiguranti l’Adorazione dei Magi e la Natività. L’intervento del Cavalier d’Arpino, figura egemone nella pittura romana pre-caravaggesca, testimonia il prestigio di cui godeva la chiesa tra le famiglie nobiliari dell’epoca. L’altare maggiore è nobilitato da una pala di Jacopo Zucchi raffigurante la Madonna con Santi, opera che riflette la formazione fiorentina dell’artista e la sua vicinanza alla cerchia vasariana, caratterizzata da composizioni complesse e cromatismi ricercati.
Ulteriori elementi di interesse includono, nella seconda cappella a sinistra, un crocifisso ligneo di pregevole fattura attribuito alla scuola romana del XVII secolo. La gestione del complesso è affidata sin dal 1513 all’Ordine dei Servi di Maria, la cui presenza secolare ha garantito la conservazione sia del patrimonio artistico che della specifica devozione legata all’acqua miracolosa, rendendo Santa Maria in Via un unicum nel panorama ecclesiastico romano, dove l’elemento idrico assume una valenza sacrale diretta, distinta dalla monumentalità fontaniera che caratterizza il rione circostante.
