Il Vangelo in dialetto: genealogia, antropologia e politica del presepe

La macchina mitologica della Natività

Il presepe non è un semplice manufatto artigianale, né un mero residuo folklorico destinato a spolverare la nostalgia di un tempo perduto durante le festività decembrine. Al contrario, esso si configura come una delle più complesse e resilienti “macchine mitologiche” dell’Occidente cristiano, un dispositivo culturale in grado di attraversare i secoli metabolizzando i mutamenti sociali, estetici e teologici, per restituirceli sotto forma di una rappresentazione plastica e teatrale. Se osserviamo il fenomeno nella sua interezza, basandoci sulle approfondite analisi antropologiche condotte da Marino Niola ed Elisabetta Moro, emerge una distinzione fondamentale che funge da chiave di volta per comprendere l’intera fenomenologia presepiale: mentre il presepe di matrice francescana rappresenta la Natività in senso stretto, focalizzandosi sul mistero teologico dell’Incarnazione, il presepe napoletano — che costituisce l’apice barocco ed evolutivo di questa tradizione — rappresenta l’umanità.

Questa distinzione non è puramente accademica, ma sostanziale. È la ragione per cui il presepe ha conquistato l’immaginario globale, travalicando i confini della fede cattolica per diventare un oggetto amato da credenti e non credenti, da cristiani e laici. La versione partenopea della nascita di Gesù è, infatti, un “teatro della devozione” dove i confini ontologici tra il sacro e il profano non sono mai netti o impermeabili, ma si fondono e si confondono in una osmosi continua e feconda.In pochi centimetri quadrati di sughero, legno, terracotta e cartapesta, si raduna una folla straboccante, multicolore e multietnica, che trasforma la scena evangelica in una rappresentazione corale e tumultuosa della vita quotidiana.

Lo spazio scenico del presepe non è un vuoto pneumatico, ma un microcosmo denso in cui pastori, mercanti, suonatori, venditori ambulanti, osti, lavandaie, cuoche, contadine, tessitrici, balie, re neri, visir ottomani e schiavi nubiani compongono un affresco antropologico di straordinaria densità. Questa folla non è accessoria; è sostanza stessa del racconto. È la società che si mette in scena di fronte al mistero, non in atteggiamento di mistica e silenziosa contemplazione, ma nel pieno della sua attività febbrile, dei suoi commerci, dei suoi vizi e delle sue virtù.

Il presepe, dunque, opera una “domesticazione” del sacro. Esso porta Dio non in un alto dei cieli irraggiungibile e astratto, ma nelle bassure della nostra dimora, tra le macerie, i mercati, le taverne e le miserie umane. È, come suggerisce il titolo di un’importante sezione dell’analisi di Niola, un “Vangelo in dialetto”.Tradurre il Vangelo in dialetto non significa banalizzarlo o ridurlo a parodia, ma radicarlo nel tessuto vivo, carnalmente sofferente e gioioso, di una comunità specifica. Significa rendere il Logos “carne e sangue”, voce e gesto, odore di cibo e rumore di festa.

In un’epoca contemporanea segnata da dibattiti spesso sterili e ideologici sulla laicità dello Stato e sulla presenza dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, il presepe si trova sovente al centro di polemiche che ne fraintendono radicalmente la natura profonda. I movimenti di censura che, in nome di un malinteso multiculturalismo o di una laicità difensiva, premono per escluderlo dalle scuole, dagli ospedali o dagli uffici pubblici, ignorano che il presepe è, per sua stessa costituzione storica e antropologica, uno dei più potenti manifesti di multiculturalismo, inclusione e democratizzazione del sacro che la storia culturale europea abbia mai prodotto. Esso non esclude, ma accoglie; non divide, ma unisce le diversità — etniche, sociali, economiche — in un unico scenario di speranza e redenzione.

1. Genealogie e metamorfosi del sacro

1.1 L’invenzione di Francesco: il realismo della povertà e la pedagogia dello sguardo

La genesi del presepe è indissolubilmente legata a un momento preciso della storia spirituale d’Occidente: la notte di Natale del 1223 a Greccio, un piccolo borgo pastorale incastonato nella valle reatina. Il protagonista di questo evento fondativo è San Francesco d’Assisi, il “Poverello”, la cui intenzione non era quella di creare un’opera d’arte, né tantomeno di inaugurare una tradizione folkloristica destinata ai musei. L’obiettivo di Francesco era radicalmente esperienziale e mistico: egli voleva “vedere con gli occhi del corpo” i disagi in cui si era trovato il Bambino Gesù per la mancanza delle cose necessarie a un neonato.

Francesco era reduce da un viaggio in Terra Santa, dove aveva visitato i luoghi della vita di Cristo. Tuttavia, l’accesso a Betlemme era reso difficile e pericoloso dalle situazione geopolitica del tempo. Greccio, con la sua orografia aspra e le sue grotte naturali, gli apparve come una nuova Betlemme. La sua operazione fu dunque, in primo luogo, una ri-locazione del sacro: non c’era bisogno di andare in Palestina per toccare il mistero, perché il mistero poteva essere riattivato ovunque ci fosse un cuore disposto ad accoglierlo.

Il presepe di Greccio fu, in senso stretto, una liturgia drammatizzata, un tableaux vivant. Non c’erano statue, non c’erano scenografie di cartapesta, non c’erano i pastori in terracotta che conosciamo oggi. C’erano persone reali, frati e contadini del luogo, e animali veri: il bue e l’asinello. Francesco chiese a un suo amico nobile, Giovanni Velita, di approntare una greppia (in latino praesepium, termine da cui deriva la parola italiana “presepe”), riempiendola di fieno. La scelta di questi elementi non era casuale. Il fieno, il bue e l’asino servivano a sottolineare la povertà radicale, la kenosis (lo svuotamento) della venuta di Dio nel mondo. Dio non nasceva nell’oro e nella porpora, ma nella paglia, riscaldato dal fiato di due bestie da soma.

In quella prima rappresentazione, il sacro si manifestava attraverso la nudità della materia e la semplicità dei segni. Era una “sacra rappresentazione” essenziale, priva di quel “rumore” visivo, di quell’accumulo barocco di oggetti e figure che caratterizzerà i secoli successivi. L’iconografia di questo evento, immortalata magnificamente da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi, ci restituisce la solennità e il rigore di quel momento fondativo: la Natività è ridotta alle sue figure essenziali, senza nulla e nessuno che non sia compreso nel racconto evangelico o funzionale alla comprensione del mistero dell’umiltà divina.

Questo modello “francescano” aveva una funzione eminentemente pedagogica e spirituale. Doveva commuovere il fedele, spingerlo alla “compunzione”, cioè a quel dolore salvifico che nasce dalla consapevolezza della distanza tra l’amore di Dio e l’ingratitudine umana. Attraverso l’empatia con la sofferenza fisica della Sacra Famiglia — il freddo, la scomodità, la mancanza di tutto — il fedele veniva introdotto nel cuore del mistero cristiano: la scelta della povertà come via regale verso il cielo.

Tuttavia, la storia del presepe non si è fermata a questa austera contemplazione. Se il presepe francescano guardava al cielo attraverso la povertà della terra, il presepe che si svilupperà nei secoli successivi guarderà alla terra in tutta la sua ricchezza e contraddittorietà, trovando in essa le tracce del cielo.

1.2 La transizione rinascimentale e l’arte ecclesiastica

Nei secoli che separano Francesco dal trionfo barocco, il presepe subisce una prima trasformazione, passando dalla performance effimera (il presepe vivente) alla scultura permanente. Grandi artisti come Arnolfo di Cambio, autore del celebre presepe marmoreo per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma (fine XIII secolo), e i maestri della famiglia Della Robbia nel Rinascimento, cristallizzano la scena della Natività in opere d’arte di altissimo valore estetico.

Queste opere, tuttavia, rimangono essenzialmente “ecclesiastiche”. Sono collocate all’interno delle chiese, spesso in cappelle dedicate, e mantengono una funzione liturgica e devozionale. I personaggi sono limitati al nucleo sacro (Gesù, Giuseppe, Maria) e ai testimoni diretti (Magi, pastori). La rappresentazione è idealizzata, solenne, distante dalla quotidianità spicciola. È un’arte che eleva lo spirito, ma che mantiene una certa distanza aristocratica dal popolo. Il presepe rinascimentale è un oggetto di contemplazione statica, non ancora quel “mondo in miniatura” brulicante di vita che esploderà a Napoli.

1.3 La svolta napoletana: il barocco e la città-mondo

Il vero, decisivo cambiamento paradigmatico avviene quando il presepe arriva a Napoli e vi mette radici profonde. È qui, nel ventre di una delle capitali più popolose, caotiche e vitali d’Europa, che tra il Sei e il Settecento la rappresentazione sacra subisce una mutazione genetica. Il presepe incontra gli umori, i colori, i suoni e la frenesia di una “città-mondo” cosmopolita.

Se il presepe francescano era ambientato in una grotta solitaria o in una stalla isolata, simbolo di silenzio e ritiro dal mondo, il presepe napoletano trasferisce la scena nel cuore pulsante della metropoli. Betlemme diventa Napoli. La Galilea assume le sembianze inconfondibili dei vicoli partenopei, delle campagne scoscese alle pendici del Vesuvio, dei mercati affollati, delle taverne rumorose. Questa “napoletanizzazione” del Vangelo non è un mero espediente artistico o una ingenuità provinciale, ma una precisa, audace operazione culturale e teologica.

Essa afferma un principio rivoluzionario: Cristo nasce “qui e ora”. Non in un passato remoto e geograficamente distante, ma nel presente immediato, tra la gente che conosciamo, nei luoghi che frequentiamo. La storia della salvezza non è un evento archiviato negli annali della storia sacra, ma un dramma che riguarda ogni aspetto della vita umana, anche il più prosaico, anche il più misero.

Nel Settecento, sotto la spinta della corte borbonica — in particolare di Carlo III di Borbone, grande appassionato e collezionista — e di un clero attento alla pietà popolare (in particolare i gesuiti e gli scolopi), il presepe esce dalle navate delle chiese per entrare trionfalmente nelle case. Inizia un processo di “domesticazione” e “privatizzazione” del sacro che ne amplifica a dismisura la portata narrativa. Il presepe diventa il fulcro della casa, il luogo dove la famiglia si riunisce e dove la società si specchia.

1.4 L’epoca d’oro: ierofanie borghesi e ostentazione

Il XVIII secolo segna l’apogeo del presepe napoletano. La costruzione del presepe diventa una vera e propria mania collettiva, una “febbre” che contagia tutti gli strati sociali, ma che trova nella ricca borghesia e nell’aristocrazia i suoi interpreti più fastosi. Non sono più solo i re a commissionare statuine, ma anche banchieri, mercanti, avvocati, alti funzionari.

Il presepe diventa uno status symbol di straordinaria potenza. Le famiglie gareggiano tra loro per allestire il presepe più grande, più ricco, più spettacolare. Si investono fortune immense per commissionare le “testine” ai più grandi scultori del tempo, artisti del calibro di Giuseppe Sanmartino (l’autore del Cristo Velato), Lorenzo Mosca, Francesco Celebrano, Salvatore di Franco. Questi artisti non disdegnano di applicare il loro genio alla “minutaglia” presepiale, modellando volti di una espressività sconvolgente, capaci di catturare le mille sfumature dell’animo umano: la gioia, lo stupore, la miseria, la deformità, la vecchiaia, l’infanzia.

Ma l’investimento non si ferma alla scultura. Le statuine, realizzate con un’anima di fil di ferro e stoppa per essere snodabili e posizionabili, vengono vestite con abiti di seta, velluto, broccato, cuciti dalle migliori sartorie della città. I Re Magi e le donne del loro seguito (“le Georgiane”) vengono adornati con gioielli veri, ori, argenti, coralli, perle. Gli accessori — cesti di frutta in cera, strumenti musicali in legno e corda, armi in metallo, stoviglie in ceramica e argento — sono realizzati da artigiani specializzati con una precisione microscopica che sfiora il virtuosismo.

Questa dimensione “suntuaria”, mondana e ostentatoria del presepe potrebbe sembrare, a un primo sguardo, in totale contraddizione con lo spirito di povertà francescano. Come può la rappresentazione del Dio che si fa povero diventare l’occasione per lo sfoggio della ricchezza? In realtà, questa opulenza risponde a una precisa logica barocca: la logica della “meraviglia”. La ricchezza della rappresentazione è un omaggio alla regalità di Dio che si fa uomo, un Magnificat visivo. Ma è anche un dispositivo retorico per “incantare” lo spettatore, per catturarlo attraverso la seduzione dei sensi — la vista dello sfarzo, la varietà dei colori, la perfezione dei dettagli — e condurlo, attraverso lo shock dello stupore, alla verità di fede.

È, per usare le parole di Marino Niola, una “teologia di cartapesta”. Una teologia che non passa attraverso l’astrazione dei concetti, ma attraverso la concretezza della materia. La borghesia napoletana, emergente e dinamica, trova nel presepe il luogo ideale per auto-rappresentarsi e per sacralizzare i propri valori: il lavoro, il commercio, l’abbondanza, la famiglia. Il presepe è pieno di botteghe, di merci, di cibo esposto. È un inno alla produttività e alla vita materiale, che vengono santificate dalla presenza del divino. In questo senso, il presepe diventa una “ierofania borghese”, una manifestazione del sacro che non nega il mondo e i suoi piaceri, ma li abbraccia, li benedice e li trasfigura nella luce del Natale.

2. Anatomia di un mondo. Struttura, personaggi e cibo

2.1 La scenografia: lo “scoglio” e i tre livelli

La struttura fisica del presepe napoletano è un capolavoro di ingegneria teatrale. La base, detta “scoglio”, è realizzata in sughero e legno, materiali poveri che vengono lavorati per imitare la roccia, le grotte, le montagne. Questa struttura non è casuale, ma risponde a una precisa topografia simbolica che divide la scena in tre livelli, corrispondenti a tre dimensioni dell’esistenza.

  1. Il Cielo (alto): È il luogo della Gloria, da cui scendono gli angeli in un turbinio barocco di vesti volanti. È la dimensione del divino che irrompe nella storia.
  2. La Terra (piano): È il luogo della Natività e della vita quotidiana. Qui si trovano la grotta (o il tempio in rovina), le case, le botteghe, il mercato. È lo spazio dell’umano e della storia.
  3. L’Inferno/Sottosuolo (basso/grotte): Spesso il presepe presenta anfratti, caverne oscure, ponti che scavalcano fiumi sotterranei. È la zona liminale, collegata simbolicamente agli inferi, al mistero della morte e della rinascita, ma anche alle forze ctonie che vengono pacificate dalla nascita di Cristo.

La scenografia è dominata dal paesaggio napoletano. Spesso sullo sfondo si staglia il Vesuvio, a volte fumante, a ricordare la precarietà della vita e la potenza della natura. Le architetture non sono quelle palestinesi, ma quelle dei borghi campani: scale a chiocciola, archi, loggiati, panni stesi ad asciugare, intonaci scrostati. È un paesaggio “poroso”, come lo definiva Walter Benjamin, dove interno ed esterno si compenetrano.

2.2 La folla dei personaggi: un catalogo dell’umanità

La folla che popola il presepe non è un ammasso indistinto di comparse, ma una galleria di “tipi” umani codificati, ciascuno con una sua precisa funzione narrativa e simbolica. Analizzarli significa sfogliare un catalogo dell’umanità settecentesca, ma anche esplorare archetipi universali.

  • Benino, il pastore dormiente: Una delle figure più celebri e cariche di significato è Benino. È un pastorello raffigurato mentre dorme profondamente, spesso collocato nella parte alta del presepe, lontano dalla grotta. La tradizione popolare vuole che Benino non debba essere svegliato per nessun motivo, perché il presepe stesso è il suo sogno. Se Benino si svegliasse, l’incantesimo si romperebbe e l’intera scena svanirebbe nel nulla. Questa figura è di straordinaria potenza filosofica: Benino è il sognatore che “genera” la realtà attraverso l’attività onirica. Rappresenta l’accesso al sacro non attraverso la veglia razionale, ma attraverso l’abbandono al sogno, alla visione interiore. È l’archetipo dell’iniziazione: per vedere Dio, bisogna chiudere gli occhi alle apparenze del mondo profano.
  • Il pastore della meraviglia: Speculare a Benino è il “pastore della meraviglia” (‘o pastore d’ ‘a meraviglia). Viene raffigurato con la bocca spalancata e le braccia allargate, in un gesto di stupore totale e disarmato. Egli non fa nulla, non porta doni, semplicemente guarda e si meraviglia. Rappresenta lo stupor latino, lo shock cognitivo ed emotivo che l’uomo prova di fronte all’irruzione del divino nella storia. È la sospensione del giudizio, l’apertura radicale del cuore. Senza la capacità di meravigliarsi, suggerisce il presepe, la fede è impossibile.
  • Ciccibacco e l’eredità pagana: Spesso nei pressi dell’osteria, o addirittura su un carro trainato da buoi, troviamo Ciccibacco (Zi’ Bacco), un personaggio grasso, rubicondo, che siede a cavalcioni su una botte di vino, con un fiasco in mano. Il riferimento a Bacco/Dioniso, il dio greco-romano del vino e dell’ebbrezza, è esplicito e voluto. La sua presenza testimonia la profonda stratificazione culturale di Napoli, dove il cristianesimo si è innestato su un sostrato pagano mai del tutto rimosso. Ciccibacco non è un demone da scacciare, ma una forza vitale da integrare. Rappresenta la vitalità istintiva, il piacere dei sensi, l’abbondanza materiale, che il Natale non nega ma santifica nella gioia della festa.
  • I Re Magi e il corteo degli Orientali: I Magi sono i personaggi più “politici” e spettacolari. Rappresentano il mondo intero — le gentes — che si mette in cammino verso Cristo. La loro diversità (un giovane, un maturo, un vecchio; un bianco, un olivastro, un moro) simboleggia le tre età dell’uomo e i tre continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa). Ma nel presepe napoletano, i Magi sono soprattutto il pretesto per mettere in scena l’esotismo. Il loro seguito, il “Corteo degli Orientali”, è una parata sfarzosa di mori, turchi, mongoli, circassi, odalische, paggi, accompagnati da animali esotici come cammelli, elefanti, scimmie, pappagalli e ghepardi. Questo dispiegamento di diversità etnica e culturale riflette la natura di Napoli come porto di mare, crocevia di popoli e commerci. I Magi sono i primi “stranieri” accolti nel presepe, i prototipi di un multiculturalismo che vede nella diversità una ricchezza da offrire a Dio.
  • Gli “altri”: storpi, mendicanti e peccatori: Il presepe non è un luogo per soli santi. C’è spazio per tutti. Troviamo lo storpio che chiede l’elemosina, il cieco, il gobbo (spesso considerato portafortuna, lo “scartellato”), la zingara che predice il futuro (figura ambigua, legata alla profezia ma anche all’inganno, e simbolicamente connessa alla Sibilla Cumana), la prostituta. Queste figure di emarginati non sono nascoste, ma esposte. La loro presenza ricorda che il messaggio evangelico è rivolto in primo luogo agli ultimi, agli scarti della società. Nel presepe, la loro miseria fisica o morale viene accolta e, in qualche modo, redenta dalla vicinanza con il Salvatore.

2.3 L’antropologia del cibo: la fame e l’abbondanza

Un capitolo a parte merita il cibo nel presepe napoletano. Le nature morte di cera e terracotta che affollano i banchi del mercato e le tavole dell’osteria sono di un realismo impressionante. Non si tratta di decorazioni generiche, ma di un catalogo preciso delle risorse alimentari del Regno di Napoli.

Troviamo cesti colmi di frutta e verdura (spesso fuori stagione, per sottolineare l’abbondanza miracolosa dell’età dell’oro che ritorna con Gesù): uva, fichi, melograni, angurie, cavoli, broccoli. Troviamo i formaggi: provole, caciocavalli, ricotte fresche nelle fuscelle. Troviamo i salumi: salsicce, soppressate, prosciutti interi. Troviamo il pane in tutte le sue forme.

Ma è soprattutto il pesce a trionfare, in omaggio alla tradizione del cenone di magro della Vigilia. Sui banchi dei pescivendoli (come il personaggio del “Luciano”, il pescatore di Santa Lucia) vediamo riprodotti con maniacale precisione capitoni (le anguille femmina, piatto rituale e sacrificale del Natale napoletano, la cui uccisione simboleggia la vittoria sul serpente antico, il male), baccalà, triglie, calamari, polpi, frutti di mare, vongole e telline.

Questa esplosione di cibo ha un doppio valore. Da un lato è un inno alla fertilità della terra campana (Campania felix). Dall’altro, ha una funzione apotropaica ed esorcistica: in una società segnata dalla fame endemica e dalla precarietà, l’esibizione dell’abbondanza serve a scongiurare la carestia. È un “sogno della cuccagna” che si materializza sotto gli occhi del popolo affamato. Il presepe nutre gli occhi di chi ha la pancia vuota, promettendo un futuro di sazietà.

2.4 La taverna e le rovine: luoghi del simbolo

L’osteria (o taverna) è lo spazio profano per eccellenza, contrapposto alla sacralità della grotta. Rappresenta il diversorium evangelico, l’albergo che rifiutò ospitalità alla Sacra Famiglia. È il luogo del rumore, del vino, del gioco d’azzardo, della carne (intesa sia come cibo che come lussuria). Eppure, nel presepe napoletano, l’osteria non è condannata. È rappresentata con allegria, vitale e colorata. È il mondo che continua a girare, indifferente o distratto, mentre accade il miracolo. Ma è anche il luogo dell’accoglienza umana, del calore del focolare, della convivialità.

Un altro elemento scenografico fondamentale sono le rovine del tempio. Spesso la Natività non è in una stalla, ma tra le colonne spezzate e i capitelli crollati di un antico tempio greco-romano. Questo dettaglio, che deve molto al gusto archeologico del Settecento (l’epoca degli scavi di Pompei ed Ercolano), ha un profondo significato teologico: simboleggia la fine del paganesimo e del Mondo Antico. Le vecchie divinità crollano di fronte alla nascita del vero Dio. Tuttavia, nel presepe napoletano, queste rovine non sono morte: sono invase dall’edera, abitate da animali, riutilizzate come rifugio. Il passato non viene cancellato, ma diventa le fondamenta su cui si costruisce il presente cristiano. È una visione della storia come continuità e trasformazione, non come rottura violenta.

3. Teatro, filosofia e letteratura del presepe

3.1 La cantata dei pastori: il presepe in movimento

La teatralità intrinseca del presepe trova la sua espressione drammaturgica nella Cantata dei Pastori. Scritta nel 1698 dal gesuita Andrea Perrucci con il titolo Il Vero Lume tra le Ombre, quest’opera è ancora oggi un pilastro del Natale campano. Nata come opera edificante per contrastare gli spettacoli carnevaleschi e licenziosi, la Cantata subì ben presto la stessa sorte del presepe: fu “appropriata” dal popolo, che la trasformò, inserendovi personaggi comici e scene buffonesche, fino a farne un testo fluido, riscritto ogni anno dalla tradizione orale.

La trama racconta il viaggio tribolato di Giuseppe e Maria verso Betlemme, insidiati dai diavoli che vogliono impedire la nascita del Messia e protetti dall’Arcangelo Gabriele. Ma il vero cuore dello spettacolo sono due figure aggiunte dalla tradizione popolare: Razzullo, uno scrivano napoletano inviato in Palestina per il censimento, perennemente affamato e spaventato; e  archiapone, un barbiere (o a volte un altro disperato), figura grottesca, deforme, un po’ folle, che incarna l’istinto primordiale e la follia.

Razzullo e Sarchiapone sono gli omologhi teatrali dei pastori del presepe. Attraverso di loro, il popolo entra nella storia sacra dalla porta di servizio, portando con sé la propria lingua (il dialetto), la propria fame, la propria paura del diavolo e la propria speranza. La Cantata è, di fatto, un “presepe in movimento”, dove il sacro e il comico convivono in un equilibrio miracoloso. La sua analisi, come quella condotta da Annibale Ruccello, rivela come la cultura popolare sia riuscita a sovvertire l’intento pedagogico dei Gesuiti, trasformando una catechesi in una festa di piazza.

3.2 Agamben: il risveglio dalla fiaba alla storia

Il presepe non ha affascinato solo il popolo, ma anche i grandi intellettuali. Il filosofo Giorgio Agamben, nel saggio Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe (1978), offre una lettura metafisica di straordinaria profondità. Secondo Agamben, il presepe rappresenta “il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia”.

Nelle fiabe, il tempo è sospeso, ciclico, magico. Gli animali parlano, gli oggetti sono animati. Con l’Incarnazione di Cristo, questo tempo mitico finisce. Il divino entra nella storia lineare, nel tempo che scorre. Nel presepe, nota Agamben, gli animali (il bue e l’asino) sono presenti ma muti. Hanno perso la parola magica. Gli uomini sono intenti a lavori concreti, storici. Gli oggetti sono utensili. Il presepe fotografa quell’istante liminale, quel confine sottile in cui il magico diventa storico. La miniaturizzazione del mondo nel presepe è, per Agamben, una “salvezza del piccolo”: riducendo la storia a un giocattolo, la rendiamo comprensibile, gestibile, “abitabile”.

3.3 Manganelli: la burla teologica e gli inferi

Giorgio Manganelli, scrittore dallo stile visionario e barocco, nel suo libro Il presepio offre un’interpretazione più inquietante e affascinante. Per lui, il presepe è una “burla teologica”, un “sabba pudico”. Manganelli insiste sulla natura “infernale” della grotta. La grotta non è un rifugio bucolico, è una spelonca che sprofonda nelle viscere della terra.

La Natività, in questa visione, è una risalita dagli Inferi. Il divino emerge dal buio, dalla materia informe, dal caos sotterraneo, per venire alla luce. È una teofania che ha qualcosa di terribile e di potente. Dio si traveste da bambino, si fa piccolo e inerme, per ingannare le potenze del mondo e sovvertirne l’ordine. Il presepe è la messa in scena di questo “trucco” divino, di questa strategia spiazzante. I pastori, i magi, gli animali sono tutti complici o spettatori attoniti di questa macchinazione sublime.

3.4 Benjamin e la porosità

Walter Benjamin, durante il suo soggiorno a Napoli nel 1924, colse un altro aspetto fondamentale: la “porosità” (Porosität). Napoli è una città porosa, costruita col tufo, dove non esistono confini netti. Il privato trabocca nel pubblico, la strada entra nella casa, il giorno si confonde con la notte, il sacro con il profano.

Il presepe è l’immagine plastica di questa porosità. Non ci sono muri che separino la grotta sacra dall’osteria profana, il mercato dal tempio. Tutto è connesso, tutto è fluido. Le figure si muovono in uno spazio continuo, dove ogni aspetto dell’esistenza trapassa nell’altro senza soluzione di continuità. Per Benjamin, questa è la cifra della vitalità anarchica e inarrestabile di Napoli, che il presepe cattura perfettamente.

4. Attualità, censura e valore laico

4.1 La controversia sulla censura: un cortocircuito culturale

Negli ultimi anni, in nome di una concezione rigida della laicità dello Stato e di un malinteso rispetto per il multiculturalismo, si sono moltiplicati gli appelli e le iniziative per rimuovere il presepe dai luoghi pubblici, come le scuole e gli ospedali. La tesi sostenuta è che il presepe, in quanto simbolo cristiano, potrebbe offendere la sensibilità di chi appartiene ad altre religioni o di chi non crede, e che lo spazio pubblico dovrebbe rimanere “neutro”.

Tuttavia, alla luce dell’analisi storica e antropologica fin qui condotta, questa posizione appare non solo debole, ma paradossale. Censurare il presepe in nome del multiculturalismo è un cortocircuito logico e culturale. Come abbiamo visto, il presepe napoletano è intrinsecamente multiculturale. Secoli prima che il concetto di “integrazione” entrasse nel dibattito politico, il presepe metteva in scena la convivenza pacifica e armonica di popoli diversi.

Nello spazio del presepe, il Re Moro sfila accanto al Re Bianco; il visir ottomano cammina accanto alla contadina campana; lo schiavo nubiano ha la stessa dignità del ricco mercante. La diversità — di pelle, di abito, di origine — non è nascosta o tollerata, ma esibita come una ricchezza, come una meraviglia che contribuisce alla bellezza del tutto. Il “Corteo degli Orientali” è l’apoteosi di questa visione cosmopolita.

Eliminare il presepe significa dunque eliminare uno dei più potenti simboli storici di accoglienza dell’Altro che la nostra cultura possieda. Significa cancellare una rappresentazione in cui la differenza non è motivo di conflitto, ma di incontro. Un bambino musulmano, ebreo o ateo che guarda un presepe non vede un dogma teologico aggressivo; vede la storia di una famiglia raminga (Giuseppe e Maria), di un bambino nato in condizioni difficili, di re stranieri che vengono da lontano per portare doni. Vede una storia universale di accoglienza e fraternità.

4.2 Il valore laico del presepe: perché ha ancora senso oggi

Perché il presepe ha ancora un senso e un valore imprescindibile oggi, anche per chi non crede? Le ragioni sono molteplici e profonde.

  1. Educazione all’umanità e all’inclusione: Come sottolineato da Papa Francesco nella lettera apostolica Admirabile signum (2019), il presepe racconta l’amore di Dio per ogni essere umano, “in qualunque condizione si trovi”. Per un laico, questo messaggio si traduce in un potente appello all’inclusione sociale. Nel presepe c’è posto per tutti: per il sano e per il malato, per il ricco e per il povero, per il santo e per il peccatore. Lo storpio, il mendicante, l’emarginato hanno diritto di cittadinanza nella rappresentazione tanto quanto i re. Il presepe è una scuola di democrazia e di empatia, che ci insegna a guardare agli ultimi non come scarti, ma come protagonisti della storia umana.
  2. Memoria e identità culturale: Il presepe è un formidabile archivio di memoria. Custodisce saperi, mestieri scomparsi, costumi, strumenti musicali, architetture e paesaggi che costituiscono l’identità storica di un territorio. Fare il presepe significa tramandare un patrimonio culturale, un “saper fare” artigianale che è arte e storia insieme. Per una società che rischia l’amnesia e l’omologazione globale, il presepe è un’ancora di salvezza, un legame vivo con le proprie radici. È un “Made in Italy” della cultura.
  3. Elogio della “santità quotidiana”: Il presepe mette al centro la vita di tutti i giorni. Non celebra le grandi battaglie o gli eventi epici, ma il cucinare, il lavare, il vendere, il dormire, il mangiare. Conferisce dignità sacrale ai gesti più umili. Ci ricorda che il senso della vita si costruisce nella quotidianità, nella cura delle piccole cose, nelle relazioni di vicinato. È un antidoto alla frenesia e all’alienazione della vita moderna, un invito a riscoprire la bellezza del semplice e del conviviale.
  4. Il bisogno di “ri-creare” il mondo: In un mondo sempre più complesso, spaventoso e ingovernabile, il presepe risponde a un bisogno psicologico profondo: quello di ridurre il mondo a una misura comprensibile e gestibile. Costruire il presepe significa creare un cosmo ordinato, un mondo in miniatura dove tutto ha un senso e un posto, dove la luce vince sul buio, dove la speranza è tangibile. È un esercizio di “poiesi”, di creazione, che ci restituisce un senso di controllo e di fiducia.
  5. Il presepe come spazio di pace: In un tempo di guerre e divisioni, il presepe offre l’immagine utopica ma necessaria di un mondo pacificato. È la rappresentazione di una comunità ideale dove uomini e animali, cielo e terra, ricchi e poveri convivono in armonia. Anche se è una utopia di cartapesta, abbiamo disperatamente bisogno di questa utopia per immaginare un futuro diverso.

Conclusioni

La storia del presepe, dalle rocce nude di Greccio ai vicoli affollati di Napoli, fino alle installazioni contemporanee, è la storia di una straordinaria resilienza culturale. È la dimostrazione che un simbolo, quando tocca le corde profonde dell’umano, può sopravvivere ai secoli, trasformandosi senza tradirsi.

Il presepe napoletano, con il suo “Vangelo in dialetto”, ci insegna che il sacro non è qualcosa di separato dalla vita, ma è impastato con essa. Ci insegna che la diversità è ricchezza, che la povertà merita rispetto, che la vita quotidiana è il luogo dove si gioca il destino dell’uomo.

Per questo, difendere la presenza del presepe nello spazio pubblico non è un atto di chiusura identitaria o di arroganza confessionale. Al contrario, è un atto di difesa dell’umano. È custodire uno spazio di narrazione condivisa, un luogo dove poter raccontare ai nostri figli — di qualsiasi colore e fede siano — che è possibile un mondo dove c’è posto per tutti, dove nessuno è lasciato solo, dove una stella può ancora accendersi nella notte per indicare la strada di casa. Censurarlo significherebbe rendere il nostro mondo non più laico, ma solo più triste, più povero e più solo.


Bibliografia essenziale

  • Agamben, G. (1978). Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia. Torino: Einaudi (contiene il saggio “Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe”).
  • De Simone, R. (1998). Il presepe popolare napoletano. Torino: Einaudi.
  • Forte, B. (1999). Il racconto del presepe. Napoli: D’Auria.
  • Francesco (Papa). (2019). Admirabile signum. Lettera apostolica sul significato e il valore del presepe.
  • Manganelli, G. (1992). Il presepio. Milano: Adelphi.
  • Niola, M., & Moro, E. (2022). Il presepe. Bologna: Il Mulino.

Posted by Adriano Virgili

3 comments

Adriano, questo tuo contributo sul presepe è davvero completo, intenso e …quasi commovente!

Il presepe, specie il presepe napoletano, è un qualcosa di meraviglioso in cui ogni elemento ha un senso e che nel suo insieme è capace di far risuonare corde profonde in ognuno di noi e trasportarci in un altro luogo e in una altro tempo, che è però il nostro luogo e il nostro tempo.

Una stupenda e profonda analisi.
Riscoprire il Presepe è un po’ ritornare alle origini, al mistero dell’ Incarnazione di Dio che non può lasciarci soli. Forse, che eravamo persi o mal condotti, lo riportano proprio le figure del Bue e dell Asinello, figure sacre e già presenti nella Bibbia:
Isaia 1,3
Il bue conosce il proprietario
e l’asino la greppia del padrone,
ma Israele non conosce
e il mio popolo non comprende».
Un Bambino, Gesù Bambino, nasce per farsi Dono, farsi Cibo, in Betlemme, la città del Pane, in una Mangiatoia, Secondo Tabernacolo dopo quello di Maria.
In passato ho avuto pensieri superbi, pensavo a quanti fossero i curiosi che andassero a vedere i presepi solo ed esclusivamente per curiosità. Oggi penso, forse sì, forse anch’io, ma quando sei lì che guardi, scopri che in te qualcosa è già mutato, hai una domanda in più che prima non ti ponevi.
Grazie

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