Betlemme, la storia di un’idea: viaggio nel palinsesto del mito e della realtà di Antonio Musarra

Con il suo volume pubblicato dall’editore Il Mulino di Bologna nel 2024, I Magi e la Stella. Viaggio a Betlemme, di Antonio Musarra, medievista della Sapienza Università di Roma, non consegna al lettore né una semplice guida devozionale né un saggio accademico tradizionale. L’opera si colloca deliberatamente in uno spazio ibrido, definito dall’autore stesso come “a metà tra un diario di viaggio e la ricostruzione storica”. Questo approccio metodologico non è un vezzo stilistico, ma si rivela essere una potente chiave ermeneutica per affrontare un oggetto di studio che è, per sua natura, un groviglio inestricabile di fede, storia e politica. Betlemme, come Musarra chiarisce fin dal prologo intitolato “Gloria in excelsis Deo”, è un “luogo del cuore che non ammette indifferenza”, un epicentro emotivo e teologico per ebrei, cristiani e musulmani. Eppure, la sua storia reale, specialmente quella del “lungo millennio medievale”, rimane “generalmente sconosciuta”.

L’ambizione dichiarata di Musarra è, dunque, quella di “indagare il mito di Betlemme” e di “capire in che maniera un sito apparentemente insignificante si sia caricato, nei secoli, di significati capaci di trascenderlo”. Per farlo, adotta il monito di Marc Bloch, posto in epigrafe, godendo dello “spettacolo della ricerca” con l’obiettivo di “dipanare la matassa delle allegorie, delle superfetazioni, dei simbolismi”.

Ciò che rende questa operazione storiografica unica è il suo punto di partenza. L’autore non inizia in astratto con la Bibbia o con l’archeologia, ma in concreto: “Mi trovo a Betlemme”. La sua ricerca è ancorata al presente, un presente segnato dall’ospitalità francescana, dalle celebrazioni per l’ottocentenario dell’incontro tra Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil , ma anche dalla realtà politica tangibile. Musarra descrive la topografia attuale, i sette quartieri della Città Vecchia, la demografia mutevole (i cristiani, un tempo maggioranza, ora meno del 40%) e i tre grandi campi profughi che cingono l’abitato. La dedica del libro, licenziato “mentre un terribile conflitto – l’ennesimo – è in corso”, a “tutti i morti innocenti”, cementa questa prospettiva: non si può comprendere la storia della “città della pace” ignorandone la sua perenne realtà di contesa. Il diario di viaggio costringe il lettore ad attraversare il filtro del presente per poter accedere al palinsesto del passato.

Il primo capitolo, “Hebron Road”, incarna perfettamente questa metodologia. Il viaggio fisico da Gerusalemme a Betlemme diventa una lezione di stratigrafia storica. L’atmosfera è inizialmente definita dall’immaginario: nell’autoradio risuona The Little Drummer Boy , simbolo di quella Betlemme “celeste” o “tutta baite e abeti innevati” che l’autore intende decostruire. Ma la realtà della strada si impone immediatamente. Il percorso di circa 10 chilometri è un palinsesto. Si parte dalla valle della Geènna, antico luogo del culto di Moloch ; si passa accanto a Ketef Hinnōm, sito del ritrovamento dei più antichi testi biblici (la “benedizione sacerdotale” su amuleti d’argento del VII-VI sec. a.C.); si sfiora la tomba di Talpiot, attribuita alla famiglia del sommo sacerdote Caifa. Persino l’etimologia del nome della città è ambigua: Beit Lehem, “casa del pane” (ebraico) o Bayti Lahmin, “casa della carne” (arabo), con una probabile origine ancora più antica legata al dio caldeo Lahmu.

La scoperta storiografica più significativa del viaggio è il cosiddetto Kathisma, le rovine della “sosta” di Maria prima del parto. Musarra utilizza questo sito come primo, fondamentale esempio della sua tesi. Il Kathisma non è menzionato nei Vangeli canonici, ma solo nel Protovangelo di Giacomo (un apocrifo del II secolo). Eppure, questa tradizione “mitica” ha generato una “realtà” storica monumentale: una sontuosa basilica ottagonale bizantina, eretta nel V secolo da una certa Hikelia, che divenne un centro di pellegrinaggio mariano fondamentale, forse in polemica con altre tradizioni gerosolimitane sulla Theotokos. Non solo: questa realtà storica ha poi generato un nuovo strato di memoria. Il luogo divenne venerato anche dai musulmani, come testimoniato da un miḥrāb (nicchia di preghiera) e dal legame con la Sura XIX del Corano, dove Maria partorisce sotto una palma (una palma è raffigurata nei mosaici del Kathisma). Un testo apocrifo genera un edificio imperiale, che a sua volta genera una tradizione interreligiosa. La “matassa” è già visibile, prima ancora di arrivare alla Grotta. Il capitolo si chiude con l’arrivo al posto di blocco e la vista del Muro di separazione : il diario di viaggio riporta bruscamente l’analisi storica alla realtà politica.

Con il secondo capitolo, “La città di David”, Musarra inizia la decostruzione sistematica, partendo dalle fondamenta pre-cristiane di Betlemme. L’analisi si apre con la profezia di Michea 5,1: “E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola…”, che fissa teologicamente il destino della città. Come per il Kathisma, l’autore analizza un altro luogo dalla topografia ambigua e politicamente conteso: la Tomba di Rachele. Musarra evidenzia la contraddizione biblica: la Genesi (35,19) la pone “lungo la strada verso Èfrata, cioè Betlemme” (a sud di Gerusalemme), ma il Primo libro di Samuele (10,2) la colloca “sul confine con Beniamino, a Selsach” (a nord). Questa ambiguità non ha impedito al sito di diventare un luogo di pellegrinaggio (cristiano, ebraico, musulmano) e, oggi, un’enclave fortificata, “un ritaglio di terra di cui si fatica a capire l’esigenza”, simbolo di divisione.

Musarra cerca quindi la Betlemme “reale” nell’archeologia. La trova nelle lettere di Amarna (XIV sec. a.C.), dove un governatore di Urušalim (Gerusalemme) chiede aiuto al faraone contro gli Habiru che hanno occupato Bit-Lahmi. La trova, in modo ancora più incontrovertibile, in una bulla fiscale d’argilla (VIII-VII sec. a.C.) scoperta a Gerusalemme, che reca in ebraico la dicitura “etlemme, [per il r]e”. Betlemme, quindi, esisteva: era un piccolo, ma reale, centro amministrativo del regno di Giuda. Su questa realtà storica, la Bibbia ha poi costruito la sua impalcatura teologica. Musarra la traccia splendidamente attraverso il Libro di Rut: la carestia, la migrazione a Moab, e il ritorno di Noemi con Rut, la straniera moabita, che spigola nel campo di Booz. La loro unione genera Obed, padre di Iesse, padre di David. È qui, nel luogo d’accoglienza dello straniero (Rut), che viene fondata la genealogia regale. Il capitolo culmina con il racconto dell’unzione di David da parte di Samuele (1Sam 16): il figlio più piccolo, quello “fulvo, con begli occhi e bello di aspetto”, scelto non per l’apparenza ma perché “il Signore vede il cuore”. Betlemme diventa così, indissolubilmente, la “città di David”.

Stabilita la realtà storica (Cap. 2), Musarra affronta nel terzo capitolo, “Natività”, la costruzione teologica (Cap. 3). Questo capitolo è il cuore critico del volume. L’autore analizza i “Vangeli dell’infanzia” (Matteo e Luca) non come cronaca, ma come “testi teologicamente orientati”, scritti per rispondere a un’esigenza apologetica. Musarra smonta con perizia le due tradizioni, mostrandole come divergenti e quasi inconciliabili. Matteo (1,18-2,23) presuppone che Betlemme sia la residenza della famiglia (“entrati nella casa”, Mt 2,11); presenta i Magi, la Stella, la persecuzione di Erode e la fuga in Egitto come spiegazione del successivo, e problematico, trasferimento a Nazaret. Luca (1,5-2,2), al contrario, parte da Nazaret come residenza abituale e inventa l’espediente del censimento per giustificare il viaggio a Betlemme; presenta i pastori, l’alloggio affollato e la “mangiatoia”.

Musarra si sofferma sul problema storico insormontabile: il censimento “quando Quirinio era governatore della Siria” (Lc 2,2). Come l’autore spiega, Quirinio indisse un censimento nel 6 d.C., ma Erode il Grande, protagonista della strage matteana, morì nel 4 a.C.. La sovrapposizione è storicamente impossibile. La conclusione di Musarra è netta: la nascita a Betlemme non è un fatto di cronaca, ma una “necessità teologica”. Entrambi gli evangelisti dovevano rispondere all’obiezione riportata da Giovanni (7,42): “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di David e da Betlemme, il villaggio di David, verrà il Cristo?”. I Vangeli dell’infanzia sono la risposta letteraria e teologica a questa domanda. Persino le genealogie sono manifesti teologici: quella di Matteo (1,1-17) è regale, ebraica, strutturata sul numero 14 (la gematria del nome David); quella di Luca (3,23-38) è universalistica, risalendo fino “ad Adamo, figlio di Dio”.

Saranno poi i Vangeli apocrifi, spinti dal bisogno popolare di dettagli, a riempire i vuoti. Musarra identifica due contributi cruciali: il già citato Protovangelo di Giacomo introduce la “grotta”(un luogo deserto e isolato, per sottolineare la verginità in partu); lo Pseudo-Matteo (VIII-IX sec.) aggiunge il bue e l’asino, interpretando (o fraintendendo) Isaia 1,3 (“Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”) e Abacuc 3,2 (“in mezzo a due animali”).

Dai testi si passa al luogo fisico. I capitoli 4 (“Nella penombra”) e 5 (“La Grotta”) analizzano la Basilica della Natività. Ancora una volta, Musarra inquadra il luogo sacro attraverso il conflitto, aprendo il capitolo non con Costantino, ma con il drammatico assedio dell’aprile 2002 , quando circa duecento palestinesi si rifugiarono nella basilica, cinta d’assedio dall’IDF per cinque settimane. Questo evento moderno serve a Misarra per introdurre la Basilica come fortezza, un luogo perennemente conteso.

Solo dopo aver stabilito questo, l’autore ne traccia la storia architettonica. La prima basilica fu voluta da Costantino ed Elena. Musarra descrive l’ipotesi ricostruttiva, a lungo maggioritaria, di un edificio che culminava non in un’abside, ma in un corpo ottagonale, con un’apertura centrale nel pavimento che permetteva ai pellegrini di affacciarsi e vedere la Grotta sottostante. Questo edificio fu distrutto durante la violenta rivolta dei samaritani nel 529 d.C. Fu Giustiniano, nel 531, a ordinare l’immediata ricostruzione nelle forme attuali, quelle di una basilica a cinque navate con transetto e tre absidi. È a questa fase che risale la “Porta dell’Umiltà”, l’ingresso angusto (130×78 cm) ricavato tamponando il portale crociato, a sua volta ricavato in quello giustinianeo, per impedire l’accesso a cavallo e per ragioni difensive.

L’analisi di Musarra si concentra poi sui magnifici mosaici parietali, in gran parte perduti ma svelati dai recenti restauri (condotti dall’italiana Piacenti S.p.A.). L’autore dedica un’analisi approfondita ai mosaici del transetto, commissionati nel 1169. Le iscrizioni in greco e latino rivelano una committenza congiunta: l’imperatore bizantino Manuele I Comneno e il re crociato Amalrico di Gerusalemme. Musarra li legge non come semplice decorazione, ma come un eccezionale documento di Realpolitik: un’alleanza visiva tra Costantinopoli e il Regno Latino, uniti contro il nemico comune, che sanciva la riconciliazione tra le due chiese in quel luogo santo.

Nel capitolo 5, Musarra scende ne “La Grotta”, il cuore del santuario, descrivendo il sistema ipogeo che include le grotte di San Giuseppe e dei Santi Innocenti. L’attenzione si concentra sui due fuochi della devozione: la stella d’argento a 14 punte (un riferimento alle 14 generazioni di Matteo) posta sul pavimento sotto l’altare, con l’iscrizione “Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est – 1717”, e, di fronte, l’Altare della Mangiatoia, o Praesepium.

Ma, ancora una volta, la sacralità non genera pace. Musarra usa la Grotta per spiegare la natura dei conflitti interconfessionali. Analizza il rigido Status Quo che ne regola l’uso millimetrico tra latini, greco-ortodossi e armeni. E individua un episodio chiave: il “furto della stella”. Nella notte del 1847, la stella d’argento originale (posta dai latini nel 1717) scomparve. La Francia, protettrice dei cattolici, accusò la Russia, protettrice degli ortodossi. Musarra, seguendo la storiografia, evidenzia come questo casus belli locale, apparentemente minore, divenne un pretesto geopolitico che, sommato ad altre tensioni sulla “questione d’Oriente”, contribuì allo scoppio della Guerra di Crimea. La Grotta di Betlemme si rivela così un epicentro della politica mondiale.

Dopo aver analizzato il sito, Musarra torna alla cronologia per affrontare il “millennio sconosciuto”. Nel capitolo 6, “Girolamo”, l’autore identifica nella figura del santo dalmata il vero fondatore della Betlemme latina. Il suo trasferimento nel 386, insieme alle nobildonne romane Paola ed Eustochio , non fu una semplice ritirata ascetica. Fu una scelta strategica: Girolamo creò a Betlemme un centro monastico e intellettuale latino, in esplicita polemica con il polo greco di Gerusalemme, all’epoca dominato dal suo rivale Runo d’Aquileia. Musarra analizza poi la celebre lettera 58 a Paolino da Nola, in cui Girolamo accusa l’imperatore Adriano di aver profanato la Grotta della Natività impiantandovi un bosco sacro ad Adone (Tammuz), “l’amante di Venere”. L’autore valuta criticamente questa affermazione: sebbene non si possano escludere culti locali, è probabile che si tratti di un topos apologetico, un espediente retorico comune nella patristica per dimostrare il trionfo del cristianesimo sui luoghi del paganesimo.

Il capitolo 7, “Sotto la Mezzaluna”, affronta la delicata transizione al dominio islamico. Si apre con la leggenda del salvataggio della Basilica durante l’invasione persiana del 614: i soldati di Cosroe II avrebbero risparmiato l’edificio riconoscendo nei mosaici della facciata (probabilmente giustinianei) i Magi, raffigurati con abiti persiani. L’evento centrale, però, è la conquista araba (ca. 638). Musarra riporta la tradizione, narrata da Eutichio, della visita del califfo ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb. ʿUmar, rifiutando di pregare dentro la basilica per non crearvi un precedente, si ritirò nel transetto sud, orientato a sud (verso la Mecca). Questo atto, secondo Musarra, fondò lo status di convivenza e il sito della futura Moschea di ʿUmar, che sorge ancora oggi di fronte alla Basilica. Betlemme divenne così un luogo santo anche per l’Islam, legato alla Sura XIX (Maryam) e al viaggio notturno del Profeta. La Basilica fu persino risparmiata dalla furia iconoclasta del califfo fatimide al-Ḥākim nel 1009, che invece rase al suolo il Santo Sepolcro.

Il capitolo 8, “La conquista crociata”, descrive l’arrivo della Prima Crociata. Tancredi d’Altavilla fu il primo a raggiungere la città nel 1099, accolto festosamente dal clero locale. Ma l’evento fondamentale, che Musarra identifica come una mossa politica di genio, è l’incoronazione di Baldovino I. Il giorno di Natale del 1100, mentre il trono di Gerusalemme era vacante e il patriarca Daiberto di Pisa ne rivendicava il controllo, Baldovino si fece incoronare re proprio a Betlemme. La scelta non fu casuale: legandosi alla città di David, Baldovino rivendicava una regalità davidica, bypassando l’autorità ecclesiastica gerosolimitana. La successiva creazione della diocesi latina di Betlemme nel 1105 , con un vescovo fedele al re, fu lo strumento per consolidare questo controllo politico. Betlemme, ancora una volta, veniva usata come capitale alternativa (regale e davidica) in opposizione a Gerusalemme (sacerdotale e patriarcale).

Gli ultimi capitoli sono dedicati alla costruzione dell’immaginario occidentale. Il capitolo 9, “Dies Natalis”, analizza la nascita della festa del Natale. Musarra traccia la distinzione tra l’Epifania orientale (6 gennaio, festa della manifestazione) e il Natale occidentale (25 dicembre). Affronta la tesi classica della sua datazione, ovvero la sovrapposizione voluta dalla Chiesa sul Dies Natalis Solis Invicti (la festa pagana del Sole Invitto). L’autore, pur riconoscendone il fascino, ne discute la fondatezza, notando come la prima attestazione del 25 dicembre a Roma risalga alla Depositio Martyrum del 336 d.C..

Il capitolo 10, “Greccio, «nova Bethlehem»”, è forse il più originale e centrale per la tesi di Musarra (egli stesso specialista di francescanesimo e crociate). L’autore sostiene che l’episodio di Greccio del 1223 non fu affatto l’invenzione del “presepe” come rappresentazione pittorica o scultorea. L’evento è incomprensibile, secondo Musarra, senza il viaggio di Francesco d’Assisi in Terra Santa (1219-1220). Francesco vide la Grotta di Betlemme e, soprattutto, vide che i latini utilizzavano la Mangiatoia (Praesepium) come altare per la Messa.

Quella di Greccio è, dunque, una “Betlemme traslata”. Ma Francesco vi aggiunge un’intuizione teologica geniale. Chiedendo a papa Onorio III il permesso di celebrare l’Eucaristia sopra la mangiatoia riempita di fieno , egli crea un parallelo visivo e dottrinale potentissimo: la kenosis (l’abbassamento, lo svuotamento) di Dio che si fa carne e giace nel fieno (l’Incarnazione) è la stessa kenosis di Dio che si fa pane e giace sull’altare (l’Eucaristia). In un’epoca di lotte anti-catare, che negavano la materialità dell’Incarnazione, Greccio divenne un’affermazione della cruda, povera e umile realtà del Dio fatto uomo.

Il capitolo 11, “I Magi e la Stella”, affronta il tema titolare del volume, decostruendo la leggenda. Musarra analizza l’origine dei Magi: probabilmente sacerdoti zoroastriani o caldei, esperti di astronomia. Ne traccia l’evoluzione: il numero (non specificato da Matteo, fissato a tre da Origene in base ai doni), i nomi (Gaspare, Melchiorre, Baldassarre, che compaiono solo nel VI sec.) e il significato teologico (primitiae gentium, le primizie dei pagani). Analizza la Stella: fu un fenomeno astronomico (Keplero ipotizzò la congiunzione Giove-Saturno del 7 a.C.) o una “stella teologica” (una guida divina, un angelo)? Musarra, infine, esplora quella che definisce la “geopolitica delle reliquie”. La leggenda della traslazione delle reliquie dei Magi da Costantinopoli a Milano (Sant’Eustorgio) e il loro successivo furto da parte di Federico Barbarossa nel 1164, che le portò a Colonia, non fu un semplice atto di devozione. Fu una translatio di potere: l’Imperatore del Sacro Romano Impero portava nel cuore della Germania la reliquia dell’Epifania, la manifestazione di Cristo ai Re del mondo, legittimando così la propria sacralità imperiale.

L’ultimo capitolo, “L’eredità medievale”, e l’epilogo, “Nunc dimittis”, chiudono il cerchio. Musarra descrive la tenace opera della Custodia Francescana, che a partire dal XIV secolo, sotto il dominio mamelucco, garantì la sopravvivenza dei santuari e la continuità del pellegrinaggio latino. Furono i frati e le loro guide (come quella di Niccolò da Poggibonsi ) a standardizzare l’esperienza di Betlemme per l’Occidente.

Il libro si chiude con un epilogo lirico e amaro, “Nunc dimittis”. Musarra cita la poesia “Natale” di Salvatore Quasimodo: “Pace nel cuore di Cristo in eterno; / ma non v’è pace nel cuore dell’uomo”. L’autore riflette sulla Betlemme di oggi, “semi-deserta” a causa del conflitto e della pandemia. Il suo viaggio, iniziato come un “diario”, si conclude con una riflessione metodologica: la “critica storica” non serve a confermare o smentire la fede, ma a comprendere la “complessità”. La Betlemme che conosciamo, conclude Musarra, non è quella reale, ma “quella di Giotto, quella di Bosch, quella di Bruegel”. È una città che l’Occidente ha “costruito” riempiendo i vuoti delle fonti. I Magi e la Stella è, in definitiva, una magistrale decostruzione di questo “mito” e, al contempo, un omaggio commosso alla sua potenza inesauribile.

Posted by Adriano Virgili

1 comment

Isabella Vincentini

affascinantissimo specialmente oggi….la Storia e la verità vestite di immagini e poesia!

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