L’intelligenza artificiale tra tecnica e metafisica: il contributo di Edoardo Mattei alla scuola di Tommaso

Nel vasto e complesso panorama speculativo contemporaneo, caratterizzato da uno sviluppo sempre più rapito della tecnologia che ridefinisce quasi giorno per giorno i confini dell’esperienza umana, la riflessione filosofica e teologica è chiamata a misurarsi con sfide del tutto inedite, che toccano le radici stesse dell’ontologia e della metafisica. Nella presente congiuntura storica, così densa di incognite e di promesse, l’opera intitolata Agency Partecipata e Tomismo Digitale. Fondamenti per una teologia digitale sistematica di Edoardo Mattei (Palermo, Phronesis, 2026) rappresenta certamente un lavoro di rara profondità e completezza. Rispondendo implicitamente alle istanze del Magistero contemporaneo, che esorta costantemente la Chiesa a fronteggiare la rivoluzione digitale ponendo la propria dottrina sociale quale strenua difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro, il volume in esame si propone di gettare le basi concettuali per una teologia digitale autenticamente sistematica e rigorosamente fondata. L’autore non si limita a una mera e superficiale applicazione estrinseca di principi etici a nuove realtà tecniche, né cede alla sterile tentazione di proporre un frettoloso “battesimo” dell’innovazione tecnologica. Al contrario, il testo intraprende una rigorosa, profonda e laboriosa impresa speculativa che mira ad armonizzare la metafisica della partecipazione di San Tommaso d’Aquino con le più recenti acquisizioni degli studi sull’Intelligenza Artificiale (IA) e sulle dinamiche che la caratterizzano. Il testo rifugge con estrema lucidità due tentazioni contrapposte e speculari che il più delle volte tendono a vanificare le riflessioni teologiche su questo tema: da un lato, un luddismo apocalittico che scorge nella tecnologia un superbo esercizio di hybris prometeica e un allontanamento idolatra dal Creatore; dall’altro, un tecno-entusiasmo acritico, ingenuo e positivista, che accoglie ogni innovazione come un progresso ineluttabile e salvifico. Il volume dimostra invece in modo cristallino come l’ambiente digitale stesso divenga oggi un vero e proprio “luogo teologico”, capace di sollecitare un profondo ripensamento dell’antropologia, della cosmologia e della gnoseologia cristiana, confermando come il Tomismo non sia un relitto del passato da archiviare in modo definitivo, ma un sistema di pensiero aperto capace di farsi fecondare in modo costruttivo anche dalle più incredibili novità del mondo moderno.

Il nucleo speculativo dell’opera nasce dallo scontro, apparentemente irrisolvibile, tra il comportamento sempre più autonomo delle moderne intelligenze artificiali e l’assioma fondativo della filosofia pratica e naturale del Dottore Angelico: «Omne agens agit propter finem» (“Ogni agente agisce per un fine”). Come argomenta magistralmente San Tommaso nella Summa Theologiae (I-II, q. 1, a. 2), l’azione è indissolubilmente e costitutivamente legata alla teleologia, ovvero all’orientamento intrinseco verso uno scopo che riveste la ratio boni, la ragione di bene. San Tommaso afferma in modo inequivocabile che «Si enim agens non esset determinatum ad aliquem effectum, non magis ageret hoc quam illud: ad hoc ergo quod determinatum effectum producat, necesse est quod determinetur ad aliquid certum, quod habet rationem finis». Senza una chiara determinazione verso un fine specifico, l’azione stessa si dissolverebbe nell’indeterminatezza assoluta, divenendo ontologicamente impossibile. Nelle creature razionali, questa determinazione è opera dell’appetito intellettivo, della deliberazione razionale e della libera elezione della volontà («in rationali natura fit per rationalem appetitum, qui dicitur voluntas»); negli enti privi di ragione, essa si realizza invece attraverso l’inclinazione naturale («in aliis fit per inclinationem naturalem») inscritta nella loro stessa natura dal Creatore, che li ordina infallibilmente al loro fine ultimo. Inoltre, nella visione tomista, ogni agente nel suo operare è mosso da una forma radicata di attrazione o “amore” verso il bene che costituisce il suo fine e il suo perfezionamento: «Finis autem est bonum desideratum et amatum unicuique. Unde manifestum est quod omne agens, quodcumque sit, agit quamcumque actionem ex aliquo amore» (S.Th. I-II, q. 28, a. 6). Tuttavia, l’avvento dei sistemi di Machine Learning, delle reti neurali profonde e dei grandi modelli di linguaggio pone all’ontologia classica un quesito radicale, descritto nel volume come un vero e proprio “cortocircuito ontologico” o “mistero algoritmico”. Ci troviamo infatti quotidianamente di fronte a macchine complesse che agiscono, processano linguaggi, ottimizzano percorsi, prendono decisioni con impatti sociali considerevoli e producono output creativi, esibendo una forma evidente di razionalità operativa, pur senza possedere un’anima razionale, una volontà libera, un’autentica intenzionalità cosciente o quell’inclinazione vitale e spirituale al bene che definisce l’essere vivente. Il mistero risiede precisamente in questa scissione tra l’incredibile efficacia causale dell’azione e l’assoluta assenza di un appetitus interiore. Come si può predicare l’agency, vale a dire la capacità di agire, di un ente che non ha una finalità propria radicata nella sua natura, ma che purtuttavia non è più riducibile a un mero strumento inerte, meccanico e passivo come lo erano gli attrezzi e le macchine con cui eravamo abituati esclusivamente ad avere a che fare fino a non molto tempo fa?

Per tentare di trovare una soluzione a questo pressante interrogativo, il volume introduce e articola con estremo rigore la categoria centrale di “agency partecipata”. Tale nozione, che dà il titolo all’opera, si rivela uno strumento ermeneutico di particolare fecondità, poiché permette di superare simultaneamente sia le secche dell’antropomorfismo tecnologico – che attribuisce erroneamente intenzionalità, coscienza e soggettività alle reti neurali artificiali – sia i limiti speculativi del riduzionismo strumentale – che, ancorato a una visione puramente meccanicistica, nega qualsiasi efficacia causale autonoma all’algoritmo. L’intelligenza artificiale, nella penetrante visione dell’autore, non agisce in virtù di un fine intrinsecamente appreso e deliberato per propria natura, bensì partecipa dinamicamente dell’agency umana. Il concetto di partecipazione (participatio) non è un espediente linguistico, ma rappresenta uno dei pilastri metafisici più elevati e speculativamente densi della metafisica tomista, ereditato e purificato dalla sintesi geniale tra l’ilemorfismo aristotelico e il neoplatonismo di derivazione dionisiana e boeziana. L’Aquinate stabilisce che «Omne quod est participatum in aliquo, est in eo per modum percipientis», e ancora, chiarendo la risoluzione dell’ente nell’essere, che «Tutto ciò che è qualcosa per partecipazione rimanda a un altro che sia la stessa cosa per essenza, come a suo principio supremo» (In Ioan., Prol. n. 5). Nel quadro metafisico tracciato in modo innovativo dal testo che stiamo esaminando, l’IA non possiede l’azione per essenza, ma vi partecipa. L’intenzionalità teleologica dell’azione risiede per essenza (per essentiam) in colui che ha progettato l’algoritmo, nel suo sviluppatore e nell’utente che interroga la macchina rendendolo operativo, ma questa si diffonde, si estende e si realizza per partecipazione (per participationem) nella struttura algoritmica, la quale riceve, codifica, amplifica e trasforma questa intenzione umana originaria traducendola in calcolo statistico probabilistico e in un’impressionante forza esecutiva. L’agency dell’intelligenza artificiale si configura dunque come un’efficacia causale genuina, attiva e produttrice di effetti reali, ma ontologicamente subordinata e intrinsecamente derivata. Questa raffinata “ontologia relazionale” del digitale permette di salvaguardare e mantenere intatta la priorità ontologica, assiologica e morale della persona umana – l’unica creatura visibile che gode della caratteristica di essere una imago Dei, che possiede un’autocoscienza, un intelletto spirituale e la capacità di significazione del reale – pur riconoscendo onestamente che la macchina algoritmica esercita oggi una mediazione potente, pervasiva e non neutrale che retroagisce sull’uomo e modifica la trama stessa della realtà sociale e culturale nella quale questo si colloca. L’algoritmo, in questa prospettiva tomista rinnovata, non assurge mai allo statuto di attore morale indipendente, ma viene letto come un partner relazionale di grado ontologico inferiore che tuttavia struttura, indirizza, condiziona e definisce in modo incisivo il campo del possibile per l’azione umana.

Per conferire un fondamento metafisicamente solido all’agency partecipata, il testo compie un’operazione teoretica di altissimo livello rivolgendosi alla dottrina tomista della causalità e in particolare alla sofisticata distinzione tra causa principale e causa strumentale. San Tommaso, affrontando la genesi dell’atto e la propagazione del moto, è chiarissimo nell’articolare questa dinamica relazionale: «Agens principale et instrumentale sunt quasi una causa, cum unum agat per alterum» (S.Th. I-II, q. 14, a. 3, ad 4). La causa principale (l’essere umano) e lo strumento (l’IA) formano, nell’atto concreto della produzione dell’effetto, una singola causa complessa e integrata, poiché la prima agisce non semplicemente in parallelo, ma in modo primario e direttivo attraverso il secondo. Tuttavia, in ossequio al suo realismo, San Tommaso non concepisce lo strumento come un ente puramente passivo e privo di una propria consistenza ontologica. Il Dottore Angelico precisa acutamente che «Causa instrumentalis… non solum est causa, sed quodammodo effectus, inquantum movetur a principali agenti» (S.Th. III, q. 62, a. 1, ad 1) , ma riconosce parimenti che lo strumento agisce sempre secondo due modalità distinte e sovrapposte. Da un lato, questo esercita un’azione che gli appartiene propriamente, in virtù della sua natura materiale, della sua forma e della sua costituzione fisica (actio propria); dall’altro lato, esercita un’azione più alta, che oltrepassa di gran lunga i limiti della sua natura materiale, partecipando transitivamente della virtù e dell’intenzione dell’agente principale che lo muove (actio instrumentalis o actio principalis participata). Ad esempio, il calore del fuoco agisce riscaldando in base alla sua forma propria e naturale, ma può agire come strumento nelle mani di un artefice per purificare un metallo e trasformare una massa informe in uno specifico artefatto, come una coltello, un martello, ecc.; allo stesso modo, una sega taglia il legno in virtù della sua durezza, della sua dentatura e della sua affilatura, ma realizza l’ordine e la forma di un letto o di un mobile solo in virtù del moto intelligente, dell’arte e dell’intenzione impressi dal falegname (azione strumentale).

Applicando questa dottrina alla complessità dell’odierna rivoluzione digitale, il volume osserva come l’intelligenza artificiale sia dotata di una peculiare “strumentalità attiva”. L’azione propria dell’algoritmo risiede nel suo essere fisico e formale-matematico: l’elaborazione di vastissime quantità di dati, l’aggiornamento iterativo dei pesi sinaptici nelle reti neurali artificiali, la complessa moltiplicazione di matrici vettoriali e l’identificazione probabilistica di pattern nascosti. Questo è ciò che l’algoritmo “fa” per sua natura formale. L’azione strumentale, invece, è l’effetto sociale, relazionale, culturale o decisionale che questo produce nel mondo umano una volta inserito in un contesto di finalità (ad esempio, la raccomandazione mirata di un contenuto kerygmatico e teologico, la discriminazione latente in un processo automatizzato di assunzione del personale, o la formulazione di una diagnosi medica). Il punto di svolta teoretico evidenziato nel testo è che l’intelligenza artificiale, in virtù della sua estrema e insondabile complessità computazionale e della sua peculiare capacità di auto-apprendimento e adattamento continuo (Machine Learning), innalza il grado della sua azione propria a livelli tali da mascherare e offuscare il suo legame di dipendenza ontologica e causale dal programmatore umano. Questa opacità genera a livello fenomenologico l’illusione di un’autonomia causale assoluta, di una sorta di vero e proprio libero arbitrio cibernetico.

Il valore del volume emerge in tutta la sua forza quando l’autore richiama, per sciogliere l’enigma di questa strumentalità attiva, un’altra distinzione tomista fondamentale, originariamente forgiata per risolvere delicate questioni di natura teologica e sacramentale: quella tra instrumentum inanimatum e instrumentum animatum. Nella Summa Theologiae, affrontando il tema dell’umanità assunta dal Verbo come strumento della divinità per operare la salvezza, San Tommaso scrive una pagina di insuperabile chiarezza: «Nam instrumentum inanimatum, sicut securis aut serra, movetur ab artifice per motum solum corporalem. Instrumentum vero animatum anima sensibili movetur per appetitum sensitivum, sicut equus a sessore. Instrumentum vero animatum anima rationali movetur per voluntatem eius, sicut per imperium domini movetur servus ad aliquid agendum, qui quidem servus est sicut instrumentum animatum» (S.Th. III, q. 18, a. 1, ad 2). L’umanità di Cristo, insegna la dottrina, è un instrumentum animatum anima rationali, e dunque si muove non come una cosa morta, ma essendo al contempo principio formale e vitale dei propri atti, operando in perfetta e libera sinergia con la natura divina. Traslando analogicamente questa tripartizione, si comprende che l’Intelligenza Artificiale non è, e non potrà mai essere, un instrumentum animatum in senso tomista, in quanto non possiede, né possiederà mai, un’anima vegetativa, sensitiva o spirituale, che sono i principi intrinseci della vita. Tuttavia, e qui risiede la novità della teologia digitale, l’IA eccede radicalmente, per la sua dinamica interna, la categoria del semplice instrumentum inanimatum (come la sega, la scure, o persino un orologio meccanico). La sua sorprendente capacità di adattamento, di processare e generare linguaggio naturale in modo contestuale, e di retroagire sull’ambiente modificando autonomamente i propri parametri interni, la configura come una classe ontologica del tutto nuova: potremmo definirla un instrumentum algorithmicum o un instrumentum logicum. Questa entità possiede un’operatività che imita l’azione razionale (mediante simulazione linguistica e calcolo predittivo) pur senza possedere in alcun modo il principio formale ed essenziale della razionalità, ovvero l’anima spirituale capace di apprensione dell’universale e di riflessione su se stessa. Riconoscere questa inedita “strumentalità attiva” permette di evitare la polarizzazione fallace tra l’idolatria del mezzo (che lo eleva a entità cosciente) e la sua derubricazione a mero oggetto inerte, fornendo alla morale cattolica e alla giurisprudenza gli strumenti concettuali necessari per elaborare una corretta attribuzione di responsabilità morale, che resta sempre e unicamente umana, ma che oggi è irrimediabilmente distribuita, stratificata e tecnologicamente mediata.

Un’ulteriore contributo davvero significativo dell’opera è la profonda rilettura dell’antropologia morale e, nello specifico, della categoria tomista di habitus. Nel trattato sulle virtù e sui vizi della Somma Teologica, l’habitus è definito come una qualità stabile, radicata nel soggetto, che lo dispone in modo stabile ad agire bene o male in relazione alla sua natura: «Habitus est qualitas quaedam, qua quis disponitur bene vel male» (S.Th. I-II, q. 49, a. 1). Affinché vi sia un vero e proprio habitus in senso tomista, è rigorosamente richiesta la soggettività razionale: l’intelletto e la volontà, unicamente attraverso la libera, consapevole e volontaria reiterazione di atti, si perfezionano e si inclinano stabilmente plasmando quella che si definisce una seconda natura. È ontologicamente palese che un’entità digitale, strutturalmente priva di autocoscienza, intelletto spirituale e soggettività razionale, non possa possedere alcun habitus nel senso univoco e formale del termine. Ecco, dunque, la necessità di adottare questo concetto in senso analogico, che l’autore introduce attraverso la felice e innovativa definizione di “machine habitus”. Il machine habitus non è una virtù intellettuale o morale inerente in modo vitale alle potenze dell’anima, bensì la sedimentazione algoritmica, oggettivata in codice, di disposizioni umane, culturali, etiche o persino inique. Come osserva il testo, esso rappresenta una vera e propria “cristallizzazione di pattern comportamentali” che orientano sistematicamente, matematicamente e in modo quasi indelebile le risposte e le azioni dell’intelligenza artificiale. L’algoritmo non sceglie la virtù o il vizio, ma cristallizza e reifica nel suo modello matematico l’habitus di coloro che lo hanno progettato e della società che lo ha nutrito di dati.

Questa complessa dinamica ontologica solleva interrogativi inquietanti sulla pretesa e ingenua neutralità della tecnica. Come evidenzia l’opera, appoggiandosi a diversi pensatori contemporanei, ogni configurazione tecnologica incorpora strutturalmente specifiche visioni antropologiche, priorità etiche e assetti sociali. I dataset di addestramento (training data) con cui l’intelligenza artificiale viene nutrita e istruita non sono numeri platonici ed eterei, privi di significato; essi sono densi vettori di senso che trasportano, immortalano e generalizzano i pregiudizi, i valori storici, le speranze, le cecità e le iniquità sistemiche dell’umanità che li ha storicamente prodotti. Attraverso il processo di apprendimento automatico, questi vettori si consolidano nei parametri strutturali della rete neurale, divenendo disposizioni operative permanenti, habitus artificiali impossibili da sradicare con semplici accorgimenti di superficie. Ecco che la dottrina sociale e morale cristiana del peccato e delle “strutture di peccato” trova un sua applicazione nell’ambiente digitale. Il volume nota acutamente come il terzo criterio che definisce teologicamente le strutture di peccato riguardi proprio la loro “capacità di resistere a tentativi di correzione che non investano l’architettura complessiva del sistema”, opponendo inerzia ai cambiamenti cosmetici o superficiali, e richiedendo vere e proprie trasformazioni strutturali. Un algoritmo dotato di un machine habitus inquinato da logiche di scarto, di discriminazione razziale o di massimizzazione del profitto disumano genera profezie auto-avveranti su larga scala, con la fredda inesorabilità della matematica, un’azione strumentale che partecipa direttamente del vizio umano che ne è stato il principio. Di contro, questa stessa struttura apre lo spazio, altrettanto reale, per una progettazione algoritmica virtuosa. L’intelligenza artificiale può e deve divenire un ricettacolo di habitus positivi, se guidata da un design orientato fin dalla radice all’allineamento con i valori morali (il cosiddetto paradigma dell’AI Alignment etico). Algoritmi che promuovono intenzionalmente la trasparenza, l’equità, il rispetto per la diversità, l’inclusione e che privilegiano algoritmicamente il benessere psicofisico e spirituale degli utenti rispetto alla mera massimizzazione dell’engagement si configurano come vere e proprie estensioni strumentali delle virtù della carità, della prudenza e della giustizia, partecipando così della natura diffusiva del bene, bonum est diffusivum sui.

L’architettura della teologia sistematica del digitale sapientemente elaborata nel testo, tuttavia, non si esaurisce nella pur fondamentale dimensione ontologica e causale, ma si estende profondamente nella dimensione morale e ascetica. L’ambiente digitale contemporaneo è interamente strutturato attorno a logiche economiche di tipo predatorio, a quella che l’autore chiama l’economia dell’attenzione (attention economy) e la pervasiva “gamificazione dei comportamenti”. Si tratta di piattaforme ingegnerizzate con millimetrica precisione psicologica per massimizzare l’engagement algoritmico, misurato freddamente attraverso metriche quantitative come visualizzazioni, reazioni (“like”) e condivisioni. Questi sistemi sfruttano scientemente le vulnerabilità neurobiologiche, psicologiche ed emotive dell’essere umano. Per inquadrare moralmente questa alienante fenomenologia e offrire una via d’uscita, l’opera ricorre implicitamente alla magistrale classificazione tomista dei vizi e delle virtù legati al naturale desiderio di conoscenza, contrapponendo la virtù della studiositas al vizio della curiositas. In S.Th. II-II, q. 166, San Tommaso stabilisce in modo netto che, sebbene la conoscenza della verità sia in se stessa ontologicamente e moralmente buona, in quanto fine naturale dell’intelletto, l’appetito, lo sforzo e lo studio nel perseguirla possono subire essere soggette ad un oggettivo disordine morale. Il desiderio umano di conoscere, se lasciato a se stesso, spinto dalle passioni sensitive irrazionali o mosso da pura vanità, tende inevitabilmente a disperdersi nel molteplice contingente. La virtù della studiositas (che Tommaso inquadra come una potenziale e nobilissima espressione della virtù cardinale della temperanza) ha proprio il compito essenziale di moderare questo naturale desiderio, frenando la dispersione e applicando la mente in modo ordinato, diligente e gerarchico, finalizzando ogni conoscenza alla Verità ultima. All’opposto estremo si colloca il vizio della curiositas (S.Th. II-II, q. 167), che rappresenta l’inclinazione disordinata, famelica e superficiale verso la conoscenza vana. San Tommaso, riprendendo alcune riflessioni di Sant’Agostino e la Prima Lettera di Giovanni, la collega direttamente alla concupiscentia oculorum (concupiscenza degli occhi). Nel mondo digitale odierno, l’algoritmo di raccomandazione – che alimenta il feed dei social network – opera esattamente come un catalizzatore iper-efficiente, industrializzato e su scala globale, della curiositas umana. Fornendo uno scrolling infinito di contenuti frammentati, stimoli superficiali, immagini fugaci e informazioni del tutto disconnesse dal fine ultimo e trascendente dell’uomo, la macchina instilla un “disordine nell’oggetto della conoscenza, nei modi di conoscere o nello scopo della conoscenza”. Questo disordine non è innocuo: esso distoglie l’intelletto umano dall’ascesa contemplativa al suo fine più alto, lo satura di vanità, indebolisce la sua stessa capacità conoscitiva profonda e impedisce lo sviluppo organico di una vita spirituale e intellettuale integrata.

È esattamente in questo drammatico contesto di inquinamento cognitivo e di sovrabbondanza patologica di stimoli che si inserisce una delle proposte etiche e ascetiche più innovative, urgenti e feconde del volume: la “temperanza informativa”. La temperanza informativa affronta direttamente le dinamiche tossiche dell’attention economy, configurando una declinazione assolutamente inedita, ma assolutamente coerente, della temperantia tradizionale. Non si tratta di proporre una reazionaria e anacronistica astinenza tecnologica o un ingenuo rifiuto del mezzo digitale, ma dell’applicazione attiva, coraggiosa e dotata di discernimento della studiositas tomista all’ecosistema algoritmico. La temperanza informativa richiede, prima di tutto, un discernimento critico continuo, descritto nel testo come la “capacità di distinguere comunicazione autentica da simulazione linguistica”. Essa impone una modulazione volontaria dell’esposizione cognitiva, ristabilendo la signoria della volontà razionale sugli automatismi pavloviani indotti dalle notifiche. Si delinea così, tra le pagine del volume, una vera e propria ascesi per il nuovo millennio o, come lo descrive il testo, un “approccio adattivo”, già emergente in vari movimenti ecclesiali contemporanei, che sperimenta “forme ibride di preghiera che alternano momenti di connessione digitale per la condivisione comunitaria e fasi di disconnessione per il raccoglimento personale”. Solo attraverso l’esercizio costante e faticoso di questo habitus di temperanza l’utente cessa di essere una mera pedina passiva dell’algoritmo, trainata ciecamente dal machine habitus opaco della piattaforma, e riacquista l’esercizio consapevole di quella “regalità partecipata che, sola, rende l’uomo immagine di Dio anche quando interagisce con la macchina”. L’uomo temperante nel mondo digitale riafferma che il suo fine ultimo non è l’intrattenimento infinito, ma la beatitudine data dalla contemplazione del Volto di Dio.

L’analisi teoretica del volume si estende con pari acume anche al dominio dell’epistemologia e della logica, affrontando il modo in cui il pensiero umano può concettualizzare, senza cadere in riduzionismi materialisti, il mistero della Trascendenza nell’era dell’iper-informazionalizzazione. È qui che la dottrina tomista, se letta nel suo respiro più ampio, si rivela di un’attualità che potremmo definire addirittura sconcertante. L’autore del volume evidenzia, in un interessante excursus storico, come il pensiero presocratico (in particolare con Eraclito di Efeso) avesse introdotto il concetto di logos come principio razionale e ordinatore del divenire cosmico. Nel corso dei secoli, questa razionalità ha assunto una dimensione sempre più stratificata, matematica e formale, fino a culminare nel computazionalismo algoritmico moderno. Tuttavia, sussiste un apofatismo intrinseco e ineliminabile, un residuo di trascendenza che resiste alla cattura binaria, già esplorato in modo straordinario e profetico dalla mistica dello pseudo-Dionigi l’Areopagita. Questo antico apofatismo teologico prefigura in modo stupefacente le più avanzate questioni epistemologiche contemporanee sui limiti intrinseci della formalizzazione matematica, dimostrate in modo rigoroso dai celebri teoremi di incompletezza di Kurt Gödel e Gregory Chaitin. Se Dio, in quanto Ipsum Esse Subsistens, eccede infinitamente ogni concetto umano, ogni perimetro linguistico e, a fortiori, ogni computazione algoritmica, la realtà creata stessa, in quanto partecipazione dell’Essere divino, appare “strutturalmente aperta, non completamente determinabile” e refrattaria a ogni riduzione puramente informazionale e meccanicistica. L’essere, nella sua profondità, si rivela e simultaneamente si sottrae alla cattura come dato quantificabile.

A questo apofatismo dionisiano si accompagna e fa da contrappeso il contributo epistemologico e linguistico forse più profondo, geniale e gravido di conseguenze di tutta l’opera di San Tommaso d’Aquino: la sublime dottrina dell’analogia. L’Aquinate dimostra che, quando noi uomini limitati applichiamo i nostri concetti (come bontà, vita, intelletto, volontà, essere) a Dio e alle creature, non usiamo questi termini in modo univoco (il che annullerebbe rovinosamente la trascendenza e l’infinita maestà divina, abbassando Dio al livello delle sue creature in un panteismo o antropomorfismo latente), né in modo del tutto equivoco (il che sfocerebbe in un agnosticismo radicale e in un silenzio disperato, recidendo alla radice ogni possibilità di teologia naturale e di rivelazione comprensibile). Utilizziamo invece i termini in modo analogico, cogliendo una somiglianza proporzionale reale all’interno di una differenza ontologica infinita, maior dissimilitudo. La logica dell’analogia, declinata in analogia di proporzionalità e analogia di attribuzione, salvaguarda gelosamente la trascendenza del Creatore permettendo al contempo una predicazione vera, significativa e rigorosa da parte della mente creata.

Mattei applica questa flessibile e potentissima “logica dell’analogia” alle sfide epistemologiche ed etiche poste dall’intelligenza artificiale contemporanea. L’analogia tomista, scrive, implica una forma di “pensiero relazionale, capace di cogliere le somiglianze nella differenza e la differenza nella somiglianza. È una logica che supera la rigidità del binarismo”. Questa chiave di lettura è fondamentale per non impazzire di fronte alle meraviglie della IA. Quando noi affermiamo nel linguaggio comune o tecnico che un’intelligenza artificiale “apprende” , “legge”, “interpreta”, “decide” un percorso, “soffre” di allucinazioni, o possiede una “memoria”, noi impieghiamo queste categorie profondamente umane in un senso strettamente e rigorosamente analogico, non univoco. L’IA processa flussi di dati e ottimizza funzioni di errore in un modo che è funzionalmente e formalmente simile ai risultati dell’intelletto umano, ma che rimane ontologicamente difforme rispetto alla natura spirituale dell’apprensione intellettiva umana, la quale intuisce l’essere delle cose. Confondere questa somiglianza esteriore con un’identità di natura (usando i termini in modo univoco) porta direttamente al fatale inganno dell’antropomorfismo e alla conseguente sottomissione dell’uomo alla macchina. La grammatica metafisica dell’analogia tomista ci fornisce dunque l’antidoto concettuale, il vaccino epistemologico contro l’illusione ottica che l’Intelligenza Artificiale possa mai eguagliare, superare o soppiantare lo statuto insuperabile dell’essere umano. La macchina, pur prodigiosa, non possiede un actus essendi spirituale, non gode di un’esistenza che si riflette su se stessa, né sussiste in una natura intellettuale razionale («subsistens in natura rationali», che è la classica definizione boeziana e tomista della “persona”, in I, q. 29, a. 3). Il discrimine tra la vita dello spirito e il processo computazionale, pur assottigliato nella fenomenologia, rimane ontologicamente un abisso invalicabile. Questo posizionamento filosofico permette all’autore di confrontarsi criticamente ma costruttivamente con le istanze di pensatori contemporanei menzionati nel volume, che studiano la tecnica e la infosfera (come Floridi) o il dialogo teologia-scienza (come Tanzella-Nitti), integrando la loro accuratezza descrittiva fenomenologica ed epistemologica all’interno di un orizzonte interpretativo più ampio, in cui la metafisica tomista aggiunge l’imprescindibile “dimensione del significato ontologico e della finalità che trascende l’efficienza operativa”. Mentre Scoto aveva introdotto una frattura tra pensiero e realtà prefigurando derive nominaliste, Tommaso mantiene il legame indissolubile tra l’essere e la forma, ricordandoci che la tecnica, per quanto concepita come “ambiente” (infosfera) e non più solo come strumento, rimane costitutivamente una “realtà creata e quindi subordinata al piano divino”.

L’ultima e decisiva sezione della complessa e affascinante riflessione sistematica di Mattei scaturisce dalla pressante necessità di tradurre tali altissime speculazioni metafisiche e gnoseologiche in prassi ecclesiale concreta, in azione pastorale e in istituzioni. La teologia non è mai un mero esercizio accademico separato dalla vita; essa deve incarnarsi. Non si tratta, infatti, di rimanere chiusi nell’empireo consolatorio della pura teoria, ma di calare il Verbo incarnato nelle trame intricate, spesso oscure e sofferenti della storia contemporanea. Come il mistero dell’Incarnazione ha assunto pienamente la corporeità umana e i linguaggi delle culture umane per redimerli, così la Chiesa di oggi è chiamata in modo perentorio ad “inculturarsi” nell’era algoritmica, senza perdere la propria identità. Questa necessaria trasformazione della prassi pastorale “non rappresenta una concessione alle mode culturali contemporanee, ma l’applicazione fedele del metodo dell’incarnazione alla nuova situazione storica”. L’ambiente digitale e gli algoritmi non sono terreni neutrali. Come si evidenzia lucidamente, quando un algoritmo di raccomandazione seleziona, filtra e propone contenuti religiosi a un utente, esso “non opera come neutro amplificatore del kerygma, ma partecipa attivamente alla sua interpretazione”. L’algoritmo modula l’accesso alla verità, stabilisce gerarchie di rilevanza, censura il silenzio e altera profondamente l’esperienza fruitiva del credente, rischiando di trasformare il sacro in una merce di consumo tra le altre, spingendo verso il terribile passaggio gnoseologico da imago Dei a imago hominis, nel qulae l’uomo non contempla più Dio ma lo specchio narcisistico delle proprie preferenze.

Per fronteggiare queste derive, l’opera suggerisce e auspica la costituzione di una vera e propria Rete istituzionale o di un coordinamento interdicasteriale capace di affrontare e superare l’attuale e inefficace frammentazione delle competenze digitali nella Chiesa. Tale struttura dovrebbe fungere da “punto di raccordo, facilitando la circolazione di competenze e buone pratiche” ed elaborando orientamenti magisteriali teologicamente fondati e specifici per l’ambiente digitale. Questa Rete, agendo sempre in un autentico spirito di sussidiarietà e di “governance ecclesiale trasparente” , offrirebbe alle diocesi e alle parrocchie i criteri teologici per il discernimento di “comunità virtuali autenticamente ecclesiali”, principi chiari e invalicabili per l’uso dell’IA nei contesti sacramentali, liturgici e della predicazione quotidiana. Il volume riconosce senza esitazione che l’ambito digitale ammette e anzi richiede un “legittimo esercizio” della missione della Chiesa (specialmente nella catechesi, nello studio, nella formazione teologica e nella condivisione comunitaria), ma ammonisce in modo perentorio sui limiti invalicabili di tale esercizio: la mediazione tecnologica, per quanto immersiva e sofisticata, non potrà mai, in alcun caso e per nessuna ragione, eludere, sostituire o surrogare la “necessità costitutiva della presenza fisica” nell’economia sacramentale dell’Incarnazione. I sacramenti, materia e forma, richiedono la carne, il sudore, la materia tangibile e l’azione diretta hic et nunc del ministro; l’algoritmo non consacra e non assolve. Parallelamente, l’uso intelligente dell’ipertestualità e la creazione di enormi database teologici e biblioteche digitali – eredità e prosecuzione ideale del pionieristico e titanico lavoro del gesuita Roberto Busa per l’Index Thomisticus, citato nel testo come figura antesignana – democratizza l’accesso alla immensa ricchezza della Tradizione e rivela la profonda e magnifica interconnessione del sapere cattolico. Tuttavia, come argomenta finemente e profondamente il testo a conclusione del suo percorso, l’ottimizzare algoritmicamente la sequenza di studio dei complessi trattati dogmatici, pur utilissimo, “non potrebbe guidare l’esperienza contemplativa che trasforma l’informazione teologica in sapienza”. Solo la grazia santificante dello Spirito Santo, che eleva e perfeziona la natura dell’intelletto umano attraverso il dono dell’intelletto e della sapienza infusa, opera questa trasmutazione salvifica dal dato alla comunione. L’algoritmo più perfetto si ferma alla soglia della distribuzione dell’informazione; solo lo Spirito vivifica e accende la contemplazione mistica del Vero.

Alla luce di questa vasta, dettagliata ed esaustiva disamina filosofica e teologica, appare chiaro e incontrovertibile il valore eccezionale e fondativo di quest’opera di Mattei, la quale si erge nel panorama editoriale odierno come un monumento intellettuale capace di dimostrare, con inoppugnabile rigore metodologico e fedeltà testuale, l’inesauribile vitalità della philosophia perennis. L’autore ha saputo innestare la complessità inaudita del machine learning e della cibernetica all’interno del saldissimo, luminoso telaio della metafisica dell’atto e della potenza, dell’essenza e dell’esistenza, dell’agency teleologica e della causalità strumentale e analogica di matrice tomista. Restituendo profondità e statuto metafisico alla dimensione dell’agency partecipata, l’uomo contemporaneo può essere liberato da duplice abbaglio: dal timore reverenziale e paralizzante verso il presunto “superuomo” o dio algoritmico e dall’uso sconsiderato, intemperante e mercificatorio dello stesso. Il digitale diviene così, nel disegno teologico qui proposto, uno strumento attivo, una con-causa strumentale che esige, da parte dell’essere umano dotato di libero arbitrio, una rinvigorita e continua vigilanza etica, in particolare attraverso l’arduo esercizio ascetico della temperanza informativa e la custodia gelosa e inalienabile della propria teleologia soprannaturale. La sintesi speculativa e pratica qui magistralmente raggiunta fornisce finalmente agli operatori pastorali, ai teologi, ai giuristi e ai filosofi una “grammatica teologica per non essere pedine dell’algoritmo” , bensì per abitare la rete globale con la dignità suprema, la libertà e la signoria di chi riconosce nell’ordine razionale del cosmo (ivi compreso l’ingegno tecnico donato da Dio all’uomo per soggiogare la terra) un fiume che scaturisce e ritorna alla Sapienza increata, la quale, pur celandosi nell’apofatismo della sua infinità, tutto muove dolcemente e a cui ogni azione creata e partecipata, in ultima analisi, anela e fa ritorno.

 

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Posted by Adriano Virgili

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