The Paradoxical Structure of Existence di Frederick D. Wilhelmsen

Introduzione: riscoprire l’essere in un’epoca di crisi

Nel panorama della filosofia del XX secolo, poche opere riescono a coniugare con la stessa intensità rigore speculativo, passione didattica e una profonda consapevolezza della propria collocazione storica come The Paradoxical Structure of Existence di Frederick D. Wilhelmsen. La sua ripubblicazione, arricchita da una nuova e illuminante introduzione di James Lehrberger, non è un mero atto di archeologia intellettuale, ma un intervento quanto mai attuale nel dibattito contemporaneo. Il testo si presenta fin da subito come una risposta diretta a quella che Lehrberger, seguendo l’autore, definisce la “crisi della filosofia occidentale”. Questa crisi, maturata lungo trecento anni di pensiero moderno, è caratterizzata da un progressivo allontanamento dalla realtà e da un diniego sistematico dell’intelligibilità dell’essere. Il suo esito pratico è un mondo in cui le cose, e infine gli stessi esseri umani, vengono ridotti a “materia prima” da plasmare e dominare secondo la volontà di potenza umana, una traiettoria che, come la storia del XX secolo ha tragicamente dimostrato, ha portato a Passchendaele, Auschwitz e Hiroshima.

Al centro di questa imponente opera si colloca una tesi tanto audace quanto feconda: l’esistenza, l’atto di esistere (esse), possiede una struttura intrinsecamente paradossale e irriducibile a qualsiasi schema dialettico. Wilhelmsen stesso, nella sua introduzione, lancia la sfida con una provocazione che costituisce il cuore del suo argomento: “non solo l’esistenza manca di una struttura, ma l’esistenza stessa non esiste. Pertanto l’esistenza stessa non può essere affermata”. Questa affermazione non è un gioco di parole, ma il fondamento di una metafisica che intende trascendere la dialettica hegeliana non attraverso una sua confutazione, ma abbracciando, con spirito chestertoniano, la “tensione irrisolta” che caratterizza il paradosso. L’essere, per Wilhelmsen, non si lascia catturare nelle maglie del “sì” e del “no” concettuali, ma li trascende entrambi.

A rendere il volume un’esperienza unica contribuisce la sua origine, che Lehrberger opportunamente ricorda: il testo nasce dalle leggendarie lezioni universitarie che Wilhelmsen teneva all’Università di Dallas, affettuosamente soprannominate dagli studenti “Metafritz”. Questa genesi didattica si riflette in uno stile vibrante, a tratti poetico, ricco di analogie evocative e di una passione contagiosa.

The Paradoxical Structure of Existence non è dunque solo un trattato di metafisica tomista, ma un vero e proprio testamento filosofico, un invito a pensare l’essere non come un concetto astratto, ma come l’atto più intimo e drammatico della realtà.

Un viaggio attraverso la storia dell’essere: la preparazione della scena tomista

Wilhelmsen apre la sua indagine con una convinzione metodologica fondamentale: “La filosofia, sola tra le discipline puramente razionali, porta con sé la propria storia”. Il riassunto storico che occupa il primo capitolo non è un semplice preambolo erudito, ma una parte integrante e indispensabile dell’argomentazione. Attraverso di esso, l’autore traccia la genealogia di quello che Martin Heidegger chiamerà l'”oblio dell’essere”, mostrando come il pensiero occidentale si sia progressivamente allontanato dall’intuizione originaria dell’esistenza per perdersi nelle astrazioni dell’essenza, preparando così il terreno per la rivoluzione metafisica di Tommaso d’Aquino.

La lezione degli antichi: il fallimento greco

Il viaggio inizia con i presocratici. Parmenide, secondo Wilhelmsen, ebbe la geniale intuizione dell'”È” (Is) come fondamento trascendente che sfugge a ogni oggettivazione. Tuttavia, egli stesso “tradì” questa intuizione nel momento in cui la trasformò nel sostantivo “Essere” (Being), un’entità statica e monolitica che, per coerenza logica, lo costrinse a negare la molteplicità e il divenire del mondo sensibile. Platone, nel tentativo di sanare la frattura tra l’uno e i molti, propose una soluzione grandiosa ma altrettanto problematica. Identificando l’essere con la “medesimezza” (sameness) e relegandolo nel mondo intelligibile delle Forme, lasciò al mondo concreto e sensibile solo lo statuto di un’ombra, una partecipazione imperfetta. La critica di Wilhelmsen, che riprende quella di Étienne Gilson, colpisce al cuore il platonismo: “come possono le cose essere attraverso forme che di per sé non sono?”. Se le Idee non hanno un’esistenza propria, ma sono pura intelligibilità, non possono in alcun modo rendere conto dell’esistenza concreta e fattuale delle cose che in esse “partecipano”.

Aristotele compie un passo decisivo localizzando la forma all’interno delle cose, riconoscendo così la struttura immanente della realtà. La sua analisi della potenza e dell’atto fornisce gli strumenti per comprendere il divenire. Ciononostante, anche il suo pensiero, secondo Wilhelmsen, incorre in un fallimento decisivo. Identificando illecitamente l’essere con la sostanza, e la sostanza con il sinolo di materia e forma, Aristotele non riesce a rendere conto dell’atto d’esistere in quanto tale. La forma, principio di attualità, di per sé non esiste; solo il composto esiste. Ancora una volta, ci si trova di fronte a un principio (la forma) che, essendo privo di esistenza in sé, non può conferirla al composto. Questo “ricadere dell’essere nella natura” è, per Wilhelmsen, “il fallimento metafisico definitivo dell’intero spirito greco”, che confina la metafisica a una sorta di “super-filosofia della natura” incapace di una vera trascendenza.

La svolta di Avicenna e il contesto scolastico

La vera svolta, che apre la strada alla soluzione tomista, avviene con l’innesto del pensiero greco sul tronco della Rivelazione giudaico-cristiana e islamica. È la dottrina della creazione ex nihilo a porre la domanda filosofica radicalmente nuova: qual è il rapporto tra l’essenza di una cosa (ciò che essa è) e la sua esistenza (il fatto che essa sia)? Wilhelmsen individua in Avicenna il pensatore che per primo articola filosoficamente questa problematica. Il filosofo persiano, notando che una stessa essenza (ad esempio, “cavallo”) può esistere sia nella realtà singolare sia nella mente come universale, deduce correttamente che l’esistenza deve essere distinta dall’essenza.

L’errore fatale di Avicenna, tuttavia, fu quello di concepire questa distinzione stabilendo una priorità dell’essenza sull’esistenza. Per lui, l’essenza pura, considerata in se stessa, è una sorta di possibilità ontologica che “precede” l’atto di esistere, al punto che l’esistenza le “accade” come un accidente. Questa posizione, definita “essenzialismo”, riduce l’atto di esistere a una determinazione secondaria e pone le radici di una metafisica in cui il possibile è più fondamentale dell’attuale.

Per apprezzare appieno la radicalità della successiva mossa di Tommaso, è utile collocarla in un contesto scolastico più ampio di quello delineato da Wilhelmsen. La distinzione tra essenza ed esistenza non fu un problema che ammetteva solo la soluzione avicenniana o quella tomista. Altri grandi pensatori medievali proposero soluzioni alternative e sofisticate. Duns Scoto, ad esempio, introdusse la sua celebre “distinzione formale” (distinctio formalis a parte rei), un tipo di distinzione intermedia tra quella puramente di ragione e quella reale, per salvaguardare l’unità del concetto di essere pur riconoscendo la non-identità dei suoi aspetti. Attraverso il concetto di haecceitas (“questità”), egli spiegava l’individuazione non come un’aggiunta esterna, ma come l’ultima attualità della forma stessa. Più tardi, Francisco Suárez proporrà una “distinzione concettuale con fondamento nella realtà” (distinctio rationis cum fundamento in re), negando la distinzione reale tomista per preservare l’unità intelligibile dell’ente. Queste posizioni, pur complesse, condividevano una preoccupazione comune: mantenere la coerenza del concetto di essere. La grandezza rivoluzionaria di Tommaso, come Wilhelmsen la presenta, risiede proprio nell’aver osato spezzare questa unità concettuale per rimanere fedele alla radicalità dell’atto d’esistere, un atto che, come si vedrà, non può essere contenuto in alcun concetto.

Il cuore della tesi: l’atto d’esistere paradossale nel tomismo esistenziale

Superata la disamina storica, Wilhelmsen conduce il lettore nel nucleo della sua argomentazione: l’esposizione della metafisica tomista dell’esistenza. Qui, la tesi del libro si dispiega in tutta la sua forza, rivelando l’atto di esistere non come un dato pacifico, ma come un paradosso che sfida le categorie abituali del pensiero.

La rivoluzione tomista: esse come atto primo

Il punto di partenza è la celebre “distinzione reale” tomista tra essenza ed esistenza. Wilhelmsen, seguendo la linea interpretativa del “tomismo esistenziale”, sottolinea come questa non sia una semplice distinzione tra due “cose”. L’esse non è un’entità che si aggiunge all’essenza, ma è l'”atto supremo e perfetto” che la rende reale. L’essenza, di per sé, è pura potenzialità all’esistere; è nulla al di fuori dell’atto che la pone in essere. Questo capovolge radicalmente la gerarchia aristotelica all’interno dell’ordine dell’essere: mentre per Aristotele l’atto (la forma) determina la potenza (la materia), nella metafisica tomista dell’esistenza, l’atto per eccellenza (esse) non determina, ma è determinato dalla potenza (l’essenza). L’essenza agisce come limite intrinseco, come il “quanto” e il “come” di un determinato atto di esistere.

L’influenza di Gilson e il tomismo esistenziale

In questa ricostruzione, è palese e dichiarata l’influenza di Étienne Gilson, il pioniere del tomismo esistenziale del XX secolo. Wilhelmsen si inserisce pienamente in questa corrente, che ha avuto il merito di riscoprire il nucleo più autentico e rivoluzionario del pensiero di Tommaso: il primato assoluto dell’atto di esistere (più propriamente “atto d’essere”, actus essendi) sull’essenza. Per Gilson, e per Wilhelmsen dopo di lui, tutta la storia della metafisica può essere letta come una lotta per afferrare questa verità, una lotta in cui molti, persino tra i discepoli di Tommaso, hanno fallito, ricadendo in varie forme di essenzialismo.

Qui conviene fare una breve digressione attorno alla complessità del “tomismo esistenziale”. Un’altra figura monumentale del pensiero tomista del Novecento, il sacerdote italiano Cornelio Fabro, pur condividendo l’enfasi sull’esse, propose una lettura parzialmente diversa e per certi versi critica nei confronti di quella gilsoniana. Secondo Fabro, la chiave di volta della metafisica tomista non risiede tanto nell’atto del giudizio (come sottolineato da Gilson), quanto nella dottrina neoplatonica della partecipazione. Per Fabro, l’essere creato è un ens per participationem, un ente che partecipa dell’Essere per essenza (Esse per essentiam), che è proprio di Dio. La distinzione reale tra essenza ed esistenza è la conseguenza di questa struttura partecipativa. Sebbene Wilhelmsen segua la via gilsoniana, che privilegia il giudizio come atto in cui la mente coglie l’esistenza, menzionare la prospettiva di Fabro permette di situare l’opera in un dibattito più ampio e di riconoscere che esistono diverse vie per valorizzare il primato dell’esse nel pensiero di Tommaso. Questo dimostra una consapevolezza matura del campo di studi, che va oltre l’orizzonte immediato del testo in esame.

I paradossi dell’esistenza

Una volta stabilito il primato dell’esse, Wilhelmsen ne esplora la natura attraverso una serie di “paradossi” che ne costituiscono la struttura.

Il primo paradosso riguarda la coppia analisi-sintesi. L’essenza, o la natura, con la sua complessa rete di cause (materiale, formale, efficiente e finale), costituisce l’ordine analitico. La mente umana, e la scienza, procedono analiticamente, scomponendo la realtà nei suoi elementi costitutivi. L’esistenza, al contrario, è l’atto della sintesi: essa è il “catalizzatore” che fonde essenze disparate in un’unità indivisa. Wilhelmsen vede in questa dialettica una chiave per la critica della modernità: l’età del razionalismo, con la sua ossessione per l’analisi e la scomposizione (simboleggiata dalla tecnologia meccanica), ha prodotto una “frammentazione” della realtà, un oblio della funzione unificante dell’esistenza.

Il secondo concetto chiave è quello di extramentalità radicale. L’esistenza, a differenza delle cose esistenti, non è mai una “presenza”, un oggetto che si offre alla mente o ai sensi. È un atto che sfugge a ogni tentativo di oggettivazione, rimanendo radicalmente “fuori” dalla mente (extra-mental), non nel senso banale di essere nel mondo esterno, ma nel senso profondo di non poter mai diventare un contenuto di coscienza.

Infine, si giunge al paradosso centrale, quello che dà il titolo al libro: l’esistenza “né è, né non è”. Non “è”, perché non è una cosa, un ente che possiede l’essere; se lo fosse, si innescherebbe un regresso all’infinito. Non “non è”, perché senza di essa nulla sarebbe. L’atto di esistere, che Wilhelmsen descrive vividamente con il neologismo “izz-ing” per catturarne la pura attualità verbale , trascende la logica binaria dell’affermazione e della negazione. È questa la sua “trascendenza negativa”: un andare oltre l’ordine del pensabile che non approda a un vuoto, ma all’atto più fondamentale e inafferrabile di tutti.

Dialogo e confronto: Wilhelmsen, Hegel e Heidegger

Armato di questa metafisica paradossale, Wilhelmsen ingaggia un confronto serrato con i due giganti del pensiero tedesco moderno che più di tutti hanno posto al centro della loro riflessione l’essere e la storia: Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Martin Heidegger. Il suo obiettivo, come nota Lehrberger, non è solo difendere Tommaso, ma mostrare come la metafisica tomista contenga le risorse per superare le loro posizioni e ponga ad esse delle sfide implicite che rimangono senza risposta.

La sconfitta della dialettica: oltre Hegel

Il confronto con Hegel è frontale e radicale. Wilhelmsen definisce la dialettica hegeliana come la “risoluzione delle tensioni”, in opposizione al paradosso, che è la “tensione irrisolta”. La dialettica, afferma, “è nemica del paradosso”. Il sistema di Hegel, secondo l’analisi di Wilhelmsen, prende le mosse da un errore fondamentale: l’oggettivazione dell’Essere. Hegel concepisce l’Essere come il concetto più ampio e, proprio per questo, più vuoto e indeterminato. Un Essere così svuotato si identifica immediatamente con il suo opposto, il Nulla, e da questa contraddizione iniziale (tesi e antitesi) scaturisce il divenire (sintesi), dando avvio all’intero processo dialettico dello Spirito che si dispiega nella storia.

La contro-argomentazione di Wilhelmsen è netta: l’essere (esse) non è un concetto, per quanto vuoto o universale, ma è l’atto inconcepibile mediante il quale esistono i concetti stessi. Poiché l’esse non può essere oggettivato, non può essere posto come tesi e non può generare una contraddizione. La metafisica paradossale di Wilhelmsen “blocca efficacemente qualsiasi dispiegamento dialettico del reale” perché si rifiuta di giocare secondo le regole della logica concettuale che la dialettica presuppone.

Risposta a Heidegger: l’essere non è presenza

Il dialogo con Heidegger è più sottile ma non meno decisivo. Wilhelmsen riconosce la grandezza di Heidegger nel riproporre la questione dell’Essere e nel denunciare l'”oblio dell’Essere” (Seinsvergessenheit) che ha caratterizzato la tradizione metafisica occidentale. Tuttavia, sostiene, con altri tomisti esistenziali, che questa critica non coglie nel segno per quanto riguarda Tommaso d’Aquino, per il quale l’esse è precisamente il centro della riflessione.

Ma Wilhelmsen va oltre questa difesa standard. La sua critica più originale si appunta contro la nozione heideggeriana dell’Essere (Sein) che si rivela e si nasconde nella “radura” (Lichtung) dell’esistenza umana (Dasein), manifestandosi come “presenza”. A questa concezione, Wilhelmsen oppone la sua idea di “extramentalità radicale”. L’essere (esse) non può mai diventare una “presenza” nella mente; non può mai apparire sullo schermo della coscienza. È l’atto che rende possibile ogni presenza, ma che di per sé rimane inaccessibile, inconcepibile. La gloria della metafisica, suggerisce amaramente Wilhelmsen, è la sua stessa agonia: essa anela alla visione dell’essere, ma deve accontentarsi dell'”oscurità”, pur rimanendo “fedele alla luce dell’intelligenza”.

La domesticazione del nulla

Questa critica a Heidegger trova il suo culmine nel capitolo quinto, “The Domestication of the Nothing”. Qui, Wilhelmsen sostiene che la fascinazione contemporanea per il Nulla, così centrale nel pensiero di Heidegger, non è un’intuizione originaria, ma una conseguenza storica e filosofica precisa: è il sintomo del “fallimento dell’essenza” e dell'”oblio dell’essere” che caratterizzano l’epoca moderna. Una cultura interamente costruita sull’ordine analitico, sulla scienza e sulla tecnologia—una cultura dell’essenza—quando esaurisce le sue possibilità, “non ha nulla su cui ripiegare”. L’angoscia di fronte al Nulla sorge proprio da questo vuoto, da questa povertà metafisica.

La risposta tomista, secondo Wilhelmsen, è radicale: l’esse, in quanto atto puro, non ha un contrario. La dialettica essere/nulla è impossibile perché l’esse non è un “qualcosa” che possa essere negato o contraddetto. Il Nulla non può insinuarsi nel cuore dell’essere, perché l’essere stesso, nella sua attualità, lo esclude. Il paradosso finale è che proprio la “non-esistenza” dell’esistenza (il fatto che non sia una cosa) le impedisce di avere una contraddizione, sigillando così la sua assoluta positività.

Dalla metafisica alla vita: persona, storia e mito

Una delle maggiori forze del pensiero di Wilhelmsen, e uno degli aspetti più illuminanti di The Paradoxical Structure of Existence, è la sua capacità di mostrare come le più sofisticate verità metafisiche abbiano conseguenze dirette e concrete sulla comprensione della vita umana, della politica, della storia e della cultura. Per Wilhelmsen, la metafisica non è un gioco accademico fine a se stesso, ma il fondamento ultimo per una diagnosi e una critica della condizione umana. Il suo pensiero politico, storico e culturale non è un’appendice, ma la derivazione logica della sua metafisica dell’esistenza.

Il mondo moderno, avendo abbracciato una visione del mondo “essenzialista” e “analitica”, ha frammentato la realtà e ha dimenticato l’atto unificante dell’esse. Questo “oblio dell’essere” è ciò che il filosofo politico Eric Voegelin, citato da Wilhelmsen, ha definito “Gnosticismo”: il tentativo di riplasmare la realtà secondo un’idea umana, di “immanentizzare l’escaton”. Questo impulso gnostico si manifesta politicamente nel liberalismo e nelle altre ideologie moderne che rifiutano un ordine trascendente e dato. La “politica sacrale” di Wilhelmsen, il suo interesse per il Carlismo spagnolo e il suo lavoro con la rivista Triumph rappresentano il tentativo di rifondare l’ordine politico sull’essere (una realtà data e trascendente) anziché sull’essenza (un concetto o un’ideologia costruiti dall’uomo).

La persona come “chi” esistenziale

Nel settimo capitolo, Wilhelmsen applica la sua metafisica alla comprensione della persona umana. Egli sostiene che il concetto stesso di “persona”, così come l’Occidente lo intende, non è una scoperta della filosofia classica, ma un contributo squisitamente cristiano, nato dalla necessità teologica di distinguere la persona dalla natura nella riflessione cristologica. Il mondo pagano conosceva l’individuo, ma ne misurava il valore in base alla sua capacità di incarnare la natura o il tipo universale. Il cristianesimo, insistendo sul valore infinito di ogni singolo uomo, per cui Cristo è morto, ha spostato il baricentro dalla natura all’esistenza.

La persona è il “Chi”, irriducibile al “Cosa” della sua natura. La sua dignità non risiede nelle sue qualità o nella sua essenza, ma nel suo atto unico e incomunicabile di esistere, in quell’esse che è un “di più”, un “eccesso” rispetto all’ordine analitico e che costituisce una relazione diretta “verso Dio”. Questa visione fonda metafisicamente il rifiuto di ogni ideologia che subordini la persona al collettivo, allo Stato o a un tipo astratto.

L’esistenza come storia

L’analisi si estende poi alla filosofia della storia. Wilhelmsen sostiene che la storia stessa, come la concepiamo in Occidente, non è un dato universale, ma una “forma dell’essere” creata dal “salto nell’essere” giudaico-cristiano, che ha spezzato il tempo ciclico e cosmologico del paganesimo. La storia, con un inizio, uno svolgimento e una fine, nasce dalla coscienza di un rapporto con un Dio personale che agisce nel tempo.

Per corroborare la sua tesi sulla dipendenza della filosofia dalla storia, Wilhelmsen si avvale del concetto di ricorso (storico) del filosofo italiano Giambattista Vico. Il ricorso (storico) è il “ripiegarsi” di una cultura sul proprio passato per recuperarne razionalmente le origini. Questo dimostra, secondo Wilhelmsen, che “l’intelligibilità viene vissuta come un atto prima di essere pensata come una conclusione”. La filosofia, quindi, non è un’attività di pura ragione astratta, ma è materialmente e psicologicamente condizionata dall’incontro vissuto e storico con la realtà.

La critica della cultura moderna: gnosticismo e mito

Il capitolo finale è una potente sintesi della critica culturale di Wilhelmsen. Utilizzando il concetto di “Gnosticismo” di Eric Voegelin, egli diagnostica la malattia spirituale della modernità. La modernità è un progetto gnostico che cerca di realizzare il paradiso in terra, di riplasmare la realtà secondo un piano umano. Questo progetto è la conseguenza diretta del suo “oblio dell’essere”.

Questo impulso gnostico genera una cultura di “miti malevoli” , cioè di presupposti inarticolati che sono ostili all’esistenza. Si manifesta nella “dissociazione della sensibilità” (una frattura tra pensiero e sentimento) e in un mondo tecnologico fatto di “funzioni, non di esseri”. Il compito del filosofo, conclude Wilhelmsen, è quello di diventare uno “psichiatra della cultura”, utilizzando la metafisica per smascherare e analizzare questi miti e contribuire a guarire “un’epoca che può essere guarita solo da uomini temprati nell’Essere”.

Stile, tono e valore didattico

Qualsiasi recensione di The Paradoxical Structure of Existence sarebbe incompleta senza un’analisi del suo stile letterario, che è tanto parte del suo messaggio quanto il suo contenuto argomentativo.

La prosa di un maestro

Lo stile di Wilhelmsen è inconfondibile: vigoroso, appassionato, a tratti lirico e persino combattivo. La sua prosa non è quella distaccata e impersonale di molti trattati accademici. È una scrittura che riflette la personalità del suo autore: un pensatore che, come testimoniano i suoi studenti, viveva la filosofia come un’avventura totale. Il testo è costellato di analogie memorabili e neologismi audaci, come il già citato “izz-ing”, “extramentalità radicale” o “il cuore barocco della creazione”. Questi strumenti retorici non sono meri abbellimenti, ma tentativi di evocare la dinamicità dell’atto d’esse, di farne “sentire” la presenza attiva che i concetti, per loro natura statici, non possono catturare.

Un’introduzione accessibile?

Lehrberger nota che il libro nasce da lezioni per studenti non specialisti, e questo ne spiega in parte la vivacità e la chiarezza espositiva. Tuttavia, sarebbe un errore considerarlo un’introduzione “semplice” alla metafisica. La densità filosofica, il dialogo costante con Hegel e Heidegger, e la sottigliezza delle distinzioni concettuali ne fanno un’opera impegnativa, che richiede al lettore una certa familiarità con la storia della filosofia. Si potrebbe concludere che si tratta di un’introduzione “profonda” più che “elementare”: un testo che, pur potendo essere letto con profitto da chi ha una solida base, si rivela in tutta la sua ricchezza a chi è già addentro alle questioni metafisiche. La sua forza didattica non risiede nella semplificazione, ma nella capacità di trasmettere la passione per la ricerca della verità e di mostrare la drammaticità delle questioni in gioco.

Una filosofia cristiana

Infine, è necessario sottolineare il carattere non-apologeticamente cristiano e cattolico dell’opera. Wilhelmsen si definisce con orgoglio un “filosofo cristiano”. Questo non significa, nella sua prospettiva, che la fede fornisca le risposte filosofiche, ma che la Rivelazione cristiana ha “innescato” domande nuove e più profonde sull’essere, la creazione, Dio e la persona, domande che erano inaccessibili al pensiero pagano. La dottrina della creazione ex nihilo e il dogma dell’Incarnazione non sono premesse di un sillogismo, ma l’orizzonte storico e culturale che ha reso possibile la metafisica dell’esistenza di Tommaso d’Aquino. Per un lettore secolare, questo approccio può rappresentare una sfida, poiché richiede di prendere sul serio la fecondità filosofica di presupposti teologici. Per Wilhelmsen, tuttavia, questa non è una limitazione, ma la condizione storica per l’accesso alla verità più piena sull’essere.

Conclusione: l’eredità di una struttura paradossale

In conclusione, The Paradoxical Structure of Existence di Frederick D. Wilhelmsen si conferma un’opera di eccezionale valore e perdurante attualità. Non è possibile non esprimere un profondo apprezzamento per il coraggio intellettuale, la lucidità argomentativa e la passione civile che animano ogni pagina del libro. Wilhelmsen non si limita a esporre la metafisica tomista; la rivitalizza, la mette in dialogo con le sfide più radicali del pensiero moderno e la trasforma in un potente strumento di diagnosi culturale.

Il suo più grande merito è forse quello di aver mostrato che la metafisica non è una disciplina astratta e polverosa, ma una sapienza che tocca le radici dell’esperienza umana e illumina le grandi questioni del nostro tempo. La sua critica alla frammentazione, all’essenzialismo e al nichilismo della modernità, fondata sulla riscoperta dell’atto sintetico e unificante dell’esistenza, risuona oggi con una forza profetica.

L’opera di Wilhelmsen è un invito a “temprare” nuovamente l’uomo moderno nell’Essere, un compito che egli vedeva come un imperativo filosofico e una necessità per la sopravvivenza della civiltà. Pur nella consapevolezza delle derive disumanizzanti della tecnologia, egli nutriva una “cauta speranza” che la nuova era elettronica potesse, proprio per la sua natura simultanea e sintetica, superare la frammentazione dell’era meccanica. Questa speranza, radicata non in un ottimismo ingenuo ma nella sua profonda e paradossale visione dell’esistenza, costituisce l’eredità più preziosa di questo libro straordinario: un’eredità che invita a pensare l’essere non come un problema da risolvere, ma come un mistero da abitare.

Posted by Adriano Virgili

1 comment

Rossella D’Arcangelo

Molto interessante, grazie mille, mi ricorda una espressione di Renard che parlava della vita come “efflorescenza dell’esse”. Sicuramente Hidegger ha avuto il merito di porre all’attenzione della contemporaneità questa inogettivabilitá dell’essere, anche se poi ricade nello stesso errore che aveva inizialmente denunciato. E d’altra parte se come dice Tommaso l’actus essendi non rientra nell’essenza di nessun ente, oltrepassa anche i primi principi perché ne è la fonte e non una realizzazione.

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