ebraismo rabbinico

Il tomismo ebraico tra XIII e XV secolo

Il tomismo ebraico tra XIII e XV secolo

L’alleanza filosofica inaspettata tra la speculazione ebraica e la via tomista

Quando ci fermiamo a riflettere sulla storia del pensiero medievale, siamo spesso vittime di un pregiudizio visivo molto radicato. Ci immaginiamo un mondo rigidamente diviso a compartimenti stagni, una mappa in cui i pensatori cristiani, quelli ebrei e quelli musulmani abitavano fortezze intellettuali separate, comunicando al massimo attraverso la polemica o lo scontro aperto. La realtà storica, per fortuna, è infinitamente più affascinante, complessa e sfumata. Le piazze, i mercati, ma soprattutto le biblioteche e gli studi di traduzione del Medioevo erano dei veri e propri laboratori aperti in cui le idee circolavano con una velocità sorprendente, ignorando spesso le barriere confessionali per amore della verità.

Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia del pensiero medievale sa quanto san Tommaso d’Aquino fosse in debito con i grandi maestri dell’ebraismo. È un fatto assodato che il Dottor Angelico non avrebbe mai potuto costruire la sua architettura teologica senza il confronto serrato con il Fons Vitae di Ibn Gabirol, conosciuto dai latini sotto il nome di Avicebron. E sappiamo bene quanto fosse profonda la sua ammirazione per Mosè Maimonide, autore della monumentale Guida dei perplessi, che Tommaso citava con affetto e deferenza chiamandolo semplicemente “Rabbi Moyses”. Tuttavia, c’è una corrente del pensiero medievale che ha viaggiato nella direzione esattamente opposta. Si tratta di quel fenomeno intellettuale viene definito dagli storici “tomismo ebraico” e rappresenta una delle pagine più luminose dell’ecumenismo filosofico. Dimostra in modo inequivocabile come la complessa sintesi elaborata dall’Aquinate abbia superato quasi immediatamente i confini delle dispute scolastiche cristiane per trasformarsi in uno strumento universale. Il pensiero tomista, infatti, fornì agli intellettuali ebrei armi concettuali di inestimabile valore per combattere le derive eterodosse dell’aristotelismo di matrice araba e per difendere, su basi squisitamente razionali, i fondamenti stessi della loro fede. Continue reading →

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L’invenzione, la memoria e il popolo: una recensione critica de “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand

L’invenzione, la memoria e il popolo: una recensione critica de “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand

Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, traduzione di Elisa Carandina, Rizzoli, Milano, 2010 (Riedito da Mimesis nel 2024)

Lo storico come iconoclasta

Pochi saggi storici recenti hanno generato un dibattito tanto acceso e polarizzato quanto L’invenzione del popolo ebraico di Shlomo Sand. Pubblicato originariamente in ebraico nel 2008, il volume si è rapidamente imposto all’attenzione internazionale, venendo acclamato da storici di fama come Eric Hobsbawm e Tony Judt come un’opera fondamentale e coraggiosa, e al contempo denunciato da numerosi accademici come un pamphlet politicamente motivato e storicamente inaccurato. Il libro si presenta come un atto di iconoclastia intellettuale, il cui scopo dichiarato è smantellare sistematicamente quelli che Sand considera i miti fondativi del nazionalismo ebraico e, di conseguenza, le basi ideologiche su cui poggia lo Stato d’Israele. Continue reading →

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Due dèi in cielo: un contributo di Peter Schäfer

Due dèi in cielo: un contributo di Peter Schäfer

Introduzione: sfidare il monoteismo, ridisegnare le origini

Nel suo magistrale e provocatorio studio, Two Gods in Heaven: Jewish Concepts of God in Antiquity, Peter Schäfer, uno dei massimi studiosi del giudaismo antico, si assume il compito monumentale di smantellare uno dei pilastri della teologia e della credenza popolare occidentale. Il punto di partenza dell’opera è la decostruzione di quello che Schäfer definisce un “cliché popolare” (p. 1): l’assunto che il giudaismo sia la religione monoteista per eccellenza, un baluardo di fede nell’unico Dio che si contrappone storicamente al politeismo pagano e, successivamente, alla complessità trinitaria del cristianesimo. Con meticolosa erudizione testuale e acume storiografico, Schäfer dimostra come questo quadro idealizzato “non regge a una revisione storica” (p. 1). Continue reading →

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