Nel panorama del Nuovo Testamento, l’interpretazione della morte di Gesù offerta dall’autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli (generalmente identificato con la medesima persona) rappresenta un tema grandemente dibattuto nell’ambito dell’esegesi contemporanea. A differenza del corpus paolino o della Lettera agli Ebrei, in cui la croce è intepretata in modo preminente attraverso le categorie cultuali dell’espiazione vicaria, del riscatto e del sacrificio di sostituzione penale, l’opera lucana — e in particolar modo la prima sezione degli Atti degli Apostoli — prescinde totalmente da una lettura “sacrificale” della morte di Cristo.
Nei primi discorsi missionari che l’autore mette in bocca a Pietro a Gerusalemme (Atti 2–5) e a Cesarea presso il centurione Cornelio (Atti 10), non si presenta mai la croce come quell’altare su cui il sangue di Cristo è stato versato al fine di placare al giustizia divina, né come quell’atto capace di cancellare in modo intrinsecamente efficace le colpe dell’umanità. Al contrario, la morte di Gesù è dipinta come il vertice dei delitti dell’umanità, come la criminale conseguenza del tragico rifiuto del Profeta e del Servo inviato da Dio a Israele, un’ingiustizia storica che Dio stesso ha ribaltato mediante la risurrezione.
L’apparente assenza di una teologia della croce d’impronta espiatoria nei primi capitoli degli Atti pone un duplice interrogativo agli storici e agli esegeti: ci troviamo di fronte alla fedele conservazione del kerygma più arcaico della comunità gesuana di Gerusalemme, oppure si tratta di una specifica scelta teologico-redazionale di Luca, finalizzata a salvaguardare il primato della conversione (metanoia), della risurrezione e della misericordia divina? In queste righe dapprima enucleeremo la struttura dei discorsi petrini in Atti, per poi segnalare i rari ma significativi accenni alla morte di Cristo come sacrificio presenti nel medesimo scritto neotestamentario, terminando con una breve rassegna delle principali ipotesi interpretative avanzate per risolvere il problema.
L’analisi formale dei primi discorsi kerygmatici di Pietro (Atti 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43) rivela una costante intelaiatura compositiva, strutturata attorno a quello che la critica esegetica — in particolare Jürgen Roloff, Rudolf Pesch e Jacques Dupont — definisce lo “schema di contrasto” (Kontrastformel). Tale schema presenta l’evento pasquale articolandolo secondo due poli contrapposti:
- L’azione iniqua degli uomini: “Voi l’avete ucciso, inchiodandolo sulla croce per mano di empi” (Atti 2,23; cfr. 3,13-15; 4,10; 5,30; 10,39).
- L’azione riparatrice e glorificante di Dio: “Ma Dio lo ha risuscitato dai morti, sciogliendo i morsi della morte” (Atti 2,24; cfr. 3,15; 4,10; 5,31; 10,40).
In questo quadro, la croce non viene presentata come un qualcosa che ha una virtù redentrice intrinseca. Questa è l’atto con cui Israele e i suoi capi, agendo per ignoranza, hanno rinnegato il “Santo e il Giusto” (ho dikaios), mettendo a morte l'”Iniziatore della vita” (ho archēgos tēs zōēs). La risurrezione è il giudizio contrario di Dio, la smentita celeste del verdetto terreno, mediante cui il Padre invalida la condanna umana e costituisce Gesù “Signore e Cristo” (Kyrios kai Christos), “Capo e Salvatore” (Archēgos kai Sōtēr).
Come osserva Daniel Marguerat, l’accusa di aver ucciso l’inviato di Dio rivolta agli ascoltatori non ha nessun intento di tipo antigiudaico, ma assume una funzione ben precisa: provocare nei presenti il rimorso della coscienza (katanygis, “sentirsi trafiggere il cuore”, Atti 2,37), affinché essi formulino la domanda decisiva (“Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”) e accolgano l’invito alla conversione (metanoia), al battesimo e al perdono dei peccati (aphesis hamartiōn). La salvezza non scaturisce direttamente dal sangue versato sulla croce da Cristo, ma dalla potenza di Colui che è risorto ed è stato esaltato, che elargisce gratuitamente il pentimento e lo Spirito Santo a chiunque si converta.
I titoli cristologici impiegati nei discorsi petrini confermano questa impostazione: Gesù è presentato come il “Servo di Dio” (Pais Theou), figura che riprende quella presente nei famosi Canti di Isaia e applicata all’inviato obbediente che soffre la persecuzione profetica, e come il Profeta simile a Mosè (Atti 3,22-23; Deut 18,15-19), la cui parola deve essere accolta per non essere esclusi dal popolo dell’alleanza. La crocifissione appare dunque come il destino storicamente inevitabile (poiché compreso dalla prescienza divina), che, secondo un ben noto schema deuteronomistico, è riservato da Israele ai suoi profeti.
La tesi di una totale assenza del valore soteriologico della morte di Gesù in Luca dev’essere tuttavia sfumata alla luce di un’attenta analisi filologica dell’opera complessiva, la quale registra pochissime ma rilevanti eccezioni.
- Il discorso agli anziani di Efeso a Mileto (Atti 20,28)
L’unico passo di tutti gli Atti degli Apostoli in cui la morte di Gesù è esplicitamente accostata all’acquisto o al riscatto della comunità credente si trova nel discorso di congedo rivolto da Paolo ai presbiteri di Efeso a Mileto:
“Prendetevi cura di voi stessi e di tutto il gregge in cui lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il proprio sangue” (dia tou haimatos tou idiou, Atti 20,28).
La sintassi greca di questo versetto è notoriamente complessa. Se riferita al soggetto precedente (theos, Dio), l’espressione formulerebbe l’enunciato teologicamente problematico del “sangue di Dio”. Per ovviare a ciò, importanti testimoni del Testo Occidentale (come il codice Bezae) e alessandrini hanno sostituito “Chiesa di Dio” con “Chiesa del Signore” (ekklesia tou kyriou). Tuttavia, la maggior parte dei critici testuali e degli esegeti (fra cui Barrett, Fitzmyer, Pesch, Roloff e Rossé) concorda nel considerare tou idiou come un sostantivato affettivo riferito al Figlio unigenito (“con il sangue del suo proprio [Figlio]”).
Gli studiosi notano che Luca inserisce questa formula unicamente in bocca a Paolo. L’autore dimostra di conoscere il linguaggio sacrificale ed espiatorio della tradizione paolina e liturgica (si veda anche Luca 22,19-20, in cui il calice dell’Ultima Cena è definito “la nuova alleanza nel mio sangue, versato per voi”). Tuttavia, come evidenzia Jürgen Roloff, quando Luca esprime la propria teologia in modo autonomo e slegato da formule stereotipate della tradizione, evita accuratamente di descrivere la morte di Cristo come sacrificio espiatorio. Nel contesto di Mileto, il “sangue” non è inteso come prezzo giuridico pagato per placare la divinità, ma come il dono supremo della vita con cui Cristo ha inaugurato la Nuova Alleanza, fondando la ekklēsia universale.
- La selezione del Quarto Canto del Servo in Atti 8,32-33
Un indizio redazionale fondamentale sulla posizione di Luca è rappresentato dall’episodio dell’eunuco etiope (Atti 8,26-40). Il funzionario della regina Candace sta leggendo sul suo carro un rotolo del profeta Isaia, precisamente il Quarto Canto del Servo di YHWH (Isaia 52,13–53,12). Luca cita esplicitamente Isaia 53,7-8 secondo la versione della Settanta:
“Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce dinanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il suo giudizio è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”.
Come osservano acutamente Gerhard Delling, Jürgen Roloff, Joseph Fitzmyer e Daniel Marguerat, Luca compie qui un’operazione ermeneutica “chirurgica”: la citazione s’interrompe immediatamente prima di Isaia 53,8d (“fu eliminato dalla terra dei vivi per la colpa del mio popolo”), così come era iniziata subito dopo Isaia 53,4-6 (“egli si è caricato delle nostre sofferenze… è stato trafitto per i nostri delitti”).
Luca estrae dal canto unicamente i versetti che descrivono l’atteggiamento del Servo come agnello muto, sottomesso all’ingiustizia e all’umiliazione, tralasciando ogni affermazione sull’effetto vicario ed espiatorio delle sue sofferenze a favore dei peccatori. Per l’evangelista, il testo profetico non serve a fondare una dottrina della sostituzione penale, ma a illustrare lo schema cristologico abbassamento/esaltazione: Gesù è il Giusto sofferente e obbediente la cui vita, recisa e umiliata sulla terra dagli uomini, viene elevata ed esaltata da Dio nella risurrezione.
L’interpretazione dell’assenza della teologia della croce nei primi discorsi degli Atti costituisce uno dei punti di maggior frattura all’interno della storiografia neotestamentaria. Le posizioni della critica scientifica si raggruppano attorno a due grandi modelli teorici.
Tesi A: La conservazione della memoria storica del kerygma primitivo
I sostenitori della fedeltà storica dei discorsi (tra cui C.H. Dodd, C.K. Barrett, I. Howard Marshall, James D.G. Dunn e Jürgen Roloff) ritengono che Luca non abbia inventato la struttura di Atti 2–5, ma abbia attinto a fonti e tradizioni aramaiche estremamente arcaiche della comunità di Gerusalemme.
- C.H. Dodd, nella sua opera pionieristica The Apostolic Preaching and its Developments (1936), individua nei discorsi degli Atti lo scheletro della predicazione apostolica originaria (kerygma).
- Jürgen Roloff argomenta che l’idea della morte di Gesù come espiazione non apparteneva al patrimonio comune della primissima missione rivolta a Israele. Essa era circoscritta a un ambito liturgico ben preciso — la memoria dell’Ultima Cena e la formula del calice “per molti” (Mc 14,24) — e diventerà una categoria soteriologica universale solo con la teologia paolina. Nella primissima fase del periodo post-pasauqle, la via di Gesù veniva compresa attraverso il modello veterotestamentario del rifiuto dei profeti e dei giusti; la predicazione missionaria non doveva spiegare il valore metafisico della croce, ma dimostrare che la risurrezione aveva confermato la messianicità di Gesù nonostante la vergogna della crocifissione.
- James D.G. Dunn e I. Howard Marshall sottolineano l’arcaicità della cristologia petrina (Gesù uomo accreditato, Servo, Giusto): se Luca avesse liberamente composto i discorsi alla fine del I secolo, vi avrebbe proiettato la soteriologia ben più sviluppata del suo tempo.
Tesi B: La scelta teologico-redazionale di Luca
All’estremo opposto, i rappresentanti della redazione — da Martin Dibelius e Hans Conzelmann fino a Ulrich Wilckens, Jacques Dupont, François Bovon e Daniel Marguerat — sostengono che l’omissione dell’espiazione vicaria sia il frutto di un’avvertita scelta teologica e pastorale dell’autore lucano.
- Hans Conzelmann e Daniel Marguerat evidenziano che Luca sostituisce la theologia crucis paolina con una “soteriologia della risurrezione e dello Spirito”. Per Luca, l’evento della salvezza non si consuma ontologicamente sul Golgota, ma si attua nella storia attraverso la gloria del Risorto, il dono dello Spirito Santo e la proclamazione del perdono.
- François Bovon offre un’esplicativa motivazione etica e pedagogica: Luca avrebbe intenzionalmente silenziato l’idea della morte redentrice e dell’espiazione vicaria compiuta extra nos (fuori di noi) per un profondo “amore verso la metanoia“. Insistere eccessivamente su una salvezza già oggettivamente completata sulla croce rischiava, agli occhi di Luca, di deresponsabilizzare il credente, attenuando l’urgenza della decisione personale di fede, della conversione morale e dell’impegno nella sequela.
- Jacques Dupont sottolinea che Luca concepisce la morte di Gesù secondo la categoria del martirio e della testimonianza. Gesù muore come il Prototipo del Giusto perseguitato che perdona i suoi carnefici, e la sua morte diventa il modello della sofferenza del cristiano (come nell’episodio del martirio di Stefano in Atti 7,54-60, modellato narrativamente sulla passione di Gesù).
| Prospettiva / Dimensione | Tesi A: Memoria del Kerygma Arcaico (Dodd, Roloff, Dunn, Marshall) | Tesi B: Opzione Redazionale Lucana (Conzelmann, Dupont, Marguerat, Bovon) |
| Origine dei discorsi | Conservazione di tradizioni giudeo-cristiane aramaiche di Gerusalemme. | Composizione teologica lucana basata sulla storiografia ellenistica. |
| Collocazione dell’Espiazione | L’idea della morte di Cristo come sacrificio non era ancora presente. | Luca rifiuta volutamente la lettura sacrificale della croce per valorizzare la risurrezione. |
| Funzione della Croce | Rifiuto profetico di Gesù da parte di Israele, risolto dalla Pasqua. | Modello del martirio del Giusto e testimonianza etica di obbedienza. |
| Scopo Pastorale | Dimostrare che la crocifissione non ha annullato i piani di Dio. | Preservare il primato della metanoia e della responsabilità dell’uomo. |
Il confronto tra i testi biblici e la letteratura esegetica consente di comporre la tensione tra la dimensione storicamente arcaica dei discorsi petriani e la rielaborazione teologica del valore soteriologico compiuta da Luca.
L’assenza del concetto di “capro espiatorio” e di sostituzione penale nella prima predicazione di Gerusalemme non va intesa come il riflesso di una precisa fase storica in cui la comunità primitiva interpretava la morte di Gesù attraverso le categorie profetiche del Giusto sofferente e del Servo di YHWH, prima che si sviluppasse una complessa dottrina della redenzione sacrificale. Luca assume fedelmente questo kerygma originario, inscrivendolo nella propria specifica soteriologia dell’Alleanza e della Misericordia:
- Il superamento del modello del “Capro Espiatorio”: La concezione del capro espiatorio (ispirata a Leviti 16) comporta l’idea giuridica di un trasferimento della colpa su una vittima innocente che subisce la punizione per placare un Dio adirato. Nel kerygma primitivo conservato negli Atti, così come nel progetto di Luca, questa categoria è del tutto assente: la croce non è la punizione pretesa da un Giudice, bensì il crimine storico compiuto dall’ignoranza umana, al quale Dio risponde non con il castigo, ma con la risurrezione.
- Il primato della misericordia e la risurrezione salvifica: Poiché nel primo annuncio arcaico la morte di Cristo rappresenta il rifiuto umano del Messia, la salvezza non si realizza sul patibolo come atto d’espiazione oggettivo, ma scaturisce dalla risurrezione. Per Luca, l’iniziativa appartiene alla misericordia di Dio (eleos), che trasforma il delitto umano in un’occasione di grazia, offrendo tramite il Risorto il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo a chiunque si converta.
- La Nuova Alleanza nel Sangue e la rielaborazione lucana: Lì dove nell’opera lucana si accenna al valore soteriologico del sangue (Luca 22,20; Atti 20,28), esso non viene inteso come prezzo giuridico o riparazione penale, bensì come il sigillo che inaugura la Nuova ed Eterna Alleanza. Sulla scorta della memoria liturgica della Cena del Signore, Luca, pur mostrando di conoscere l’interpretazione della morte di Cristo come espiazione vicaria, la reinterpreta volutamente come il dono supremo della vita che costituisce il nuovo popolo di Dio nella carità e nella comunione.
L’omissione quindi della teologia dell’espiazione vicaria nei primi discorsi di Pietro riflette prima di tutto l’effettiva situazione storica di una comunità nascente che non aveva ancora elaborato la dottrina del valore espiatorio della croce. Luca riprende con fedeltà questo kerygma arcaico, ma lo integra in modo armonioso con la sua specifica teologia, proponendo l’idea di un Dio che dona una salvezza che non passa primariamente per un riscatto pagato col sangue, ma dall’offerta gratuita del perdono che il Risorto dona a chiunque intraprenda il cammino della conversione.
Bibliografia
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- Wilckens, Ulrich, Die Missionsreden der Apostelgeschichte. Form- und traditionsgeschichtliche Untersuchung, WMANT 5, Neukirchener Verlag, Neukirchen-Vluyn 1961 (3a ed. 1974)

Articolo molto interessante e coinvolgente. Analizza la differenza fra il Dio dello Antico testamento, un Dio che, offeso dalla superbia degli uomini, vuole essere placato col sacrificio di una vittima innocente, ed il Dio del Nuovo testamento che dona la resurrezione al giusto che è stato ucciso dalla malvagità umana.