“They Flew” di Carlos Eire e il trionfo dell’agnosticismo metodologico

La storiografia contemporanea, specialmente quando si avventura nei territori complessi della storia religiosa, è inevitabilmente costretta a confrontarsi con il seguente interrogativo di carattere epistemologico: come trattare i resoconti di eventi che sfidano apertamente e radicalmente le leggi della fisica moderna? Per molto tempo, la storiografia accademica (influenzata dalla temperie culturale inaugurata dall’illuminismo e dal positivismo) ha risposto a questa domanda in modo pressoché univoco: attraverso una lettura di tipo strettamente riduzionistico. Di fronte a narrazioni di estasi, levitazioni, bilocazioni e prodigi di ogni sorta, lo storico post-illuminista ha spesso indossato le vesti del fisico, del medico, dello psichiatra o del detective, con l’obiettivo primario di decostruire le fonti e smascherarle. In questo contesto, l’interessantissimo e assai godibile saggio di Carlos M. N. Eire, They Flew: A History of the Impossible (Yale Univ Press, 2025), rappresenta non solo un’affascinante narrazione delle meraviglie di cui parlano copiosamente le cronache della prima età moderna, ma soprattutto come un manifesto magistrale di come la ricerca storica sul cristianesimo possa raggiungere vette di comprensione ineguagliate adottando un rigoroso agnosticismo metodologico.

L’analisi di Eire parte dall’osservazione un paradosso abbastanza clamoroso: i secoli XVI e XVII sono quelli che hanno visto nascere e articolarsi la cosiddetta rivoluzione scientifica e che hanno visto le scoperte di Galileo Galilei, la formulazione delle leggi di Keplero e della fisica newtoniana, ma al contempo hanno visto l’Europa registrare un’esplosione senza precedenti di fenomeni fisici “impossibili”. I resoconti dell’epoca ci parlano di continuo di monache e frati che si levavano in volo davanti a folle sbalordite, di badesse che si bilocavano attraversando gli oceani per evangelizzare il Nuovo Mondo e di streghe che venivano condannate al supplizio del rogo perché ritenute colpevoli di essersi recata a sabba diabolici cavalcando delle scope volanti. Come è possibile conciliare storicamente la nascita della concezione meccanicistica del cosmo con l’apoteosi dei fenomeni mistici in Europa?

Sin dalle prime pagine del saggio, l’autore dichiara apertamente il suo rifiuto di prestarsi a quello che C. S. Lewis definiva lo “snobismo cronologico”, ovvero l’arroganza prospettica secondo cui coloro che vissero nelle generazioni del passato, credendo a simili prodigi, palesassero la loro inferiorità intellettuale, la loro ingenuità e la loro tendenza ad andare soggetti a fenomeni di isteria collettiva. Eire evidenzia come gran parte degli studi che occupati del tema che costituisce l’oggetto della sua indagine siano esplicitamente o implicitamente influenzati dall’eredità del pensiero di David Hume. Nel suo celebre saggio sui miracoli, il filosofo scozzese osservò che, essendo le leggi della natura assolutamente infallibili e inalterabili è sempre infinitamente più probabile che, al cospetto di un evento apparentemente miracoloso, la sua spiegazione risieda nell’inganno, nella frode o nell’allucinazione umana piuttosto che in una reale violazione dell’ordine naturale. Questo principio, per quanto sia stato metodologicamente vitale per lo sviluppo della scienza sperimentale moderna, ha tuttavia impoverito la storiografia, costringendola a liquidare interi capitoli dell’esperienza umana come meri episodi di psicosi o cinico inganno clericale. Jean-Martin Charcot e Sigmund Freud, del resto, avevano già provveduto a medicalizzare il sacro, riducendo l’estasi di Santa Teresa a un attacco di isteria o di epilessia del lobo temporale.

Eire propone invece una strada diversa, mutuata dalla fenomenologia di Edmund Husserl: l’epoché, la sospensione del giudizio, il cosiddetto “bracketing” (mettere tra parentesi). Si tratta appunto di quello che viene comunemente definito come “agnosticismo metodologico” e che si concretizza in una scelta radicale: lo storico non deve e non può dimostrare se i corpi di questi mistici abbiano realmente violato la gravità. La domanda puramente fisica (“È successo davvero?”) deve essere messa metodologicamente tra parentesi. Ciò che emerge al centro dell’indagine, una volta sospeso questo giudizio inibente, è il crudo fatto storico nella sua ineludibilità, vale a dire che migliaia di persone, appartenenti a ogni ceto sociale e dotate degli strumenti critici del loro tempo, abbiano creduto fermamente che questi eventi fossero reali. Eire ci dimostra che le credenze, fondate o infondate che siano rispetto ai nostri standard scientifici, sono forze tangibili in grado di plasmare la storia, la politica, le istituzioni e le vite degli individui in modo assai profondo. Attraverso questa lente agnostica, quindi, il libro ripercorre le storie di figure straordinarie della prima età moderna, restituendo loro una dignità e un’autonomia storica che l’apologetica da una parte e lo scetticismo dall’altra gli hanno lungamente sottratto.

La prima parte dell’opera, dedicata alla levitazione, illustra perfettamente la fertilità di questo metodo. Analizzando la figura di Santa Teresa d’Ávila, Eire non si sofferma sull’eventuale autenticità dei suoi arrobamientos (rapimenti), ma si concentra esclusivamente sull’impatto che questi fenomeni incredibili ebbero sulla sua vita e sull’istituzione ecclesiastica cattolica nel suo complesso. L’agnosticismo metodologico ci permette qui di vedere Teresa non come una mistificatrice in cerca di gloria, né come un’isterica, ma come un'”aerobata riluttante”. In un’epoca dominata dal terrore dell’Inquisizione spagnola e dal sospetto verso le donne dotate di presunta autorità spirituale, levitare non era in primo luogo un privilegio, ma un pericolo mortale. Teresa era terrorizzata dall’idea che i suoi voli che per lei erano del tutto involontari fossero un inganno del demonio; ne provava una vergogna indicibile, tanto da implorare le consorelle di cercare di trattenerla a terra quando questi si verificavano. La sua obbedienza totale ai confessori, che la obbligarono a scrivere la sua celebre autobiografia come se fosse un documento processuale, ci svela l’oggettivo dramma umano e istituzionale di una mistica che cercava in ogni modo di non porsi al di là dell’ortodossia e della gerarchia cattoliche. La levitazione, mettendo tra parentesi la sua reale consistenza fisica, esplode come strumento di indagine sociologica e teologica: l’impossibile diviene il banco di prova del rapporto tra il potere maschile degli inquisitori e l’autorità spirituale femminile.

Ancora più emblematico è il caso di San Giuseppe da Copertino, colui che divenne noto alle cronache dell’epoca come “frate volante”. Analizzando questa figura, che oggi appare relativamente dimenticata, ma che per frequenza e spettacolarità dei voli supera ogni altro mistico cristiano a lui coevo, anteriore o posteriore, l’indagine di Eire rivela le profonde contraddizioni della Chiesa della Controriforma. Se lo storico si limitasse semplicemente a declassare come fantasie le innumerevoli testimonianze giurate dei voli di Giuseppe all’aperto, sui rami degli alberi o durante la celebrazione eucaristica, perderebbe il cuore del paradosso storico che questo incarna in tutta la sua virulenza. Eire ci mostra come la Chiesa, pur avendo disperatamente bisogno di miracoli spettacolari da opporre allo scetticismo dei protestanti, fosse al contempo terrorizzata dal caos generato da un simile “avatar dell’impossibile”. Giuseppe divenne un ostaggio della sua stessa santità. La sua apparente capacità di sovvertire le leggi dello spazio e del moto fu percepita come una minaccia all’ordine costituito, al punto che le autorità cattoliche lo condannarono all’esilio, rinchiudendolo in conventi sempre più remoti per gli ultimi trent’anni della sua vita e sottoponendolo a un rigoroso isolamento.

Attraverso la figura di Giuseppe da Copertino, Eire dimostra come il prodigio funzionasse da catalizzatore sociale universale, abbattendo le altrimenti invalicabili barriere tra la cultura popolare e quella delle élite. Di fronte al frate pugliese si prostrarono non solo i contadini, ma gli intellettuali, i cardinali, gli ambasciatori stranieri e persino alcune teste coronate. Assolutamente emblematico è in questo senso l’episodio che vede come protagonista il duca luterano Giovanni Federico di Brunswick-Lüneberg (che sarà poi il mecenate e il protettore di Leibniz), che, dopo aver assistito a una levitazione del frate durante la celebrazione della Messa, decise di convertirsi, dapprima in modo occulto e successivamente in modo pubblico, al cattolicesimo. Questo fatto certifica in modo cristallino la validità dell’assunto di Eire: non ha importanza se il frate abbia veramente volato, ciò che ha importanza è che la percezione di quel volo da parte di una specifica personalità storica ha alterato in modo consistente gli stessi equilibri confessionali e geopolitici dell’Europa. L’agnosticismo metodologico, dunque, si rivela la chiave per comprendere come l’impossibile operasse nel mondo reale come un’arma diplomatica e teologica di prim’ordine.

La seconda parte del libro affronta il tema della bilocazione, elevando ulteriormente la posta epistemologica in gioco. Se la levitazione poteva contare su un riscontro sensoriale immediato, la bilocazione — la capacità di essere in due luoghi, spesso assai distanti, contemporaneamente — era un miracolo strutturalmente invisibile, un qualcosa che, per sua natura, richiedeva uno sforzo di documentazione e di ricostruzione a posteriori. Qui l’indagine di Eire si concentra su Sor María de Jesús de Ágreda, la celebre “Signora in Blu”. Giovane badessa spagnola di un monastero di monache Concezioniste (caratterizzate dal tipico velo blu), María sosteneva che durante i suoi frequenti stati di estasi mistica le capitava di attraversare l’Oceano Atlantico e di ritrovarsi ad evangelizzare gli indigeni Jumano in Texas e Nuovo Messico. Ad un certo punto, questi esperienze di bilocazione sembrarono essere confermate dai resoconti dei missionari francescani operanti in quelle regioni, come Fray Alonso de Benavides, i quali testimoniarono che numerosi indigeni si erano presentati per richiedere il battesimo su indicazione di una misteriosa donna in blu discesa dal cielo.

L’approccio di Eire mira qui a destrutturare questo fatto storico. Mettendo tra parentesi la possibilità intrinseca dei fenomeni di bilocazione, lo storico indaga come questo racconto sia diventato uno degli architravi ideologici dell’evangelizzazione delle Americhe. La bilocazione di María forniva all’Impero spagnolo la prova inconfutabile che le sue imprese coloniali e spirituali godevano dell’avallo ultraterreno. Ma l’impossibile non si limitò a infiammare l’immaginazione dei francescani; questo diede a María un potere politico quasi senza precedenti per una religiosa. La fama dei suoi viaggi mistici spinse il sovrano più potente del pianeta, Filippo IV di Spagna, a recarsi al suo convento e a iniziare una corrispondenza segreta con la stessa che durò fino alla fine dei suo giorni e della quale si conservano oltre seicento missive. La religiosa divenne una confidente fidata del monarca, dandogli spesso consigli in merito a questioni politiche di primo piano, come guerre, tasse e alleanze.

L’agnosticismo storiografico ci permette qui di apprezzare l’incredibile paradosso di una donna che, proprio grazie all’accettazione sociale di una facoltà fisicamente impossibile, riuscì a superare le ferree barriere di genere e di ruolo imposte dalla coeva società per esercitare un’influenza diretta sul governo di un impero globale. Eppure, proprio questa esposizione la rese particolarmente vulnerabile agli attacchi dei nemici suoi e della corona, cosa che è testimoniata dalle successive, accorte ritrattazioni della stessa María di fronte all’Inquisizione, nelle quali attenuò la pretesa di aver attraversato corporalmente l’oceano (suggerendo che poteva essersi trattato di semplici esperienze spirituali o oniriche), così come dall’aver dovuto dare alle fiamme i propri scritti per ordine dei confessori.

Nella terza e nella quarta parte del libro, Eire mostra però come l’impossibile non fosse appannaggio esclusivo di mistici e santi cattolici. La fenomenologia del miracoloso aveva un suo lato oscuro e speculare: la frode istituzionale e l’azione diabolica. Il capitolo dedicato agli “imbroglioni dell’impossibile” dimostra ancora una volta l’efficacia del metodo di Eire. Analizzando casi come quello di Magdalena de la Cruz (che per diversi decenni conquistò una fama enorme in Spagna simulando la capacità di astenersi dal cibo, fenomeni di levitazioni e arrivando persino a fingere una gravidanza per opera dello Spirito Santo) o di María de la Visitación in Portogallo, l’autore smantella un altro luogo comune: quello dell’ingenuità e della creduloneria degli uomini e delle istituzioni pre-moderni. La Chiesa dell’epoca possedeva notevoli strumenti critici ed era profondamente sospettosa verso ogni presunta manifestazione sovrannaturale. Il fatto che l’Inquisizione portoghese abbia smascherato le false stimmate di María de la Visitación lavandole letteralmente via con acqua calda e sapone dimostra il rigoroso approccio empirico dei suoi ufficiali mirante a proteggere la Chiesa dai falsi fenomeni mistici. L’inganno era così diffuso e temuto proprio perché la posta in palio per chi deteneva il monopolio del sacro era altissima: donazioni pecuniarie e fondiarie, potere politico, controllo culturale. Trattare storicamente queste vicende senza farsi accecare dal disprezzo post-illuministico per le “superstizioni” del passato ci permette di capire che le società della prima età moderna erano teatri in cui si negoziava costantemente il confine tra divino, umano e demoniaco.

Questo confine divenne un abisso di sangue e terrore con l’avvento della Riforma Protestante e la successiva caccia alle streghe. L’analisi di Eire sui mutamenti teologici introdotti da Lutero, Calvino e Zwingli costituisce una delle applicazioni più brillanti del suo metodo. Il protestantesimo operò una cesura radicale tra materia e spirito, stabilendo che “il finito non può contenere l’infinito” e abbracciando la dottrina della “cessazione dei miracoli” (secondo cui Dio aveva smesso di intervenire visibilmente nel mondo dopo l’era apostolica), i riformatori non dichiararono tuttavia l’impossibile un qualcosa di assolutamente inesistente. Essi, pur disincantando il mondo dalla santità materiale, lo re-incantarono demonizzandolo.

Se un cattolico vedeva un monaco levitare, il protestante non negava il fatto in sé, ma ne modificava radicalmente l’interpretazione: non era Dio ad agire, ma il Diavolo. Gli eventi impossibili che si verificavano tra i cattolici divennero per i protestanti la prova provata che la Chiesa di Roma era il regno dell’Anticristo. In questo modo, il diavolo divenne la spiegazione per ogni fenomeno apparentemente prodigioso. Eire evidenzia il paradosso tragico per cui questa riconfigurazione teologica, unita all’ossessione per i patti diabolici formalizzata in manuali come il Malleus Maleficarum, portò a una convergenza letale tra cattolici e protestanti per ciò che riguarda il fenomeno della stregoneria. Se i miracoli divini dividevano l’Europa, la fobia per il malevolo la unì (anche se oggettivamente fu drammaticamente molto più sentita e fece assai più vittime nelle terre protestanti): decine di migliaia di individui (soprattutto donne) furono mandati al rogo perché accusati del “crimine impossibile” di volare sulle scope verso il Sabba, causare tempeste o spostarsi in modo invisibile attraverso il cielo. L’agnosticismo metodologico qui impone allo storico un dovere faticoso ma ineludibile: accettare che i tribunali secolari ed ecclesiastici che torturavano e condannavano a morte queste persone non erano presieduti da folli sadici, ma da magistrati, scienziati e teologi che agivano in modo del tutto razionale all’interno del loro specifico paradigma concettuale. Uccidevano perché credevano alla fattibilità dell’impossibile oscuro con la stessa certezza con cui noi crediamo alle leggi della termodinamica.

Giunti al termine di questa nostra rapida disamina del volume, emerge con chiarezza dirompente perché, a nostro avviso They Flew non sia solo una gustosa galleria di bizzarrie storiche, ma un’opera di importanza davvero fondamentale come punto di riferimento della metodologia storico-religiosa. Il rigoroso agnosticismo metodologico adottato dall’autore agisce come un solvente intellettuale che scioglie i pregiudizi più coriacei della storiografia secolare. Sospendere il giudizio ontologico non significa affatto abdicare alla ragione; al contrario, significa applicare la ragione al dato primario su cui si indaga.

Il riduzionismo materialistico è assai efficiente quando lo si applica agli ambiti dell’astrofisica o della biologia molecolare, ma è uno strumento assai difettoso quando si tratta di comprendere le più complesse architetture spirituali umane così come si sono manifestate durante la storia. Quando gli psichiatri del XIX secolo, e i molti storici che ne hanno seguito le orme, hanno etichettato Teresa d’Ávila come isterica o Giuseppe da Copertino come oligofrenico, hanno commesso un errore di categoria. Hanno scambiato la patologizzazione a posteriori per una spiegazione storica, cancellando l’universo di significato (l'”orizzonte di senso”, per usare un’espressione cara all’ermeneutica filosofica) all’interno del quale queste persone vivevano, soffrivano, speravano e acquisivano potere.

L’indagine di Eire, all’insegna dell’agnosticismo metodologico, ci insegna che la storia dell’Occidente non è un lineare percorso di progressiva liberazione dalle tenebre della superstizione verso la luce della ragione illuminista, come narra il trionfalismo razionalista. È piuttosto una complessa e continua rinegoziazione dei confini dell’esperienza umana. L’autore introduce, nel suo epilogo, il concetto di “logica vaga” (fuzzy logic), per ricordare che la mente umana non opera secondo una logica rigorosamente binaria, ma è fortemente influenza da desideri inespressi, angosce esistenziali e “salti di fede” che sfuggono alla meccanica galileiana.

L’Europa barocca aveva un bisogno vitale, quasi disperato, di toccare l’impossibile, di sapere che l’universo chiuso e sofferente in cui l’umanità combatteva ogni giorno la sua battaglia per la sopravvivenza potesse essere squarciato, anche solo per un istante, da una grazia capace di annullare la pesantezza del mondo materiale. Quell’anelito ha prodotto santi esiliati, donne potentissime, imbrogli sofisticati e roghi.

They Flew di Carlos Eire dimostra in modo quanto mai prima efficace che l’agnosticismo metodologico non rappresenta un modo freddo e distaccato di confrontarci col passato, ma è la forma più alta ed efficace per attivare l’empatia storiografica. Mettendo la realtà fattuale dell’impossibile tra parentesi, Eire ci permette di guardare in faccia le donne e gli uomini della prima modernità non come se fossero i protagonisti di un’era di follia intellettuale, ma come specchi vivi e complessi della natura umana. Ci insegna che le convinzioni in grado di muovere il mondo — che si tratti dell’idea che un frate possa librarsi in cielo o quella che gli algoritmi delle scienze sperimentali salveranno l’umanità dall’autodistruzione — meritano di essere studiate non per la loro eventuale esattezza fattuale, ma per la loro straordinaria e innegabile aderenza alla gravità insondabile dell’anima umana.

Posted by Adriano Virgili

4 comments

[OT]
https://www.sabinopaciolla.com/la-svolta-di-paglia-nella-teologia-morale-un-cambiamento-di-paradigma-o-una-demolizione/

Mala tempora currunt… Cosa ne pensa prof. Vigili? Ce la faranno a demolire San Tommaso?

*Virgili

Adriano Virgili

Se ci diamo a dar retta pure a quello che scrive Sabino Paciolla è finita. Io mi dedicherei a letture più serie.

In effetti, l’ho fatto 🙂
Ho appena terminato Thomistic Evolution di Austriaco et al. e mi è piaciuto moltissimo: davvero completo, ben fatto, accessibile ed arricchente. Grazie per la dritta!
Ora pian piano, dopo “Tommaso d’Aquino spiegato a mio cugino”, vado avanti con i suoi libri. Buona estate a lei e a tutti.

Lascia un commento