Sul polveroso fronte orientale, da qualche parte tra le rovine di Edessa e le terre contese della Mesopotamia, si consumò nel 260 uno degli eventi più traumatici e surreali della storia romana: l’imperatore Publio Licinio Valeriano, l’uomo che incarnava la maiestas di Roma, fu catturato vivo dal re persiano Shapur I. Non cadde in battaglia come un eroe, ma finì in catene, trasformato – se dobbiamo credere alle fonti cristiane come Lattanzio, intrise di una comprensibile Schadenfreude – in uno sgabello umano per aiutare il sovrano sasanide a montare a cavallo. La fine ingloriosa di Valeriano segnò l’epilogo di un regno che, solo pochi anni prima, aveva tentato una delle operazioni di polizia politica più sofisticate e mirate dell’antichità: lo smantellamento chirurgico della Chiesa cristiana. Per comprendere la natura specifica di questo scontro, che insanguinò il triennio 257-260, è necessario abbandonare la retorica del martirologio, che spesso appiattisce tutto sotto l’etichetta dell’odio religioso, e adottare lo sguardo disincantato dello storico che osserva i meccanismi del potere. La persecuzione di Valeriano non fu un atto di follia, né una semplice replica di quanto accaduto in precedenza; fu un tentativo razionale, cinico e disperato di salvare un Impero in bancarotta colpendo quella che ormai era percepita come una ricca e organizzata struttura parallela allo Stato. Continue reading →
04
Gen
2026

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