Pubblicato in Francia nel 1983 e arrivato in Italia l’anno successivo, I greci hanno creduto ai loro miti? Saggio sull’immaginazione costituente di Paul Veyne rimane uno di quei rari contributi intellettuali che non solo resistono al tempo, ma acquisiscono nuova urgenza con il passare dei decenni. È un’opera di una radicalità straordinaria, spesso fraintesa e, col senno di poi, quasi profetica. Apparentemente un saggio di studi classici, il volume trascende rapidamente i confini disciplinari, utilizzando il mondo antico, e in particolare l’attitudine greca verso il mythos, come un affascinante e complesso “laboratorio” per condurre un’indagine filosofica sulla natura stessa della verità e del credere. Veyne, all’epoca stimato professore di Storia Romana al Collège de France e legato da profonda amicizia a Michel Foucault, non ha alcuna intenzione di rispondere alla domanda provocatoria posta nel titolo con un banale “sì” o “no”. Al contrario, compie un’operazione molto più sofisticata: decostruisce la domanda stessa, dimostrando con acume come essa sia, in fondo, mal posta. Essa, infatti, proietta la nostra concezione moderna, figlia dell’Illuminismo e del positivismo, di cosa significhi “credere” e cosa sia la “verità”, su un’epoca che operava secondo coordinate intellettuali, o “programmi di verità”, come li definisce lui, completamente differenti e per noi quasi alieni. Il saggio, dunque, non è e non vuole essere una storia della mitologia greca. È, piuttosto, un’archeologia della conoscenza in pieno stile foucaultiano; un’analisi rigorosa e a tratti spietata di come le società, e gli individui che le compongono, costruiscano attivamente i loro regimi di verità. Veyne ci mostra come sia possibile, e di fatto comune, abitare simultaneamente in “mondi di verità” multipli, contraddittori e apparentemente non comunicanti. Per comprendere appieno la portata di quest’opera, è fondamentale coglierne la duplice natura. Da un lato, essa rappresenta una critica devastante alla storiografia tradizionale e ai suoi presupposti ingenui di oggettività positivista; dall’altro, è un intervento polemico, sebbene sottile e mai esplicito, contro l’allora dominante Scuola di Parigi di Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne, che pure indagava il mito greco con strumenti innovativi. Paradossalmente, il valore attuale del libro risiede meno nella sua pur magistrale e erudita analisi del mondo antico, e più nel formidabile apparato concettuale che ci offre per comprendere la nostra era contemporanea, definita fin troppo sbrigativamente “post-verità”. Veyne ci ha fornito gli strumenti per questa diagnosi con decenni di anticipo. Continue reading →
Adriano Virgili
Betlemme, la storia di un’idea: viaggio nel palinsesto del mito e della realtà di Antonio Musarra
Con il suo volume pubblicato dall’editore Il Mulino di Bologna nel 2024, I Magi e la Stella. Viaggio a Betlemme, di Antonio Musarra, medievista della Sapienza Università di Roma, non consegna al lettore né una semplice guida devozionale né un saggio accademico tradizionale. L’opera si colloca deliberatamente in uno spazio ibrido, definito dall’autore stesso come “a metà tra un diario di viaggio e la ricostruzione storica”. Questo approccio metodologico non è un vezzo stilistico, ma si rivela essere una potente chiave ermeneutica per affrontare un oggetto di studio che è, per sua natura, un groviglio inestricabile di fede, storia e politica. Betlemme, come Musarra chiarisce fin dal prologo intitolato “Gloria in excelsis Deo”, è un “luogo del cuore che non ammette indifferenza”, un epicentro emotivo e teologico per ebrei, cristiani e musulmani. Eppure, la sua storia reale, specialmente quella del “lungo millennio medievale”, rimane “generalmente sconosciuta”. Continue reading →
L’immaginazione apocalittica: analisi e contesto di un’opera capitale
Un’opera di riferimento giunta alla terza edizione
Nel panorama degli studi biblici, poche opere hanno raggiunto lo status canonico e l’influenza formativa di The Apocalyptic Imagination di John J. Collins. Sin dalla sua prima pubblicazione nel 1984, questo volume è stato universalmente riconosciuto come il testo introduttivo e analitico fondamentale per chiunque intenda comprendere la complessità della letteratura apocalittica giudaica. Il volume oggetto di questa recensione è la sua terza edizione: John J. Collins, The Apocalyptic Imagination: An Introduction to Jewish Apocalyptic Literature. Third Edition (Grand Rapids, Michigan: William B. Eerdmans Publishing Company, 2016). Continue reading →
Da “patì” a “patirono”: sintesi critica di “They Suffered under Pontius Pilate” di Fernando Bermejo-Rubio
Oltre il “Gesù-centrismo” – la tesi collettiva di Bermejo-Rubio
Il volume di Fernando Bermejo-Rubio, They Suffered under Pontius Pilate: Jewish Anti-Roman Resistance and the Crosses at Golgotha, Fortress Academic, 2023, si inserisce nel complesso e spesso congestionato campo di studi sul Gesù storico con un obiettivo dichiarato tanto ambizioso quanto provocatorio: decostruire il paradigma teologico e storiografico dominante che isola la figura di Gesù dal suo contesto di esecuzione. L’autore contesta il “Gesù-centrismo” che pervade la ricerca accademica e la pietà popolare, un approccio che, focalizzandosi esclusivamente sul destino del singolo individuo, ha, a suo dire, oscurato la comprensione storica dell’evento stesso. Continue reading →
Una breve analisi di “Between Yahwism and Judaism” di Yonatan Adler
l volume di Yonatan Adler, Between Yahwism and Judaism: Judean Cult and Culture during the Early Hellenistic Period (332-175 BCE), edito dalla CUP nel 2025, si configura non semplicemente come un’aggiunta al corpus di studi sul giudaismo antico, ma come una radicale e meticolosa ricalibratura delle sue origini. L’opera si immerge in un’epoca deliberatamente circoscritta e storicamente nebulosa – quella che va dalla conquista della Giudea da parte di Alessandro Magno fino alla vigilia della crisi maccabaica – per porre una domanda fondamentale che ne costituisce il cuore pulsante: questo periodo rappresenta una fase di sostanziale continuità con lo “yahwismo” dell’epoca persiana, o segna piuttosto una rottura decisiva, l’alba di un “giudaismo” nascente, con le caratteristiche che gli attribuiremo in seguito? La risposta di Adler, articolata attraverso un’analisi quasi forense delle fonti disponibili, è tanto netta quanto provocatoria: il periodo ellenistico antico è un’era di marcata e inequivocabile continuità culturale e religiosa con il passato. La grande frattura, il momento genetico del giudaismo normativo – un sistema religioso fondato sull’osservanza diffusa e socialmente vincolante della Torah, caratterizzato da un monoteismo esclusivista e da un culto rigidamente centralizzato attorno al Tempio di Gerusalemme – non si colloca qui, ma avverrà solo più tardi, come diretta conseguenza della rivolta maccabaica e della successiva instaurazione del regno degli Asmonei a metà del II secolo a.C. Continue reading →
Oltre il fatto e la finzione: la storiografia mitica dei vangeli in M. David Litwa
Nel panorama contemporaneo degli studi neotestamentari, poche questioni sono tanto dibattute quanto la definizione del genere letterario dei vangeli. La risposta a questa domanda non è un mero esercizio di classificazione accademica; essa determina le nostre aspettative di lettori, modella le nostre strategie interpretative e, in ultima analisi, definisce la natura stessa della “verità” che questi testi intendono comunicare. In questo campo denso e talvolta polarizzato, il volume di M. David Litwa, Come i vangeli divennero storia. Gesù e i miti mediterranei (Paideia, Torino 2023; titolo originale: How the Gospels Became History. Jesus and Mediterranean Myths, Yale University Press, 2019), si inserisce con una tesi tanto erudita quanto provocatoria. Litwa sostiene che gli evangelisti non scrissero né storia né mito nel senso moderno di questi termini. Essi, piuttosto, attinsero a un vasto repertorio di modelli narrativi e convenzioni retoriche del mondo mediterraneo per comporre quella che l’autore definisce “storiografia mitica”: narrazioni il cui contenuto è fondamentalmente mitico, ma la cui forma è deliberatamente modellata su quella della storiografia (historia) per massimizzarne la plausibilità e l’efficacia persuasiva presso il pubblico antico. L’argomentazione centrale del libro è che gli evangelisti scelsero il genere con il più alto “capitale simbolico” legato alla verità per raccontare storie che, per la loro natura prodigiosa, avrebbero potuto altrimenti essere liquidate come favole. Continue reading →

Commenti recenti