Nel mondo accademico, poche figure hanno raggiunto le vette vertiginose di Karen L. King per poi precipitare in un abisso altrettanto profondo. La sua storia non è semplicemente la cronaca di un errore individuale, ma un potente paradigma che illumina la natura stessa della ricerca scientifica, i suoi rigorosi meccanismi di controllo e la spietata, ma necessaria, auto-correzione a cui è sottoposta. Prima della controversia che avrebbe ridefinito la sua eredità, King non era una studiosa marginale; era un’icona, un pilastro dell’establishment accademico globale. Nel 2009, divenne la prima donna a essere nominata Hollis Professor of Divinity alla Harvard Divinity School, la più antica cattedra accademica degli Stati Uniti, istituita nel 1721. Questa nomina, che seguiva un periodo come Winn Professor of Ecclesiastical History, la collocava al culmine del prestigio intellettuale, una posizione consolidata da un dottorato di ricerca alla Brown University e da una serie di prestigiosi riconoscimenti e borse di studio da istituzioni come la Luce Foundation, la Ford Foundation e il National Endowment for the Humanities. La sua specializzazione era la storia del cristianesimo primitivo, ma con un’angolazione assai particolare: il suo lavoro si concentrava sui testi apocrifi scoperti in Egitto, come la biblioteca di Nag Hammadi, e mirava a recuperare le prospettive storicamente emarginate, in particolare il ruolo delle donne, le immagini del divino femminile e la complessa dinamica tra ortodossia ed eresia. È proprio in questo contesto che si annida la tragedia quasi shakespeariana della sua caduta. Il suo altissimo status non solo amplificò a dismisura l’eco della sua presunta scoperta, ma rese il suo successivo smascheramento un caso di studio perfetto sulla forza del sistema accademico. Se persino la Hollis Professor di Harvard può essere messa in discussione e corretta dalla comunità scientifica, significa che il sistema di controllo, sebbene a volte lento, funziona, e che l’autorità della prova supera inesorabilmente l’autorità della persona. Continue reading →
Fanta-esegesi
“La Bibbia e i Dischi Volanti”. Breve analisi critica
Introduzione: la tesi di Barry Downing nel contesto della pseudoarcheologia
Nel 1968, un anno che vide la pubblicazione di opere seminali nel genere della pseudoarcheologia come Gli extraterrestri torneranno di Erich von Däniken, il reverendo presbiteriano Barry H. Downing diede alle stampe il suo libro La Bibbia e i dischi volanti (The Bible and the Flying Saucers). In quest’opera, Downing avanza una tesi tanto audace quanto controversa: i fenomeni soprannaturali, i miracoli e le figure celesti descritte nella Bibbia non sarebbero manifestazioni di un’entità divina trascendente, ma piuttosto resoconti storici di incontri con esseri extraterrestri e la loro tecnologia avanzata. Secondo Downing, eventi cardine della narrazione biblica come la colonna di nube e di fuoco che guidò gli Israeliti, la divisione del Mar Rosso, la visione del profeta Ezechiele, la risurrezione di Gesù e la conversione dell’apostolo Paolo sulla via di Damasco, sarebbero tutti riconducibili all’intervento di veicoli spaziali non identificati (UFO) e dei loro occupanti, che egli equipara agli “angeli” biblici.
Il lavoro di Downing si inserisce a pieno titolo nel filone della “teoria degli antichi astronauti”, un insieme di credenze pseudoscientifiche che postula l’influenza di intelligenze extraterrestri sullo sviluppo della civiltà umana. Come von Däniken, che reinterpreta monumenti archeologici e testi antichi di varie culture come prove di un paleocontatto, Downing applica una lente ermeneutica simile, ma la focalizza quasi esclusivamente sui testi sacri giudeo-cristiani. Questa scelta posiziona immediatamente la sua opera all’interno di un campo ampiamente rigettato dalla comunità scientifica e accademica internazionale, che lo classifica come pseudoarcheologia e pseudostoria.
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