Una storia di Israele tra fede e filologia: analisi critica di “Ancient Israel’s History: An Introduction to Issues and Sources”

L’opera e il suo posizionamento nel dibattito storiografico

Nel panorama accademico dedicato alla storia dell’antico Israele, un campo di studi notoriamente complesso e attraversato da profonde divisioni metodologiche, il volume curato da Bill T. Arnold e Richard S. Hess, Ancient Israel’s History: An Introduction to Issues and Sources, pubblicato da Baker Academic nel 2014, si presenta come un contributo di taglio nettamente “conservatore” nell’attuale panorama degli studi biblici. L’opera, frutto della collaborazione di un nutrito gruppo di specialisti, si prefigge l’ambizioso obiettivo di fornire uno “stato attuale della ricerca sulle questioni relative alla storia dell’antico Israele”. Nella prefazione, i curatori esplicitano il loro impegno metodologico: evitare posizioni estreme, scegliendo di “non assumere né una posizione negativa nei confronti della letteratura biblica né una ingenua e fideistica su questioni difficili”. L’intento è quello di offrire un manuale che “valorizza il contributo storico della Bibbia senza trascurare le questioni critiche e le sfide” che emergono da un’analisi rigorosa delle fonti.

Per orientare il lettore in un dibattito spesso polarizzato, l’introduzione, a cura di Richard S. Hess, propone un’utile, sebbene non neutrale, classificazione delle principali correnti storiografiche contemporanee. Hess delinea tre approcci fondamentali. Il primo è quello delle “storie sospettose” (“Suspicious” Histories), che leggono le fonti bibliche con uno scetticismo di fondo, privilegiando modelli derivati dalle scienze sociali e considerando il testo biblico come una costruzione letteraria tardiva e storicamente inaffidabile. Questo approccio è associato principalmente alla cosiddetta “Scuola di Copenaghen” e a studiosi come Thomas L. Thompson e Niels Peter Lemche, i cui lavori sono spesso etichettati come “minimalismo biblico”. Il secondo approccio è definito “ortodossia critica” (“Critical Orthodoxy”), erede della grande tradizione critica tedesca di Albrecht Alt e Martin Noth, che interpreta la storia di Israele attraverso le lenti delle teorie documentarie e della storia delle tradizioni, accettando le premesse della critica biblica classica.

Infine, Hess identifica un terzo approccio, quello delle storie che cercano un “equilibrio tra fonti bibliche ed extra-bibliche” (Histories “Balancing Biblical and Extrabiblical Sources”). Questo metodo, che affonda le sue radici nel lavoro di William F. Albright, tratta il testo biblico come una fonte antica da valutare criticamente, ma con un’apertura di credito iniziale, ponendola in dialogo costante con i dati archeologici ed epigrafici del Vicino Oriente Antico. È in questa terza categoria che i curatori collocano esplicitamente la loro opera, presentandola come una via mediana, equilibrata e ragionevole.

Tuttavia, un’analisi più attenta della struttura retorica di questa classificazione e della composizione del comitato di autori rivela una precisa scelta di campo. Posizionare la propria prospettiva come il “giusto mezzo” tra due estremi (lo scetticismo radicale da un lato e un’implicita fede ingenua dall’altro) è una strategia argomentativa efficace, ma che maschera la reale collocazione del volume. Un esame dell’elenco dei contributori mostra una netta prevalenza di studiosi affiliati a quella che nel dibattito è comunemente definita la scuola “massimalista” o, più diplomaticamente, “centrista”. Figure come James K. Hoffmeier (autore del capitolo sull’Esodo) e Kenneth A. Kitchen (una delle principali figure di riferimento intellettuale per questo approccio) sono tra i più noti e autorevoli difensori della sostanziale storicità delle narrazioni bibliche. Lo stesso Hess si colloca saldamente in questa tradizione. Pertanto, il volume non rappresenta tanto una sintesi neutrale di tutte le posizioni, quanto una difesa erudita e metodologicamente sofisticata di una specifica tesi: quella secondo cui la narrazione biblica, se letta criticamente e contestualizzata archeologicamente, fornisce un quadro storico fondamentalmente affidabile. Il “massimalismo” che emerge non è un fondamentalismo letteralista, ma una precisa scelta storiografica che assegna al testo biblico un primato ermeneutico nell’interpretazione delle altre fonti.

Le origini di Israele: tra plausibilità contestuale e assenza di prove dirette

La questione delle origini di Israele, che abbraccia il periodo dei patriarchi e l’evento fondativo dell’Esodo, costituisce uno dei terreni di scontro più accesi nella storiografia biblica. Il volume affronta questi temi in due capitoli che esemplificano perfettamente l’approccio metodologico dell’opera: la costruzione di un caso basato sulla “plausibilità” contestuale in assenza di prove dirette.

Le narrazioni della Genesi e l’età patriarcale

Nel capitolo dedicato alle narrazioni della Genesi, Bill T. Arnold affronta la spinosa questione della storicità dei patriarchi. Con onestà intellettuale, Arnold riconosce fin da subito l’assenza totale di prove archeologiche o epigrafiche dirette che possano confermare l’esistenza di Abramo, Isacco o Giacobbe, o degli eventi descritti nel libro. Di fronte a questo silenzio delle fonti, la strategia argomentativa adottata non è quella di cercare una prova impossibile, ma di dimostrare la “plausibilità” storica del racconto. L’argomento si sviluppa mostrando come il mondo descritto nelle narrazioni patriarcali sia coerente con il contesto culturale del Medio e Tardo Bronzo (circa 2000-1200 a.C.).

Per sostenere questa tesi, Arnold attinge a un vasto repertorio di paralleli culturali provenienti da archivi del Vicino Oriente Antico, in particolare quelli di Mari e Alalakh. Ad esempio, vengono citate usanze sociali e legali attestate in questi testi del II millennio a.C. che trovano un’eco nelle storie patriarcali: le complesse regole matrimoniali, l’uso di madri surrogate in caso di sterilità della moglie principale (come nel caso di Agar e Bila), e le dinamiche di eredità. Particolarmente suggestivo è il parallelo tracciato tra la struttura tribale degli “Yaminiti” (o Binu Yamina) menzionati nei testi di Mari e i “Beniaminiti” biblici. Questa connessione, insieme ad altre assonanze onomastiche e sociali, viene presentata come un indizio di un’autentica e antica memoria storica di un’origine siro-mesopotamica per gli antenati di Israele.

Questa metodologia, incentrata sulla plausibilità, è una caratteristica distintiva dell’approccio massimalista/centrista. Essa procede per accumulo di prove indiziarie: pur non potendo dimostrare che Abramo sia esistito, si può dimostrare che un personaggio come Abramo avrebbe potuto esistere in quel contesto storico senza risultare anacronistico. La conclusione implicita è che la coerenza del quadro generale renda probabile l’autenticità del nucleo narrativo. Si tratta, però, di un passaggio logico che non è universalmente accettato. La critica minimalista, ad esempio, obietta che tale verosimiglianza potrebbe essere il risultato di un’abile costruzione letteraria da parte di autori molto più tardi (ad esempio, del periodo persiano o ellenistico), i quali avrebbero deliberatamente inserito dettagli “antichizzanti” per conferire un’aura di venerabile antichità alle loro storie fondative. Il volume di Arnold e Hess presenta l’argomento della plausibilità come la conclusione più ragionevole, tendendo a minimizzare la forza di questa obiezione e a presentare la propria interpretazione come quella scientificamente più solida, laddove si tratta solo di una delle possibili letture dei dati e piuttosto controversa.

L’Esodo e le narrazioni del deserto

L’approccio basato sulla costruzione di un caso cumulativo di prove indirette trova la sua massima espressione nel capitolo sull’Esodo, a cura di James K. Hoffmeier, uno dei più strenui difensori accademici della storicità di questo evento. Consapevole dell’assenza di qualsiasi menzione diretta di un esodo di Israeliti nelle fonti egizie, Hoffmeier contesta innanzitutto il presupposto metodologico di chi considera la Bibbia come una “singola fonte” da dover confermare esternamente. Egli sostiene, seguendo le linee della critica delle fonti, che le diverse tradizioni narrative all’interno del Pentateuco (Jahwista, Elohista, Sacerdotale, Deuteronomista) costituiscono di fatto testimonianze multiple e indipendenti che concordano sul nucleo storico dell’evento: un soggiorno in Egitto, un periodo di oppressione e un’uscita miracolosa.

Il cuore dell’argomentazione di Hoffmeier risiede nella meticolosa raccolta di prove contestuali egiziane che rendono il racconto biblico storicamente verosimile nel contesto del Nuovo Regno, in particolare durante il periodo ramesside (XIII secolo a.C.). Vengono presentate numerose evidenze:

  1. La presenza semitica nel Delta del Nilo: Fonti testuali e archeologiche (in particolare gli scavi di Tell el-Dab’a, l’antica Avari/Pi-Ramesse) confermano una massiccia e prolungata presenza di popolazioni di lingua semitica (“Asiatici” o ‘Amu) nel Delta orientale, a partire dal Medio Regno e per tutto il Nuovo Regno.
  2. I lavori forzati: Documenti e raffigurazioni egizie, come quelle nella tomba di Rekhmire, mostrano prigionieri di guerra e stranieri impiegati in lavori forzati, inclusa la fabbricazione di mattoni di fango e paglia, un dettaglio che corrisponde vividamente alla descrizione biblica dell’oppressione in Egitto 1,11-14.
  3. La mobilità dei gruppi pastorali: Hoffmeier cita il celebre Papiro Anastasi VI, un rapporto di un ufficiale di frontiera della fine del XIII secolo a.C., che attesta come a gruppi di nomadi Shasu provenienti da Edom fosse concesso di entrare nel Delta orientale per far pascolare le loro greggi. Questo documento dimostra che i movimenti di gruppi pastorali semitici attraverso la frontiera egiziana erano un fenomeno noto e regolamentato, fornendo un modello storico plausibile per l’ingresso della famiglia di Giacobbe in Egitto.
  4. La geografia dell’Esodo: Il capitolo si impegna in una dettagliata ricostruzione della geografia dell’uscita dall’Egitto, identificando i toponimi biblici con siti reali. Pi-Ramesse viene identificata con il complesso di Qantir/Tell el-Dab’a, Pithom con Tell el-Maskhuta nel Wadi Tumilat, e il Yam Suf (tradizionalmente “Mar Rosso”, ma più correttamente “Mare delle Canne”) non con il Golfo di Suez, ma con uno dei laghi paludosi e ricchi di canneti che costellavano la frontiera nord-orientale dell’Egitto, come i Laghi Ballah.

Anche in questo caso, la forza dell’argomentazione risiede nell’effetto cumulativo. Ogni singolo dato è storicamente fondato, ma la loro connessione per formare una narrazione coerente che confermi l’Esodo biblico rimane un atto interpretativo. Il dibattito accademico più ampio è decisamente più cauto. La maggior parte degli storici e degli archeologi, pur riconoscendo la plausibilità di una “memoria” egiziana in Israele, nega la storicità di un esodo di massa come descritto dalla Bibbia, ipotizzando piuttosto la fuga di piccoli gruppi di schiavi semiti la cui storia sarebbe stata successivamente amplificata e adottata come mito di fondazione da tutto il popolo. Il capitolo di Hoffmeier, pur essendo un capolavoro di erudizione contestuale, presenta la sua ricostruzione come la conclusione più probabile, se non quasi certa, manifestando così la tendenza “massimalista” del volume nel privilegiare una lettura che armonizza le fonti esterne con la narrazione biblica, piuttosto che evidenziarne le discrepanze.

Il cuore del dibattito: la monarchia unita tra archeologia e cronologia

Se le origini di Israele si muovono nel terreno della plausibilità e della memoria, la questione della monarchia unita di Davide e Salomone (X secolo a.C.) si colloca al centro di un dibattito archeologico e cronologico molto più tecnico e concreto. È qui che le posizioni storiografiche si scontrano con la massima virulenza, poiché l’esistenza di un grande regno unificato è un pilastro della narrazione biblica e dell’identità nazionale.

L’attacco più radicale alla visione tradizionale è duplice. Da un lato, la “Scuola di Copenaghen” ha sostenuto che l’intera narrazione della monarchia unita sia una finzione letteraria, una “storia inventata” da scribi del periodo persiano o ellenistico per creare un passato glorioso per la comunità giudaica post-esilica. Dall’altro lato, con un approccio più strettamente archeologico, Israel Finkelstein ha proposto una revisione cronologica nota come “Cronologia Bassa” (Low Chronology). Basandosi su una rilettura delle sequenze ceramiche e su datazioni al radiocarbonio, Finkelstein ha proposto di abbassare la datazione di importanti strati archeologici (come Megiddo VA-IVB, Hazor X e Gezer VIII) di circa un secolo, dal X al IX secolo a.C. L’implicazione di questa revisione è devastante per il racconto biblico: le imponenti costruzioni monumentali (palazzi, porte a sei camere) tradizionalmente attribuite a Salomone sarebbero in realtà opera dei re Omridi del Regno del Nord (Israele), come Omri e Acab. Di conseguenza, il regno di Davide e Salomone a Gerusalemme non sarebbe stato un impero regionale, ma un’entità molto più modesta, forse poco più di un caciccato tribale, privo di una cultura materiale e di un’organizzazione statale complessa

Il capitolo 7 del volume, “United Monarchy: Archaeology and Literary Sources”, a cura di Steven M. Ortiz, si pone come una risposta diretta e articolata a queste tesi. Ortiz difende la cronologia tradizionale (“Cronologia Alta”) e la storicità di un regno unificato di considerevole estensione. Le sue argomentazioni si basano su una serie di evidenze chiave:

  1. La Stele di Tel Dan: Ortiz, come la maggior parte degli studiosi al di fuori della cerchia minimalista più ristretta, considera la scoperta di un’iscrizione aramaica del IX secolo a.C. che menziona la “Casa di Davide” (bytdwd) come la prova archeologica definitiva dell’esistenza di una dinastia davidica. Se nel IX secolo i nemici di Giuda si riferivano alla sua casa regnante con il nome del suo fondatore, ciò rende storicamente molto probabile l’esistenza di Davide come figura storica di rilievo nel X secolo.
  2. L’archeologia delle “città di Salomone”: L’argomento classico, già avanzato da Yigael Yadin, viene riproposto con forza. La straordinaria somiglianza architettonica delle porte a sei camere rinvenute negli strati archeologici di Hazor (strato X), Megiddo (strato VA-IVB) e Gezer (strato VIII) viene direttamente collegata al passo di 1 Re 9,15, che attribuisce a Salomone la costruzione di queste tre città. Questa corrispondenza tra testo e archeologia è presentata come una prova di una pianificazione architettonica centralizzata, possibile solo sotto un’amministrazione statale forte come quella descritta per il regno salomonico.
  3. L’archeologia di Gerusalemme: Sebbene l’archeologia di Gerusalemme del X secolo sia problematica a causa delle continue ricostruzioni, Ortiz interpreta le imponenti strutture come la “Struttura a gradoni di pietra” come parte della cittadella davidica, evidenziando l’emergere di un centro urbano fortificato in quel periodo.

Il dibattito sulla cronologia è così centrale che una sua schematizzazione può chiarire le opposte interpretazioni degli stessi dati materiali.

Sito Archeologico Strato Archeologico Datazione (Cronologia Alta / Tradizionale) Correlazione Biblica (Alta) Datazione (Cronologia Bassa / Finkelstein) Correlazione Biblica (Bassa)
Megiddo VA-IVB X sec. a.C. Salomone (1 Re 9,15) IX sec. a.C. Omri/Acab
Hazor X X sec. a.C. Salomone (1 Re 9,15) IX sec. a.C. Omri/Acab
Gezer VIII X sec. a.C. Salomone (1 Re 9,15) IX sec. a.C. (Periodo Omride)
Gerusalemme Struttura a gradoni X sec. a.C. Davide Struttura del Bronzo Tardo/Ferro I (Pre-monarchia di stato)

 

L’approccio del volume, tuttavia, incorre nel rischio di un ragionamento circolare, una delle principali critiche metodologiche mosse dai sostenitori della Cronologia Bassa. La datazione degli strati di Megiddo, Hazor e Gezer al X secolo a.C. fu originariamente proposta proprio sulla base della loro presunta associazione con il racconto biblico di Salomone. Successivamente, questi stessi strati, così datati, vengono usati come “prova” archeologica per confermare la storicità del racconto biblico. Si tratta di un circolo ermeneutico in cui la Bibbia data l’archeologia e l’archeologia, a sua volta, conferma la Bibbia. La Cronologia Bassa tenta di spezzare questo circolo basando la datazione primariamente su dati indipendenti dal testo, come le sequenze ceramiche comparative e, soprattutto, le datazioni al radiocarbonio. Il capitolo di Ortiz menziona la Cronologia Bassa e le sue problematiche, ma la presenta come una teoria alternativa e meno convincente, senza approfondire la forza della sua sfida metodologica. In questo modo, il volume offre al lettore una visione della storia in cui la corrispondenza tra testo biblico e dato archeologico appare molto più solida e meno controversa di quanto non sia in realtà nel dibattito accademico corrente, dove le due cronologie continuano a essere oggetto di un’intensa discussione senza che si sia ancora raggiunto un consenso definitivo.

Considerazioni conclusive: un’apologia erudita della tradizione

In conclusione, Ancient Israel’s History: An Introduction to Issues and Sources si afferma come un’opera di notevole interesse e di alta erudizione. I suoi punti di forza sono innegabili: è un volume ben strutturato, redatto da specialisti di primo piano nei rispettivi campi, e offre una presentazione chiara e dettagliata delle principali fonti, sia bibliche che extra-bibliche, per la ricostruzione della storia di Israele. Per chiunque desideri comprendere lo stato dell’arte da una prospettiva che potremmo definire “centrista” o “moderatamente massimalista”, questo libro è una risorsa indispensabile e, probabilmente, la migliore sintesi oggi disponibile.

Il “massimalismo” che il volume esprime non risiede in una lettura fondamentalista o acritica del testo biblico. Al contrario, gli autori dimostrano una piena padronanza degli strumenti della critica storica e filologica. Il massimalismo è, piuttosto, una scelta metodologica a priori: la decisione di trattare la Bibbia come un documento storico fondamentalmente affidabile, una sorta di narrazione-quadro all’interno della quale i dati archeologici ed epigrafici devono essere interpretati. Questo approccio porta inevitabilmente a privilegiare le interpretazioni dei dati materiali che si armonizzano con il racconto biblico e a minimizzare o considerare meno probabili quelle che lo contraddicono. Il risultato è una ricostruzione storica coerente e potente, ma che tende a presentare come risolte questioni che nel dibattito accademico più ampio rimangono profondamente aperte e controverse.

Il volume, quindi, non è l’introduzione neutrale e onnicomprensiva che il suo sottotitolo potrebbe suggerire. È, più precisamente, un’articolata e colta apologia della plausibilità storica della tradizione biblica. Si tratta di un contributo prezioso, in quanto espone con rigore e chiarezza una delle posizioni fondamentali nel campo. Tuttavia, per ottenere un quadro completo della complessità della ricerca contemporanea, la sua lettura deve essere necessariamente integrata con opere che rappresentano prospettive divergenti, come Le tracce di Mosè di Finkelstein e Silberman o i lavori di Mario Liverani. Solo dal confronto dialettico tra queste diverse scuole di pensiero può emergere una comprensione matura delle sfide e delle conquiste della storiografia sull’antico Israele.

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Posted by Adriano Virgili

1 comment

Rodolfo Ragionieri

Mario Liverani nel suo libro “Oltre la Bibbia” sostiene di avere un approccio critico, ma non estremo. Come lo collocherebbe in questo dibattito?

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