Un riesame della memoria: come la psicologia cognitiva può rimodellare la ricerca sulle origini dei vangeli e la tradizione di Gesù

Per quasi due secoli, la ricerca sulle origini cristiane si è scontrata con un problema centrale, quasi insormontabile: il divario temporale. Gesù fu crocifisso intorno al 30, mentre i primi vangeli narrativi non furono messi per iscritto prima del 60-90. Questo intervallo, lungo dai trenta ai sessanta anni, è stato il terreno fertile per un dibattito accademico polarizzato. Da un lato, la scuola scettica della Formgeschichte (Storia delle Forme), fondata da studiosi come Rudolf Bultmann e Martin Dibelius, ha sostenuto che questo lungo periodo di trasmissione orale non poteva che portare a una corruzione, mitizzazione e creazione comunitaria. In questa visione, le necessità teologiche della chiesa primitiva hanno plasmato, e in gran parte inventato, le storie e i detti attribuiti a Gesù, rendendo quasi impossibile recuperare il “Gesù storico”. Dall’altro lato, un approccio più fiducioso ha insistito sulla fedeltà della memoria dei discepoli, spesso basandosi su un’ipotesi di memorizzazione letterale. Su questo sfondo complicato, dove le conclusioni sembrano dipendere più dalle presupposizioni filosofiche dello studioso che da prove concrete, si staglia uno studio molto interessante, che non rappresenta solo un’altra voce del dibattio, ma una sorta di arbitro metodologico dello stesso. Memory, Jesus, and the Synoptic Gospels di Robert K. McIver (Atlanta: Society of Biblical Literature, 2011) intraprende un compito tanto ovvio quanto rivoluzionario: invece di presupporre come funziona la memoria umana su un intervallo di decenni, McIver importa oltre un secolo di dati sperimentali e quantitativi dalla psicologia cognitiva moderna per testare empiricamente le ipotesi che hanno dominato la ricerca sui vangeli. Il risultato è un’analisi meticolosa e stratificata che smantella le posizioni estreme di entrambi gli schieramenti, fornendo un modello solido e sfumato che spiega in modo convincente il fenomeno che osserviamo nei vangeli sinottici: una notevole stabilità del nucleo centrale che coesiste con una sorprendente flessibilità nei dettagli periferici.

Il volume si articola in due parti fondamentali, costruendo sistematicamente un arsenale di argomentazioni tratte dalla psicologia sperimentale. La prima metà dell’opera affronta la natura della memoria individuale e collettiva, iniziando dalla questione più dibattuta: l’affidabilità dei testimoni oculari. McIver colloca immediatamente il suo lavoro nel dibattito contemporaneo, contrapponendo la fiducia di Richard Bauckham (Gesù e i testimoni oculare) nei “garanti” oculari allo scetticismo di Werner Kelber e John Dominic Crossan, che vedono la memoria come intrinsecamente fluida e creativa. Per arbitrare questa disputa, l’autore introduce due casi di studio paradigmatici. Il primo è l’analisi di Yuille e Cutshall di una rapina a mano armata in un negozio di armi a Vancouver. Anche a distanza di mesi, i testimoni oculari hanno mantenuto una sorprendente accuratezza (superiore all’80%) sul nucleo centrale dell’evento (l’azione, gli oggetti, i protagonisti), pur commettendo errori significativi (fino al 20%) sui dettagli periferici (colori, stime temporali, sequenze esatte). McIver definisce questa così la “fedeltà di primo ordine” (first-order faithfulness) della memoria: la sua capacità di preservare il gist, ovvero il “nocciolo” essenziale dell’evento. Il secondo caso di studio, ancora più fondamentale per la sua tesi, è l’analisi di Ulric Neisser sulla testimonianza di John Dean durante lo scandalo Watergate. Messa a confronto con le registrazioni segrete dell’Ufficio Ovale, la testimonianza di Dean si rivelò letteralmente e fattualmente errata in quasi ogni dettaglio: attribuiva frasi errate, sbagliava le sequenze temporali e confondeva gli incontri. Tuttavia, Neisser concluse che, sebbene la memoria di Dean fosse fallace a livello superficiale, essa coglieva perfettamente la “verità a un livello più profondo” (deeper level), ovvero il gist della cospirazione. Per McIver, la memoria di Dean diventa il paradigma perfetto per comprendere la tradizione evangelica: i vangeli sinottici, come la testimonianza di Dean, mostrano un’ampia variazione nei dettagli (il “Problema Sinottico”), ma questa variazione superficiale non inficia, e anzi è psicologicamente prevista, la loro capacità di aver preservato fedelmente il gist centrale degli eventi e degli insegnamenti di Gesù.

McIver non si ferma alla memoria oculare, ma affronta la critica più potente mossa dalla Formgeschichte: il problema del tempo. L’assunto fondamentale di Bultmann era che un lungo intervallo orale (30-60 anni) equivalesse a una corruzione progressiva, costante e inevitabile. McIver smantella questa ipotesi, che definisce una fallacia psicologica, introducendo la “curva dell’oblio”, scoperta per la prima volta da Hermann Ebbinghaus. La ricerca moderna, in particolare gli studi a lungo termine di Harry Bahrick sull’apprendimento delle lingue, dimostra che la perdita di memoria non è un processo lineare e costante. Al contrario, la memoria subisce un rapido e massiccio decadimento nei primi anni (circa da tre a cinque), ma le informazioni che sopravvivono a questo “filtro” iniziale diventano in qualche modo permanenti e rimangono notevolmente stabili per decenni, con un tasso di oblio quasi nullo. L’implicazione di questo dato per gli studi evangelici è deflagrante: il periodo critico per la stabilità della tradizione di Gesù non sono i 30 o 40 anni tra la crocifissione e la stesura di Marco, ma i primi 3-5 anni (circa 30-35). Se le memorie degli eventi e dei detti sono sopravvissute a quel filtro iniziale – e quelle ritenute vitali dalla comunità lo avrebbero fatto – l’ampiezza dell’intervallo successivo è in gran parte irrilevante per la loro stabilità. Il problema della tradizione non è il tempo, ma la ricostruzione e la selezione.

Se il tempo non è il nemico principale, McIver analizza la natura stessa degli eventi evangelici. Eventi centrali come i miracoli, le controversie, la crocifissione e le apparizioni pasquali rientrano in una categoria speciale di memoria. L’autore esplora le flashbulb memories (memorie fotografiche), ovvero quei ricordi vividi che le persone hanno delle circostanze in cui hanno appreso una notizia scioccante (come il disastro dello space shuttle Challenger o l’11 settembre). La scoperta psicologica chiave, tuttavia, è la netta disconnessione tra la fiducia soggettiva e la vividezza di questi ricordi (che sono altissime) e la loro accuratezza oggettiva nei dettagli (che non è superiore a quella delle memorie ordinarie e decade nel tempo). McIver, seguendo David Pillemer, classifica gli eventi evangelici come “memorie di eventi personali” (personal event memories). Questo fenomeno psicologico fornisce un meccanismo centrale per comprendere la trasmissione. La natura vivida e l’alta fiducia associate a questi ricordi avrebbero fornito un potente impulso a trasmetterli con assoluta convinzione, percependoli come perfetti e immutabili. Paradossalmente, questa stessa fiducia soggettiva avrebbe mascherato il fatto che i dettagli periferici stavano già iniziando a divergere e ad essere ricostruiti. Ciò spiega simultaneamente due fenomeni apparentemente contraddittori della tradizione sinottica: la perseveranza della tradizione (trasmessa con assoluta fiducia) e la sua variazione nei dettagli.

Avendo stabilito questi meccanismi di conservazione, McIver si rivolge onestamente al lato “oscuro” della memoria, ovvero i dati che sembrano sostenere la posizione scettica: la suggestionabilità e il bias. Egli adotta pienamente il modello cognitivo dominante secondo cui la memoria non è riproduttiva (come una videocamera), ma ricostruttiva. Ogni volta che ricordiamo, non stiamo “riproducendo” l’evento originale, ma stiamo ricostruendo l’evento assemblando tracce di memoria separate, filtrate dalle nostre conoscenze e credenze attuali. McIver analizza la facilità con cui si possono impiantare “falsi ricordi” (ad esempio, la procedura DRM) e, soprattutto, il bias del senno di poi (hindsight bias). Questo capitolo rappresenta la massima concessione di McIver agli scettici. Il bias del senno di poi fornisce il meccanismo psicologico esatto per spiegare scientificamente ciò che la Formgeschichte aveva intuito teologicamente: l’influenza della fede pasquale (il “presente”) sulla memoria degli eventi pre-pasquali (il “passato”). I vangeli non sono trascrizioni oggettive; sono inevitabilmente ricostruzioni del passato alla luce del presente teologico. McIver, tuttavia, aggiunge un caveat molto importante basato sulla ricerca: questa ricostruzione non è finzione o invenzione (confabulazione). È un riassemblaggio di tracce di memoria reali (il gist) all’interno di una nuova, e teologicamente più ricca, cornice di significato. Infine, McIver sposta l’analisi dall’individuo al gruppo, introducendo il lavoro sociologico di Maurice Halbwachs sulla memoria collettiva. Qui, l’influenza pervasiva del presente (i bisogni, le credenze, l’identità del gruppo) modella ciò che si ricorda del passato. Nelle società orali, questo porta all'”amnesia strutturale”: il processo per cui una società dimentica attivamente ciò che non è più rilevante per la sua coesione. Questo capitolo funge da ponte essenziale: collega i meccanismi cognitivi individuali (Cap. 1-4) alla realtà sociologica della chiesa primitiva (Cap. 5). I ricordi dei testimoni oculari non sono stati conservati nel vuoto, ma sono stati immediatamente immessi in un quadro sociale che li ha selezionati (amnesia strutturale), modellati (influenza del presente) e utilizzati per la formazione dell’identità del gruppo.

Con questo potente arsenale tratto dalla psicologia cognitiva e sociale, la seconda metà del volume di McIver applica sistematicamente questi principi per costruire il suo modello positivo sulle origini dei vangeli. Inizia con una critica diretta alla Formgeschichte. Il modello classico di Bultmann e Dibelius, che vedeva le prime comunità cristiane “creare” detti e storie da attribuire a Gesù per rispondere ai bisogni del proprio contesto vitale (Sitz im Leben), viene identificato da McIver, in termini psicologici, come “confabulazione”. Basandosi su studi storici e sociologici, McIver sostiene che, sebbene le memorie collettive possano certamente essere distorte e manipolate, la confabulazione su larga scala (la creazione ex nihilo di eventi fondamentali) è estremamente rara e psicologicamente implausibile. McIver si allinea invece ai modelli di trasmissione controllata, seppur informale. Trova una solida base psicologica per il lavoro di Kenneth Bailey, che ha studiato la tradizione orale controllata dalla comunità nei villaggi del Medio Oriente, e per quello di James D. G. Dunn, il cui La memoria di Gesù postula una memoria comunitaria che preserva il gist. In questi modelli, la comunità non è primariamente un motore di invenzione, ma un meccanismo di controllo e conservazione del gist della tradizione.

L’argomento più innovativo di McIver arriva quando affronta la forma letteraria dei vangeli. La Formgeschichte aveva sempre considerato la forma dei vangeli – una raccolta di brevi aneddoti isolati (pericopi), privi di una solida connessione cronologica – come la prova della loro origine nella predicazione comunitaria (kerygma) e, quindi, come un segno della loro a-storicità e del loro distacco dalla memoria dei testimoni. McIver capovolge radicalmente questa tesi. Sostiene che la forma della pericope è esattamente la firma psicologica della memoria episodica e oculare (descritta nella prima parte del libro). La memoria umana è granulare: non registra cronologie, ma “isole” di eventi vividi e significativi. La cronologia è, infatti, una delle facoltà mnemoniche più deboli e la prima a decadere (come visto nell’analisi della curva dell’oblio). Pertanto, la forma stessa che la Formgeschichte usava per screditare i vangeli, McIver la utilizza come prova a favore della loro origine nella memoria dei testimoni oculari. Come caso di studio, analizza gli Apophthegmata (o Chreiai), mostrando come la loro struttura (breve scena narrativa + detto culminante) sia un veicolo mnemonico ideale che combina la memoria episodica (la scena) con quella semantica (il detto). Come illustrato nelle tabelle seguenti, che confrontano la stessa storia in diversi vangeli, la cornice narrativa è flessibile, mentre il detto centrale rimane stabile.

Marco 12,13-17 (CEI 2008) Luca 20,20-26 (CEI 2008)
13 Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. 20 Si misero a osservarlo e gli mandarono delle spie, che si fingessero giuste, per coglierlo in fallo in un discorso, in modo da consegnarlo all’autorità e al potere del governatore.
14 Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 21 Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni rettamente e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità.
15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 22 È lecito, o no, che noi paghiamo la tassa a Cesare?».
16 Ed essi glielo portarono. E disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 23 Conoscendo la loro malizia, disse:
17 Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 24 «Mostratemi un denaro. Di chi sono l’immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare».
25 Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
26 E non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo in alcun discorso; meravigliati della sua risposta, tacquero.
Matteo 8,19-22 (CEI 2008) Luca 9,57-60 (CEI 2008)
19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». 57 Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada».
20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
21 E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre».
22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti». 60 Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».

Naturalmente, questo modello deve tenere conto delle “fragilità della memoria”. McIver applica le scoperte sulla suggestionabilità e sul bias (in particolare il bias del senno di poi) alle tradizioni evangeliche. Qui offre una spiegazione psicologica realistica per le discrepanze, le omissioni e gli evidenti errori di dettaglio tra i vangeli (ad esempio, il numero di indemoniati a Gadara/Gerasa, il luogo del Discorso della Montagna, la sequenza degli eventi). McIver conclude che queste fragilità, pur essendo reali, intaccano i dettagli periferici ma non il nucleo centrale. La memoria umana, egli ribadisce, è strutturata per sacrificare l’accuratezza dei dettagli al fine di proteggere e preservare la “fedeltà di primo ordine” del gist.

Forse il contributo più pragmatico di McIver è la distinzione tra tipi di memoria, che porta a un modello a due flussi per la trasmissione. Non tutta la tradizione è “memoria episodica” (il gist flessibile delle storie). Gli insegnamenti (parabole, aforismi) derivano da un processo di memorizzazione deliberato e controllato, più vicino alla memoria semantica e procedurale. Gesù, nel suo ruolo di maestro, e i suoi discepoli, nel loro ruolo di conservatori, hanno utilizzato le tecniche mnemoniche standard del mondo antico (ripetizione, parallelismo, immagini vivide) per garantire la trasmissione del nucleo didattico. Questo approccio fornisce una solida base psicologica alla tesi della “Scuola Scandinava” (in particolare Birger Gerhardsson), che postulava una trasmissione controllata di tipo rabbinico, ma che era stata criticata per la sua debole analogia storica. McIver analizza la stabilità delle Parabole e degli Aforismi. Come dimostrano le tabelle seguenti, nonostante le notevoli variazioni nelle cornici narrative (la “flessibilità” della memoria episodica), il nucleo della parabola o la formulazione dell’aforisma rimane incredibilmente stabile (la “stabilità” della memoria semantica/procedurale).

La Parabola del Seminatore in Matteo (13,3-9) e Marco (4,3-9) (CEI 2008)
Marco 4,3-9: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5 Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo, 6 ma quando spuntò il sole, rimase bruciata e, non avendo radice, seccò. 7 Un’altra parte cadde tra i rovi; i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8 Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9 E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Matteo 13,3-9: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5 Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; subito spuntò, perché non c’era un terreno profondo; 6 ma, quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7 Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9 Chi ha orecchi, ascolti».
Stabilità degli Aforismi (Matteo 7,7-11 // Luca 11,9-13) (CEI 2008)
Matteo 7,7-11: 7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. 8 Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10 E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11 Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!
Luca 11,9-13: 9 Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11 Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12 O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13 Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Stabilità degli Aforismi (Matteo 5,13-16; 6,22-23 // Luca 14,34-35; 11,34-36) (CEI 2008)
Matteo 5,13-16: 13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
Luca 14,34-35: 34 Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? 35 Non serve né per la terra né per il concime e lo si butta via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti».
Matteo 6,22-23: 22 La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23 ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
Luca 11,34-36: 34 La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. 35 Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. 36 Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte tenebrosa, sarà tutto luminoso, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore».

Infine, McIver affronta un’obiezione logistica fondamentale che ha sempre sostenuto la Formgeschichte: la presunta morte di tutti i testimoni oculari prima della stesura dei vangeli. Nell’appendice del volume, McIver compie un’analisi demografica rigorosa utilizzando le tavole attuariali romane (in particolare quelle di Frier e i modelli Coale-Demeny). Pur riconoscendo l’altissima mortalità infantile, egli dimostra che un individuo sopravvissuto fino all’età adulta (come i testimoni di Gesù) aveva un’aspettativa di vita residua significativa. La sua conclusione è che, sebbene il numero si riducesse drasticamente, la sopravvivenza di un “pool potenziale” di testimoni oculari nel periodo di stesura dei vangeli (60-90 d.C.) era statisticamente plausibile. Questo dato non “dimostra” la testimonianza oculare, ma fornisce un controllo di plausibilità esterno fondamentale. Contesta l’affermazione della Formgeschichte secondo cui la tradizione era diventata necessariamente anonima. La plausibile presenza di testimoni oculari superstiti avrebbe agito da freno sociale contro la confabulazione radicale.

L’importanza dell’opera di McIver diventa pienamente evidente quando la si colloca all’interno dello stato attuale della ricerca sulla tradizione orale e la “memoria sociale”. Il vecchio paradigma della Formgeschichte (Bultmann, Dibelius), con il suo scetticismo radicale basato sulla creatività comunitaria, è stato in gran parte superato. La prima reazione significativa fu quella della “Scuola Scandinava” (Harald Riesenfeld, Birger Gerhardsson), che propose un modello di memorizzazione rabbinica rigorosa e controllata (“memoria fredda”), ma che fu spesso criticata come anacronistica. Il dibattito contemporaneo si svolge in gran parte all’interno della “Social Memory School”, ma è profondamente diviso. A un estremo, studiosi come Werner Kelber enfatizzano la “memoria calda”, la fluidità della performance orale e la natura ricostruttiva della memoria; per Kelber, la memoria è interpretazione, e il passaggio alla scrittura (Marco) non è una conservazione, ma una trasformazione radicale che rende irrecuperabile un “originale”. All’altro estremo, Richard Bauckham rigetta il concetto di una “comunità anonima” per focalizzarsi su testimoni oculari specifici e nominati, che agirono come “garanti” autorevoli della tradizione. Nel mezzo si trova la posizione influente di James D. G. Dunn, che usa la memoria sociale per cercare il gist o “il Gesù caratteristico”, proponendo un modello di “stabilità e flessibilità”.

In questo scenario, il volume di Robert K. McIver non si limita a scegliere una posizione, ma agisce da arbitro metodologico, fornendo per la prima volta una giustificazione empirica e psicologica per una sintesi delle posizioni più ottimistiche (Gerhardsson/Dunn/Bauckham) contro lo scetticismo radicale (Bultmann/Kelber). Contro Bultmann e Kelber, McIver dimostra che (a) il lungo intervallo di tempo non implica corruzione; (b) la creazione comunitaria ex nihilo è psicologicamente implausibile; e (c) “ricostruzione” non significa “invenzione”, ma conservazione del gist (il caso John Dean). A favore di Gerhardsson e della Scuola Scandinava, McIver convalida la tesi di un nucleo didattico stabile, ma ne sostituisce il fondamento: non una debole analogia rabbinica, ma il robusto meccanismo psicologico della memoria semantica/procedurale per materiale mnemonicamente strutturato. A favore di James D. G. Dunn, McIver fornisce il meccanismo cognitivo che mancava alla teoria sociale di Dunn: il modello sociologico di Dunn (“stabilità e flessibilità”) è esattamente ciò che il modello cognitivo di McIver predice (un gist episodico flessibile per le storie e un nucleo semantico stabile per gli insegnamenti). Infine, a favore di Richard Bauckham, McIver fornisce due supporti esterni cruciali: (1) Demograficamente, dimostra che la sopravvivenza dei “garanti” oculari era statisticamente plausibile (Appendice A) 1; (2) Cognitivamente, dimostra che la forma letteraria che abbiamo (le pericopi) è la firma della loro memoria episodica.

In conclusione, Memory, Jesus, and the Synoptic Gospels rappresenta un contributo davvero importante che sposta il dibattito dalle speculazioni letterarie e sociologiche a un terreno fondato sui dati sperimentali della cognizione umana. Il modello a due flussi risultante – storie (memoria episodica, gist flessibile) e insegnamenti (memoria semantica, nucleo stabile) – offre la spiegazione più solida e sfumata per il fenomeno centrale che osserviamo nei vangeli sinottici: una notevole “fedeltà di primo ordine” al Gesù storico, che coesiste con una significativa flessibilità letteraria e divergenze nei dettagli. Grazie all’intervento di McIver, la ricerca non è più costretta a una scelta binaria tra una fiducia fondamentalista negli ipsissima verba e uno scetticismo radicale che vede solo la creatività della comunità. Il volume fornisce gli strumenti per un “realismo critico” fondato sulla natura stessa della memoria umana, permettendo di concludere che, sebbene i vangeli non siano una registrazione video del passato, essi preservano con alta probabilità non solo l’ipsissima vox (la voce autentica), ma anche il gist fondamentale degli atti e delle parole del Gesù storico, anche se (aggiunge chi scrive) riletti assai probabilmente col senno di poi post-pasquale.

Posted by Adriano Virgili

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