Mi trovo spesso a riflettere, con una certa preoccupazione speculativa, sulla singolare direzione che ha preso la filosofia politica contemporanea, specialmente quella di matrice anglosassone che domina le accademie occidentali. Esiste una tentazione persistente, che potremmo definire platonica nel senso meno nobile del termine, o forse cartesiana, che ci invita costantemente a distogliere lo sguardo dal mondo così com’è – con le sue brutture, le sue incoerenze, le sue tragiche necessità e la sua ineliminabile contingenza – per fissarlo su un modello astratto, una costruzione mentale di perfezione geometrica. È quella che nel dibattito specialistico viene definita “ideal theory”, o teoria ideale. La proposta sembra, a prima vista, non solo ragionevole ma moralmente doverosa: si immagina una società perfettamente giusta, disegnata per cittadini perfettamente razionali che rispettano rigorosamente ogni legge – la cosiddetta strict compliance – e si utilizza questa immagine immacolata come metro di giudizio e come stella polare per l’azione politica. Eppure, se ci mettiamo alla scuola di San Tommaso d’Aquino, il Doctor Communis, e proviamo a scrutare questa impostazione con gli strumenti affilati della sua metafisica e della sua antropologia, ci accorgiamo che questo apparente nobile sforzo nasconde un vizio radicale. Non si tratta di un semplice errore metodologico, ma di una deviazione esistenziale che rischia di rendere la politica non solo sterile, ma disumana. Vorrei accompagnarvi in un’analisi rigorosa del perché, nell’ottica del realismo tomista, cercare la giustizia partendo dall’ideale significa condannarsi all’ingiustizia reale, e perché solo un ritorno alla “ragione pratica” può salvare la convivenza umana dall’arroganza dell’utopia. Continue reading →
22
Nov
2025

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