Oltre i testi: un ritratto archeologico dell’antico Israele e Giuda di William G. Dever

Una nuova storiografia a partire dalle “cose”

L’opera monumentale di William G. Dever, Beyond the Texts: An Archaeological Portrait of Ancient Israel and Judah, pubblicata da SBL Press nel 2017 rappresenta il culmine di una carriera sessantennale dedicata a ridefinire il rapporto tra archeologia e studi biblici. Il libro si propone come un manuale per studiosi della Bibbia, storici del Vicino Oriente antico e non specialisti, con l’obiettivo di tracciare una storia dell’antichi regni di Israele e Giuda che non sia una mera parafrasi delle narrazioni bibliche, ma un “ritratto archeologico” fondato sull’evidenza materiale.

La tesi centrale di Dever

La tesi centrale di Dever è tanto semplice quanto rivoluzionaria: una storia credibile dell’antico Israele non solo è possibile, ma deve essere scritta invertendo la gerarchia tradizionale delle fonti. In questo nuovo paradigma, i resti archeologici non sono più un semplice ausilio per “illustrare” la Bibbia, ma diventano la fonte primaria di prova. Il materiale biblico viene consultato solo in un secondo momento e considerato valido storicamente solo quando converge con la documentazione archeologica. Questo approccio è una risposta diretta sia alla vecchia “archeologia biblica”, che cercava di “provare” la Bibbia, sia alle scuole “minimaliste” o “revisioniste”, che negano la possibilità di scrivere una storia di un Israele pre-esilico.

La supremazia dell’archeologia come fonte primaria

Nel Capitolo 1, “‘History from Things’: On History and History-Writing”, Dever articola una robusta argomentazione metodologica per la supremazia dell’archeologia come fonte storica primaria, basata su sei punti fondamentali:

  1. Contemporaneità: A differenza dei testi biblici, redatti secoli dopo gli eventi che descrivono, i dati archeologici sono quasi sempre contemporanei ai fatti che riflettono. Un manufatto è una testimonianza diretta del suo tempo.
  2. Testimonianza Non Edita: I manufatti sono una “testimonianza diretta, congelata nel luogo e nel tempo”, priva delle deliberate modifiche, selezioni e censure che caratterizzano la complessa storia redazionale della Bibbia. Un artefatto non mente intenzionalmente.
  3. Varietà e Inclusività: L’archeologia offre uno “spaccato della vita quotidiana delle masse”, dando voce al 99% della popolazione che rimane anonima nei testi biblici, i quali si concentrano quasi esclusivamente su un’élite politica e religiosa di Gerusalemme.
  4. Indagine Aperta: Il dato archeologico non è un canone chiuso. È sempre possibile porre nuove domande ai reperti e scoprire nuovi dati attraverso nuove campagne di scavo o nuove tecniche di analisi.
  5. Dinamicità ed Espansione: La base di dati archeologici è in continua ed esponenziale espansione, fornendo informazioni genuinamente nuove, mentre il corpus dei testi biblici è sostanzialmente fisso.
  6. Verifica Indipendente: L’archeologia fornisce l’unica testimonianza esterna e indipendente necessaria per verificare criticamente le affermazioni storiche delle narrazioni bibliche.

La Bibbia ebraica come fonte secondaria

Di conseguenza, la Bibbia Ebraica viene riclassificata come fonte secondaria per la storiografia. Dever la descrive come un’opera tarda, altamente selettiva e, soprattutto, come “storia teocratica”. Il suo scopo non è un resoconto disinteressato di “ciò che accadde realmente”, ma una narrazione tendenziosa che ritrae un “Israele ideale” per legittimare e imporre le visioni teologiche e ideologiche dei suoi autori.

Questo non significa negare ogni valore storico al testo. Piuttosto, significa riconoscere i suoi limiti e sottoporlo a una verifica esterna. L’approccio di Dever, quindi, si configura come un dialogo critico in cui l’archeologo assume il ruolo di “storico delle cose” (historian of things), capace di “leggere” i manufatti in modo analogo ai testi per discernere non solo la funzione, ma anche il significato culturale, sociale e ideologico.

L’intero progetto è profondamente radicato nel percorso intellettuale di Dever. Come egli stesso racconta nella prefazione, la sua carriera è iniziata nel tentativo di confermare gli “eventi centrali” della fede biblica, per poi evolversi verso la promozione di un'”archeologia siro-palestinese” secolare, professionale e basata su approcci socio-antropologici. Beyond the Texts è il risultato di questo lungo confronto, una sintesi matura che si pone in netto contrasto con le posizioni minimaliste che negano la storicità di un antico Israele, posizioni che Dever ha combattuto per decenni.

Nonostante la forte enfasi sul superamento dei testi, l’opera di Dever rimane intrinsecamente legata al racconto biblico. La struttura stessa del libro, i periodi storici analizzati (l’emergenza di Israele, il X secolo della Monarchia Unita, i regni divisi) e le domande poste sono definite dalla narrazione che egli intende verificare e correggere. Il testo biblico, sebbene declassato a fonte secondaria, rimane l’interlocutore centrale, creando una tensione fondamentale che definisce l’intero progetto. Non si tratta di una storia generica del Levante dell’Età del Ferro, ma di una storia di Israele in cui l’archeologia funge da arbitro principale per giudicare le affermazioni della Bibbia.

La fine di un’era: il collasso del Tardo Bronzo e il contesto canaanita

Per comprendere l’emergere di Israele, Dever stabilisce innanzitutto il contesto non biblico da cui esso ha avuto origine: il mondo cananeo del Tardo Bronzo (ca. 1300-1200 a.C.). L’analisi parte dall’ambiente fisico e culturale, adottando un approccio storico sulla longue durée per comprendere le dinamiche di lungo periodo.

Il collasso sistemico

Invece di attribuire la fine dell’Età del Bronzo a una singola causa, come un’invasione o un disastro climatico, Dever adotta la Teoria dei Sistemi Generali (GST). Questo modello, mutuato dalle scienze biologiche e sociali, interpreta le società complesse come sistemi composti da sottosistemi interconnessi (politico, socioeconomico, tecnologico, ideologico). Il collasso non è un evento improvviso, ma un processo in cui il cedimento di uno o più sottosistemi innesca una reazione a catena che porta alla disintegrazione dell’intero sistema.

Nel caso della Canaan del Tardo Bronzo, Dever identifica diverse cause interconnesse:

  • Declino Politico: Il sistema era frammentato in piccole città-stato rivali, mantenute in un equilibrio precario dall’amministrazione imperiale egiziana. Le Lettere di Amarna documentano le lotte intestine tra i principi locali e la crescente incapacità dell’Egitto di mantenere il controllo.
  • Crisi Socioeconomica: Il dominio egiziano era predatorio. Pesanti tributi in beni e schiavi impoverirono le popolazioni locali, esacerbando le tensioni sociali e creando una vasta classe di diseredati, contadini senza terra e fuorilegge, noti nelle fonti come Habiru.
  • Crollo delle Reti Commerciali: La fine del XIII secolo vide l’interruzione delle rotte commerciali internazionali nel Mediterraneo, testimoniata archeologicamente dalla scomparsa delle ceramiche importate da Cipro e dal mondo miceneo. Questo strangolò l’economia delle élite cananee, basata sul commercio di beni di lusso.

Il ritiro finale dell’amministrazione egiziana, incapace di sostenere i costi di un impero in declino, lasciò un vuoto di potere che accelerò la disintegrazione. Il risultato fu un collasso sistemico che portò alla distruzione o all’abbandono della maggior parte dei centri urbani delle pianure.

Questo modello archeologico di collasso sociale offre un parallelo secolare e sociologico al tema biblico dell’Esodo. Se la narrazione biblica è una storia teologica di liberazione da un potere imperiale oppressivo (l’Egitto), l’analisi di Dever descrive un processo storico reale di disgregazione di un sistema dominato da un impero egiziano altrettanto oppressivo. Il collasso di questo sistema portò alla dispersione di popolazioni, in particolare contadini e “reietti urbani”, che cercarono rifugio e una nuova vita nelle aree marginali degli altopiani. Questo movimento migratorio interno, dalle città-stato gerarchiche e corrotte delle pianure verso una nuova frontiera, rappresenta, in termini materiali, una sorta di “esodo”. Ancorché la specifica narrazione biblica non sia storica, il modello archeologico di Dever fornisce una base reale per la “memoria culturale” di una liberazione da un sistema oppressivo e di un nuovo inizio.

Forgiare un’identità: l’emergere del primo Israele e dei suoi vicini (ca. 1200–1000 a.C.)

Sul terreno lasciato libero dal collasso cananeo, l’archeologia documenta l’emergere di nuovi gruppi. Dever si concentra sulla comparsa di una nuova entità negli altopiani centrali, che egli identifica come “Proto-Israelita”, analizzandone la cultura materiale per definirne l’identità e distinguerla da quella dei suoi vicini.

Un nuovo modello di insediamento

Il dato archeologico più significativo è l’improvvisa comparsa, tra il XIII e il XII secolo a.C., di centinaia (circa 250-300) di piccoli villaggi agricoli, non fortificati, negli altopiani centrali della Cisgiordania, una regione precedentemente quasi spopolata. Questo drastico cambiamento demografico e di insediamento è il fenomeno chiave che richiede una spiegazione storica.

I Filistei come termine di paragone

Per contrasto, l’insediamento dei Filistei sulla pianura costiera meridionale mostra caratteristiche nettamente diverse. La loro cultura materiale è marcatamente straniera, caratterizzata da ceramica in stile egeo (Micenea IIIC:1b), architettura e pratiche cultuali distinte, e abitudini alimentari differenti (in particolare, un alto consumo di carne di maiale). Questi elementi li identificano chiaramente come un gruppo di intrusi provenienti dall’Egeo.

I “marcatori etnici” israeliti

A differenza dei Filistei, la cultura materiale dei nuovi villaggi degli altopiani non mostra segni di un’origine straniera. Dever identifica un insieme di tratti (“marcatori etnici”) che, presi collettivamente, definiscono questo nuovo gruppo:

  • Architettura: La predominanza della cosiddetta “casa a quattro ambienti” (o “casa a pilastri”), una struttura rettangolare semplice e funzionale, con uno spazio centrale affiancato da due laterali e uno trasversale sul retro. Questo modello architettonico è ideale per un’economia di sussistenza agro-pastorale basata sul nucleo familiare allargato.
  • Ceramica: Un repertorio ceramico limitato e semplice, che prosegue le tradizioni del Tardo Bronzo cananeo ma è privo di decorazioni elaborate e di ceramiche d’importazione. Ciò suggerisce una cultura autarchica, relativamente isolata e con un’etica di semplicità.
  • Dieta: La quasi totale e costante assenza di ossa di maiale nei siti degli altopiani, in netto contrasto con i siti filistei e alcuni siti cananei. Dever considera questa una scelta culturale consapevole e uno dei più forti indicatori di un’identità di gruppo distinta.

Dever, tuttavia, presenta una visione sfumata di questi marcatori. Ad esempio, riconosce che dati più recenti mostrano come le ossa di maiale siano rare anche in alcuni siti non israeliti e che, al contrario, il maiale venisse consumato in alcuni siti israeliti settentrionali in epoche successive (Età del Ferro II). Questo suggerisce che il divieto biblico sul consumo di maiale potrebbe essere una formalizzazione tardiva di una pratica culturale inizialmente distintiva ma non universale.

L’uso di una definizione “politetica” (basata su molteplici tratti) dell’etnicità è fondamentale. Nessun singolo marcatore è di per sé sufficiente, ma la loro combinazione coerente in centinaia di siti crea un modello archeologico robusto. Questo modello non descrive l’arrivo di un gruppo etnico preformato, ma piuttosto un processo di etnogenesi. I coloni degli altopiani, in gran parte cananei sfollati dalle pianure, forgiarono attivamente una nuova identità in opposizione alla cultura corrotta e gerarchica delle città-stato che si erano lasciati alle spalle. Le loro scelte materiali—uno stile di vita semplice, un’architettura egualitaria, una dieta distintiva—non sono prove di un’identità preesistente, ma i correlati materiali di un’identità in formazione.

Giosuè contro Giudici

Questo quadro archeologico porta Dever a una valutazione netta delle narrazioni bibliche. Egli respinge il racconto del libro di Giosuè—una conquista militare rapida, unificata e totale—come una “costruzione deuteronomistica tardiva”, smentita dall’assenza di strati di distruzione nella maggior parte delle città menzionate per quel periodo. Al contrario, trova il quadro offerto dal libro dei Giudici—un processo lungo e frammentato di lotte, coesistenza e graduale consolidamento—molto più realistico e coerente con l’immagine archeologica di un’emergenza indigena e graduale.

L’ascesa degli stati territoriali: il X secolo a.C. e la Monarchia Unita

Il X secolo a.C., tradizionalmente associato alla Monarchia Unita di Davide e Salomone, è uno dei periodi più dibattuti nella storiografia di Israele. Dever si schiera con forza a favore della storicità di uno stato centralizzato in questo periodo, basando la sua argomentazione su dati archeologici specifici e confutando dettagliatamente le tesi revisioniste, in particolare la “Cronologia Bassa” proposta da Israel Finkelstein.

Le prove archeologiche di uno stato nel X secolo

Contro le affermazioni minimaliste che negano l’esistenza di uno stato prima del IX o VIII secolo a.C., Dever presenta una serie di prove materiali che indicano un processo di formazione statale già nel X secolo:

  • Architettura Monumentale: L’elemento più celebre è la comparsa di porte urbiche a sei camere, dal design standardizzato, in siti strategici come Hazor (strato X), Megiddo (strato VA/IVB) e Gezer (strato VIII). Dever, seguendo l’interpretazione classica di Yigael Yadin, vede in questa standardizzazione la mano di un’autorità centrale, coerente con la notizia biblica dei progetti edilizi di Salomone in queste stesse città (1 Re 9,15).
  • Urbanizzazione e Fortificazioni: Siti come Khirbet Qeiyafa, una città fortificata nella Sefela giudea datata al primo X secolo, con la sua massiccia cinta muraria a casematte e le prime iscrizioni proto-ebraiche, sono interpretati come centri amministrativi di un nascente stato giudeo.
  • Conferma Epigrafica: Sebbene successiva, la Stele di Tel Dan (metà IX secolo a.C.), menzionando la “Casa di Davide”, fornisce una prova extra-biblica dell’esistenza di una dinastia davidica a Gerusalemme, riconosciuta dai suoi nemici, rafforzando la plausibilità storica di un fondatore di nome Davide nel secolo precedente.

La controversia sulla “Cronologia Bassa”

La principale sfida a questo quadro proviene dalla “Cronologia Bassa” di Finkelstein, che propone di abbassare le datazioni di circa un secolo, attribuendo le porte a sei camere e le altre strutture monumentali non a Salomone nel X secolo, ma alla dinastia omride nel IX secolo. Questo spostamento cronologico, di fatto, svuoterebbe il X secolo delle sue principali prove archeologiche di statualità. Dever dedica un’ampia analisi a confutare questa teoria, che definisce un'”argomentazione contraria” basata su prove fragili. La sua critica si articola su tre punti principali:

  1. Argomenti Ceramici: L’argomento iniziale di Finkelstein si basava sull’assenza di un tipo di ceramica filistea a Lachish, un “argomento dal silenzio” che Dever respinge, sostenendo che si tratta di una separazione culturale (i Filistei non arrivarono così nell’entroterra) e non cronologica. Inoltre, Dever sostiene che la somiglianza tra la ceramica del tardo X e del primo IX secolo è tale da non permettere distinzioni cronologiche così nette come quelle proposte da Finkelstein.
  2. Ancoraggi Stratigrafici: L’uso di Jezreel (un sito omride del IX secolo) per ridatare Megiddo è metodologicamente debole. Le somiglianze nella muratura in conci di pietra squadrata (ashlar masonry) non sono cronologicamente significative, poiché questa tecnica ha una lunga storia.
  3. Datazione al Radiocarbonio (14C): Dever riconosce la complessità dei dati del radiocarbonio, notando che, sebbene alcune datazioni sembrino supportare la Cronologia Bassa, altrettante supportano la cronologia convenzionale. Sottolinea che il margine di incertezza intrinseco al metodo (circa 50 anni) impedisce di risolvere definitivamente la questione e che la maggior parte degli specialisti concorda sul fatto che i dati non impongono un abbassamento così drastico delle date.

La difesa della cronologia convenzionale da parte di Dever non è una mera disputa tecnica. Essa rappresenta una battaglia per il fondamento stesso della sua storiografia. Se la Cronologia Bassa fosse accettata, l’archeologia si allineerebbe alla tesi minimalista secondo cui la Monarchia Unita è una finzione letteraria, priva di basi materiali. Per Dever, ciò rappresenterebbe una capitolazione al nichilismo storico. Confutare la Cronologia Bassa è quindi essenziale per difendere il suo principio fondamentale: che l’archeologia può e deve stabilire una base fattuale per gli eventi storici, creando una storia reale che può essere messa in dialogo con la tradizione biblica.

In conclusione, Dever afferma che, sebbene la descrizione biblica di un vasto impero salomonico sia un’esagerazione anacronistica, l’evidenza archeologica supporta solidamente l’esistenza di uno stato centralizzato, seppur nascente, nel X secolo a.C.. Egli liquida la Cronologia Bassa come una possibilità non provata, affermando che “la storia non può essere scritta sulla base di possibilità”.

Consolidamento e conflitto: i regni divisi nei secoli IX e VIII a.C.

Per il periodo dei regni divisi, Dever dispiega un’enorme quantità di dati archeologici per costruire un ritratto dettagliato dei due stati israeliti, Israele a nord e Giuda a sud. Questa sezione del suo lavoro dimostra in modo esemplare come una storia ricca e sfaccettata possa essere scritta quasi interamente a partire dalla cultura materiale.

Una gerarchia degli insediamenti

Per analizzare l’organizzazione statale, Dever classifica i siti dell’Età del Ferro IIB secondo una gerarchia a più livelli, che va dalle capitali (Livello 1) e centri amministrativi regionali (Livello 2), alle città (Livello 3), paesi (Livello 4), villaggi (Livello 5) e fortezze militari (Livello 6). Questo modello permette di visualizzare la struttura politica e la portata del controllo statale sul territorio.

L’archeologia del Regno del Nord (Israele)

L’analisi archeologica rivela un quadro del regno del nord che sfida la prospettiva negativa della narrazione biblica. La cultura materiale testimonia la potenza, la ricchezza e la raffinatezza della dinastia omride e dei suoi successori:

  • Samaria: La capitale, con la sua superba muratura in conci di pietra squadrata, i capitelli proto-eolici e i celebri avori intagliati, dimostra una grande ricchezza e una forte influenza culturale fenicia.
  • Centri Amministrativi: Siti come Hazor, Megiddo, Dan e Gezer vengono trasformati in imponenti centri amministrativi. L’archeologia rivela massicce fortificazioni (mura solide a salienti e rientranze), complessi sistemi idrici sotterranei per resistere agli assedi, grandi magazzini pubblici (i cosiddetti “edifici a tre navate con pilastri”) e le prime prove consistenti di una burocrazia alfabetizzata (ostraca).

L’archeologia del Regno del Sud (Giuda)

Il regno di Giuda, sebbene inizialmente meno sviluppato del nord, mostra anch’esso chiari segni di consolidamento statale:

  • Gerusalemme: La città si espande, vengono costruite residenze d’élite e compaiono le prime prove di un’amministrazione centralizzata.
  • Lachish: Diventa il secondo centro amministrativo fortificato del regno, una vera e propria “seconda capitale” nella Sefela.
  • Beersheba: Emerge come un classico esempio di città di guarnigione pianificata, un centro amministrativo e militare che sorveglia la frontiera meridionale.

L’approccio di Dever, che privilegia l’evidenza materiale, fa emergere una “storia di due regni” che si discosta significativamente dalla narrazione biblica. I libri dei Re, scritti da una prospettiva giudea meridionale, dipingono costantemente il regno del nord come apostata e illegittimo. Tuttavia, l’archeologia dei secoli IX e VIII a.C. rivela una realtà diversa. Il regno del nord (Israele) appare più grande, più popoloso, più urbanizzato, più ricco e più cosmopolita (con forti legami con la Fenicia e la Siria) rispetto alla sua controparte meridionale. Giuda, al confronto, rimane più rurale, isolato e meno sviluppato per gran parte di questo periodo. Questa realtà archeologica sfida direttamente i pregiudizi teologici e politici della narrazione biblica, dimostrando che, per gran parte della loro storia, Israele fu l’entità politica ed economica dominante.

L’ultima resistenza di Giuda: il VII secolo a.C. fino all’Esilio Babilonese

Dopo la distruzione del regno del nord da parte degli Assiri nel 722/721 a.C., Giuda rimane l’unico stato israelita. Il ritratto archeologico di Dever per il VII secolo a.C. descrive una società che, pur essendo uno stato vassallo, vive un periodo di notevole prosperità e trasformazione prima del crollo finale.

Le conseguenze della conquista assira

L’impatto delle campagne assire di fine VIII secolo è visibile archeologicamente. Strati di distruzione massiccia, datati al 701 a.C. (la campagna di Sennacherib), sono stati rinvenuti in numerosi siti giudei, il più famoso dei quali è Lachish (strato III), dove il brutale assedio è documentato sia archeologicamente sia nei bassorilievi del palazzo di Sennacherib a Ninive.

Uno stato vassallo prospero

Nonostante la devastazione, Giuda si riprende rapidamente e prospera nel VII secolo come vassallo assiro. L’archeologia documenta questa fase con prove inequivocabili:

  • Crescita Demografica: Gerusalemme e gli altopiani giudei conoscono una crescita demografica senza precedenti, probabilmente alimentata da un afflusso di profughi dal regno del nord. La popolazione di Gerusalemme potrebbe essere passata da poche migliaia a 15.000-20.000 abitanti.
  • Specializzazione Economica: Si assiste a un boom della produzione industriale su larga scala. L’esempio più notevole è l’industria dell’olio d’oliva, con centri di produzione massiccia come quello filisteo di Ekron (Tel Miqne), pienamente integrato nell’economia giudea.
  • Alfabetizzazione e Amministrazione: Il VII secolo vede un’esplosione dell’uso della scrittura. Lo testimoniano i grandi corpora di ostraca (frammenti di ceramica iscritti) di Lachish e Arad, e centinaia di sigilli e impronte di sigillo (bullae), tra cui le famose impronte reali lmlk (“appartenente al re”). Questa abbondanza di materiale epigrafico indica una burocrazia statale altamente organizzata e un’alfabetizzazione diffusa almeno tra le élite.

Religione e riforma

L’archeologia fornisce anche un quadro vivido della pratica religiosa, che va oltre la religione ufficiale del Tempio di Gerusalemme. Le iscrizioni da Kuntillet ‘Ajrud, che menzionano “Yahweh e la sua Asherah”, e da Khirbet el-Qom, insieme alla vasta diffusione delle “statuette a pilastro” giudaiche (figurine femminili), permettono a Dever di ricostruire una “religione popolare” in cui la venerazione della dea Asherah come consorte di Yahweh era comune. Questa evidenza materiale fornisce il contesto reale per comprendere le narrazioni bibliche sulle riforme religiose di Ezechia e Giosia, intese a centralizzare il culto e a purificarlo da tali elementi.

Questo periodo di prosperità e consolidamento nazionale fornisce il contesto storico, sociale e intellettuale per la nascita della Bibbia stessa. La maggior parte degli studiosi biblici ritiene che la prima grande edizione della Storia Deuteronomistica (da Giosuè ai Re) sia stata composta proprio alla fine del VII secolo, durante il regno di Giosia. Un simile progetto letterario richiedeva le condizioni che l’archeologia del VII secolo attesta: uno stato forte e centralizzato, una classe di scribi alfabetizzati, una sviluppata coscienza nazionale e la stabilità economica per sostenere un tale sforzo intellettuale. In questo modo, l’archeologia non “prova” la Bibbia, ma rivela il mondo materiale della società che ebbe i mezzi, le motivazioni e l’opportunità di crearla. I “testi” trovano così il loro fondamento nel mondo rivelato dalle “cose”.

La distruzione babilonese

Questa fase di prosperità si concluse bruscamente con le campagne babilonesi di Nabucodonosor II. Strati di distruzione violenta e ceneri, datati al 586 a.C., sigillano la fine dell’Età del Ferro in decine di siti, tra cui Gerusalemme, Lachish (strato II) e molti altri centri giudei, segnando la fine dell’indipendenza politica.

Un ritratto archeologico e il futuro del dialogo

Beyond the Texts si configura come un’opera di sintesi magistrale, che offre un ritratto coerente e basato su dati materiali della storia dell’antico Israele e Giuda, dal suo emergere indigeno negli altopiani del XII secolo a.C. fino alla distruzione babilonese del VI secolo a.C.

Il modello della giurisprudenza

Per sintetizzare le sue conclusioni, Dever applica un modello tratto dalla giurisprudenza, valutando la storicità delle narrazioni bibliche lungo un continuum che va da “provato” a “smentito”, passando per categorie intermedie come “preponderanza delle prove” e “provato oltre ogni ragionevole dubbio”. Questo approccio permette di superare la dicotomia semplicistica tra “vero” e “falso”, offrendo una valutazione sfumata e basata sull’evidenza disponibile. La tabella seguente riassume le conclusioni di Dever su alcuni degli eventi biblici più significativi.

Evento/Narrazione Biblica Testi Biblici Chiave Evidenza Archeologica Chiave Valutazione di Dever (Continuum di Storicità)
Migrazioni Patriarcali Genesi 12-50 Assenza di prove archeologiche per migrazioni su larga scala nell’Età del Bronzo Medio II; anacronismi. Smentito / Fittizio
Esodo dall’Egitto Esodo 1-15 Assenza totale di prove archeologiche in Egitto, Sinai o Canaan per un esodo di massa. Smentito / Nucleo di memoria plausibile (piccoli gruppi)
Conquista di Canaan Giosuè 1-12 Assenza di strati di distruzione sincronizzati nella maggior parte dei siti menzionati; continuità culturale cananea. Smentito (modello di Giosuè); Convergenza ampia (modello di Giudici)
Monarchia Unita (Davide/Salomone) 1 Samuele – 1 Re 11 Architettura monumentale del X sec. (porte a 6 camere); Khirbet Qeiyafa; Stele di Tel Dan (“Casa di Davide”). Convergenza ampia / Provato oltre ogni ragionevole dubbio (come stato nascente)
Campagna di Shishak 1 Re 14,25-26 Iscrizione di Shoshenq I a Karnak; strati di distruzione in siti del X sec. (es. Tel Rehov V). Provato oltre ogni ragionevole dubbio
Dinastia Omride 1 Re 16 – 2 Re 9 Ricchezza di Samaria (avori, muratura); Stele di Mesha; Obelisco Nero di Shalmaneser III. Provato oltre ogni ragionevole dubbio
Invasione di Sennacherib (701 a.C.) 2 Re 18-19 Strato di distruzione di Lachish III; Prisma di Taylor; impronte di sigillo lmlk. Provato oltre ogni ragionevole dubbio
Riforma di Giosia 2 Re 22-23 Modifiche al tempio di Arad; proliferazione di testi e sigilli che indicano centralizzazione. Nucleo di memoria plausibile / Convergenza ampia
Esilio Babilonese (586 a.C.) 2 Re 24-25 Strati di distruzione diffusi in tutto il territorio di Giuda (es. Gerusalemme, Lachish II). Provato oltre ogni ragionevole dubbio

 

Un appello per un nuovo dialogo

L’opera si conclude con un appello per un nuovo e costruttivo dialogo tra archeologia e studi biblici. Dever sostiene che, dopo decenni di monologhi e incomprensioni, è tempo che gli specialisti di entrambe le discipline riconoscano i limiti e i punti di forza reciproci. Gli archeologi devono comprendere che sono storici, non solo tecnici, mentre gli studiosi della Bibbia devono accettare che l’archeologia fornisce dati primari che non possono essere ignorati.

Beyond the Texts si pone come un contributo fondamentale a questo dialogo. È una risposta documentata e persuasiva al minimalismo, dimostrando che una storia di Israele basata sulla cultura materiale è possibile. Sebbene il suo approccio sia secolare e materialista, non è un attacco alla fede, ma un tentativo di fondare la comprensione storica su basi empiriche solide. Quest’opera non pretende di essere una storia definitiva dell’antico Israele, ma un suo “ritratto” provvisorio, una base solida su cui le future generazioni di storici, archeologi e biblisti potranno costruire, si spera, insieme.

 

Posted by Adriano Virgili

2 comments

Una domanda: ma quindi per Dever il regno di Davide e Salomone è storico?

Sì, anche se probabilmente aveva dimensioni più contenute rispetto all'”impero” descritto nella Bibbia.

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